appunti di cinema

Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.

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LE PASSIONI NON HANNO NE' ETA' NE' NOME: FORSE PER QUESTO SALVANO O PERDONO IL MONDO

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lunedì, 19 maggio 2008

GOMORRA(2): STATUE DI SALE

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 Nel Genesi sta scritto che Dio fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco e subissò quelle città e i loro abitanti, salvò Lot, ma la moglie di lui, essendosi voltata indietro, fu cambiata in una statua di sale. Perchè la donna si gira? Forse si tratta di curiosità, vizio muliebre secondo la tradizione misogina del testo biblico e pertanto meritevole di punizione, eppure è qualcosa di più: è l’ultimo  barlume di coscienza concesso all’uomo sulla soglia del nulla, è la ribellione inconsapevole al destino prestabilito  ed è la medesima prospettiva scelta da Matteo Garrone ( Primo amore, L’imbalsamatore) per solidificare su pellicola il magma campano/italico rimestato da Saviano in Gomorra. La moglie di Lot è parte dell’inferno, ne è testimonianza viva, avrebbe potuto fuggirne, non lo ha fatto e nel suo sguardo sgomento in procinto di spegnersi si riflette l’agonia di un Paese senza futuro: gli occhi della donna un secondo prima della metamorfosi in statua di sale  coincidono con quelli dei protagonisti, con quelli del regista e con i nostri, spettatori qui e attori della vita civile, e la simbiosi implicita nel delirio visionario ed irrequieto di una macchina da presa incapace di equilibrio e distanza rispetto all’oggetto della rappresentazione fa di Gomorra l’enciclopedia tribale dell’Italia contemporanea.

  La compatibilità ambientale evocata esclude così la partecipazione sentimentale di chi visita un inferno venendo da un altrove: il lungometraggio non racconta infatti né storie né personaggi, non porta avanti messaggi, non analizza contesti o cause, e, a guardare bene, non è neppure un film, piuttosto, assestandosi sull’ordinato nichilismo organizzato dai monarchi della Camorra, assembla  spezzoni  di vicende monche, labirinti di volti e gallerie, che si attorcigliano gli uni negli altri, getta bagliori improvvisi nella penombra verdolina di una lampada abbronzante su corpi massacrati,  ammanta di una luce livida eco mostri, campagne e persino il Canal Grande,   fa ascoltare canzonette sentimentali  paradossalmente in rima con il crepitio della armi, amalgama nella rude “koine” d’uso ovunque dialetto ed inglese standard, contamina rituali d’iniziazione con miti hollywoodiani.

 Negli arcana delle gerarchie del crimine o delle istituzioni non esistono di fatto più né centro né periferia e non ci sono nemmeno più segreti o mefistofeliche trame oscure:  “funziona così” dice uno spigoloso Toni Servillo riferendosi al Sistema ed è la scabra definizione di un totalitarismo omnicomprensivo senza sottointesi o sfumature, mimetizzato e omologato da percentuali, cifre, scarti, calcoli perfettamente riusciti, un operaio del Nord contro una famiglia del Sud,  Secondigliano, come la fabbrica di Torino o il liceo della provincia benestante.

 Ma se l’animo umano  è una distorsione, una somma non riuscita, un cavallo imbizzarrito, il terrore gli mette le briglie, a meno che non intervenga l’innocente aspirazione a vivere da  “scissionista”. Ed appunto l’effimero ed inconsapevole rigetto di fronte alla cancellazione eterna   della moglie di Lot il filo seguito  da Garrone nell’estrapolare tasselli di alcuni percorsi esistenziali da risarcire con l’epica di un cinema di passione civile, cimelio degli anni d’oro di Rossellini e di Pasolini: l’azzurro di una goffa piscina sui tetti dei casermoni di Scampia, la miracolosa epifania della diva  con l’abito creato dall’amore e dal sentimento di schiavi anonimi,  il barlume del dubbio nel“vedremo” del piccolo killer, il no fermo di un giovane in carriera,  il volo danzante di due ventenni, e i loro corpi raccolti da un ruspa e gettati in mare, tomba senza memoria  di quel poco che ci resta prima di tornare ad essere statue di sale.

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CUORE: il termine “scissionista”.

 

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STELLE:*****E’ l’Italia di oggi: si dice cosi anche de “I promessi sposi” ma la scomparsa di Don Rodrigo non è granché consolante.

VOTO/BILANCIO:9

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.25

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50

 

 

 

 

 


mercoledì, 14 maggio 2008

IO SONO LEGGENDA( DVD): SU E GIU' PER L'OMBELICO DEL MONDO

Locandina_io_sono_leggenda

In Io sono leggenda di Francis Lawrence, celebrato autore di videoclip e regista di Constantine, l’antidoto al virus letale che ha sterminato l’umanità è disponibile fin da subito, senza bisogno che l’unico superstite newyorkese Will Smith si danni l’anima per trovarlo: è la consolante certezza dell’innocenza dell’uomo e della provvidenza di Dio. Se a un certo punto del suo cammino l’umanità dispone e crea distopie totalitarie e distruttive, non c’è colpa, è piuttosto il caso che fraintendo le intenzioni gioca brutti scherzi facilmente riparabili: la tragedia  allora è costantemente sul punto di gettare la maschera e rivelarsi commedia, pura ipotesi d’intrattenimento tranquillizzante con sottofondo di pop-corn e bibita con le bollicine. Vero è che al giorno d’oggi la speranza è merce rara e ben venga, quando se ne trovano le ragioni oggettive, ma la giustapposizione posticcia di un ottimismo misticheggiante  toglie alla pellicola il terreno sotto i piedi, svuotando dell’indispensabile elemento perturbante lo scenario apocalittico di una Manhattan deserta con i marciapiedi invasi dalle erbacce e dalle fiere: detto in altri termini la fonte letteraria, a cui il film si ispira, il classico di Richard Matheson del 1954, trasposto già sulla schermo da Ragona nel 1963 e Sagal nel 1971, viene contaminata  con nientedimeno che Shrek il cartone animato le cui battute sono significativamente imparate a memoria da Will Smith. 

 La saldatura fra favola e incubo avviene meccanicamente, nel momento di massima allerta, quando cioè il protagonista sta per cadere vittima degli “infetti” e  viene salvato dall’arrivo miracoloso di una donna e di un bambino, l’aiutante magico della situazione: i vampiri-zombie e l’omino verde sono filiazione dello stesso immaginario collettivo e la sensazione di aver accompagnato il protagonista  in un viaggio surreale in compagnia di un cane all’interno di una città e di un cataclisma meramente immaginari, alla presenza muta di manichini in posa  fra gli scaffali di una libreria, incredibilmente lustra, ne riceve conferma, cancellando definitivamente inquietudine e pietà. Una simulazione suggestiva di metropoli abbandonata a se stessa,  una strambo tour ludico su e giù per le vie dell’ombelico del pianeta, con il sottofondo della voce di Bob Marley a evocare la leggenda dell’uomo.  

 

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RACCONTA DI :  Un virus letale ha trasformato New York e probabilmente l’intero pianeta in un cumulo di macerie popolata da mostri feroci “infetti”: lo scienziato Robert Neville non è stato contaminato ed è l’unico esemplare di uomo sopravvissuto e pertanto deve difendersi dai loro assalti potendo contare solo sull’aiuto di un cane.  Egli nel frattempo cerca di comprendere i motivi della sua salvezza e se vi siano altri come lui.

LOCANDINA E TITOLO: La locandina rimanda al tipico scenario catastrofico: c’ è stata l’apocalisse e ora un cielo giallastro, infetto, avvolge le macerie di quella che un tempo era New York. Il ponte spezzato a metà, crescono erbacce, gli uomini sono scomparsi o nascosti chissà dove, o si sono trasformati in mostri feroci che hanno nella metropoli abbandonati il territorio di caccia ideale. Dell’homo sapiens, un tempo re del pianeta, è sopravvissuta solo la leggenda, e  un ultimo segno nella  figura vestita di nero che cammina guardinga accompagnata dal cane e nella  canzone di Bob Marley “legend” da lui ascoltata. In un mondo sepolto e morto lui e l’animale rappresentano la forza eroica della vita: io sono leggenda appunto…

CUORE: la simulazione dell’apocalisse su New York VS Sherk

 

SCHEDA: I Am Legend USA 2007 Produzione  WARNER BROS. PICTURES, HEYDAY PRODUCTIONS, ORIGINAL FILM, WEED ROAD PICTURES, 3 ARTS ENTERTAINMENT, HEYDAY FILMS, OVERBROOK ENTERTAINMENT, VILLAGE ROADSHOW PICTURES  Distribuzione  WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2008)  Data uscita  11-01-2008  Durata 1h e  40’  Genere FANTASCIENTIFICOSpecifiche tecniche  ARRIFLEX, PANAVISION, SUPER 35 STAMPATO A 35 MM (1:2.35)  Tratto da  romanzo omonimo di Richard Matheson  Regia Francis  Lawrence   Attori Will  Smith  Robert Neville Alice  Braga  Anna Charlie  Tahan  Ethan Salli  Richardson  Zoe Willow  Smith  Marley Dash  Mihok  Uomo Alpha Emma  Thompson  Dott.ssa Alice Krippin (non accreditata) Darrell  Foster  Mike Soggetto Richard  Matheson  (romanzo) John William  Corrington  (sceneggiatura del 1971) Joyce Hopper  Corrington  (Joyce Corrington) (sceneggiatura del 1971) Sceneggiatura Mark  Protosevich   Akiva  Goldsman   Fotografia Andrew  Lesnie   Musiche James Newton  Howard   Montaggio Wayne  Wahrman   Scenografia Naomi  Shohan   Arredamento George  DeTitta Jr.   Costumi Michael  Kaplan   Effetti Patrick Tatopoulos Design Inc.   New Deal Studios   Quantum Creation FX   Gentle Giant Studios Inc.   Aiuto regia Joanna  Numata  Donna Alpha

 

 

 

 

 

 

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STELLE: **la simulazione della catastrofe per le vie di New York  è suggestiva: magari non dispiace farci un giretto. 

VOTO/BILANCIO: 5-

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1

         2- coerenza logica, stile di regia: 2/3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4

 

 


lunedì, 28 aprile 2008

I DEMONI DI SAN PIETROBURGO(2): OPERA OMNIA

Demoni2

Ne I Demoni di San Pietroburgo, che segna il ritorno di Giuliano Montaldo al grande schermo dopo 18 anni di silenzio, una donna piange sconvolta la morte della bambina rimasta uccisa per caso nell’attentato messo in atto da un gruppo di rivoluzionari contro un membro della famiglia imperiale; subito dopo in un parco di San Pietroburgo un bambino raccoglie dei rametti e li porta a uno scrittore sofferente seduto su una panchina per scaldarlo. La figura infantile costituisce la porta d’accesso al mondo letterario di Fiodor Dostoevkij, di cui la pellicola ambisce ricomporre la personalità, raccogliendo citazioni ed indizi e disseminandoli qua e là in uno schema narrativo, architettato appositamente per fare da contenitore a suggestioni ed echi: l’oltraggio all’infanzia violata, la coscienza dilaniata da allucinazioni e rimorsi, delitti e castighi, inquisitori e poliziotti persecutori, terroristi velleitari, intellettuali e popolo, Bakunin  l’infatuazione per le idee socialiste e la delusione,  il sottosuolo della metropoli e dell’anima, prostitute patetiche e miseria, deportazione in Siberia, abiezioni ed esaltazioni improvvise, epilessia e debiti di gioco, dilemmi morali, ateismo e fede, generosità e amore estremo per il prossimo. 

 Non una piatta biografia dunque, ma la restituzione di un universo letterario nato dall’urgenza di trasfigurare in racconto una realtà particolarmente straziante, una scala che si attorciglia fra l’abisso e il cielo e fra il cielo e l’abisso: la vita è più ricca delle invenzioni dei poeti, ma queste la rendono più credibile, fa dire la sceneggiatura di Serbandini Zappelli e Montaldo allo scrittore a passeggio con la giovane stenografa. Coerentemente con tale impostazione, il regista, avvalendosi di uno stile solennemente convenzionale intinto in una patina di fangosa sordidezza, mescola verità e romanzo: Manojlovic/ Dostoevskij detta di giorno a Carolina Crescentini, la futura moglie, Il giocatore ed incontra di notte, in una città fantasma, i congiurati de I demoni, gli spettri creati dal delirio della mente e  trasformati in carne viva nella pagine dei suoi libri. A fare da trait-d’union fra allucinazione e ragione è il personaggio di Filippo Timi, terrorista pentito chiuso in manicomio, che informa l’autore di Delitto e castigo di un complotto  contro il Gran Duca e lo esorta a cercare Alexandra, il capo banda, per evitare l’omicidio folle e la sicura condanna a morte;  da qui inizia l’ossessivo inseguimento di una fantomatica immagine di donna dai molti volti e dai molti nomi: Appollinarija Suslova l’amante che  aveva lasciato il romanziere diventata la Polina amata appassionatamente dal protagonista de Il giocatore, opera scopertamente autobiografica, ma anche l’idealista, fanatico assertore e  vittima dei suoi stessi dogmi, l’eroe romantico e sognatore protagonista dei tanti intrecci dostoevkijani.

 La necessità di far convergere esperienza e creazione  motiva di fatto apparizioni, scomparse e monologhi de I demoni di San Pietroburgo e la vocazione enciclopedica/documentaristica finisce con il tradirne l’intento nobilmente divulgativo: del resto se l’identità del genio è una cuore in subbuglio nella defatigante maratona della vita, non è tempo perso registrarne i palpiti?

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CUORE: l’opera omnia di Dostoevskij

 

 

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STELLE: **ammirevole la tentata restituzione sullo schermo dell’opera omnia di Dosteoevkji ma dalla solenne calligrafia del sottosuolo non si ricava più di tanto.  Se non si conosce lo scrittore sfuggono i rimandi.

VOTO/BILANCIO:5 -

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 2

 

 

 

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 09:19 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e letteratura, cinema e dostoevkij
mercoledì, 09 aprile 2008

TIDELAND-IL MONDO CAPOVOLTO (DVD): SENZA MERAVIGLIE

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 Il ragazzo ritardato ed epilettico compagno di giochi della decenne Jeliza-Rose nel coerentemente scombinato Tideland di Terry Gilliam esterna l’orrore e l’odio che gli deforma il corpo in una sorta di sogno profetico apocalittico: dice di avere in un posto segreto un’enorme bomba atomica e di aver intenzione di fare esplodere il pianeta, depurato il quale dall’umanità tornerà Gesù e con lui  purezza e innocenza perduti. Il disgusto puritano per le condizioni di vita materiali della metropoli contemporanea e il desiderio segreto di spazzare via in un sol colpo la società insana potrebbe altresì essere il presupposto razionale della favola nera ideata dell’autore de L’esercito delle dodici scimmie e di Brazil, sul modello del capolavoro di Caroll Alice nel paese delle meraviglie: la bambina protagonista della pellicola, Jeliza-Rose, tocca, dotata di granitica imperturbabilità, un campionario di brutture inenarrabili, dalla pedofilia alle necrofilia, eppure riesce a volarci sopra  e a edificare un castello  incantato a cielo aperto pieno di sorprendenti cunicoli segreti e costipato di presenze subumane, streghe vestite di nero con l’occhio accecato per vendetta da un’ape gelosa, cacciatori di squali su sommergibili, scoiattoli parlanti e bamboline sgraziate dai corpi monchi.

 La trasfigurazione della realtà operata dalla fantasia accesa di Jeliza, solidale con l’esuberanza visionaria dello stesso Gilliam, assume fin dalle prime sequenze i toni di un angoscioso delirio, nel quale non c’è più neppure uno straccio di certezza solida a cui aggrapparsi, ed ha le radici nell’estasi da eroina del padre e della madre tossicomani: la mente obnubilata dalle sostanze stupefacenti o dalle patologie dell’immaginazione  vaga qua e là, libera da impacci, e alla fine approda nella terra delle maree alle spiaggia sotterranea dove si scaricano i sogni e le speranze degli uomini. Uno spazio mentale dunque, un luogo d’esilio e d’abbandono, il lascito spirituale del genitore mummificato  e allucinato alla figlia: una baracca in mezzo al nulla, costruita sull’impronta del raccapricciante hotel abitato dal folle omicida di Psycho, un continente dominato dall’arsura, o piuttosto un dipinto di Andrew Wyeth, il pittore gotico delle praterie.

 Gilliam ha addossato sulle spalle fragilissime di una bambina, interpretata da Jodelle Ferland, una star  della tv canadese,  il gravoso compito di rigenerare il mondo dopo l’auspicabile apocalisse in una zona deserta dello Jutland e il ripopolamento  richiama reminescenze colte da Hitchcock a Bunuel alla pittura surrealista e titilla morbosamente il suo incandescente estro, tuttavia lo spettatore si trova sbalestrato in un bislacco e tetro Luna Park a cercare invano fra lingue in bocca viscide come serpenti    e cadaveri imbalsamati le meraviglie.     

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 RACCONTA DI: Morta la madre per overdose Jeliza Rose, undicenne, lascia Los Angeles con il padre Noah, una rockstar fallita, anch’egli tossicodipendente e vanno a vivere in un posto sperduto nella campagna texana Texas in una casa diroccata. Il padre però morendo lascia sola la bambina a cui non resta che fuggire assieme a due fratelli suoi vicini di casa, in una realtà fantastica, popolata da scoiattoli e bambole parlanti.

TITOLO: Terra della marea, recita il titolo, ripreso in parte dal sottotitolo italiano “ il mondo capovolto”: è un’allusione  al surreale universo fantastico, suggerito alla protagonista dei flm dal padri fra i deliri della droga, che lei trasfigura . E’ il  “paese della meraviglie” nascosto negli specchi dove le Alici contemporaneo possono trovare riparo.

CUORE: il sogno del cacciatore di squali di far esplodere la terra con un enorme bomba atomica, per farvi tornare Gesù.

 SCHEDA: CANADA, GRAN BRETAGNA  2005 Produzione  CAPRI FILMS INC., RECORDED PICTURE COMPANY (RPC)  Distribuzione  OFFICINE UBU (2007)  Data uscita  31-10-2007  Vietato  14  Durata  2 hGenere  FAVOLA NERA Specifiche tecniche  35 MM  Tratto da  romanzo omonimo di Mitch Cullin (Fazi Editore, le strade, 2006)  Regia Terry  Gilliam   Attori Jeff  Bridges  Noah Jodelle  Ferland  Jeliza-Rose Brendan  Fletcher  Dickens Janet  McTeer  Dell Jennifer  Tilly  Regina Gunhilda Dylan  Taylor  Patrick Sally  Crooks  Madre di Dell Aldon  Adair  Luke Wendy  Anderson   Kent  Wolkowski   Soggetto Mitch  Cullin  (romanzo) Tony  Grisoni   Terry  Gilliam   Sceneggiatura Tony  Grisoni   Terry  Gilliam   Fotografia Nicola  Pecorini   Musiche Mychael  Danna   Jeff  Danna   Canzone "Wash Me in the Blood" di Dave Howman, André Jacquemin.     Montaggio Lesley  Walker   Scenografia Jasna  Stefanovic   Arredamento Sara  McCudden   Costumi Mario  Davignon   White  Delphine   Effetti Leo  Wieser   John Paul  Docherty   Richard  Bain   Bleeding Art Industries Inc.  

 

 

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STELLE: *se non si ama Gilliam difficile che la ripugnante favola nera con cadaveri imbalsamati e sospetti di pedofilia conquisti.

VOTO/BILANCIO: 5-

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 3.50

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 1

 


lunedì, 31 marzo 2008

MY BLEUBERRY NIGHTS-UN BACIO ROMANTICO(2): CRISTALLIZZAZIONI

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L’America declinata alla maniera del celebrato regista hongkonghese Wong Kar-wai in My blueberry nights non è un paese reale, ma è un’apparizione,  un fluire ordinato di flash,   un eden letterario e cinematografico, dove, come nei racconti di Paul Auster o in film quali Smoke, Mosche al bar, baristi e ristoratori sono saggi custodi delle chiavi del cuore e delle memorie di una città, numi tutelari di spazi privati e circoscritti, luoghi  di sosta e di confronto intimo reciproco, nei quali si arriva dopo aver esplorato il mondo ed essersi conquistati  stabilmente un’identità.

 Non c’è motivo di non credere all’autore quando sostiene di aver girato il film per aver modo di lavorare con Norah Jones e di cimentarsi con la lingua inglese, tuttavia la molla più autentica della pellicola, viene il sospetto, sta nell’urgenza di definirsi in un mondo frastagliato ove questo è sempre più difficile, e qual migliore occasione per farlo dell’osservazione  etnografica di usi e costumi altrui per rilevare affinità e dissomiglianze? Magari è azzardato pensarlo, eppure il bacio protratto fra i due protagonisti, con le briciole di dolce sulle labbra e i volti poggiati sul bancone, metaforizza quello appassionato e romantico fra gli States e l’universo poetico e concettuale di Wong Kar-wai: il filo conduttore del lungometraggio sono le lettere che Norah Jones  spedisce da Memphis e dal Nevada a Jude Law, ex maratoneta inglese, gestore di un ristorante, di lei invaghito e nell’attrazione provata da quest’ultimo per la giovane donna in fuga si intravede quella analoga del regista per una civiltà pragmatica e ottimista antitetica alla sua. In My blueberry nights la strada, la favolosa Ruote 66,  è l’antidoto alla soffocante prigionia dei sentimenti e della passioni non ricambiate o non riconosciute, un reticolo di semafori appesi per aria contro il cielo aperto: un treno in corsa attraverso la notte di New York,  richiamo di libertà, la bontà colorata di un torta di mirtillo nel bar sotto casa mai assaggiata per distrazione e fonte di piacere sorprendente, rappresentano il sottile scarto fra l’infelicità e la speranza consentita per le anime perse, in cerca di oblio,  nell’alcool, nel gioco d’azzardo o nel lavoro abbrutente.

 L’immersione nel dolore, il rimpianto di una bellezza effimera sono in fondo i medesimi delle altre opere di Kar-wai: la ricerca lineare(alla sceneggiatura ha collaborato il giallista Block) correlata alla dislocazione geografica dell’occidentale cameriera errante, tesaurizzata nelle pagine di lettere –diario, riecheggia quella sussultoria risultante dagli sbalzi temporali  del giornalista orientale Chow Mo-wan in In the Mood for Love e in 2046 e  il mito, unica categoria storica compatibile con il linguaggio filmico,  continua ad essere la struttura portante del racconto.

 Tuttavia nell’ultima fatica capita a Kar-wai quello che di solito succede agli innamorati abbagliati dall’oggetto del desiderio: cristallizzandolo, il termine  è stendhaliano ma qui è particolarmente calzante,  ne hanno un’immagine offuscata e quanto agli altri ne raccontano nell’esaltazione sintattica e lessicale è figura sbiadita.

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TITOLO: “Le mie notti al mirtillo” è il titolo originale della pellicola: una torta al mirtillo compare in una sequenza particolarmente importante, ma per comprendere il riferimento al mirtillo bisogna tenere presente il suo colore violaceo e il fatto che la torta al mirtillo è l’unico dolce a rimanere intatto a fine serata, mentre tutti gli altri finiscono. Niente di più adatto a fare da “correlativo oggettivo” della concezione del mondo di Kar-way: il senso ultimo dell’esistenza, una speranza vaga di felicità,  sta nella poesia dell’ultimo sguardo alla luna o nell’ultimo boccone di un dolce avanzato prima di andare a dormire.

CUORE: la strada-la torta al mirtillo- il treno in corsa nella notte( libertà e speranza) VS reticolo di semafori appesi contro il cielo aperto( la gabbia del destino)

 

 

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STELLE: **Gli States cucinati secondo la ricetta di un Kar-Way innamorato: l’idealizzazione sbiadisce il ritratto. La torta di mirtilli è anche quella di Nonna Papera.

VOTO/BILANCIO: 5/6

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

 

 

 

 

 


lunedì, 10 marzo 2008

NON E' UN PAESE PER VECCHI(2): CAINO ED ABELE

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Come in una favola di Esopo in Non è un paese per vecchi, tratto dal romanzo di Cornac McCarthy No country for old men, l’ultima celebrata fatica di Joel ed Ethan Coen, bisogna attendere la conclusione perché gli autori, togliendoci la fatica o la libertà di interpretare, ci impongano una chiave di lettura fiduciosamente o utopisticamente moralistica: alla fine della carriera uno stanco sceriffo racconta un sogno in cui cavalcando nella notte viene superato dal padre che con una torcia in mano va avanti e gli illumina il cammino, infondendogli  speranza e sicurezza nel domani. Impossibile non pensare a La strada, un altro libro dello scrittore: qui si racconta di un viaggio impossibile verso l’oceano di un padre e un figlio sopravvissuti a una catastrofe nucleare che ha spazzato via la vita civile, il senso della quale il genitore cerca disperatamente di ricreare per il bambino che dovrà abbandonare alla fine della strada. Ispirati dall’opera del cosiddetto 'Shakespeare del West' anche gli autori di Fargo, Il grande Lebowski e di Barton Fink hanno immobilizzato il mondo un istante prima della sua esplosione, l’attimo di sospensione, il crocevia in cui presente, passato e futuro coincidono, nel tentativo disperato di disinnescare il detonatore, sviscerandone i meccanismi: i prodromi del male stanno nell’infanzia dell’umanità, quando un bambino regala generosamente alla vittima di un incidente la sua camicia per medicare le ferite, viene ricompensato dal killer con una banconota insanguinata, il compagno gliene contende il possesso e l’infanzia spensierata diventa  la tragica maturità di Caino ed Abele. Nella sequenza simbolica inserita quasi alla fine del lungometraggio, dove si agglutinano in modo un po’ farraginoso molti epiloghi e molte premesse, il primo e l’ultimo stadio del processo di decomposizione etica si incontrano, senza neppure riconoscersi: avidità e sete di dominio degenerano incarnandosi nella grottesca maschera di un assassino psicopatico con pettinatura a caschetto( i due fratelli amano condire con un po’ di pepe e civetteria il truculento) nel quale il virus diventa malattia congenita, patologia psicosomatica, realizzata metamorfosi da uomo in mostro. I delitti, compiuti senza passioni e senza il compiacimento estetico del gesto gratuito, cancellati i parametri consueti, hanno come unica ragione la libidine del nulla: il meccanismo inceppatosi desidera l’autodistruzione. Il folle omicida   porta però con sé la  moneta del destino e il suo ghigno truce accentuato dalla diabolica frangetta obbliga un umanità di renitenti ignavi a scegliere fra testa e croce: il male esiste, dicono alcuni teologi, per offrire al bene occasione di esercitarsi e il  libero arbitrio rappresenta l’unica possibilità di risalita dall’abisso e di salvezza dalla catastrofe.

 La scarnificazione dei luoghi, i deserti riarsi al confine fra il Messico e il Texas popolati più da carogne che da persone vive non consentono scampo o distrazioni alle responsabilità individuali: camminando in mezzo al nulla, lungo  gli argini del Rio Grande, l’anonimo cacciatore, reduce di guerra, trova un tesoro sepolto sotto un cadavere, e mosso in parte dal desiderio di arricchirsi in parte dal gusto per la sfida e l’avventura, se ne impadronisce, ne diventa inconsapevolmente schiavo, finendo con il perdersi in un tortuoso cammino di dannazione. Ciascuno ha peccati o viltà da scontare e da secoli viviamo in un Paese non per vecchi, nel quale  i padri per farsi perdonare di averci ingannato con il sogno del Paradiso ci hanno lasciato in eredità l’aspirazione al Purgatorio.

 

 

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TITOLO: .Il titolo riproduce  fedelmente il romanzo da cui  la pellicola è tratta e suggerisce il filtro  moralistico ma anche ironico con cui si  leggere  la vicenda. I valori della frontiera sono   tramontati e i  vecchi western echeggiati  nel  lungometraggio sono anacronistici. Chi vive in America vive in un paese  senza vecchiaia,  e   quindi privo di identità.

CUORE: la sequenza in cui il serial Killer/ Bardem prima di lanciare una moneta costringe il negoziante a scegliere fra testa e croce: il male inchioda l’uomo alle proprie responsabilità e l’uomo scegliendo salva la propria integrità, anche se non è suo potere mutare il destino.-la sequenza in cui i due bambini soccorrono il serial killer dopo l’incidente, lui ricompensa uno dei due per avergli generosamente regalato la camicia con una banconota insanguinata e i due diventano Caino ed Abele.

 

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STELLE: *** una caccia all’uomo in un mondo spopolato e riarso, terra mitica di confine fra il Mexico e il Texas.  I Cohen poi agglutinano spiegazione e scene chiave nell’ultima mezz’ora.

VOTO/BILANCIO: 6.50

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 3.

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

 

 

 

SCHEDA:

Country for Old Men USA 2007 Produzione  SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, MIRAMAX FILMS, PARAMOUNT VANTAGE, PARAMOUNT CLASSICS  Distribuzione  UNIVERSAL (2008)  Data uscita  22-02-2008  Vietato  14  Durata  2h e 2’  Genere  , DRAMMATICO  Tratto da  romanzo omonimo di Cormac McCarthy (ed. Einaudi, 2007)  Regia Ethan  Coen   Joel  Coen   Attori Javier  Bardem  Chigurh Josh  Brolin  Moss Tommy Lee  Jones  Bell Woody  Harrelson  Wells Rodger  Boyce  Sceriffo Roscoe Giddens Barry  Corbin  Ellis Zach  Hopkins  Vicesceriffo Garret  Dillahunt  Wendell Kit  Gwin  Molly Kelly  Macdonald  Carla Jean Soggetto Cormac  McCarthy  (romanzo) Sceneggiatura Ethan  Coen   Joel  Coen   Fotografia Roger  Deakins   Musiche Carter  Burwell   Montaggio Ethan  Coen   Joel  Coen   Scenografia Jess  Gonchor   Arredamento Nancy  Haigh   Costumi Mary  Zophres   Effetti Luma Pictures  

 


mercoledì, 27 febbraio 2008

AWAY FROM HER ( 2): LA VERITA', VI PREGO, SULL'AMORE

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“La verità vi prego sull’amore” chiede a un anonimo lettore il poeta inglese W.H. Auden in una poesia composta negli anni 30’ del secolo scorso, ironizzando sulla convinzione diffusa di conoscere la natura e gli effetti sull’animo umano dell’attrazione erotica e sentimentale. Auden è anche l’autore del reportage sull’Islanda che Grant Anderson, l’intellettuale docente universitario in pensione, protagonista di Away from Her delle giovane attrice e regista Sara Polley, ispirato a un  mirabile racconto della  scrittrice canadese, Alice Munro, legge alla moglie Fiona, malata di Alzheimer, le porta in clinica, quando lei viene ricoverata e il libro, abbandonato a lungo su un comodino, ripreso in mano all’improvviso dalla donna segna il risveglio dal torpore di lei, il ripescaggio dal gorgo della malattia invincibile di un frammento dell’identità smarrita ed è come se il volumetto tenesse per mano i due coniugi e li accompagnasse in punta di piedi all’interno del loro stesso dramma. Grant e Fiona, abitanti  di uno spopolato ed immemore Canada terso e polare,  sono infatti spinti, loro malgrado, a compiere un viaggio analogo all’autore britannico all’interno del territorio inesplorato e selvaggio di una mente devastata e cancellata da un morbo irreversibile: l’Islanda la più giovane terra del pianeta, ancora in via di assestamento, racchiude il fascino inquietante di un universo vergine in cerca di un proprio anomalo equilibrio e per penetrarne i segreti occorrono gli occhi e la sapienza magica dei poeti. Saggezza di cui però gli altri non sono comunemente dotati e l’urgenza di sapere, destinata a rimanere inappagato, si paralizza di fronte a qualche bagliore improvviso, a una verità illusoria e casuale, cosicché l’impotenza conoscitiva degli affetti alimenta il disagio sottopelle dello spettatore partecipe: il tentativo di fare di Fiona/ Christie un oggetto di osservazione stabile viene eluso, la vediamo svanire gradualmente in uno straziante sorriso, racchiudersi all’interno di un guscio protettivo e inavvicinabile, sul suo bel viso aleggiano messaggi indecifrabili; il pellegrinaggio nel continente del dolore inizia con i percorsi noti indicati dalla letteratura medica ma si smarrisce in sentieri oscuri ove si affievoliscono giorno per giorno  vista, udito e memoria, fino a svanire.

 Una parete di vetro infrangibile separa i sani dai malati, e la coppia disintegrata dall’innalzarsi della barriera miracolosamente nelle persona dei due ospiti della clinica, di cui uno muto e costretto su una sedia a rotelle, si ricostruisce al di là di essa  inventandosi un linguaggio e un vissuto “altri”: in Away from her  Sara Polley forza il  protagonista maschile, l’infermiera solidale, la moglie del supposto “rivale” nonché il pubblico a  rimanere pudicamente al di qua del muro di cristallo e a  cercare di afferrare, attraverso la trasparenza, la vita  segreta delle cose, per ricordare il titolo di un suo film. Un uomo e una donna sciano affiancati sulla neve fresca, due solchi lieve destinati a scomparire con la stagione nuova, una casa le cui luci si spengono al crepuscolo prima che faccia notte: la verità, vi prego, sull’amore….

 

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TITOLO: definisce la condizione di distanza fisica e psicologica del protagonista della pellicola, ma è anche il punto di partenza per la rinascita e la rifondazione di un legame coniugale ormai impossibile.

CUORE: Il libro di Auden sull’Islanda-le traccie degli sci sulla neve-le luci della casa che si spengono una per una al crepuscolo.

 

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STELLE: ****pellegrinaggio ovattato nel morbo di Alzheimer di una coppia di anziani innamorati in un Canada polare

VOTO/BILANCIO: 7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è