appunti di cinema

Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.

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lunedì, 19 maggio 2008

GOMORRA(2): STATUE DI SALE

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 Nel Genesi sta scritto che Dio fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco e subissò quelle città e i loro abitanti, salvò Lot, ma la moglie di lui, essendosi voltata indietro, fu cambiata in una statua di sale. Perchè la donna si gira? Forse si tratta di curiosità, vizio muliebre secondo la tradizione misogina del testo biblico e pertanto meritevole di punizione, eppure è qualcosa di più: è l’ultimo  barlume di coscienza concesso all’uomo sulla soglia del nulla, è la ribellione inconsapevole al destino prestabilito  ed è la medesima prospettiva scelta da Matteo Garrone ( Primo amore, L’imbalsamatore) per solidificare su pellicola il magma campano/italico rimestato da Saviano in Gomorra. La moglie di Lot è parte dell’inferno, ne è testimonianza viva, avrebbe potuto fuggirne, non lo ha fatto e nel suo sguardo sgomento in procinto di spegnersi si riflette l’agonia di un Paese senza futuro: gli occhi della donna un secondo prima della metamorfosi in statua di sale  coincidono con quelli dei protagonisti, con quelli del regista e con i nostri, spettatori qui e attori della vita civile, e la simbiosi implicita nel delirio visionario ed irrequieto di una macchina da presa incapace di equilibrio e distanza rispetto all’oggetto della rappresentazione fa di Gomorra l’enciclopedia tribale dell’Italia contemporanea.

  La compatibilità ambientale evocata esclude così la partecipazione sentimentale di chi visita un inferno venendo da un altrove: il lungometraggio non racconta infatti né storie né personaggi, non porta avanti messaggi, non analizza contesti o cause, e, a guardare bene, non è neppure un film, piuttosto, assestandosi sull’ordinato nichilismo organizzato dai monarchi della Camorra, assembla  spezzoni  di vicende monche, labirinti di volti e gallerie, che si attorcigliano gli uni negli altri, getta bagliori improvvisi nella penombra verdolina di una lampada abbronzante su corpi massacrati,  ammanta di una luce livida eco mostri, campagne e persino il Canal Grande,   fa ascoltare canzonette sentimentali  paradossalmente in rima con il crepitio della armi, amalgama nella rude “koine” d’uso ovunque dialetto ed inglese standard, contamina rituali d’iniziazione con miti hollywoodiani.

 Negli arcana delle gerarchie del crimine o delle istituzioni non esistono di fatto più né centro né periferia e non ci sono nemmeno più segreti o mefistofeliche trame oscure:  “funziona così” dice uno spigoloso Toni Servillo riferendosi al Sistema ed è la scabra definizione di un totalitarismo omnicomprensivo senza sottointesi o sfumature, mimetizzato e omologato da percentuali, cifre, scarti, calcoli perfettamente riusciti, un operaio del Nord contro una famiglia del Sud,  Secondigliano, come la fabbrica di Torino o il liceo della provincia benestante.

 Ma se l’animo umano  è una distorsione, una somma non riuscita, un cavallo imbizzarrito, il terrore gli mette le briglie, a meno che non intervenga l’innocente aspirazione a vivere da  “scissionista”. Ed appunto l’effimero ed inconsapevole rigetto di fronte alla cancellazione eterna   della moglie di Lot il filo seguito  da Garrone nell’estrapolare tasselli di alcuni percorsi esistenziali da risarcire con l’epica di un cinema di passione civile, cimelio degli anni d’oro di Rossellini e di Pasolini: l’azzurro di una goffa piscina sui tetti dei casermoni di Scampia, la miracolosa epifania della diva  con l’abito creato dall’amore e dal sentimento di schiavi anonimi,  il barlume del dubbio nel“vedremo” del piccolo killer, il no fermo di un giovane in carriera,  il volo danzante di due ventenni, e i loro corpi raccolti da un ruspa e gettati in mare, tomba senza memoria  di quel poco che ci resta prima di tornare ad essere statue di sale.

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CUORE: il termine “scissionista”.

 

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STELLE:*****E’ l’Italia di oggi: si dice cosi anche de “I promessi sposi” ma la scomparsa di Don Rodrigo non è granché consolante.

VOTO/BILANCIO:9

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.25

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50

 

 

 

 

 


lunedì, 21 aprile 2008

10 COSE DI NOI(2): VENDESI SCOPETTONE

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La vita è un romanzo o un dramma, ma nella poetica del “diminutivo” propria del cinema minimale statunitense essa è contenuta tutta in un elenco numerato: un carrello del supermarket nel quale è consentito mettere prima di presentarsi alla cassa non più di dieci cose, dopo averne espunte dalla lista altrettante. Borges, ovvero la letteratura alta, paragona l’universo a un’ immensa biblioteca il cui senso ultimo ci sfugge, la pellicola di Sieberling, 10 cose di noi, invece l’assimila agli scaffali di un grande magazzino costipato di merci e lo svilimento metaforico, certo inconsapevole, ha il valore da un lato di una resa di fronte all’enigma dell’esistenza, dall’altro però di un atteggiamento non rinunciatario nei confronti dello stare al mondo: tenuto conto che bisogna sopravvivere in un modo o nell’altro in un cosmo indecifrabile e in una società iniqua, occorre farlo con allegria, valorizzando le virtù di cui siamo dotati  e scegliendo fra i tanti oggetti del negozio pieno quelli che ci piacciono e ci danno gioia, buttarli nel carrello e portarseli a casa.

 I due protagonisti del lungometraggio, la star hollywoodiana Morgan Freeman e la cassiera messicana Paz Vega, esemplificano di fatto un’umanità infelice ma agli antipodi, destinata a incontrarsi esclusivamente nella realtà simulata della finzione: il divo in crisi fa una vacanza esplorativa   a Carson, sobborgo multietnico  della Los Angeles povera, fra le case roulotte, gli autolavaggi e i drugstore e trovando in sé l’energia dell’istrione, volteggia in mezzo alle auto, fa complimenti a casalinghe obese, osserva impiegati alienati dal lavoro di routine e nella significativa sequenza incastonata fra i titoli di testa offre scopettoni ai clienti del grande emporio facendo la parte della commessa. Il viaggio per strada e lontano dagli studi della Major gli consente di riscoprire la vecchia lezione sul cinema fabbrica che vende illusioni, superflua forse per i quartieri ricchi, ma essenziale per le periferie miserabili.

 Uno iato vivificante che forse avrebbe necessitato di minore compattezza e di una messinscena più fastosa:  10 cose di noi è del resto costato pochissimo, è stato girato in una quindicina di giorni con una troupe ridotta al minimo ed è stato concepito e progettato più come un’improvvisazione spontanea che come un’opera studiata a tavolino. Una conversazione informale quindi fra due persone, impegnate nel ruolo di se stesse, mentre fanno un piccolo tour per il quartiere su una vecchia utilitaria color giallo senape.  Ne scaturisce una sorta di riconciliazione ottimistica e antidogmatica sul cinema indipendente a piccolo budget e quello titanico delle grosse produzioni: lo schermo è uno specchio perfetto per riconoscersi o per consolarsi, davanti al quale si parla, ci si libera o semplicemente si sogna ad occhi aperti.  Nulla di più e nulla di meno: gli uomini muoiono, gli attori scompaiono…

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CUORE: la sequenza nei titoli di testa in cui Morgan Freeman fa il venditore nel centro commerciale-le 10 cose da tenere e da buttare via elencate da Morgan Freeman e Paz Vega

 

 

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STELLE:*** un attore in crisi e una cassiera si incontrano e parlano girando in auto:una riflessione sulla settima arte affidata esclusivamente alla performance di Morgan Freeman e Paz Vega. Un esempio di cinema povero o “minimale”

VOTO/BILANCIO: 6-

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3/4

         2- coerenza logica, stile di regia: 2

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4

 

 

 

 

 


lunedì, 07 aprile 2008

TUTTA LA VITA DAVANTI(2): IL CANE FINTO

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Paolo Virzì nella  ultima e più matura opera, Tutta la vita davanti, tratta dal diario-blog di Michela Murgia, consegna allo schermo un ritratto paradossale, a metà fra il grottesco e il tragico, dell’Italia contemporanea: nei pubblici vizi emergono le virtù individuali di chi ha avuto la fortuna di aver ricevuto educazione e cultura e il merito di averli saputi tradurre in capacità critica di giudizio e in quel complesso di qualità comportamentali che i Greci riassumevano nel concetto di “sumpateia” o “filantropia” e i Latini traducevano in “humanitas” intendendo la comprensione per le debolezze e le ragioni degli altri e soprattutto la solidarietà fra esseri umani condannati alle medesime sofferenze.  Probabilmente Isabella Aragonese/Marta, la laureata con lode in filosofia teoretica protagonista della pellicola, ha imparato il senso concreto e universalmente attuale di tali arcaici valori dall’amata madre, insegnante severa di Latino e Greco al liceo di Palermo: l’avventura esplorativa nelle periferie sordide della metropoli di oggi può essere affrontata rimanendone immune solo dopo aver assorbito nell’organismo il vaccino di una formazione etica ed intellettuale non appiccicaticcia e astrattamente manualistica.  

 Corroborata dunque da mille letture ben assimilate, Marta vacilla talora nei sentimenti,  eppure non tradisce mai la missione di intellettuale e proprio nel momento in cui la società la relega nell’angolo degli emarginati disoccupati promossi alla miseria del precariato, osservando e sperimentando in prima persona gli inferi del call center,  ricava la certezza che un mondo senza filosofi è un mondo folle ed ubriaco, dove il dramma rattenuto minaccia costantemente di esplodere: se l’eccellenza del pensiero  sopravvive nei fantasmi incartapecoriti seduti dietro le cattedre all’università,  i bambini, la cui anarchia lessicale significa libertà dai condizionamenti,  ancora  ascoltano e se il compito dei pensatore è insegnare a diffidare della realtà, in loro sta la speranza di una rigenerazione e da loro bisogna iniziare.  La chiave di lettura del film cosi ci viene  fornita dal mito delle caverna platonica raccontata da Marta alla figlia piccola di Michaela Randazzo, procace e patetica ragazza madre sprovveduta: gli uomini vivono incatenati in una grotta, vedono ombre proiettate sul muro e le scambiano per la verità; allora, conclude la bambina perspicace, loro vogliono bene a un cane finto perché non ne hanno mai visto uno vero. Il cane finto sul muro della caverna è l’ossessione rattenuta dal sorriso incollato alle labbra di Sabrina Ferilli, versione coatta e depressa della femme fatale,  è  la smania divorante del primo posto in classifica di Elio Germano/ Lucio 2, è il titanismo  inconsistente di Massimo Ghini, ma è persino l’illusoria lotta di liberazione portata avanti dal sindacalista Mastrandrea. 

Virzì ha certo pietà dell’umanità di vittime fragili che descrive, prigioniere dell’antro, anche perché ne fa parte la velleitaria  gioventù di idealisti sconfitti rappresentata malinconicamente nei suoi precedenti film. Il percorso della neo dottoressa, introdotto  dalla pleonastica voce fuori campo di Laura Morante, indica però nell’autore livornese una prospettiva meno crepuscolare e più illuministica, per la quale cuore e acume analitico si confortano a vicenda: Tutta la vita davanti non si risolve comunque  in un j’accuse,  tuttavia indicando la sintomatologia collettiva del male nell’imbarbarimento scurrile e nella standardizzazione della lingua, nella dittatura di un capitalismo insano e nei modelli imposti dalla cattiva televisione rende evidenti le responsabilità di una classe dirigente immeritevole e prona più ai sorrisi dei direttori di banca che alla vocazione di guida civilizzatrice di un Paese.

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TITOLO: E’ quello che si dice ai giovani e si pensa quando si è tali, ma il film lo interpreta sarcasticamente alla lettera: la vita non è mai qui e ora, ma è sempre davanti a noi, come un miraggio nel deserto.

CUORE: il mito della caverna raccontato come una favola da Isabella Aragonese alla bambina

 

 

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STELLE: ****l’Italia di oggi secondo Platone e il mito della caverna.

VOTO/BILANCIO: 7/8

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 4

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

 

 

 

 

 


lunedì, 17 marzo 2008

ONORA IL PADRE E LA MADRE(2): A DUE PASSI DA WALL STREET

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Al centro di New York c’è un elegante appartamentino con ampie vetrate, lì un androgino in vestaglia di seta senza volto inietta droga a pagamento ai manager abbandonati su un letto in cerca di oblio: vedi i loro corpi, sfatti dall’obesità a stento trattenuta, aggirarsi, scomparire e ricomparire in quel labirinto di stanzette e pareti che quasi si sfiorano schiacciandoli e guardi dalla finestre la città girare vorticosamente intorno a loro e intuisci di essere nel bel mezzo della capitale finanziaria d’occidente a due passi da Wall Street. Per conoscere la natura di un luogo occorre ascoltarne il cuore fermarsi, ripartire ed accelerare ed il sangue nelle vene scorrere, pulsare nelle tempie e coagulare e  Before the Devil Knows You're Dead  trova il momento ed il posto ideali per farlo: come in un celebre vecchio film di fantascienza, tratto da un romanzo di Asimov, il veterano Sidney Lumet  ci consente il viaggio allucinato all’interno di un organismo devastato dal morbo e dopo la convulsa esplorazione ritorniamo con un gradino di consapevolezza in più e con la quasi certezza che il corpo malato del sistema non sia più sanabile. La diagnosi è disperata, perché fa vacillare qualsiasi parametro di analisi scientifica: il peccato che corrode la famiglia protagonista del film e che riflettendosi sul mondo intero diventa tempesta perfetta( non è casuale che i due fratelli autori della rapina ai danni dei genitori lavorino nel mercato immobiliare e il maggiore sia nei guai per i bilanci taroccati) è scioccante, perché dimostra l’inadeguatezza dei manuali della politica, dell’economia o della psicanalisi nel tenere sotto controllo, basandosi su definizioni logiche ed esaustive, fenomeni devastanti quali odio e aggressività. Evocare la presenza del diavolo nel titolo originale per spiegare il male, significa essere superstiziosi ovvero recuperare la concezione medievale di una malvagità innata nel cosmo ed imprevedibile, contro cui la coscienza dell’arte è un esorcismo mancato. 

 Nelle individualità sballate di Onora il padre e la madre così si riverbera estremizzandosi in tragedia la crisi profonda della razionalità: le metropoli contemporanee sono popolate da un delirio collettivo e la percezione deforme e dilatata dell’ubriaco di alcool/ cocaina, di ideologia o di fanatismo religioso è modalità di contatto con la realtà privilegiata e diffusa ovunque.  I complicati rapporti interpersonali lumeggiati nella pellicola sono lo specchio di una società in frantumi, corrotta dalle fondamenta, dove frammenti di meteore hanno fatto impazzire i corsi regolari dei pianeti come le pietruzze gettate sul pavimento del salotto chic da Philip Seymour Hoffman e gli oggetti si urtano e non hanno più forma riconoscibile come l’auto di Albert Finney con il cofano posteriore storto e rialzato: l’idillio nell’oasi paradisiaca della coppia felice in vacanza è un amplesso brutale, un eden perverso nel quale l’uomo per godere contempla se stesso allo specchio; i figli odiano i padri, imitandone la violenza, e i padri uccidono i figli con l’odio; sudditanza e gelosia legano morbosamente i fratelli maschi; mogli madri e sorelle affiorano dall’ombra, quasi muti pretesti al titanismo insano degli uomini.

 Per essere fedeli alla forza dirompente dello squilibrio occorre fare dello squilibrio la dimensione univoca del raccontare: il prima della rapina, il dopo e il mentre vanno avanti e indietro in un flusso di coscienza sussultorio nella mente degli attori della vicenda ed è il labor limae del demone dell’ossessione. L’incubo ad occhi aperti finisce in un bagliore accecante dove assassini e vittime svaniscono… il nitore del vuoto, l’angolo di nulla, di cui persino il diavolo forse ignora l’esistenza. 

 

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TITOLO: Per mettere in rilievo la  visione moralisticamente negativa del mondo, Lumet ha intitolato il suo film con una parte del detto irlandese” È meglio arrivare in Paradiso prima che il diavolo si accorga che siamo morti”: Before the Devil Knows You're Dead” ( prima che il diavolo si accorga che siamo morti) significa che il diavolo non potrebbe risparmiare nessuno, e che l’uomo può andare in paradiso solo per errore. Evocare la presenza del diavolo come spiegazione del male, significa vanificare le spiegazioni sociologiche o psicanalitica.

CUORE: la sequenza in cui Philip Seymour Hoffman, il fratello maggiore, fa il bilancio della propria esistenza nell’appartamento dello spacciatore: la sua vita è costituita da tanti pezzi che egli non riesce più a ricostruire;

la sequenza in cui fa cadere le mille pietruzze colorate sul pavimento del salotto

 

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STELLE: *****viaggio allucinante nel cuore malato di New York: una tragedia familiare e un mondo in frantumi senza speranza.

VOTO/BILANCIO: 8.50

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4

         2- coerenza logica, stile di regia: 4

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

 

 

 

 

 


mercoledì, 13 febbraio 2008

CLOVERFIELD (2): IL GRANDE BOCCONE

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 Non c’è dubbio! Cloverfield di Reeves, astuta operazione commerciale messa in atto da J.J. Abrams, produttore di Alias e Lost, nel rimescolare alla rinfusa in maniera dilettantesca gli ingredienti tipici del filone catastrofico non ha praticamente nulla per essere definito un film riuscito, eppure paradossalmente lo è, in quanto insinua nello spettatore un’angoscia sottopelle, difficilmente razionalizzabile e rapportabile alla vicenda, vista mille volte, della lotta di una comunità in miniatura  solidale contro un lucertolone distruttore di città o allo stile raffazzonato con cui essa è rappresentata. Paura e inquietudine hanno origine piuttosto dalla sensazione di essere sbalzati, insieme agli sbalorditi attori improvvisati  delle pellicola, nel precipizio di un mondo futuro ove non esistono più spazio e tempo ed immagini tremolanti su uno schermo mobile, disorganicamente assemblate, hanno sostituito  la Storia e il racconto, ovvero l’intelligenza  degli eventi: i fatti nudi hanno avuto una fortuita sopravvivenza nei documenti archeologici, ma il panico ha soppresso definitivamente la ragione umana e con essa la possibilità di cercare ed interpretare le cause degli accadimenti e di stabilire una gerarchia logica in essi.

  Il reperto segretato testimonia allora l’ultima notte della metropoli civile, nella quale una golpe di cartapesta ha trasformato gli esseri umani in propaggini di sé stessi, automi di un canovaccio, abborracciato e scopiazzato qua e là, in folle corsa in una città fantasma invasa da mostriciattoli di celluloide per salvare la fanciulla amata prigioniera delle macerie. Cloverfield potrebbe aspirare a rappresentare un manifesto programmatico, nell’esemplificare la morte della democrazia della parola e dell’”autore”, espressione di un pensiero molteplice e professionalmente competente, e l’inizio del totalitarismo anarchico del video, esibizione circense di corpi in movimento, e  da questo punto di vista è degno, al di là dei meriti di forma non eccelsi, dell’ l’etichetta di primo caso cinematografico del 2008: il giudizio insindacabile della massa branco seleziona all’interno di ogni atto umano, compreso quello creativo, ciò che, impressionando sensi ed istinti, rientra nei parametri ristretti del filmabile e condanna all’oblio ciò che necessità di una presa di distanza e di una riflessione.  Persino le anacronistiche distinzioni  fra il vero e il non vero, fra fisica e metafisica,  fra realtà ed artificio, fra persona e personaggio si annullano in una rudimentale equazione: la ripresa della videocamera sigilla una verità immodificabile, ne fa dogma infallibile, filtro totalizzante dell’esperienza umana. E alla fin fine quando il serpentone si mangia il videoamatore con la telecamerina, rimaneggiamento iperbolico quanto mai opportuno di una sequenza storica de IL grande boccone del 1901( dove dalle  fauci spalancata di un uomo venivano inghiottiti macchina da presa e operatore) e poi li risputa fuori  vengono i brividi davvero….

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TITOLO: “Cloverfield” significa alla lettera campo di trifogli e nei titoli di testa si spiega che si tratta del nome in codice dato all’area nota un tempo come Central Park. In realtà esso è il nome del boulevard di Santa Monica in cui si trovano gli uffici della Bad Robot di Abrams ed è stato utilizzato inizialmente come codice per il film e poi non è stato cambiato. Del resto la parola contiene l’anagramma di “video” che della pellicola è la parola chiave: è la video camera di uno dei ragazzi protagonisti a raccontare la storia dell’ultima notte di New York

CUORE: la sequenza in cui il lucertolone mangia la videocamera e poi la risputa fuori. Fa venire in mente una sequenza storica de Il grande boccone, del 1901, una pietra miliare della storia del cinema.

 

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STELLE: ***il lucertolone fa ridere, il film è brutto, le riprese fanno venire il mal di mare, eppure inquieta…

VOTO/BILANCIO:  5/6

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2

         2- coerenza logica, stile di regia: 2

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

 

 

 

SCHEDA:

 

USA 2008 Produzione  J.J. ABRAMS E BRYAN BURK PER BAD ROBOT  Distribuzione  UNIVERSAL  Data uscita  01-02-2008  Durata 1h e 25’Genere DISTASTER MOVIE Specifiche tecniche  PANASONIC AG-HVX200, SONY CINEALTA F23, THOMSON VIPER FILMSTREAM CAMERA, 35 MM (1:1.85)  Regia Matt  Reeves   Attori Lizzy  Caplan  Marlena Diamond Jessica  Lucas  Lily Ford Michael  Stahl-David  Rob Hawkins Mike  Vogel  Jason Hawkins Odette  Yustman  Beth McIntyre T.J.  Miller  Hud Platt Margot  Farley  Jenn Theo  Rossi  Antonio Brian  Klugman  Charlie Kelvin  Yu  Clark Liza  Lapira  Heather Lili  Mirojnick  Lei Ben  Feldman  Travis Chris  Mulkey  Tenente Colonnello Graff Soggetto Drew  Goddard   Sceneggiatura Drew  Goddard   Fotografia Michael  Bonvillain   Musiche Il tema musicale "Roar - Cloverfield overture" è di Michael Giacchino.     Montaggio Kevin  Stitt   Scenografia Martin  Whist   Arredamento Robert  Greenfield   Costumi Ellen  Mirojnick   Effetti

Josh  Hakian   Kevin  Blank   Double Negative   Tippett Studio  

 


postato da: spilluzzicando alle ore 09:53 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, cinema e societĂ , cinema e you tube
mercoledì, 06 febbraio 2008

LA FAMIGLIA SAVAGE (2): TRAMA O NARRAZIONE?

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Una studentessa universitaria chiede al docente di letteratura comparata, uno dei due fratelli protagonisti di La famiglia Savage, di Tamara Jenkins, lumi sulla distinzione fra i due termini “narrazione” e “trama”, parole chiave usate dal medesimo per sintetizzare in uno schema alla lavagna le caratteristiche del teatro di Bertold Brecht: la risposta non arriva  dal professore, costretto a lasciare la classe per una telefonata improvvisa, eppur guardando allo svolgimento del dramma familiare raccontato dal film si intuisce quanto la questione lessicale inerente la teoria letteraria lasciata in sospeso in realtà sia la chiave di lettura della storia raccontata dal lungometraggio. La “trama” sono gli eventi di un’esistenza nudi e crudi, quelli disposti dal caso attorno a noi, quelli che trascinandoci ovunque ci fanno sentire automi privi di volontà, e che possono trasformarsi in “narrazione” rivelatrice e salvifica quando un qualche tragico evento ci costringe a una sosta prolungata davanti allo specchio o nell’astrazione pura di un palcoscenico: il teatro è terapia perché è un antidoto all’apatia esistenziale o sociale ed è probabilmente la dedizione ad esso e ai suoi miti a consentire ai Savage se non un impossibile lieto fine almeno il riscatto di una coscienza critica individuale di fronte al dolore ineludibile della malattia del genitore.

 Wendy e Jon rappresentano esemplarmente del resto lo smarrimento ideologico e la disistima di sé di una classe intellettuale medio borghese rimasta orfana, dopo 11 settembre, di un sistema di valori e non integrata in un ruolo e in un mestiere ben definiti: case e sentimenti in disordine, abbigliamenti e corpi trasandati, attività precarie per sbarcare il lunario, saggi incompleti e commedie mai rappresentate, pigrizia e nevrosi, sterile contemplazione del proprio ombelico testimoniano di un’abulia dolente in quanto vissuta come senso di colpa ed inadeguatezza da parte di una categoria di persone incapaci di razionalizzare in comportamenti coerenti ed equilibrio emotivo l’epidermica contestazione a uno stile di vita vincente ormai quasi ovunque..

  La demenza senile del padre, poco amato e lontano prima, inchioda il torpore dei figli mettendoli davanti alla responsabilità di una scelta: una spinta propulsiva verso un giudizio etico nei confronti di un mondo che ipocritamente ghettizza la paralisi mentale o fisica irreversibile e la trasforma in business. Alla fine del tragitto attraverso lo squallore, patinato o meno, delle case di riposo Wendy e Jon arrivano all’arcaica massima di saggezza dell’apprendimento tramite il dolore: il contatto ravvicinato con l’infermità e la perdita  nobilita l’uomo e gli consente di trarre il meglio da se stesso e dagli altri. Ottimismo un po’ di maniera certo, anzi speranzosamente didattico appunto come un dramma di Bertold Brecht.

 

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TITOLO: I “Savage” è il cognome della famiglia raccontata dal film, ma “savage” in inglese significa selvaggio ed è un allusione alla condizione esistenziale e materiale di un nucleo formato da un madre e da un padre che hanno abbandonato e da due figli che sono fuggiti…la malattia e il dolore consentiranno ai sopravvissuti di ritrovare unità e solidarietà.

CUORE: il corpo del vecchio padre malato  “didattico” come un dramma di Bertold Brecht

 

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STELLE:****un padre malato di demenza senile, figli allo sbando, ospizi e l’ottimismo del “nonostante tutto”.

VOTO/BILANCIO: 6/7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4/5

 

 

 

SCHEDA:

The Savages  USA 2007 Produzione  FOX SEARCHLIGHT PICTURES, LONE STAR FILM GROUP, THIS IS THAT PRODUCTIONS, AD HOMINEM ENTERPRISES  Distribuzione  20TH CENTURY FOX ITALIA (2008)  Data uscita  25-01-2008  Durata  1 h e 54’   Genere  DRAMMA FAMILIARECOMMEDIA, DRAMMATICO  Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Regia Tamara  Jenkins   Attori Philip  Bosco  Lenny Savage Peter  Friedman  Larry Gbenga  Akinnagbe  Jimmy Cara  Seymour  Kasia Philip Seymour  Hoffman  Jon Savage Laura  Linney  Wendy Savage Hal  Blankenship  Burt Tonye  Patano  Sig.na Robinson Joan  Jaffe  Lizzie Michael  Blackson  Howard Sidné  Anderson  Simone Alyssa  Waldrip  Faith David  Zayas  Eduardo Guy  Boyd  Bill Margo  Martindale  Roz Salem  Ludwig  Sig. Sperry Debra  Monk  Nancy Sceneggiatura Tamara  Jenkins   Fotografia W. Mott  Hupfel III   Musiche Stephen  Trask   Montaggio Brian A.  Kates   Scenografia Jane Ann  Stewart   Arredamento Carrie  Stewart   Chris  Keating   Costumi David C.  Robinson   Effetti Donnie  Creighton   J.C.  Brotherhood  

Note - FILM D'APERTURA AL 25MO TORINO FILM FESTIVAL (2007).- PHILIP SEYMOUR HOFFMAN E' STATO CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA DI FILM CAMMEDIA/MUSICALE.- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA E SCENEGGIATURA ORIGINALE

 


giovedì, 31 gennaio 2008

CARAMEL: COMPARSE IN ALMODOVAR

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La Beirut raccontata in Caramel, esordio rivelazione della 37enne Nadine Labake, qui regista sceneggiatrice ed attrice, è un luogo reale, ma lo è come possono esserlo città e Paesi che gli abitanti devono travestire da isole incantate per sopravviverci: le continue interruzioni di corrente elettrica causano sanguinose dimostrazioni di protesta nella capitale libanese, riferiscono i telegiornali, eppure nell’istituto di bellezza di Layale, Nisrine e Rima, quando manca la luce, il buio diventa un velo magico da cui contemplare i capelli neri dell’amata sussurrandole nel pensiero le parole mai dette; le strada fatiscenti e sporche immerse nella  spazzatura e nel traffico caotico traboccano di pezzi di carta e di multe gettate per terra dagli automobilisti che una vecchia svampita raccoglie come fossero fiori e colleziona credendole messaggi inviategli da chissà quale lontano spasimante; la giovane donna innamorata di un uomo sposato trasforma la squallida stanzetta d’una topaia d’albergo a ore in un talamo dorato per accogliervi l’amante. Per essere a Beirut, bisogna dunque fingere di essere da un'altra parte, a Parigi o a Madrid, farsi chiamare “Mademoiselle Pompidou” o magari vivere tutte insieme, strampalate comparse, in uno scintillante melodramma improvvisato dall’estro di Almodovar: la pellicola si adegua, asseconda il potere liberatorio dell’immaginario e stilizza figure femminili in coro, senza eccedere nell’omaggiare accomodanti stereotipi.  

 Il gineceo ritratto da Labaki è un altrove ove palpita in mezzo ai profumi e al colore del caramello usato per la ceretta la rivoluzione sommersa di un fantasticare ininterrotto su chiome  dipinte o tagliate costretto nei penetrali di tempi inviolabili da fondamentalismi e maschilismo d’Oriente e sobillato dalle sirene provenienti da Occidente.

 

 

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TITOLO: Il film intende raccontare il mondo femminile di Beirut e per questo assume nel titolo un oggetto che ne simboleggi la condizione e il tono dolce amaro con cui deve essere descritto: il caramello viene preparato nei saloni di bellezza per fare la “ceretta” , rimanda quindi alla sensualità e dolcezza di un gineceso ma anche al gesto brutale con cui si estirpano i peli dalla carne delle donne.

CUORE: i fogli di carta e le multe raccolti dalla sorella svanita di Zia Rose che li crede lettere d’amore.

 

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STELLE: ****il gineceo al caramello della Beirut, dove si muore dimostrando contro le interruzioni di corrente elettrica.

VOTO/BILANCIO: 7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5) ( il voto 10/10 che nella prassi scolastica rappresenta l’utopistica perfezione è la risultante del massimo ottenuto in ciascuna voce)

Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50

         2- coerenza logica, stile e soluzioni di regia: 3/4

         3-leggerezza, ritmo: 4

 

 

 

SCHEDA:

Sukkar banat FRANCIA, LIBANO 2007 Produzione  LES FILMS DES TOURNELLES, LES FILMS DE BEYROUTH, ROISSY FILMS, SUNNYLAND, ARTE FRANCE CINÉMA Distribuzione  LADY FILM  Data uscita  21-12-2007  Genere  COMMEDIA SOCIALE/SENTIMENTALE durata 1h e 9’ Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Regia Nadine  Labaki   Attori Nadine  Labaki  Layale Yasmine  Al Masri  Nisrine Joanna  Moukarzel  Rima Gisèle  Aouad  Jamale Adel  Karam  Youssef Siham  Haddad  Rose Aziza  Semaan  Lili Fatme  Safa  Siham Dimitri  Stancofski  Charles Fadia  Stella  Christine Ismail  Antar  Bassam Sceneggiatura Nadine  Labaki   Jihad  Hojeily   Rodney  Al Haddad   Fotografia Yves  Sehnaoui   Musiche Khaled  Mouzanar   Montaggio Laure  Gardette   Scenografia Cynthia  Zahar   Costumi Caroline  Labaki   Effetti Yann  Larochette   Bertrand  de Saint Seine  

 


lunedì, 10 dicembre 2007

PARANOID PARK: NOSTALGIE

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Gus Vant Sant ha avuto la geniale idea di evocare le ondate emotive dello stordito ed angelico adolescente, personaggio unico  del suo ultimo film, Paranoid Park, con la musica, il Nino Rota di Giulietta degli spiriti, Amarcord, Beethoven, il cantautore americano Elioth Smith, morto suicida a 34 anni, e molti altri. Non si tratta però di un commento, bensì di una sostituzione, come se il teen-ager non fosse in grado di esprimere da solo stati d’animo e sentimenti, ma ne provasse lo stesso un nostalgico desiderio: sennonché la pellicola spiazza o inquieta, perché l’osservazione al microscopio messa in atto dal regista sull’universo giovanile cui si sente attratto in uno sorta di romantica venerazione, non ci offre nessuna chiave di lettura.

 Si cita Dostoevskji( si trattava semplicemente di una battuta del regista), ma che c’entra il Raskolnikov di Delitto e castigo?  Il delitto c’è ma è avvenuto accidentalmente, il ragazzo che lo ha commesso non si denuncia, e, mentre il lungometraggio scorre sotto i nostri occhi, non c’è traccia  di rimorso, di dubbi, di messa in discussione di