Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.
“L’America non è stata mai innocente” introduce cosi il suo American Tabloid, il cantore delle cloache torbide di Los Angeles, James Elloy, autore de La dalia nera, portata sugli schermi da Brian de Palma: il cinema torna agli anni
Nel considerare l’industria dello spettacolo responsabile di cattiva educazione si resta nel solco nel luogo comune, tuttavia la pellicola meritoriamente si concentra non tanto sulla diagnosi quanto sui sintomi del male e sulla distorsione delle coscienze operata dai miraggi della Babilonia statunitense e aprendo il sipario su una “storia maledetta” di molti decenni fa, soverchiando l’inerzia dei fatti meramente documentati, ne orchestra soprattutto il contesto umano in una galleria di personalità dolenti, prigioniere delle proprie ossessioni illusorie, mettendo al centro del coro a raccogliere i cocci dispersi di un universo in frantumi la figura di Adrian Brody, un malinconico e disincantato erede di Philph Marlowe. Un perdente nato con ancora addosso la cicatrice di una rasoiata riportata per difendere i cancelli della mecca dall’assalto degli scioperanti, nel cui sguardo disilluso”la terra di Hollywood” trova lo specchio ideale ai suoi tanti fantasmi e delitti: una scia di sangue macchia le pareti del santuario dell’idolo, ma la vittima immolata non muore mai una volta sola e in uno solo modo e se si vuole darle un nome, qual è quello giusto? Marylin Monroe, James Dean, Heath Ledger…
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RACCONTA DI : Siamo a Hollywood negli anni ’50. Louis Sim, detective privato, viene incaricato di fare luce sul presunto suicidio di George Reeves, noto per aver interpretato Superman, dalla madre dell’attore; per far questo deve frugare nella vita artistica e sentimentale del divo…
LOCANDINA E TITOLO: La locandina del film, dove domina l’ocra tipica delle ricostruzioni d’epoca, muove dall’intento di riprodurre l’atmosfera del sottobosco della Hollywood degli anni 50 e per molti versi richiama The black dahlia di De Palma e il mondo poetico di Ellroy. Significativa più del trio in alto, evidente riferimento ai protagonisti della storia, è la figura rimpicciolita nella parte inferiore, un uomo visto solo di spalle, che indossa un costume da superman, una comparsa invisibile nel fastoso scenario: la terra di Hollywood del titolo(Hollywoodland era il nome che compariva dal 1923 al
CUORE: la sequenza ripetuta in cui Adrian Brody immagina ossessivamente la scena dell’omicidio in modo sempre diverso: in qualunque modo si siano svolti i fatti, il senso da essi ricavabile non muta.
SCHEDA: Origine USA 2006 Produzione BACK LOT PICTURES, FOCUS FEATURES Distribuzione BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA (2007) Data uscita 23-03-2007 Durata 2h e 6’Genere THRILLER Specifiche tecniche
DA SEGNALARE:COPPA VOLPI PER
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STELLE: *** impeccabile divagazione su un supposto omicidio di un attore americano avvenuto nel giugno del
VOTO/BILANCIO: 6/7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Havoc, lungometraggio del 2005 della documentarista Barbara Kopple, esce in agosto 2007 in Italia, sulla scia del successo di Anne Hathaway in Il diavolo veste Praga, che qui interpreta, dando libero sfogo al lato sexy di sé, la parte della ricca e disinibita Allison attratta dalle periferie malavitose della sua città, Los Angeles. Il colpo di fulmine scocca nel momento in cui la giovane assiste per strada a un duello incipiente fra il rude Hector, capo di una banda di spacciatori di origine latinoamericana, e il biondo Toby, il boyfriend compagno di scuola, che si atteggia a bullo, leader di un gang di liceali benestanti ed annoiati. Lo scontro ha termine ancora prima di essere combattuto ed il confronto sul terreno dell’autenticità è schiacciante per il bianco dei quartieri alti: il delinquente macho dallo sguardo truce si allontana sdegnoso e il ragazzetto inginocchiato a terra con i calzoni macchiati di orina ostenta velleità di rivincita. Nella mente della già inquieta e ipersensibile Allison si configura allora uno schema, non dissimile da quelli illustrati in classe dal docente di materie umanistiche, in base al quale i ricchi sono finti e i poveri veri: per andare oltre i modelli precostituiti ed imposti non le resta cosi altra alternativa che tentare di confondersi fra gli abitanti del pianeta per lei sconosciuto dove si esiste davvero e non si è fotocopia di testi scritti e pensati da altri.
Nei presupposti del lungometraggio dunque occhieggiano un po’ sfocati e alla rinfusa i tanti volti del continente americano rivelati dalla tradizione cinematografica e letteraria: la sessualità ossessiva dello scandaloso Larry Clark( Kids e Ken Park), le giungle urbane di Spike Lee, la violenza agghiacciante e sopita delle aule scolastiche di Elephant di Van Sant, il malessere della jeunesse dorée dei romanzi di Bret Easton Ellis, e, andando ancora più indietro nel tempo, i belli e dannati di Fitzegerald e la Harlem, coacervo esplosivo di miseria ed emarginazione razziale, del dimenticato(e inattuale?) James Baldwin.
Nell’assemblare i troppi materiali, la pellicola oscilla, senza imboccare una direzione, fra il documentario e la finzione incentrata sul percorso di formazione di un’adolescente in crisi: la prospettiva di chi dietro la macchina da presa vuole riprendere realisticamente gli ambienti, quella dell’amico filmaker dilettante di Allison, che ne smaschera le illusioni di ribaltare le convenzioni essendone invece schiava, e infine quella della stessa Allison si sovrappongono a caso l’una all’altra, senza mai intrecciarsi organicamente. L’incertezza sul punto di vista da privilegliare si traduce nella panoramica frettolosa sull’incursione quasi folcloristica di un gruppo di ragazze curiose in Mercedes nelle vie del malaffare: fanciulle dal corpo di fotomodella tediate dal tran-tran dei cocaina party nelle ville sull’Oceano provano il brivido di un giretto nelle zone of limitis della città, fanno da spettatrici a fellatio praticate sul marciapiede e da invitate fuori posto a feste di battesimo in famiglia, passano la notte fra le prostitute nella stazione di polizia, gettano sul piatto da gioco con la gang di fusti spacciatori di crack la verginità ideale e al “dado è tratto” fuggono spaventate. Di strada se ne fa eccome, ma ci si ferma ai bordi, non c’è né distanza ravvicinata né profondità di campo: le porte sugli interni nella metropoli-mito restano sbarrate, le superfici riflettono gesti e comportamenti risaputi, le principessine capricciose divagano e si sporcano per necessità di copione, variante osé di Beverly Hills 90210.
Il film del resto incespica e confessa candidamente la scarsa riuscita quando si tratta di tirare le fila: uno schermo buio da cui provengono suoni confusi, uno schianto di lamiere, un colpo di pistola, grida ed insulti decapitano più che concluderla una storia, che è appunto meno di zero, per dirla con il titolo di un libro del 1985 di Bret Easton Ellis forse mai letto dalle protagoniste di Havoc.
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COSI’ COMINCIA: A Los Angeles Allison ed Emily, due ragazze di buona famiglia, attratte dal movimento dell’hip-hop, affascinate all’idea di condividere l’esperienza dei gangsta-rappers, insieme agli amici si avventurano nella zona a rischio dell’East Side e lì fanno la conoscenza con una gang di spacciatori di origine ispanica. Le due ragazze vogliono ad ogni costo farne parte, ma, quando si accorgono di essere andate troppo oltre, si pentono e vorrebbero tornare alla loro vita di prima.
TITOLO: L’inglese “havoc” si traduce con l’italiano “devastazione” “scompiglio” “scempio”: esso si genera nel momento in cui si infrangono le barriere fra le classi sociali. La metropoli non è una comunità, ma un assembramento forzato di settori incompatibili e sconosciuti gli uni per gli altri, il cui sfiorarsi casuale o voluto, come avviene nel film, provoca inevitabilmente subbuglio.
CUORE: Allison assiste in piedi affascinata al duello, combattuto più a parole e ad atteggiamenti che a pugni, fra il duro Hector vincitore e il suo ragazzo/amico finto bullo Toby, inginocchiato a terra, con i pantaloni macchiati dalla sua stessa orina.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ha ammirato Anne Hathway in Il diavolo veste Prada e ancor prima nelle favolette disneyane.
STELLE: * vedibile, ma inconcluso ed inconcludente.
VOTO/BILANCIO:4+
SCHEDA:
Titolo Originale Havoc GERMANIA, USA 2005 Produzione MEDIA 8 ENTERTAINMENT, STUHALL PRODUCTIONS INC., VIP 2 MEDIENFONDS Distribuzione MEDIAFILM (2007) Data uscita 03-08-2007
Durata 1h e 33’
Genere DRAMMATICO, POLIZIESCO, ROMANTICO
Specifiche tecniche 35 MM (1:1.85)
Regia Barbara Kopple
Attori Anne Hathaway Allison Lang
Bijou Phillips Emily
Shiri Appleby Amanda
Michael Biehn Stuart Lang
Joseph Gordon-Levitt Sam
Matt O'Leary Eric
Freddy Rodríguez Hector
Laura San Giacomo Joanna Lang
Mike Vogel Toby
Raymond Cruz Chino
Alexis Dziena Sasha
Channing Tatum Nick
Johnny Vasquez Manuel
Luis Robledo Ace
Sam Hennings Sig. Rubin
Cecilia Peck Sig.ra Rubin
Josh Peck Josh Rubin
Samar Omar Becky
Alysia Joy Powell Desiree
Sam Bottoms Tenente Maris
Terri Hanauer Tenente Kovaleski
J.D. Pardo Todd Rosenberg
Robert Shapiro Se stesso
Soggetto Jessica Kaplan Stephen Gaghan
Sceneggiatura Stephen Gaghan
Fotografia Kramer Morgenthau
Musiche Cliff Martinez
Montaggio Nancy Baker
Scenografia Jerry Fleming Arredamento Betty Berberian Costumi Sara O'Donnell Effetti LOOK! Effects Inc.