appunti di cinema

Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.

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lunedì, 12 maggio 2008

MONGOL (2): CORAGGIOSI PARAFULMINI

Mongol_05

In Mongol, prima parte della trilogia dedicata a Temugin, più noto con il nome di Gengis Khan, da Sergey Bodrov, uno dei migliori talenti del cinema russo( Il prigioniero del Caucaso), l’impulso alla scoperta di un mondo nuovo viene dato all’eroe civilizzatore bambino in viaggio con il padre per andare in visita alle futura sposa dall’incantevole fanciulla bruna vestita di rosso di una piccola tribù che osa rivolgergli la parola per prima chiedendogli il nome e di scegliere lei come moglie al posto di quella destinatagli per motivi politici dal genitore: nel film di fatto la figura femminile  nell’ attrice Khulan Chuluun, volto dalla bellezza miracolosa per noi sconosciuto, travalica  il ruolo di mite comparsa adibita al riposo erotico del condottiero, in cui l’epica generalmente la confina;  infatti è lei a liberare  il guerriero mongolo non tanto dalla prigionia materiale quanto piuttosto da quella morale, consentendogli di riconoscere lucidamente  la nudità affettiva ed ideale dell’universo di tradizioni obbligate o tradite ferocemente tribale e analfabeta in cui egli è nato e di cui è vittima assieme a tanti altri, compreso il nemico “fratello di sangue” Jamulka.

  Mongol  in realtà fa de La storia segreta dei Mongoli,  il poema epico a cui Bodrov si è ispirato, il suggestivo sfondo paesaggistico di una vicenda simbolica del trapasso dell’umanità da un cupo Medioevo nomade e anarchico, dominato esclusivamente dalle armi, alla civiltà dei libri e della legge: l’emancipazione delle coscienze si ottiene e si impone a fin di bene  con la forza bruta della scimitarra impugnata dal campione leggendario,  tuttavia è l’interiorità della donna ad indicare la strada per il monastero  sul monte, luogo sacro dove sono contenuti i volumi che consentono l’ascesa spirituale a un Dio, in qualunque modo si voglia chiamare l’indeuropeo signore del cielo luminoso venerato dal conquistatore Temugin, protettore della giustizia e vendicatore leale dei torti. Certo la personalità di Gengis Khan e i motivi effettivi del suo operato sfuggono allo spettatore e verosimilmente la metamorfosi da monarca sanguinario in Prometeo portatore di progresso nei  territori selvaggi non ha giustificazioni razionali nella lettura degli eventi, ma da questa angolatura l’elissi e la sinuosità folgorante degli squarci temporaleschi sulle crudeltà barbariche sono ben più efficaci della distensione del racconto esaustivo e fedele ai documenti.

 Ad avere la meglio sono dunque le ombre,  eppure traspare la sofferta umanità di Tamugin  dalla compatibilità sentimentale con il contesto nel quale Bodrov lo immerge: egli non è uno dei tanti colossi di celluloide con la stigmate emarginante dell’eccezionalità, novelli Superman resuscitati proditoriamente dalla mummificazione dei manuali di scuola per gli schermi,  bensì condivide fino in fondo il martirio del popolo di cui sarà salvatore. Gengis Khan è la combinazione di un insieme di fattori, su cui Mongol rinuncia a fare luce, lasciando però emergere quanto i popoli abbiano bisogno di eroi, al fine di imprimere una direzione di marcia al loro cammino, si chiamino Tamugin, Alessandro Magno o Cesare, coraggiosi parafulmini alle angosce e alle ambizioni delle genti.

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CUORE: Tamugin bambino legato alla ruota di un carro e Tamugin adulto in prigione VS il monastero sulla montagna con i libri.

 

 

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STELLE:****la battaglia sotto i bagliori del fulmine è da antologia, a cui si aggiungono i paesaggi e il mondo barbarico salvato da un Gengis Khan prometeo.

VOTO/BILANCIO: 7+

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.25

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

 

 

 

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 10:14 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e storia, il cinema degli eroi
mercoledì, 30 aprile 2008

300(DVD):LEONI PER AGNELLI

Locandina_300

300, il film di Zack Snyder, regista de L’alba dei morti viventi,  ispirato a un fumetto di Frank Miller, l’autore di Sin City, ha cuore scaltro nell’ammantare di un rudimentale ribellismo adolescenziale i gloriosi guerrieri spartani delle Termopili e nell’emarginarli consegnandoli alla memorie custodite negli annali delle biblioteche e agli arazzi dell’iconografia tradizionale: gli eroi non hanno patria, i buoni si sporcano le mani nel fango della trincea, riempiono di sangue la terra, i malvagi invece seducono, siedono in alto su seggi dorati o nascondono visi repellenti in templi di marmo, sono demoni tentatori androgini e  sinuosi, il cui fascino corruttore, attraverso parole e fede religiosa, “istrumentum regni”, domina il mondo.

 Quando Serse, il tiranno persiano, incontrando Leonida, minaccia di cancellarne il ricordo, giacché, vinta la guerra, intende far  cavare gli occhi agli storici, lo colpisce nel solo bene alla portata di un sicuro perdente: la vittoria morale, il riconoscimento della virtù, l’epitaffio sulla tomba e la consacrazione, il dono consolatorio attribuito dai popoli a coloro che oliano i motori della Storia, non la determinano,  ne sono piuttosto vittime, illustri o dimenticate. E allora 300 è il racconto di un mito tradito, di un’educazione menzognera e del potere subdolo di una retorica asservita ai raggiri dei potenti: la resistenza del manipolo di opliti laconici permise ai Greci e all’Occidente di trionfare sul dispotismo orientale, eppure i figli più generosi delle Sparte contemporanee continuano a essere traditi e a soccombere portando sulle spalle le bandiere stropicciati dei padri. Nessun onesto parla da uomo e da donna libera nella città degli invitti discendenti di Eracle: fedeltà è dire esclusivamente  ciò che è stato inculcato dalla tradizione e dalla leggenda di una comunità di militari,  idioma disinvolto e lingua sciolta appartengono agli infami.

  La visione della libertà come ricchezza collettiva e non individuale e la libidine dello scontro corpo a corpo sottintesa nel lungometraggio sono particolari  storicamente precisi e lo schieramento a falange  illustrato da Leonida corrispondeva al modo in cui l’uomo della polis concepiva l’eleteuteria( libertà) ovvero l’appartenere a una comunità non schiava di altre nazioni. Ma a emergere non è certo il rigoroso rispetto filologico del rappresentare la civiltà ellenica, quanto l’affinità con opere, per molti aspetti lontanissimi, quali Flags of our Fathers di Eastwood, Nella valle di Elah di Haggis e Leone per agnelli di Redfordi: la patria ingrata presenta i conti esclusivamente agli idealisti coraggiosi o innocenti, martiri destinati a immolarsi per il verso di una canzone o per la consacrazione sulla tavoletta suggestivamente corrusca di una graphic novel.

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RACCONTA DI : Il gran re dei Persiani, Serse, intendendo vendicare la sconfitta subita dal padre Dario I, attacca con una colossale armate le città greche. Queste si alleano e affidano la difesa contro l’esercito nemico invasore a Sparta e al suo re Leonida: questi con i suoi 300 opliti difende il passo delle Termopili, resiste eroicamente, consentendo ai Greci di organizzare la resistenza e di vincere la guerra. E l’anno 380 a.C.

LOCANDINA E TITOLO:. Già la locandina suggerisce che tutte le discussione suscitate dal film sia sulla veridicità storica sia sulle allusioni ai conflitti di civiltà del mondo contemporaneo hanno il sapore della perdita di tempo gratuita: il 300 del titolo è intinto nel sangue e ricorda il mitico e sanguinoso evento già trasfigurato da oratori e poeti di tutti i tempi, ma la figura umana con lo scudo in mano ripresa mentre lancia l’urlo di guerra pare non un uomo ma un soldatino di piombo e lo stesso sfondo grigiastro di corpi straziati a terra e di guerrieri armati di lancia richiama il linguaggio dei fumetti e dei videogiochi. La pellicola infatti è tratta da una graphic novel di Frank Miller, il medesimo di Sin City , e non ambisce certo a correggere Erodoto nel riscrivere e reinterpretare una pagina di storia, bensì è la traduzione sullo schermo di come un adolescente di oggi ispirandosi ai classici e ai manuali riviva divertendosi a modo suo, inventando e disegnando sul suo quaderno personale, la gloriosa battaglia.

CUORE: Le frasi leggendarie, che rappresentano l’ideologia inculcata fin dalla culla agli Spartani, finalizzata però all’asservimento al potere dei viscidi efori, icona universale del potente:

 «Le nostre frecce oscureranno il sole!» dicono i Persiani e gli Spartani rispondo: «Allora combatteremo all'ombra!»- la regina Gorgò dice al marito quello che le donne spartane dicevano ai loro uomini che partivano in battaglia: “torna con lo scudo o sopra di esso”

 

SCHEDA: USA  2007 Produzione  WARNER BROS. PICTURES, HOLLYWOOD GANG PRODUCTIONS, ATMOSPHERE ENTERTAINMENT MM, LEGENDARY PICTURES, VIRTUAL STUDIOS  Distribuzione  WARNER BROS. ITALIA  Data uscita  23-03-2007  Genere GRAPHIC NOVEL   Durata 1h e 57’ Specifiche tecniche  PANAVISION, 35 MM, SUPER 35 (1:2.35) - TECHNICOLOR  Tratto da  omonimo romanzo a fumetti di Frank Miller e Lynn Varley  Regia Zack  Snyder   Attori Gerard  Butler  Re Leonida Lena  Headey  Regina Gorgo David  Wenham  Dilios Dominic  West  Theron Michael  Fassbender  Stelios Vincent  Regan  Capitano Rodrigo  Santoro  Serse Andrew  Tiernan  Efialte Andrew  Pleavin  Daxos Soggetto Frank  Miller  (romanzo a fumetti) Lynn  Varley  (romanzo a fumetti) Sceneggiatura Michael  Gordon  (Michael B. Gordon)  Kurt  Johnstad   Zack  Snyder   Fotografia Larry  Fong   Musiche Tyler  Bates   Montaggio William  Hoy   Scenografia James D.  Bissell   Costumi Michael  Wilkinson   Effetti Jeremy  Hunt   Richard  Martin (III)   Ray  McIntyre Jr.   Kirsty  Millar   Jake  Morrison   Colin  Strause   Greg  Strause   Stephan  Trojansky   Chris  Watts   Edson  Williams  

 

 

 

 

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STELLE: ***Da adolescenti la battaglia delle Termopili l’avremmo disegnata così. Oltre all’indubbio impatto visivo, una blanda contestazione del mito dell’invincibile Sparta.

VOTO/BILANCIO:6.50

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 4

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

 


lunedì, 21 gennaio 2008

AMERICAN GANGSTER: IL CUORE INTROVABILE DELLE COSE

Americangangster_04

Quando il vecchio boss del quartiere popolare newyorkese di Harlem, nell’ultima fatica di Ridley Scott, American gangster,  distribuisce il tacchino alla folla di miserabili, i mediocri tendono la mano appagati, supplicano di averne ancora, l’eroe solitario invece non muove un muscolo del volto, studia, impara e comprende come la maggior parte degli uomini nasca per essere irreggimentata in cambio di un tozzo di pane e di conseguenza il mondo possa  facilmente rimpicciolirsi fino a diventare il regno dei forti: di cibo e dollari si nutrono i gregari, di etica e volontà di dominio i superuomini, grazie al coraggio dei quali, anche quando gli imperi crollano e non si trova più da nessuna parte il cuore delle cose, l’uomo fra civiltà e barbarie sopravvive al proprio crepuscolo.  La Storia è il fondale livido di un palcoscenico dove gladiatori invincibili e integri spiccano sulla massa bruta e priva di coscienza: visione sicuramente poco analitica, distante dalla sofferta inattualità del paradiso raccontata da Scorseze, eppure spettacolarmente  redditizia. In American Gangster l’idealismo  sotteso alle precedenti pellicole dell’autore de I duellanti rivela  appieno la sua natura ambigua nella sfumata nevrosi speculare dei due protagonisti: causa ultima degli eventi è l’azione scaturita dal bisogno innato negli individui eccezionali di emergere, sfidando leggi e comportamenti prevalenti nella giungla della metropoli, fatte per assicurare l’asservimento degli schiavi, la maggioranza, agli interessi di un’ aristocrazia di iene, priva di etica.

 Nella New York degli anni 70’ dagli inverni color ocra, ricreata dalla fotografia di Savides, la tirannia patriarcale ed “onesta” di Frank Lucas, fondata sulla purezza della  Blue Magic, la droga importata dal Vietnam nella bare dei soldati americani morti in guerra,  ha la genesi in un territorio dove il bianco sconfina con il nero e non esistono alternative fra  fare  torti e  subirli: il collerico criminale di colore coltiva l’utopica speranza di trovare una qualche cuore alle cose, risarcendo la famiglia da povertà ed emarginazione e facendo convivere bene e male nello stesso condominio, consapevole del fatto che le rivoluzioni si impongono e si pagano con il sangue. Il suo destino incrocia inevitabilmente quello del persecutore, Ritchie Roberts, un poliziotto ebreo tanto fedele alla divisa quando infedele  alla moglie e al figlio: nel cuore del guardiano/gendarme la sete di giustizia non ha molte parole per definirsi e il senso del dovere si mescola all’anarchia erotica e al desiderio di vendicarsi dei corrotti, coloro cioè che hanno fatto sprofondare nel baratro  la città e il Paese. 

 Il lungometraggio, appiattendo il contesto effervescente dell’epoca negli schermi televisivi,  cerca piuttosto linfa vitale  nella cronaca giornalistica( fonte del film sono i libri e gli articoli del giornalista Jackobson)  declinata secondo gli stilemi patologici del gangster movie a cominciare dalle bianche dimore e dai sontuosi pranzi in famiglia che ricordano Il padrino: le luci  delle insegne rischiarano ad intermittenza le vie lastricate dell’inferno metropolitano e ne scolpiscono l’anima,  schiave nude raffinano in gabbie chiuse la polverina magica per alimentare gli zombie e l’introspezione  psicologica si arrende alle  soglie di una redenzione, viste le premesse, obbligata, ricompensa magari di Dio alla preghiera di mamma in chiesa.

 

 

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TITOLO: Il film, ispirato agli articoli e ai libri del giornalista Jackobson, racconta la storia vera di Lucas, diventato collaboratore di giustizia, dopo aver  soppiantato la mafia italoamericana nel commercio dell’eroina ad Harlem. Il titolo fa riferimento al fatto che la vicenda è anche pretesto per delineare  un ritratto dell’America di quegli anni: infatti dagli schermi televisivi si sentono le ripercussioni nella società americana della guerra del Vietnam, si sente parlare Nixon…

CUORE: il colloquio nel parlatorio del tribunale fra Frank e Ritchie in cui i due trovano un’intesa.

 

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 STELLE: *** due campioni duellano contro la metropoli corrotta: azione, colori cupi, un po’ di psicologia e d’etica.

VOTO: 6/7

SCHEDA:

Durata  157    USA  2007 Produzione  UNIVERSAL PICTURES, IMAGINE ENTERTAINMENT, SCOTT FREE PRODUCTIONS, RELATIVITY MEDIA Distribuzione  UNIVERSAL (2008)  Data uscita  18-01-2008  Durata 2h e 37’Genere GANGSTER MOVIE  Tratto da  articolo "The Return of Superfly" di Mark Jacobson pubblicato sul 'New York Magazine' (Agosto, 2000)  Regia Ridley  Scott   Attori Denzel  Washington  Frank Lucas Russell  Crowe  Detective Richie Roberts Cuba  Gooding Jr.  Nicky Barnes Josh  Brolin  Detective Trupo   Jones John  Ortiz  Javy Rivera Ted  Levine  Toback Yul  Vazquez  Detective Alphonse Abruzzo Norman  Reedus  Detective Norman Reily Robert  Funaro  McCann Leesa  Rowland  Angie Dickinson KaDee  Strickland  Sheilah Common     Turner Lucas Malcolm  Goodwin  Jimmy Zee Jack  Fitz  Hugh Hefner Adrian  Washington  Detective Reynolds Jon  Polito  Rossi Roger  Guenveur Smith  Nate Soggetto Mark  Jacobson  (articolo) Steven  Zaillian   Sceneggiatura Steven  Zaillian   Fotografia Harris  Savides   Musiche Marc  Streitenfeld   Montaggio Pietro  Scalia   Scenografia Arthur  Max   Arredamento Sonja  Klaus   Leslie E.  Rollins   Beth A.  Rubino   Costumi Janty  Yates   Effetti  Invisible Effects   Gray Matter FX  

Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E ATTORE PROTAGONISTA.

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 10:31 | link | commenti (3)
categorie: cinema, film, cinema e storia
lunedì, 03 dicembre 2007

NELLA VALLE DI ELAH: LE FAVOLE CAPOVOLTE DEI PADRI

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Il regista canadese Paul Haggis, premio Oscar per Crash, sceneggiatore di Million Dollar Baby, di Flags of Our Fathers, e di Lettere da Iwo Jima, in Nella valle di Elah, inizia il  film, come uno storiografo antico, là dove Clint Eastwood finiva il suo dittico sul celebre episodio della Seconda guerra mondiale: la bandiera a stelle e strisce nella cittadina di provincia che apre e chiude, capovolta, il lungometraggio è la medesima innalzata sul colle dell’isoletta del Pacifico ad immortalare un atto eroico mai avvenuto, portata in Vietnam, in Iraq, in ogni angolo del pianeta e persino sulla Luna, a segnare fieramente la continuità di una tradizione  di pionieri conquistatori. Ma all’ombra dei simboli/simulacri vi sono le generazioni umane, che di padre in figlio si trasmettono conoscenze e valori ed è questa, non il pacifismo tradito, la tematica delle pellicola di Haggis: Nella valle di Elah parla con sobria energia  di un’ educazione mancata, anzi di molte educazioni mancate da parte   di un Paese incapace di imparare dal passato e di preparare un futuro di progresso etico  ai posteri.

 All’origine di ogni individuo, c’è un bambino che ha paura di dormire al buio, vuole la porta aperta da cui filtri un po’ di luce: le tenebre sono popolate di mostri, vinti i quali si diventa adulti. Compito dei genitori è allora tenere per mano i figli, farli diventare adulti maturi e non segnati irreparabilmente dal trauma: un popolo tradisce se stesso, quando anziché insegnare a sconfiggere i giganti, consegna loro i figli e li fa divorare. Il protagonista, veterano e patriota convinto,  chino sul letto di un fanciullo, rivive la propria illusione leggendo il passo della Bibbia in cui si narra come il giovinetto Davide vinca il gigante Golia armato di una fionda e si oltraggiano con  l’oblio i mille coetanei del ragazzo inviato dal re Saul morti nell’impossibile impresa nella valle di Elah: i miracoli non si ripetono mai ed ingannano se vengono assunti, in buona o cattiva fede, a regola di esistenza. Dice il giovanissimo Marine di ritorno dagli orrori dell’Iraq, te lo raccontano come fosse una favola, dove tu sei il buono che parte per sconfiggere i cattivi: nella cinica mercificazione della morale della fiaba si radica il baratro  di chi dovrebbe difendere la civiltà di una Patria amata e ne riflette al contrario la degenerazione.  

 Solo il senso di colpa consente il  ripristino della verità e il dovere dei genitori è riscoprire il senso della propria missione: il padre nella ricerca di un riscatto ha al fianco una detective-madre, che supplisce alla fragilità delle tante donne in fuga, figure dolenti in pianto sui cadaveri scempiati dei soldati o straziate dalla follia omicida del compagno reduce.

  Allievo di Eastwood, Haggis contamina generi e decostruisce, pur senza deviare da una rigorosa classicità: in tal modo l’appendice graduale e mai strabordante di contenuti etici ed allegorici a  una vicenda realmente accaduta non presenta forzature didascaliche o predicozzi moraleggianti, anzi i molti ambigui silenzi su coperture ed insabbiamenti, sulla ragioni della politica e sulla personalità dello scomparso hanno il merito di sottrarre le problematiche sollevate ai luoghi comuni delle discussioni teoriche. E’ infatti assai lontana dall’ovvio la raffigurazione del Paese invasore come una mera estensione del paese invaso: fotografie e riprese attraversano gli oceani, metaforizzano l’identificazione di un qui intatto con un là in macerie, entrambi periferie degradate nel corpo o nell’anima di un globo senza più fari al centro per illuminarlo.    

 

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COSI COMINCIA: Mike di ritorno dall’Irak scompare misteriosamente e il padre Hank, veterano dell’esercito, vuole cercarlo e recandosi nella zona dove Mike è stato visto per l’ultima volta coinvolge nelle indagini la riluttante detective della polizia Emily Sander

TITOLO: è tratto da un passo della Bibbia: la valle di Ellah è quella dove il giovinetto Davide sconfigge il gigante Golia. Ma prima di lui, quando giovani, di cui il sacro testo tace, sono morti nell’impossibile sfida? Chiara l’allegoria: a sacrificare vita o anima sono le giovani generazioni e questo finisce con il ritorcersi in termini di degrado morale in una Nazione, qualunque siano gli esiti o i motivi della guerra. 

CUORE: il passo della Bibbia letto da Hank al figlio di Emily

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: gli amanti del cinema americano classico

STELLE: ****siamo dalle parti di Clint Eastwood: la devastazioni psicologica della guerra all’interno della  pacifica provincia statunitense.

VOTO: 7.50

SCHEDA:

In the Valley of Elah  USA2007 Produzione  SUMMIT ENTERTAINMENT, SAMUELS MEDIA, NALA FILMS, BLACKFRIARS BRIDGE FILMS  Distribuzione  MIKADO  Data uscita  30-11-2007  Durata  2h   Genere  DRAMMATICO, GUERRA  Regia Paul  Haggis   Attori Tommy Lee  Jones  Hank Deerfield Charlize  Theron  Detective Emily Sanders James  Franco  Sergente Dan Carnelli Susan  Sarandon  Joan Deerfield Josh  Brolin  Buchwald Jonathan  Tucker  Mike Deerfield Jason  Patric  Tenente Kirklander Frances  Fisher  Evie Rick  Gonzalez  Gabriel Barry  Corbin  Arnold Bickman Brad William  Henke  Chuck Wayne  Duvall  Detective Nugent Brent  Briscoe  Detective Hodge Kathy  Lamkin  Carleen Soggetto Paul  Haggis   Mark  Boal   Sceneggiatura Paul  Haggis   Fotografia Roger  Deakins   Montaggio Jo  Francis   Scenografia Laurence  Bennett   Arredamento Linda Lee  Sutton   Costumi Lisa  Jensen   Effetti Great Fx  

 

 

 


lunedì, 26 novembre 2007

ACROSS THE UNIVERSE: FRAGOLE E SANGUE

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“ Essa lasciandomi piangendo forte mi disse: “Quanto ci è dato soffrire, mia Saffo: contro mia voglia io devo abbandonarti” e io le rispondevo con queste parole: “Va’ e stai bene, e di me ricordati, perché sai come ti amavo. E se non ricordi io voglio farti ricordare …molte corone di viole e di rose insieme sul capo accanto a me cingesti e molte ghirlande attorno al collo delicato…e sui morbidi letti liberavi il tuo desiderio… e né una danza né un tempio né un coro né suono di crotali c’era in cui noi fossimo assenti.”, si tratta di un celebre frammento in cui la poetessa greca Saffo ( VII-VI a. C.)rivolgendosi alla ragazza amata in procinto di allontanarsi  da lei  rievoca il loro passato felice: il canto e il suono dei crotali si interiorizza, diventa rimpianto di attimi di gioia irrimediabilmente perduti e tesaurizzati esclusivamente nell’elaborazione poetica. Analogamente in Across the Universe, la regista bostoniana Julie Taymor( Titus, Frida), per consegnare alle memoria dell’America i giorni lontani delle lotte per i diritti civili, della guerra del Vietnam, della controcultura hippy, dell’arte psichedelica, della musica e della figure mito, quali Jimi Hendrix, Joe Cocker e Janis Joplin lascia da parte la via scontata della ricostruzione calligrafica e nostalgica degli anni 60’ e, coerentemente con lo spirito d’avanguardia del periodo, abolisce la convenzionale subordinazione della colonna sonora all’intreccio, e fa della prima, 33 canzoni dei Beatles, l’epicentro emozionale da cui si dipartano, in forma di sinestesia, le scosse telluriche del canovaccio, una specie di rivisitazione in stile Greenweech newyorkese della boheme parigina: partendo da una livida Liverpool proletaria e dickensiana il giovane Jude attraversa l’Oceano alla ricerca del padre, si trova in un’America trasgressiva e solare, il centro di un universo  rutilante e immaginifico nel momento esatto in cui sta per implodere, provocando mutamenti irreversibili, in virtù dei quali il povero scaricatore di porto europeo svela talento di pittore, fa graffiti sui muri e conquista la ricca borghese bionda  sulle ali di una canzone dei Beatles intonata da un coro sui tetti di un grattacielo.

 Una favola dunque, disturbata dalle convulsioni esiziali della Storia, fragole e sangue per dirla con una nota metafora: fragole inchiodate a una tela bianca su una parete, da cui stillano gocce rosse, immagine chiave del lungometraggio, fanno davvero pensare al film del 1970 Fragole e sangue in  cui l’esordiente Hagmann, ispirandosi alle pagine di un diario, restituisce la cronaca della rivolta studentesca della Columbia University, nella quale l’ingenuo protagonista veniva bastonato  dalla polizia e perdeva la vita. In Across the Universe la Taymor e i suoi collaboratori, a distanza di tanto tempo, sembrano quasi voler integrare o correggere una conclusione mancata della vecchia pellicola e non è solo una questione di belle canzoni o di miracolosi effetti visivi: l’interiorizzazione del musical da un lato e la ricontestualizzazione di West side story dall’altro, dando valore assoluto di verità ai sentimenti e alle speranze  di una generazione sconfitta nelle aspirazioni ne consacrano l’immortalità, magari illusoria. Le leggi dello Stato impongono guerre, abbandoni e tradimenti, eppure la gioventù di sempre è ferma sotto il cielo, nel bel mezzo del cosmo, ad ascoltare All you need is love o il suono dei crotali.

 

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COSI COMINCIA: La storia si svolge negli Stati Uniti degli anni 60’. Jude arriva dalla natia Liverpool in America alla ricerca di suo padre e lì si innamora ricambiato di Lucy; i due giovani si trovano di fronte a una società in fermento, sono infatti gli anni del Vietnam, della contestazione pacifista, della controcultura hippy….

TITOLO: Evidente il riferimento a una canzone bellissima, cantata dal protagonista, mentre si trova nel bel mezzo della rivolta: la situazione si ripete per tutto il film. La musica e i motivi dei Beatles determinano le azioni, ma anche gli stati d’animo dei personaggi: si tratta di un musical particolare, quasi onirico, in quanto il palcoscenico destinato alla performance è l’interiorità e per questo il lungometraggio è costipato di sinestesie, ovvero della continua mescolanza di suoni e visioni.

CUORE: la sequenza in cui Jude inchioda su una tela bianca appesa a un parete delle fragole da cui scaturiscono gocce rosse

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai nostalgici.

STELLE: ****gli anni 60’ secondo i Beatles e la pop art.

VOTO:8

SCHEDA:

GRAN BRETAGNA, USA  2007 Produzione  REVOLUTION STUDIOS, TEAM TODD, GROSS ENTERTAINMENT  Distribuzione  SONY PICTURES RELEASING ITALIA Data uscita  23-11-2007  Durata 2h e 13’ Genere  MUSICALE.Specifiche tecniche  35 MM (1:2.35)  Regia Julie  Taymor   Attori Evan Rachel  Wood  Lucy Jim  Sturgess  Jude Joe  Anderson  Max Carrigan Dana  Fuchs  Sadie Martin Luther  McCoy  JoJo T.V.  Carpio  Prudence Spencer  Liff  Daniel Lisa  Hogg  Ragazza di Jude Nicholas  Lumley  Cyril Michael  Ryan  Phil Angela  Mounsey  Martha, madre di Jude Robert  Clohessy  Padre di Jude Ellen  Hornberger  Julia, sorella di Lucy Amanda  Cole  Emily Linda  Emond  Madre di Lucy Timothy T.  Mitchum  Fratello di Jo-Jo Elain  Graham  (Elain R. Graham) Madre di Jo-Jo Joe  Cocker  Vagabondo/protettore/hippie Bono  Dottor Robert Eddie  Izzard  Sig. Kite Soggetto Julie  Taymor   Dick  Clement   Ian  La Frenais Sceneggiatura Ian  La Frenais   Dick  Clement   Fotografia Bruno  Delbonnel   Musiche Elliot  Goldenthal   Montaggio Françoise  Bonnot   Scenografia Mark  Friedberg   Arredamento Ellen  Christiansen   Costumi Albert  Wolsky   Effetti Eden Fx   Emergency House Special Effects   Mokko Studio   FX Cartel  

 

 

 


lunedì, 19 novembre 2007

MEDUSE: DOVE VANNO LE ANATRE IN CENTRAL PARK?

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 “Non mi piacciono la trame” commenta così Batya, una giovane cameriera in Meduse, i soliti filmini da album familiare mostrateli dall’amica  in cui non si vede altro che una bambina in riva allo stagno di uno zoo mentre dà del cibo alle anatre; così la coppia di giovani sposi costretti dall’invalidità della gamba di lei in una stanza squallida d’hotel ha cancellato dal ricordo il film visto insieme al primo appuntamento. Le trame infatti tradiscono: è la loro spietatezza a portare popoli e individui a schierarsi gli uni contro gli altri. La Storia è una gabbia con sbarre d’acciaio fatta da una molteplicità di trame convergenti in uno stesso punto dello spazio e del tempo e nella sua logica di verità non lascia speranza, a meno di non deviare dal percorso obbligato, a meno di non volgere lo sguardo altrove, mentre si è in marcia, e domandarsi, come il giovane Holden in fuga di Salinger: “Dove vanno le anatre in Central Park South quando il lago gela?” La stessa domanda sembrano esserla posta Etgar Keret e Shira Geffen, scrittori israeliani esordienti dietro la macchina da presa, volendo raccontare in Meduse un Paese dilaniato dalla guerra: dove vanno Tel Aviv e i suoi abitanti quando intorno a loro esplodono le bombe? Essi sopravvivono sospesi in una regione liminare fra realtà e sogno e solamente l’adozione di un linguaggio metaforico permette di sorprenderli, di arrivare a coglierne paure e desideri: ma chi sono davvero o meglio chi sono diventati gli Israeliani?  Sono fogli, trasformati in barchette di carta, sul tavolo di un commissariato di polizia, fragili meduse sospinte dal mare e dal vento chissà dove: tuttavia lo Stato Ebraico, come del resto tutti i luoghi del mondo, si trova là dove il mare finisce e dove il mare finisce c’è la battigia, la bufera si placa, la luce del sole scalda e le anime fortunate che vi arrivano trovano quiete e speranza.

 L’approccio letterario si concreta in immagini scopertamente allusive e sacrifica almeno in parte le potenzialità drammatiche della vicenda ad incastri incidentali, tuttavia il lungometraggio non evade da un contesto traumatico, semplicemente ne fa atmosfera, paesaggio interiore, causa prima e sottintesa degli eventi: camere ammobiliate con buchi nel soffitto, alberghi e sale di ristorante desolanti, genitori divisi fisicamente e mentalmente dai figli, una madre beffardamente e ossessivamente presente su un cartellone pubblicitario, promesse mai mantenute, innamorati allontanati dall’incomprensione o dalla gelosia, avidità e bulimia, volti sfregiati dalla ferite delle mitragliatrici siriane, rimandano a una città di orfani corrosa da un virus sotterraneo; l’ispirazione artistica, la scrittura e la fotografia, privata di occasione autentiche, depauperata nel ruolo di dozzinale cerimoniere di matrimoni, viene strozzata sul nascere o costretta al silenzio suicida in una suite.

 Keret e Geffen credono comunque nel potere salvifico della poesia e nella preservazione dell’innocenza infantile, considerandole il punto di partenza per una rigenerazione civile ed individuale: una bambina-angelo, un salvagente, un veliero, un venditore di gelati, e dei versi, “Una nave dentro una bottiglia non potrà affondare mai, né ricoprirsi di polvere. E’ bella da guardare mentre naviga nel vento...", lasciati in eredità da chi si è sobbarcato il compito di ricordarlo, nonostante tutto.

        

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COSI COMINCIA: Siamo nella Tel- Aviv dei nostri giorni, dove si incrociano le vicende di personaggi diversi indotti da circostanze particolari a mutare la loro vita: una donna si rompe una gamba durante la sua festa di nozze ed è costretta a rinunciare al viaggio di nozze, una giovane cameriera incontra una bambina con un salvagente che la segue senza ragione, una badante filippina deve prendersi cura di un’anziana scorbutica…

TITOLO: Il titolo fa venire in mente il montaliano Ossi di seppia e suggerisce l’approccio poetico letterario privilegiato dai due autori nel raccontare alcune vicende  esemplari della Tel Aviv contemporanea: nel poeta ligure gli ossi di seppia, relitti gettati sul mare, simboleggiano la perduta felicità marina degli uomini sbattuti dal caso in un universo arido, nel lungometraggio di Geffen e Keret le meduse rimandano alla passività dell’uomo in balia delle onde, a cui viene però concessa la possibilità di un approdo alla luce e alla  speranza sulla battigia. La tradizione letteraria del resto ha sempre amato ritrovare una corrispondenza nel mondo naturale alla precarietà dell’esistenza degli uomini,  basta pensare all’immagine delle fogli sbattute dal vento, da Omero fino a Ungaretti.

CUORE:  Il salvagente e la bambina-angelo;

Il veliero dentro la bottiglia;

Le barchette di carta sul tavolo del commissario di polizia.

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama la poesia e a chi vuol conoscere la società israeliana al di là degli stereotipi.

STELLE: **** bell’ esordio poetico sulla spiaggia di Tel Aviv, comprensibilmente dato il contesto, un po’ troppo “sognato”

VOTO:7+

SCHEDA:

Meduzot  FRANCIA ISREALE 2007 Produzione  LAMA FILMS, LES FILMS DU POISSON, ARTE FRANCE CINÉMA  Distribuzione  SACHER DISTRIBUZIONE  Data uscita  16-11-2007  Durata 1h e 27’ Genere  DRAMMATICO  Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Regia Etgar  Keret   Shira  Geffen   Attori Sarah  Adler  Batya Nikol  Leidman  Bambina Gera  Sandler  Michael Noa  Knoller  Keren Ma-nenita  De Latorre  Joy Zaharira  Harifai  Malka Ilanit  Ben Yaakov  Galia Sceneggiatura Shira  Geffen   Fotografia Antoine  Héberlé   Musiche Christopher  Bowen   Grégoire  Hetzel   La canzone "La vie en rose" è cantata da Corinne Allal     Montaggio Sacha  Franklin   François  Gédigier   Scenografia Avi  Fahima   Costumi Li  Alembik  

 


lunedì, 27 agosto 2007

4 MESI 3 SETTIMANE 2 GIORNI: IL CUORE INFECONDO DELL'EUROPA

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 In  4 mesi 3 settimane 2 giorni, Palma d’oro a Cannes 2007, del regista rumeno Christian Mungiu, una delle tante scoperte della Qui