Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.

300, il film di Zack Snyder, regista de L’alba dei morti viventi, ispirato a un fumetto di Frank Miller, l’autore di Sin City, ha cuore scaltro nell’ammantare di un rudimentale ribellismo adolescenziale i gloriosi guerrieri spartani delle Termopili e nell’emarginarli consegnandoli alla memorie custodite negli annali delle biblioteche e agli arazzi dell’iconografia tradizionale: gli eroi non hanno patria, i buoni si sporcano le mani nel fango della trincea, riempiono di sangue la terra, i malvagi invece seducono, siedono in alto su seggi dorati o nascondono visi repellenti in templi di marmo, sono demoni tentatori androgini e sinuosi, il cui fascino corruttore, attraverso parole e fede religiosa, “istrumentum regni”, domina il mondo.
Quando Serse, il tiranno persiano, incontrando Leonida, minaccia di cancellarne il ricordo, giacché, vinta la guerra, intende far cavare gli occhi agli storici, lo colpisce nel solo bene alla portata di un sicuro perdente: la vittoria morale, il riconoscimento della virtù, l’epitaffio sulla tomba e la consacrazione, il dono consolatorio attribuito dai popoli a coloro che oliano i motori della Storia, non la determinano, ne sono piuttosto vittime, illustri o dimenticate. E allora 300 è il racconto di un mito tradito, di un’educazione menzognera e del potere subdolo di una retorica asservita ai raggiri dei potenti: la resistenza del manipolo di opliti laconici permise ai Greci e all’Occidente di trionfare sul dispotismo orientale, eppure i figli più generosi delle Sparte contemporanee continuano a essere traditi e a soccombere portando sulle spalle le bandiere stropicciati dei padri. Nessun onesto parla da uomo e da donna libera nella città degli invitti discendenti di Eracle: fedeltà è dire esclusivamente ciò che è stato inculcato dalla tradizione e dalla leggenda di una comunità di militari, idioma disinvolto e lingua sciolta appartengono agli infami.
La visione della libertà come ricchezza collettiva e non individuale e la libidine dello scontro corpo a corpo sottintesa nel lungometraggio sono particolari storicamente precisi e lo schieramento a falange illustrato da Leonida corrispondeva al modo in cui l’uomo della polis concepiva l’eleteuteria( libertà) ovvero l’appartenere a una comunità non schiava di altre nazioni. Ma a emergere non è certo il rigoroso rispetto filologico del rappresentare la civiltà ellenica, quanto l’affinità con opere, per molti aspetti lontanissimi, quali Flags of our Fathers di Eastwood, Nella valle di Elah di Haggis e Leone per agnelli di Redfordi: la patria ingrata presenta i conti esclusivamente agli idealisti coraggiosi o innocenti, martiri destinati a immolarsi per il verso di una canzone o per la consacrazione sulla tavoletta suggestivamente corrusca di una graphic novel.
---------------------------------------------------------------
RACCONTA DI : Il gran re dei Persiani, Serse, intendendo vendicare la sconfitta subita dal padre Dario I, attacca con una colossale armate le città greche. Queste si alleano e affidano la difesa contro l’esercito nemico invasore a Sparta e al suo re Leonida: questi con i suoi 300 opliti difende il passo delle Termopili, resiste eroicamente, consentendo ai Greci di organizzare la resistenza e di vincere la guerra. E l’anno
LOCANDINA E TITOLO:. Già la locandina suggerisce che tutte le discussione suscitate dal film sia sulla veridicità storica sia sulle allusioni ai conflitti di civiltà del mondo contemporaneo hanno il sapore della perdita di tempo gratuita: il 300 del titolo è intinto nel sangue e ricorda il mitico e sanguinoso evento già trasfigurato da oratori e poeti di tutti i tempi, ma la figura umana con lo scudo in mano ripresa mentre lancia l’urlo di guerra pare non un uomo ma un soldatino di piombo e lo stesso sfondo grigiastro di corpi straziati a terra e di guerrieri armati di lancia richiama il linguaggio dei fumetti e dei videogiochi. La pellicola infatti è tratta da una graphic novel di Frank Miller, il medesimo di Sin City , e non ambisce certo a correggere Erodoto nel riscrivere e reinterpretare una pagina di storia, bensì è la traduzione sullo schermo di come un adolescente di oggi ispirandosi ai classici e ai manuali riviva divertendosi a modo suo, inventando e disegnando sul suo quaderno personale, la gloriosa battaglia.
CUORE: Le frasi leggendarie, che rappresentano l’ideologia inculcata fin dalla culla agli Spartani, finalizzata però all’asservimento al potere dei viscidi efori, icona universale del potente:
«Le nostre frecce oscureranno il sole!» dicono i Persiani e gli Spartani rispondo: «Allora combatteremo all'ombra!»- la regina Gorgò dice al marito quello che le donne spartane dicevano ai loro uomini che partivano in battaglia: “torna con lo scudo o sopra di esso”
SCHEDA: USA 2007 Produzione WARNER BROS. PICTURES, HOLLYWOOD GANG PRODUCTIONS, ATMOSPHERE ENTERTAINMENT MM, LEGENDARY PICTURES, VIRTUAL STUDIOS Distribuzione WARNER BROS. ITALIA Data uscita 23-03-2007 Genere GRAPHIC NOVEL Durata 1h e
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE: ***Da adolescenti la battaglia delle Termopili l’avremmo disegnata così. Oltre all’indubbio impatto visivo, una blanda contestazione del mito dell’invincibile Sparta.
VOTO/BILANCIO:6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1.50
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
In Leone per agnelli ci si aspetta di trovare l’ennesima presa di posizione netta contro la politica estera dell’attuale Amministrazione Statunitense con tanto di assunzione della guerra nel Vietman da un lato e l’idealismo Kennedyano dall’altro come immarcescibili paradigmi. Tuttavia Redford, il settantunenne cantore della sinistra americana, rivolge il suo accorato richiamo non a chi le idee le ha già chiare, bensì a chi le ha confuse, come lui suppone essere nelle giovani generazioni, probabilmente non del tutto a torto, se si ha in mente l’adolescenza apatica e innamorata esclusivamente dello skateboard ritratta con ben altra abilità di introspezione in Paranoid Park di Van Sant: certo cinema degli anni
Coerentemente con tale assunto illuministico le inquadrature insistono sugli orologi appesi alle pareti, espediente elementare ma efficace per mettere in rilievo la coincidenza cronologica dei tre episodi, ove l’ostentata sincronia implica la compresenza nello stesso momento storico fra le ragioni di un passato immodificabile e quelle di un futuro possibile, incarnate le prime negli adulti con ruoli di responsabilità, la giornalista, il politico e il docente, le seconde in chi, uscito appena dalle aule scolastiche, ha l’obbligo di concretizzare la formazione ricevuta in una scelta responsabile. Si recepisce di conseguenza nel disagio sotto pelle di Meryl Streep,intervistatrice del senatore rampante e cinico, e di Redford, professore della West Coast University, il senso di colpa dell’intellettuale diventato indifferente alle sorti del pianeta: il modo in cui viene recepito nel bene e nel male l’esercizio bellico è il sintomo più vistoso di una classe dirigente, cinica o senza più coraggio, che ha abdicato al compito fondamentale di essere modello educativo esemplare ed è la medesima società senza padri e maestri appena percepibile fra le ombre di Paranoid Park.
La pellicola d’altronde, sceneggiata da Carnahan, intrisa di fiducia pedagogica nelle teorie e nella parola, concede spazio verbale ai punti di vista speculari, li fa almeno in parte interagire, astraendoli da situazioni reali: più che un film dunque l’imitazione di un dialogo platonico, nel quale la drammatizzazione delle convinzioni, al di là degli schemi ideologici rappresentati, affoga nel troppo facile e retorico appello ai sentimenti l’inconciliabilità eterna fra l’ottimismo dei principi e il pessimismo dei sudditi ( ricordate o recuperate se non l’ avete visto Flags of our Fathers di Eastwood!). Ed è per questa ragione che neppure chi ne ha ideato l’orchestrazione pare aver intuito quanto sarcasmo vi sia nella conclusione di Leone per Agnelli.
------------------------------------
COSI COMINCIA: La storia ha come sfondo la guerra in Medio Oriente condotta attualmente dagli Stati Uniti e ha tre scenari: in un ufficio del Congresso a Washington un Senatore ambizioso concede un intervista a una giornalista su una nuova strategia da adottare in Irak contemporaneamente alla West Coast University un professore, Malley, ha un colloquio con uno studente dotato ma privo di passione civile perché disincantato sulle sorti del suo Paese; nel frattempo due ex studenti di Malley, i migliori, combattono al fronte…
TITOLO: Redford parlando con il suo studente gli ricorda che nella Prima guerra mondiale i soldati inglesi erano veri e propri leoni, comandati però da generali incapaci e vili, come appunto agnelli. Il senso del titolo cosi è chiaro: le giovani generazioni devono comunque essere leoni cioè combattere per una causa ideale, nonostante l’irrecuperabilità delle classi dirigente. E ‘ nella loro coscienza il futuro di un Paese.
CUORE: Il colloquio fra Malley e lo studente dotato e disincantato- gli orologi che mettono in evidenza la sincronia degli episodi.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: ama il cinema d’impegno e le pellicole a tesi.
STELLE: *** accorato appello verbale ai giovani ad impegnarsi attivamente nella vita civile.
VOTO: 6+
SCHEDA:
Lions for Lambs USA 2007 Produzione MATTHEW MICHAEL CARNAHAN, ROBERT REDFORD, TRACY FALCO, ANDREW HAUPTMAN PER UNITED ARTISTS, ANDELL ENTERTAINMENT E WILDWOOD ENTERPRISES Distribuzione 20TH CENTURY FOX ITALIA Datauscita 21-12-2007 Durata 95 Genere DRAMMA ETICO Specifiche tecniche PANAVISION,
Note - PRODUTTORI ESECUTIVI: TOME CRUISE E PAULA WAGNER.
- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.
Quasi tutti i film di Ken Loach potrebbero essere inseriti in un pamphlet contro il capitalismo e l’ideologia neoliberista. La cinematografia di matrice realista dell’autore inglese non pone al centro dell’obiettivo individui chiusi nel privato di una stanza, ma corpi in movimento coatto per le strade, nei cantieri o in uffici stipati, involucri svuotati di anima e di identità da un meccanismo che ne ha provocato la metamorfosi da esseri umani in schiavi: “mi chiamo Ludmilla” “faccio l’insegnante” bisbigliano, confusi nella mandria prima di entrare nel macello, gli immigrati di In questo mondo libero e quei timidi sussurri traducono il rimpianto per una vita mancata. La quotidianità della metropoli del terzo millennio ha realizzato e ha reso invisibile abbagliando con il luccichio dei grattacieli la distopia dei romanzi di fantascienza, un mostro cannibale, in opposizione al quale si ergono un barlume di coscienza e talora l’ eroica lotta per non farsi divorare: le epopee romantiche dell’emarginazione ribelle in “Piovono pietre”, “ Lady Bird, Lady Bird” o “Sweet Sixteen”, il miglior Ken Loach, emozionano e stordiscono alla stregua di un appassionante match di pugilato.
In In questo mondo libero, presentato alla 64.ma mostra di Venezia, il regista e il suo sceneggiatore Paul Laverty rovesciano lo schema consueto: la battaglia non è condotta in nome di nobili ideali, bensì per l’ egoistica, quanto illusoria, preservazione di se stessi. Angie, ragazza madre, una lunga serie di frustrazioni alle spalle, licenziata dall’agenzia di collocamento per extracomunitari ove è impiegata, decide di diventare imprenditrice, saltando il fosso che divide oppressi e oppressori e riuscendo a trasformarsi da vittima sfruttata in aguzzina profittatrice. L’iniziazione della giovane e bionda centaura, protagonista del lungometraggio, al brutale universo di chi ricava guadagni enormi sullo schiavismo degli immigrati clandestini non contempla cooptazione e nemmeno coraggio: l’unica prova da superare è il tradimento degli affetti familiari e dell’amore, nonché la rinuncia ai valori inculcati dall’educazione dei padri ancora imperniata sull’etica.
Un percorso paradigmatico dal progresso alla barbarie, sicuramente verosimile nella sue esemplarità, che però Loach non riesce ad illuminare in profondità: assillato dall’ansia didattica di documentare il peggiore dei mondi possibili, convinto probabilmente che il terzo mondo londinese abbia soffocato in chi lo abita, respiro umano, egli rinuncia a percepirne il soffio e a portarlo alla luce. Si accontenta piuttosto di una morale scontata, affidata a personaggi irrisolti e alla loro elementare dialettica: nella solidarietà fra poveri vi è speranza e salvezza, chi si estranea, superando il limite per realizzarsi come self-made man, si perde, precipitando in un baratro senza fondo.
Più ambigua resta invece la radice del degrado, in quanto malvagità innata e innocenza non hanno nessuna parte nella fosca vicenda: se, parrebbe di capire, è la jungla civile a corrompere l’uomo, a provocare la violenza già nella aule di scuola elementare e si rapiscono i bambini per avere giustizia e riappropriarsi del maltolto, basterebbe cambiare sistema e scomparirebbero le iniquità dalla faccia del pianeta? E i boss mafiosi, gli impuniti dalle autorità indifferenti o conniventi, i nascosti manovratori dei derelitti, di cui dà testimonianza “In questo mondo libero” di quale marciume sono figli? Cercare una risposta all’eterna presenza del male, frugando il cuore di tenebra, avrebbe significato forse per Loach proiettare un’ombra sulla sua musa ispiratrice ovvero l’ideologia, eppure la storia della dannazione di Angie sarebbe stata un’ottima occasione per andare oltre all’apologo didattico e all’abituale, ovvio aggiornamento dei manualetti marxiani.
------------------------
COSI’ COMINCIA: Siamo nell’Inghilterra dei giorni nostri. Angie, lavora in un’agenzia di collocamento e a causa di una cattiva risposta data un cliente viene licenziata: decide allora di cambiare vita, di buttarsi alle spalle anni di sconfitte e frustrazione e di fondare una propria agenzia, con lo scopo di inserire gli immigrati nel mondo del lavoro. Un’amica Rose l’aiuta ed insieme si trovano a dover lottare contro un sistema cinico basato sulla sopraffazione nei confronti dei più deboli.
TITOLO: “Londra è il terzo mondo” si dice nel film: il mondo occidentale è la parte del pianeta libera per antonomasia. Autonomia di scelta, opportunità, possibilità di essere soggetto attivo del processo produttivo caratterizzano in teoria le società capitalistiche e il titolo, richiamando tali virtù conclamate , suona beffardo.
CUORE: La scena in cui Angie e Rose, amiche da una vita, si separano in auto: la prima ha appena denunciato un gruppo di clandestini per sgombrare lo spazio che le serve per i suoi operai, raggiungendo il culmine del degrado morale, il punto di non ritorno; l’altra l’abbandona, dicendole “Non ti riconosco più”.
------------------------------------------------------------------------------------------
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi considera il sistema capitalistico il peggiore o il migliore dei mondi possibile
STELLE: **flash sul terzo mondo londinese
VOTO/BILANCIO: 6-
SCHEDA:
It's a Free World... GERMANIA, GRAN BRETAGNA, ITALIA, SPAGNA 2007 Produzione KEN LOACH, REBECCA O'BRIEN, PIOTR REISCH, RAFAL BUKS PER SIXTEEN FILMS LTD., TORNASOL FILMS S.A., SPI INTERNATIONAL, FILMSTIFTUNG NORDRHEIN-WESTFALEN, FILMFOUR, EMC PRODUKTION, BIM DISTRIBUZIONE Distribuzione BIM Data uscita 28-09-2007
Durata:1h e 36’
Genere: DRAMMA SOCIALE
Regia Ken Loach
Attori
Kierston Wareing Angie
Juliet Ellis Rose
Leslaw Zurek Karol
Colin Caughlin Geoff
Joe Siffleet Jamie
Faruk Pruti Emir
Branko Tomovic Milan
Radoslaw Kaim Jan
Serge Soric Toni
Nadine Marshall Diane
Frank Gilhooley Derek
Raymond Mearns Andy
Steve Lorrigan Sergente di polizia
Sceneggiatura Paul Laverty
Fotografia Nigel Willoughby
Musiche George Fenton
Montaggio Jonathan Morris
Scenografia Fergus Clegg Costumi Carole K. Millar
Zola, il padre del Naturalismo, descrive nelle pagine iniziali de L’assommoir (1876) l’effetto ammorbante sull’aria della città/carnaio dei luoghi dannati preposti a nutrirla: “…gruppi di macellai, davanti ai mattatoi, parevano immobili nei loro grembiuli insanguinati, e il vento fresco trascinava con sé, a tratti, un fetore, un odore selvaggio di bestie massacrate”. Attorno ai macelli vegetava già allora un’umanità miserabile abbruttita dall’alcool ed è ancora più o meno cosi oggi, stando al film di Linklater, regista indipendente di non eccelso talento, Fast Food Nation, ispirato al best seller di Schlosser, dove però il sangue del mattatoio della “MicKey’s” a Cody tramortisce i sensi dello spettatore solo alla fine. Davanti a quelle povere bestie terrorizzate spinte dentro un cunicolo, uccise e smembrate per diventare hamburger, si ha la dimostrazione concreta di quanto la sensibilità di strati crescenti dell’opinione pubblica verso tematiche quali rispetto dell’ambiente, condizioni di lavoro, trattamento degli animali nelle sperimentazioni e nell’alimentazione, non sia questione di moda o di astratte ideologie no global. Gli anticorpi di un apparato produttivo del resto e la sua stessa efficienza si giocano nel coraggio di correggersi, pena l’inceppamento del meccanismo e la soppressione, per quanto momentaneamente differita: il lungometraggio dunque è soprattutto un campanello d’allarme per le catene di fast-food e per i loro clienti.
Fast Food Nation di fatto sbandiera proclami velleitari contrapposti a prevedibili capitomboli nel baratro e, prima di entrare nelle stanze di tortura del lager, si sguinzaglia in un racconto corale, secondo la tradizione di certo cinema statunitense, seguendo le tracce di un centone di personaggi rigidamente esemplari e eludendoli quando arrivano al bivio: se riconoscere il male comporta, come prevedibile in un’ opera del genere, la resa o il rifiuto, è prova della scarsa capacità della pellicola di evadere dagli angusti limiti del pamphlet di denuncia l’approssimazione nell’affrontare il frangente della possibilità/impossibilità di un mutamento di giudizio e del conseguente cambiamento sociale minimo o radicale. Sarebbe probabilmente stato sufficiente dare sviluppo coerente almeno a una della situazioni abbozzate e dotare la coscienza dei protagonisti di maggior incisività nella ribellione, nell’accettazione, nel compromesso e nella caduta: al contrario il cast di famosi presta voce e gesti a una variegata tipologia di individui, connotati schematicamente in base ai rapporti con la multinazionale della carne; all’interno degli uffici, delle fabbriche e dei negozi del tentacolare organismo, o appena fuori, l’umanità si suddivide in chi consapevolmente accetta il sistema, chi vi lavora chiudendo gli occhi, chi ne sfrutta le storture per il potere personale, chi è fragile per opporsi alla condizione di vittima, chi ha il coraggio e la cultura per farlo, ma non sa trovare i mezzi efficaci, e infine quei pochi che hanno il privilegio di esserne indipendenti.
Giustamente da questo punto di vista Linklater e Schlosser sono vaghi nell’indicare colpevoli o responsabili ai piani alti, giacché far nomi avrebbe significato minimizzare riducendo la vicenda al solito complotto di pochi malvagi potenti, capro espiatorio facilmente removibile: tuttavia la prospettiva dagli infimi gradini della scala sociale si concreta in una coreografia didascalica, con figure ad effetto.
La lezioncina da impartire è alleviata comunque da un pizzico di ironia riservato ai contestatori e alle loro plateali azioni di disturbo: i ragazzini che imitano Greenpeace vanno di notte a liberare le mucche destinate allo scannatoio, ma queste restano dentro ostinatamente. Perché? Si chiede la giovane idealista ..bella domanda, no?
_______________________
COSI’ COMINCIA: Don Anderson, un dirigente della Mickey’s, una catena di fast food, venendo a sapere che per uno dei prodotti di punta della casa, il “Big-one”, dovrebbe venire utilizzata carne di manzo avariata, viene inviato a verificare personalmente, nella filiale di Cody(paese inesistente) nel sud della California ai confine con il Messico….
TITOLO: Il titolo vuole essere una definizione sintetica degli Stati Uniti d’America, di cui la pellicola ha l’ambizione di descrivere uno dei gangli più vitali del sistema produttivo, quelli cioè che riguardano l’industria alimentare. L’attributo più significativo è “veloce”: il meccanismo per essere redditizio non deve concedersi pause, deve stritolare e maciullare uomini e animali.
Vi è però anche un chiaro riferimento all’hamburger il piatto che ovunque è sinonimo di America: intento del regista infatti, stando a quanto egli stesso sostiene, è soprattutto mettere in guardia i clienti dei Fast food su quello che mangiano.
CUORE: l’interminabile sequenza che si svolge nel cuore più segreto del mattatoio, dove si assiste al massacro degli animali, destinati ad alimentare gli umani, la cui società è dunque connotata a tutti i livelli da un feroce cannibalismo.
ADATTO A: a chi ama il cinema di denuncia, a chi sceglie il fast food e a chi lo evita come la peste.
STELLE:** vedibile
VOTO/BILANCIO: 5+
SCHEDA: USA 2006- Produzione HANWAY FILMS, RECORDED PICTURE COMPANY (RPC)
Distribuzione DNC Data uscita 20-07-2007
Durata 1h e 56’
Colore C
Genere DRAMMATICO, SOCIALE
Tratto da libro omonimo di Eric Schosser
Regia Richard Linklater
Attori
Patricia Arquette Cindy
Bobby Cannavale Mike
Paul Dano Brian
Luis Guzmán Benny
Ethan Hawke Pete
Ashley Johnson Amber
Greg Kinnear Don Anderson
Kris Kristofferson Rudy Martin
Avril Lavigne Alice
Esai Morales Tony
Catalina Sandino Moreno Sylvia
Lou Taylor Pucci Paco
Ana Claudia Talancón Coco
Wilmer Valderrama Raul
Bruce Willis Harry Rydell
Cherami Leigh Kim
Mitch Baker Dave
Jason McDonald Riley (non accreditato)
Erinn Allison Impiegata dell'hotel
Raquel Gavia Rita
Glen Powell Jr. (Glen Powell) Steve
Dana Wheeler-Nicholson Debi
Armando Hernández Roberto
Juan Carlos Serrán Esteban
Yareli Arizmendi Gloria
Roger Cudney Terry
Francisco Rosales Jorge
Soggetto Eric Schlosser (libro)
Sceneggiatura Richard Linklater Eric Schlosser
Fotografia Lee Daniel
Musiche Friends of Dean Martinez
Montaggio Sandra Adair
Scenografia Bruce Curtis Arredamento Phil Shirey Costumi Kari Perkins Lee Hunsaker
Effetti Steve Wolf Amalgamated Pixels Wolf Stuntworks Inc.
Barry Levinson, da qualche anno fedele al culto delle stelle hollywoodiana, ne “L’uomo dell’anno” trasforma il dibattito attuale sulla crisi del sistema democratico rappresentativo in un palcoscenico per l’esibizione fra il serio e il faceto del noto attore di commedie, Robin Williams, e fa un tonfo clamoroso: probabilmente il doppiaggio non rende giustizia alla star, ma resta l’impressione che la tematica indubbiamente impegnata e i cambiamenti di registro, imposti dalle poco studiate giravolte dell’intreccio, ne mettano a disagio l’istrionismo, dando un contributo non da poco all’infondatezza dell’ipotesi, su cui la pellicola basa la sua provocazione fittizia. A non avere credibilità è precisamente la figura del comico dall’anima candida, prestato per caso e provvisoriamente al mestiere della politica, con lo scopo di renderla più trasparente e più vicina ai problemi della gente comune: quando Tobbs durante una tribuna televisiva con il candidato democratico e con quello repubblicano, ne sovverte la disciplina, alzandosi, gesticolando, e accusando gli avversari di fare gli interessi delle “lobby”, sembra aver compreso il vecchio e ormai abusato trucco, che se ci si offre come un prodotto nuovo ed estraneo ai giochi di potere si ha una qualche probabilità di catturare i voti degli elettori. Demagogia e populismo, accuse qualunquistiche contro tutto e tutti, opportunistici bersagli e interessi personali ambiguamente mascherati la fanno da padrone nei discorsi dei leader e i mass media amplificano una sfida viziata dalla perfetta identità dei campioni in gara: se questo è il contesto, adombrato del resto da “L’uomo dell’anno”, cosa può spingere un individuo a tentare l’impresa titanica di combattere i giganti? Il cinico tornaconto, l’ambizione sfrenata, il narcisistico bisogno di essere al centro dell’attenzione o il nobile intento di cambiare la società dall’alto? La scelta dello scialbo Tobbs ha radici molto vaghe in una blanda fiducia nella propria immagine salvifica: la sua irriverenza verbale non ha reale mordente e tanto meno egli ha la statura per ergersi a simbolo di una rivoluzione o anche solo di un mite mutamento dei costumi, a meno che non si vogliano considerare messaggi subliminali le battute su Cicciolina, la pornostar italiana diventata parlamentare, o su un governo formato da lesbiche riunito a porte rigorosamente chiuse. Comunque Levinson, quasi fosse consapevole della spalle fragili dell’eroe, lo ha tolto quasi subito dai pasticci, consentendogli di eludere le responsabilità grazie alla vittoria per errore e all’immediata conseguente abdicazione volontaria dal trono, e buttandogli fra le braccia una dolce biondina da salvare dai malvagi di turno. Insomma si fa un bel giro a vuoto: chi ha la sola virtù di bucare lo schermo, allo schermo ritorna, e, quando i meccanismi vanno in tilt, la saggezza di una Nazione in buona salute morale la preserva da avventurosi salti nel buio.
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: Tom Tobbs, un conduttore televisivo caustico nei confronti dei politici di professione, accetta provocatoriamente l’invito di una spettatrice a candidarsi alla Presidenza degli Stati Uniti e vince la sfida. Tuttavia a consentirgli di prendere un numero di voti superiore agli altri candidati è semplicemente un difetto del sistema elettronico, messo a punto da una multinazionale, utilizzato per la prima volta nelle votazioni. Ad accorgersi dell’errore è Laura Linney, una programmatrice, che per tale motivo viene licenziata…
TITOLO: Chi è l’uomo dell’anno del titolo? Il presidente o la star televisiva di turno? La confusione dei ruoli, incarnata dal comico neoeletto Presidente, parrebbe denunciare l’intento provocatorio di Levinson( che qui riproporrebbe la stessa riflessione sulle distorsioni connaturate a un ruolo pubblico del ben più crudele “Sesso & potere”) ma, visto la vaghezza dell’atto di accusa e la conclusione conciliante, è più facile supporre trattarsi di un’occasione offerta su un piatto d’oro all’istrionismo del primo attore, Robin Willams.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO L’ambientazione nell’America contemporanea è confusa ed approssimativa: l’immagine degli States è superficiale, stereotipata. Si vedono in pratica le solite cose: studi televisivi, pulmann in viaggio, folle plaudenti. Il voto di Tobbs secondo il nuovo sistema elettronico, fa da spartiacque fra la prima e la seconda parte del lungometraggio, dove proprio la mancanza di un contesto ambientale adeguato impoverisce totalmente il senso del film. Si pensi alla facilità con cui la Linney riesce a entrare in contatto con il Presidente designato o alle scene che dovrebbero mostrare l’inadeguatezza di Tobbs al ruolo, come l’ingresso nella famosa stanza ovale o il gioco alla guerra in tuta mimetica.
La trasformazione del film da satira politica in giallo e poi in commedia sentimentale dovrebbe imporre accelerazione e rallentamenti dell’azione: invece il ritmo non cambia mai, frequenti i tempi morti.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: La caratterizzazione dei personaggi si limita a poche notazioni fisiche: al centro della scena sta William di cui però emerge esclusivamente il conduttore televisivo dalla parlantina brillante e dalla battuta facile
CUORE: Il confronto televisivo fra i tre candidati: Tobbs rompe gli schemi del dibattito, e la sua anarchia gestuale e verbale mette in crisi sia il candidato repubblicano sia quello democratico, entrambi immagine omologata del sistema mummificato a cui appartengono.
ADATTO: forse ai fan di Robin Williams
VOTO: 4
SCHEDA: Man of the Year, USA 2006 Regia: Barry Levinson Cast: Robin Williams, Chiristopher Walken, Laura Linney Sceneggiatura: B.Levinson Fotografia: Dick Pope. Musica: Greame Rewell Produzione: B. Levinson e James G. Robinson Distribuzione: Medusa Durata: 1h e 55’
Uomini e donne ne “Gli innocenti” di Per Fly, terza parte di una trilogia sulla classi sociali in Daminarca, guardano attraverso i vetri delle loro villette ordinate e i loro lineamenti risultano sfocati e nello stesso tempo deformati da un’angoscia non più rattenuta: oggetto di osservazione qui di fatto è la classe media, o meglio il ceto intellettuale, di cui il lungometraggio vorrebbe portare alla luce le contraddizioni e l’ansia di appagamento morale all’interno di una società apaticamente inerte in un quieto benessere di giardini ben tenuti e di case bianche appuntite a mo’ di chiese in mezzo al deserto. Eppure con la tipologia umana intellettualmente velleitaria descritta nella pellicola difficilmente si riesce ad entrare in sintonia: un senso di disagio, non attribuibile sicuramente alla nazionalità del protagonista, ostruisce