appunti di cinema

Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.

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LE PASSIONI NON HANNO NE' ETA' NE' NOME: FORSE PER QUESTO SALVANO O PERDONO IL MONDO

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lunedì, 19 maggio 2008

GOMORRA(2): STATUE DI SALE

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 Nel Genesi sta scritto che Dio fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco e subissò quelle città e i loro abitanti, salvò Lot, ma la moglie di lui, essendosi voltata indietro, fu cambiata in una statua di sale. Perchè la donna si gira? Forse si tratta di curiosità, vizio muliebre secondo la tradizione misogina del testo biblico e pertanto meritevole di punizione, eppure è qualcosa di più: è l’ultimo  barlume di coscienza concesso all’uomo sulla soglia del nulla, è la ribellione inconsapevole al destino prestabilito  ed è la medesima prospettiva scelta da Matteo Garrone ( Primo amore, L’imbalsamatore) per solidificare su pellicola il magma campano/italico rimestato da Saviano in Gomorra. La moglie di Lot è parte dell’inferno, ne è testimonianza viva, avrebbe potuto fuggirne, non lo ha fatto e nel suo sguardo sgomento in procinto di spegnersi si riflette l’agonia di un Paese senza futuro: gli occhi della donna un secondo prima della metamorfosi in statua di sale  coincidono con quelli dei protagonisti, con quelli del regista e con i nostri, spettatori qui e attori della vita civile, e la simbiosi implicita nel delirio visionario ed irrequieto di una macchina da presa incapace di equilibrio e distanza rispetto all’oggetto della rappresentazione fa di Gomorra l’enciclopedia tribale dell’Italia contemporanea.

  La compatibilità ambientale evocata esclude così la partecipazione sentimentale di chi visita un inferno venendo da un altrove: il lungometraggio non racconta infatti né storie né personaggi, non porta avanti messaggi, non analizza contesti o cause, e, a guardare bene, non è neppure un film, piuttosto, assestandosi sull’ordinato nichilismo organizzato dai monarchi della Camorra, assembla  spezzoni  di vicende monche, labirinti di volti e gallerie, che si attorcigliano gli uni negli altri, getta bagliori improvvisi nella penombra verdolina di una lampada abbronzante su corpi massacrati,  ammanta di una luce livida eco mostri, campagne e persino il Canal Grande,   fa ascoltare canzonette sentimentali  paradossalmente in rima con il crepitio della armi, amalgama nella rude “koine” d’uso ovunque dialetto ed inglese standard, contamina rituali d’iniziazione con miti hollywoodiani.

 Negli arcana delle gerarchie del crimine o delle istituzioni non esistono di fatto più né centro né periferia e non ci sono nemmeno più segreti o mefistofeliche trame oscure:  “funziona così” dice uno spigoloso Toni Servillo riferendosi al Sistema ed è la scabra definizione di un totalitarismo omnicomprensivo senza sottointesi o sfumature, mimetizzato e omologato da percentuali, cifre, scarti, calcoli perfettamente riusciti, un operaio del Nord contro una famiglia del Sud,  Secondigliano, come la fabbrica di Torino o il liceo della provincia benestante.

 Ma se l’animo umano  è una distorsione, una somma non riuscita, un cavallo imbizzarrito, il terrore gli mette le briglie, a meno che non intervenga l’innocente aspirazione a vivere da  “scissionista”. Ed appunto l’effimero ed inconsapevole rigetto di fronte alla cancellazione eterna   della moglie di Lot il filo seguito  da Garrone nell’estrapolare tasselli di alcuni percorsi esistenziali da risarcire con l’epica di un cinema di passione civile, cimelio degli anni d’oro di Rossellini e di Pasolini: l’azzurro di una goffa piscina sui tetti dei casermoni di Scampia, la miracolosa epifania della diva  con l’abito creato dall’amore e dal sentimento di schiavi anonimi,  il barlume del dubbio nel“vedremo” del piccolo killer, il no fermo di un giovane in carriera,  il volo danzante di due ventenni, e i loro corpi raccolti da un ruspa e gettati in mare, tomba senza memoria  di quel poco che ci resta prima di tornare ad essere statue di sale.

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CUORE: il termine “scissionista”.

 

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STELLE:*****E’ l’Italia di oggi: si dice cosi anche de “I promessi sposi” ma la scomparsa di Don Rodrigo non è granché consolante.

VOTO/BILANCIO:9

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.25

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50

 

 

 

 

 


lunedì, 14 aprile 2008

JUNO(2): UN GRAFFITO IMPREVISTO

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Juno di Jason Reitman, autore del provocatorio pamphlet sul fumo Thank You For Smoking,  non ha carte per aspirare all’alloro del capolavoro ma a quello, non disprezzabile, dell’opera “cult” e del  fenomeno mediatico sicuramente sì e la ragione sta tutta nei dettagli: il telefono in forma di hamburger della protagonista, i tic tac arancio che profumano l’alito del suo ragazzo, e infine la pancia rotonda che la trasforma da quindicenne sexy in un buffo pianeta ambulante. Particolari coincidenti con le possibilità minime di ciascuno di noi di incidere liberamente sull’aspetto del mondo e di scompigliarne fantasiosamente le scontate apparenze: Elle Page è una Giunone  adolescente scanzonata e dissacrata, simile per scherzo all’eroina gravida di un manga giapponese, senza ambizioni rivoluzionarie o filosofiche e senza un’identità definita, con il privilegio di sentirsi amata dal padre, dalla matrigna, dall’amica del cuore e infine dal quasi bambino destinato a diventare padre del “fagiolo”, eppure percepisce istintivamente  ciò che la pellicola lascia per lo più fuori campo, la condizione di aridità e di penuria affettiva della maggior parte della gente, un muro piatto su cui lei può solamente lasciare il segno di un graffito imprevisto.   

Juno non è del resto irrealistico nel ritrarre un’adolescenza non esasperata, per cui tutto è ancora gioco: a caratterizzare i liceali del lungometraggio non è la precocità sessuale, tanto meno la violenza, bensì da un lato l’inesperienza, l’insicurezza  e la tendenza all’omologazione nei comportamenti e nel linguaggio, dall’altro l’idealismo sprovveduto e il rifiuto dei compromessi della vita adulta. La malvagità alla stato puro è merce rara, essa assume piuttosto i toni e i comportamenti molto più prosaici e diffusi dell’egoismo: a fronte di genitori comprensivi e affettuosi, non necessariamente biologici, ve ne sono altri immemori e troppo presi da se stessi per essere davvero tali. Sull’essere madre o padre si gioca il destino dell’utopia umanitaria, ma uomini e donne vivono su un piano scivoloso ed inclinato e la quindicenne sognatrice s’illude di raddrizzarlo con un dono inaspettato.

  Il fumetto ipercolorato  che ospita lei e i suoi allegri e disponibili cari sfiora il piano nobile della tragedia nel momento in cui si accorge invadendo, intrusa indispensabile, l’algida dimora della coppia benestante, destinata ad accogliere il neonato, di quanto le persone non siano mai simili a se stesse  e che i progetti importanti spesso mancano proprio di un futuro, ragione per la quale ci sono mille ragioni per non abortire e ce ne sono altrettante per farlo: Juno piange in auto fermandosi ai margini della strada e scoprendosi parte del paesaggio desolato della triste provincia americana. Il film a questo punto si incepperebbe,  ingabbiandosi in un punto di vista, se non fosse per lo scatto in avanti  imposto dall’ottimismo della volontà di scegliere contro il prevedibile: scarto nella trama non del tutto plausibile sul piano logico, tuttavia perfettamente in linea con le correnti sentimentali della futura puerpera.

 La mimesi della complicata città dei teen ager ha innegabilmente punte accattivanti di furbizia attribuibili alla sceneggiatura dell’ex-blogger e spogliarellista Diablo Cody, però ha il merito di mostrare, dopo averli salvati dal branco, i liceali della porta acconto, quelli che masticano caramelle all’arancio perché avere il fiato profumato e un modo come un altro per essere gentili con gli altri.

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CUORE: il telefono hamburger, i tic tac arancione, il pancione di Juno-la scena in cui Juno piange in auto: la consapevolezza che ci possono essere mille ragione per liberarsi del fagiolo la fa vacillare.

 

 

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STELLE: ****i giovani sono nostri figli, la bontà e la gentilezza esistono e pure l’egoismo. Il film è rispettoso dei diversi punti di vista sull’aborto.  

VOTO/BILANCIO: 7-

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:5

 

 

 

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 10:39 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema ed etica, adolescenza e cinema
lunedì, 07 aprile 2008

TUTTA LA VITA DAVANTI(2): IL CANE FINTO

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Paolo Virzì nella  ultima e più matura opera, Tutta la vita davanti, tratta dal diario-blog di Michela Murgia, consegna allo schermo un ritratto paradossale, a metà fra il grottesco e il tragico, dell’Italia contemporanea: nei pubblici vizi emergono le virtù individuali di chi ha avuto la fortuna di aver ricevuto educazione e cultura e il merito di averli saputi tradurre in capacità critica di giudizio e in quel complesso di qualità comportamentali che i Greci riassumevano nel concetto di “sumpateia” o “filantropia” e i Latini traducevano in “humanitas” intendendo la comprensione per le debolezze e le ragioni degli altri e soprattutto la solidarietà fra esseri umani condannati alle medesime sofferenze.  Probabilmente Isabella Aragonese/Marta, la laureata con lode in filosofia teoretica protagonista della pellicola, ha imparato il senso concreto e universalmente attuale di tali arcaici valori dall’amata madre, insegnante severa di Latino e Greco al liceo di Palermo: l’avventura esplorativa nelle periferie sordide della metropoli di oggi può essere affrontata rimanendone immune solo dopo aver assorbito nell’organismo il vaccino di una formazione etica ed intellettuale non appiccicaticcia e astrattamente manualistica.  

 Corroborata dunque da mille letture ben assimilate, Marta vacilla talora nei sentimenti,  eppure non tradisce mai la missione di intellettuale e proprio nel momento in cui la società la relega nell’angolo degli emarginati disoccupati promossi alla miseria del precariato, osservando e sperimentando in prima persona gli inferi del call center,  ricava la certezza che un mondo senza filosofi è un mondo folle ed ubriaco, dove il dramma rattenuto minaccia costantemente di esplodere: se l’eccellenza del pensiero  sopravvive nei fantasmi incartapecoriti seduti dietro le cattedre all’università,  i bambini, la cui anarchia lessicale significa libertà dai condizionamenti,  ancora  ascoltano e se il compito dei pensatore è insegnare a diffidare della realtà, in loro sta la speranza di una rigenerazione e da loro bisogna iniziare.  La chiave di lettura del film cosi ci viene  fornita dal mito delle caverna platonica raccontata da Marta alla figlia piccola di Michaela Randazzo, procace e patetica ragazza madre sprovveduta: gli uomini vivono incatenati in una grotta, vedono ombre proiettate sul muro e le scambiano per la verità; allora, conclude la bambina perspicace, loro vogliono bene a un cane finto perché non ne hanno mai visto uno vero. Il cane finto sul muro della caverna è l’ossessione rattenuta dal sorriso incollato alle labbra di Sabrina Ferilli, versione coatta e depressa della femme fatale,  è  la smania divorante del primo posto in classifica di Elio Germano/ Lucio 2, è il titanismo  inconsistente di Massimo Ghini, ma è persino l’illusoria lotta di liberazione portata avanti dal sindacalista Mastrandrea. 

Virzì ha certo pietà dell’umanità di vittime fragili che descrive, prigioniere dell’antro, anche perché ne fa parte la velleitaria  gioventù di idealisti sconfitti rappresentata malinconicamente nei suoi precedenti film. Il percorso della neo dottoressa, introdotto  dalla pleonastica voce fuori campo di Laura Morante, indica però nell’autore livornese una prospettiva meno crepuscolare e più illuministica, per la quale cuore e acume analitico si confortano a vicenda: Tutta la vita davanti non si risolve comunque  in un j’accuse,  tuttavia indicando la sintomatologia collettiva del male nell’imbarbarimento scurrile e nella standardizzazione della lingua, nella dittatura di un capitalismo insano e nei modelli imposti dalla cattiva televisione rende evidenti le responsabilità di una classe dirigente immeritevole e prona più ai sorrisi dei direttori di banca che alla vocazione di guida civilizzatrice di un Paese.

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TITOLO: E’ quello che si dice ai giovani e si pensa quando si è tali, ma il film lo interpreta sarcasticamente alla lettera: la vita non è mai qui e ora, ma è sempre davanti a noi, come un miraggio nel deserto.

CUORE: il mito della caverna raccontato come una favola da Isabella Aragonese alla bambina

 

 

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STELLE: ****l’Italia di oggi secondo Platone e il mito della caverna.

VOTO/BILANCIO: 7/8

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 4

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

 

 

 

 

 


mercoledì, 02 aprile 2008

MICHAEL CLAYTON (DVD): LA CONQUISTA E IL REGNO

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Nell’ambiente inquinato dalla fondamenta dei grandi studi legali statunitensi evocato dallo sceneggiatore Tony Gilroy, esordiente alla regia, in Michael Clayton non arrivano gli eroi a combattere il male, semplicemente perché morale e ragione hanno abbandonato l’uomo e da nessuna parte si trovano più buoni o cattivi ma  individui resi ciechi e immemori dal più antico e potente dei vizi, l’avidità:  la saggezza si preserva  miracolosamente illesa nei fanciulli e nei  libri  da loro amati oppure si manifesta come rottura violenta di equilibrio negli adulti quando dimenticano per caso di ingerire le “pillole” della salute mentale e si spogliano nudi in un parcheggio, nella speranza di risvegliare gli animi. Solo la solidarietà fra follia ed innocenza consente  la riscoperta della coscienza e l’utopia della rinascita. L ’improvvisa pazzia dell’amico e la purezza granitica del figlio bambino, illuminati entrambi dalle medesime frasi del romanzo fantastico intitolato“La conquista e il regno”, fanno irruzione ad un tratto nel disordine inquieto dell’avvocato “aggiustatore” dei pasticci dei miliardari George Clooney, con un passato di giocatore d’azzardo, nei guai per via dei debiti e del fratello tossicomane; a questo punto gli alibi con cui riusciva a tenere insieme forzatamente i pezzi di un’esistenza allo sbando implodono e provocano la catastrofe, secondo la prassi del genere, catartica. 

 La classicità del legal-thriller  in Michael Clayton assembla di fatto con professionalità gli elementi  di un intreccio tipo, tuttavia il vero fattore di tensione è la rottura tempestosa delle scusanti di chi è complice consapevole di un ingranaggio malefico: le multinazionali uccidono vendendo prodotti cancerogeni, il sistema è corrotto, ma lo si sa dai tempi del cinema battagliero degli anni 70’ e dunque la lotta non avviene più in nome della giustizia sociale e di una democrazia perfettibile, sulla quale nessuno pare più illudersi e scommettere, bensì, molto più modestamente, in difesa dell’integrità etica di ciascuno, che significa  assunzione di responsabilità di fronte alle proprie azioni.

 La malattia diffusa ovunque nei grattacieli scintillanti, è l’oscuramento dell’ identità, sepolta nella montagna di dollari facili: maschere  e  burattini facendo scattare gli interruttori accendono e spengono le luci del globo, e quando la gelida donna in carriera, Tilda Swinton, la campionessa della UNorth del diserbante omicida,  si guarda allo specchio  non appare che l’ ombra sgualcita di chissà quale destino luminoso. E l’impressione di un istante, ma il volto di lei assume le stesse sfumature e pieghe di quello  stropicciato e dolente del trionfatore Clooney che vaga senza meta in taxi per la città ripulita dalla luce del sole: la favola è finita, eppure tra qualche ora sarà di nuovo notte e c’è da dubitare che gli adulti sappiano ricavarne la morale con la medesima precisione del figlio piccolo di Clooney, che infatti raccomanda al padre la lettura de“il regno e la conquista” e lì si racconta del posto che tutti vorrebbero raggiungere, giacché tutti fanno lo stesso sogno, senza saperlo.

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 RACCONTA DI: Michael Clayton fa l’avvocato a New York  da 15 anni e la sua professionalità consiste nell’”aggiustare la verità” per i suoi ricchi clienti. Un giorno la sua auto salta in auto e lui si trova invischiato in un caso scottante..                        

TITOLO: È il nome del protagonista, su cui è incentrato il film.

CUORE: Il libro letto dal figlio di Clooney intitolato “il regno e la conquista”

 

SCHEDA: USA 2007  Produzione  JENNIFER FOX, SYDNEY POLLACK E STEVE SAMUELS PER SECTION EIGHT LTD., CASTLE ROCK ENTERTAINMENT, MIRAGE ENTERPRISES, SAMUELS MEDIA  Distribuzione  MEDUSA  Data uscita  05-10-2007  Durata  2 h e 3’ Regia Tony  Gilroy   Attori George  Clooney  Michael Clayton Tom  Wilkinson  Arthur Edens Tilda  Swinton  Karen Hauer Sydney  Pollack  Marty Bach Jennifer  Ehle  Brini Glass Michael  O'Keefe  Barry Grissom Ken  Howard  Don Jefferies Denis  O'Hare  Sig. Greer Robert  Prescott  Sig. VerneAustin  Williams  Henry Clayton Sean  Cullen  Gene Clayton Merritt  Wever  Anna David Lansbury  Timmy Clayton Bill  Raymond  Gabe Zabel David  Zayas  Detective Dalberto Skipp  Sudduth  Jerry Dante Terry  Serpico  Sig. Iker Lisamarie  Costabile  Avvocato Rachel  Black  Maude Susan  McBrien  Jean Matthew  Detmer  Todd Jack  Fitz  Norman Sarah  Nichols Assistente di Barry Grissom Christopher  Mann  Tenente Elston Amy  Hargreaves  Mo Toby Pamela  Gray  Cindy Bach Soggetto Tony  Gilroy   Sceneggiatura Tony  Gilroy   Fotografia Robert  Elswit Musiche James Newton  Howard   Montaggio John  Gilroy   Scenografia Kevin  Thompson   Arredamento Chuck  Potter   George  DeTitta Jr.   Costumi Sarah  Edwards   Effetti Randall  Balsmeyer    Handmade Digital

 

 

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STELLE: **** a metà strada fra legal thriller e noir più efficace per le atmosfere notturne che per l’intreccio scontato.

VOTO/BILANCIO:7-

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

          3-tensione, impatto emotivo: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5


postato da: spilluzzicando alle ore 09:25 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema ed etica
lunedì, 17 marzo 2008

ONORA IL PADRE E LA MADRE(2): A DUE PASSI DA WALL STREET

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Al centro di New York c’è un elegante appartamentino con ampie vetrate, lì un androgino in vestaglia di seta senza volto inietta droga a pagamento ai manager abbandonati su un letto in cerca di oblio: vedi i loro corpi, sfatti dall’obesità a stento trattenuta, aggirarsi, scomparire e ricomparire in quel labirinto di stanzette e pareti che quasi si sfiorano schiacciandoli e guardi dalla finestre la città girare vorticosamente intorno a loro e intuisci di essere nel bel mezzo della capitale finanziaria d’occidente a due passi da Wall Street. Per conoscere la natura di un luogo occorre ascoltarne il cuore fermarsi, ripartire ed accelerare ed il sangue nelle vene scorrere, pulsare nelle tempie e coagulare e  Before the Devil Knows You're Dead  trova il momento ed il posto ideali per farlo: come in un celebre vecchio film di fantascienza, tratto da un romanzo di Asimov, il veterano Sidney Lumet  ci consente il viaggio allucinato all’interno di un organismo devastato dal morbo e dopo la convulsa esplorazione ritorniamo con un gradino di consapevolezza in più e con la quasi certezza che il corpo malato del sistema non sia più sanabile. La diagnosi è disperata, perché fa vacillare qualsiasi parametro di analisi scientifica: il peccato che corrode la famiglia protagonista del film e che riflettendosi sul mondo intero diventa tempesta perfetta( non è casuale che i due fratelli autori della rapina ai danni dei genitori lavorino nel mercato immobiliare e il maggiore sia nei guai per i bilanci taroccati) è scioccante, perché dimostra l’inadeguatezza dei manuali della politica, dell’economia o della psicanalisi nel tenere sotto controllo, basandosi su definizioni logiche ed esaustive, fenomeni devastanti quali odio e aggressività. Evocare la presenza del diavolo nel titolo originale per spiegare il male, significa essere superstiziosi ovvero recuperare la concezione medievale di una malvagità innata nel cosmo ed imprevedibile, contro cui la coscienza dell’arte è un esorcismo mancato. 

 Nelle individualità sballate di Onora il padre e la madre così si riverbera estremizzandosi in tragedia la crisi profonda della razionalità: le metropoli contemporanee sono popolate da un delirio collettivo e la percezione deforme e dilatata dell’ubriaco di alcool/ cocaina, di ideologia o di fanatismo religioso è modalità di contatto con la realtà privilegiata e diffusa ovunque.  I complicati rapporti interpersonali lumeggiati nella pellicola sono lo specchio di una società in frantumi, corrotta dalle fondamenta, dove frammenti di meteore hanno fatto impazzire i corsi regolari dei pianeti come le pietruzze gettate sul pavimento del salotto chic da Philip Seymour Hoffman e gli oggetti si urtano e non hanno più forma riconoscibile come l’auto di Albert Finney con il cofano posteriore storto e rialzato: l’idillio nell’oasi paradisiaca della coppia felice in vacanza è un amplesso brutale, un eden perverso nel quale l’uomo per godere contempla se stesso allo specchio; i figli odiano i padri, imitandone la violenza, e i padri uccidono i figli con l’odio; sudditanza e gelosia legano morbosamente i fratelli maschi; mogli madri e sorelle affiorano dall’ombra, quasi muti pretesti al titanismo insano degli uomini.

 Per essere fedeli alla forza dirompente dello squilibrio occorre fare dello squilibrio la dimensione univoca del raccontare: il prima della rapina, il dopo e il mentre vanno avanti e indietro in un flusso di coscienza sussultorio nella mente degli attori della vicenda ed è il labor limae del demone dell’ossessione. L’incubo ad occhi aperti finisce in un bagliore accecante dove assassini e vittime svaniscono… il nitore del vuoto, l’angolo di nulla, di cui persino il diavolo forse ignora l’esistenza. 

 

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TITOLO: Per mettere in rilievo la  visione moralisticamente negativa del mondo, Lumet ha intitolato il suo film con una parte del detto irlandese” È meglio arrivare in Paradiso prima che il diavolo si accorga che siamo morti”: Before the Devil Knows You're Dead” ( prima che il diavolo si accorga che siamo morti) significa che il diavolo non potrebbe risparmiare nessuno, e che l’uomo può andare in paradiso solo per errore. Evocare la presenza del diavolo come spiegazione del male, significa vanificare le spiegazioni sociologiche o psicanalitica.

CUORE: la sequenza in cui Philip Seymour Hoffman, il fratello maggiore, fa il bilancio della propria esistenza nell’appartamento dello spacciatore: la sua vita è costituita da tanti pezzi che egli non riesce più a ricostruire;

la sequenza in cui fa cadere le mille pietruzze colorate sul pavimento del salotto

 

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STELLE: *****viaggio allucinante nel cuore malato di New York: una tragedia familiare e un mondo in frantumi senza speranza.

VOTO/BILANCIO: 8.50

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4

         2- coerenza logica, stile di regia: 4

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

 

 

 

 

 


lunedì, 10 marzo 2008

NON E' UN PAESE PER VECCHI(2): CAINO ED ABELE

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Come in una favola di Esopo in Non è un paese per vecchi, tratto dal romanzo di Cornac McCarthy No country for old men, l’ultima celebrata fatica di Joel ed Ethan Coen, bisogna attendere la conclusione perché gli autori, togliendoci la fatica o la libertà di interpretare, ci impongano una chiave di lettura fiduciosamente o utopisticamente moralistica: alla fine della carriera uno stanco sceriffo racconta un sogno in cui cavalcando nella notte viene superato dal padre che con una torcia in mano va avanti e gli illumina il cammino, infondendogli  speranza e sicurezza nel domani. Impossibile non pensare a La strada, un altro libro dello scrittore: qui si racconta di un viaggio impossibile verso l’oceano di un padre e un figlio sopravvissuti a una catastrofe nucleare che ha spazzato via la vita civile, il senso della quale il genitore cerca disperatamente di ricreare per il bambino che dovrà abbandonare alla fine della strada. Ispirati dall’opera del cosiddetto 'Shakespeare del West' anche gli autori di Fargo, Il grande Lebowski e di Barton Fink hanno immobilizzato il mondo un istante prima della sua esplosione, l’attimo di sospensione, il crocevia in cui presente, passato e futuro coincidono, nel tentativo disperato di disinnescare il detonatore, sviscerandone i meccanismi: i prodromi del male stanno nell’infanzia dell’umanità, quando un bambino regala generosamente alla vittima di un incidente la sua camicia per medicare le ferite, viene ricompensato dal killer con una banconota insanguinata, il compagno gliene contende il possesso e l’infanzia spensierata diventa  la tragica maturità di Caino ed Abele. Nella sequenza simbolica inserita quasi alla fine del lungometraggio, dove si agglutinano in modo un po’ farraginoso molti epiloghi e molte premesse, il primo e l’ultimo stadio del processo di decomposizione etica si incontrano, senza neppure riconoscersi: avidità e sete di dominio degenerano incarnandosi nella grottesca maschera di un assassino psicopatico con pettinatura a caschetto( i due fratelli amano condire con un po’ di pepe e civetteria il truculento) nel quale il virus diventa malattia congenita, patologia psicosomatica, realizzata metamorfosi da uomo in mostro. I delitti, compiuti senza passioni e senza il compiacimento estetico del gesto gratuito, cancellati i parametri consueti, hanno come unica ragione la libidine del nulla: il meccanismo inceppatosi desidera l’autodistruzione. Il folle omicida   porta però con sé la  moneta del destino e il suo ghigno truce accentuato dalla diabolica frangetta obbliga un umanità di renitenti ignavi a scegliere fra testa e croce: il male esiste, dicono alcuni teologi, per offrire al bene occasione di esercitarsi e il  libero arbitrio rappresenta l’unica possibilità di risalita dall’abisso e di salvezza dalla catastrofe.

 La scarnificazione dei luoghi, i deserti riarsi al confine fra il Messico e il Texas popolati più da carogne che da persone vive non consentono scampo o distrazioni alle responsabilità individuali: camminando in mezzo al nulla, lungo  gli argini del Rio Grande, l’anonimo cacciatore, reduce di guerra, trova un tesoro sepolto sotto un cadavere, e mosso in parte dal desiderio di arricchirsi in parte dal gusto per la sfida e l’avventura, se ne impadronisce, ne diventa inconsapevolmente schiavo, finendo con il perdersi in un tortuoso cammino di dannazione. Ciascuno ha peccati o viltà da scontare e da secoli viviamo in un Paese non per vecchi, nel quale  i padri per farsi perdonare di averci ingannato con il sogno del Paradiso ci hanno lasciato in eredità l’aspirazione al Purgatorio.

 

 

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TITOLO: .Il titolo riproduce  fedelmente il romanzo da cui  la pellicola è tratta e suggerisce il filtro  moralistico ma anche ironico con cui si  leggere  la vicenda. I valori della frontiera sono   tramontati e i  vecchi western echeggiati  nel  lungometraggio sono anacronistici. Chi vive in America vive in un paese  senza vecchiaia,  e   quindi privo di identità.

CUORE: la sequenza in cui il serial Killer/ Bardem prima di lanciare una moneta costringe il negoziante a scegliere fra testa e croce: il male inchioda l’uomo alle proprie responsabilità e l’uomo scegliendo salva la propria integrità, anche se non è suo potere mutare il destino.-la sequenza in cui i due bambini soccorrono il serial killer dopo l’incidente, lui ricompensa uno dei due per avergli generosamente regalato la camicia con una banconota insanguinata e i due diventano Caino ed Abele.

 

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STELLE: *** una caccia all’uomo in un mondo spopolato e riarso, terra mitica di confine fra il Mexico e il Texas.  I Cohen poi agglutinano spiegazione e scene chiave nell’ultima mezz’ora.

VOTO/BILANCIO: 6.50

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 3.

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

 

 

 

SCHEDA:

Country for Old Men USA 2007 Produzione  SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, MIRAMAX FILMS, PARAMOUNT VANTAGE, PARAMOUNT CLASSICS  Distribuzione  UNIVERSAL (2008)  Data uscita  22-02-2008  Vietato  14  Durata  2h e 2’  Genere  , DRAMMATICO  Tratto da  romanzo omonimo di Cormac McCarthy (ed. Einaudi, 2007)  Regia Ethan  Coen   Joel  Coen   Attori Javier  Bardem  Chigurh Josh  Brolin  Moss Tommy Lee  Jones  Bell Woody  Harrelson  Wells Rodger  Boyce  Sceriffo Roscoe Giddens Barry  Corbin  Ellis Zach  Hopkins  Vicesceriffo Garret  Dillahunt  Wendell Kit  Gwin  Molly Kelly  Macdonald  Carla Jean Soggetto Cormac  McCarthy  (romanzo) Sceneggiatura Ethan  Coen   Joel  Coen   Fotografia Roger  Deakins   Musiche Carter  Burwell   Montaggio Ethan  Coen   Joel  Coen   Scenografia Jess  Gonchor   Arredamento Nancy  Haigh   Costumi Mary  Zophres   Effetti Luma Pictures  

 


lunedì, 03 marzo 2008

PERSEPOLIS (2): NEL REGGISENO DI NONNA

Persepolis_01

Lo sappiamo dalla notte dei tempi e dai primordi dei sistemi filosofici: viviamo immersi in due dimensioni, la realtà oggettiva dei fatti concreti e l’universo assai più vasto e macchinoso  della mente. E’ la ragione per cui le nostre conoscenze sono la maggior parte delle volte ingannevoli o quanto meno assai parziali cosicché ricordarcelo è merito dell’incantevole cartone animato per adulti Persepolis, ispirato all'autobiografia a fumetti in due volumi dell’autrice iraniana di libri per bambini Marjane Satrapi e realizzato a quattro mani con Vincent Paronnaud: la verità è indubbiamente stratificabile e nella Teheran bidimensionale e buia dello scià prima e degli ayatollà poi così come nella  Vienna sbilenca e bohémienne, dove la protagonista ha il suo apprendistato, la verità non è la cronaca documentata di un reportage e neppure un sintetico percorso di formazione da guardare, impietositi, standone a rassicurante distanza, bensì è un volto deformato, una voce strozzata, un’anima cosciente, ferita e spaventata, insomma un vissuto atrocemente credibile in quanto tratteggiato dalla mano innocente di una bambina/donna, una sorta di Diario di Anna Frank  o di Diario di Nina,  testimonianza, venuta alla luce di recente, del terrore staliniano.

 L’elaborazione artistica  è il risvolto tragico di un’infanzia e di una adolescenza ferocemente negate, ove la vivacità della fantasia non ha altro da trasfigurare ludicamente oltre al grottesco della morte e dell’oppressione: le vittime della teocrazia dei pasdaran diventano birilli, un teatrino di marionette ospita colpi di stato e rivoluzioni, la città- cimitero è una caverna buia dalla cui viscere spuntano spauracchi incappucciati e patetici venditori di cibo in cartocci, e nei grotteschi scenari dell’orrore si aprono miracolosi spazi per i giardini fioriti della fiaba e i fanciulli-ragazzi ridono e ballano danze scatenate. 

 Il passato di Marjane rivive in realtà sotto forma di fotogrammi a carboncino in una Marijane ormai matura seduta nell’aeroporto parigini di Orly, dove i suoi occhi paiono vedere per la prima volta l’azzurro del cielo, la tinta delle pareti e degli abiti dei passeggeri: lo scarto cromatico non è irrilevante, in quanto  consente di individuare il grumo doloroso in cui la pellicola ha genesi, ovvero il senso di colpa di essere sopravvissuta alla propria famiglia e alle proprie genti, di essere ancora viva, lei profuga in bianco e nero in un mondo a colori. Esule sradicata cercherà di rifondare nell’Occidente libero una patria in cui le sia consentito portare i  Penati, la memoria e l’eredità etica di una stirpe nobile di combattenti idealisti estinta nel rozzo totalitarismo teocratico iraniano e ignorata altrove: viene in mente L’Eneide di Virgilio o la letteratura ebraica post-olocausto, anche perché nell’espressionismo di Persepolis è sicuramente scoperto l’appello a un eclettica armonizzazione di cultura europea e tradizione persiana, possibile collante della civiltà di una nuova ed utopica Roma. Il sofferto cosmopolitismo di Marijane ha di fatto le radici in un‘educazione esistenziale ed morale che le consente il confronto critico fra sistemi di pensiero e stili di vita: la mancanza di integrità unifica tristemente gli individui al di là dei regimi politici e dei sistemi  in cui vivono e i vecchi sono in genere più coraggiosi dei giovani, cinici manipolatori di ideologie pretestuose oppure pigri ed egoisti. Sunt lacrimae rerum, le cose  grondano lacrime ovunque, eppure Dio e Marx in alto fra le nuvole invitano insieme a non abbandonare la lotta in nome dei gelsomini profumati nascosti nel reggiseno di una nonna principessa…

 

 

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TITOLO: Persepoli fu una delle cinque capitali della nota dinastia Achemenide, la cui costruzione non fu mai completata causa l’invasione di Alessandro Magno. Essa serviva per ospitare cerimonie annuali, processioni solenni composte dai rappresentanti delle numerosi genti tributarie dell’impero persiano e la sua architettura imponente, ci dicono le fonti, incuteva paura a chi la visitava. Il titolo allude dunque alla lunga e tormentata Storia di un Popolo, depositario di secoli di civiltà e violenza fatta e subita, e testimonia il sofferto senso di appartenenza da parte dell’autrice del film.

CUORE: I gelsomini nel reggiseno della nonna che emanano profumo in un mondo buio e senza odori.

 

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STELLE: ***** la toccante favola della Storia. Non immalinconite i bambini precoci però portandoli e non annoiate quelli normali.

VOTO/BILANCIO: 9+

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:  5

 

 

 

SCHEDA:

Durata  95  FRANCIA