Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.
La vita è un romanzo o un dramma, ma nella poetica del “diminutivo” propria del cinema minimale statunitense essa è contenuta tutta in un elenco numerato: un carrello del supermarket nel quale è consentito mettere prima di presentarsi alla cassa non più di dieci cose, dopo averne espunte dalla lista altrettante. Borges, ovvero la letteratura alta, paragona l’universo a un’ immensa biblioteca il cui senso ultimo ci sfugge, la pellicola di Sieberling, 10 cose di noi, invece l’assimila agli scaffali di un grande magazzino costipato di merci e lo svilimento metaforico, certo inconsapevole, ha il valore da un lato di una resa di fronte all’enigma dell’esistenza, dall’altro però di un atteggiamento non rinunciatario nei confronti dello stare al mondo: tenuto conto che bisogna sopravvivere in un modo o nell’altro in un cosmo indecifrabile e in una società iniqua, occorre farlo con allegria, valorizzando le virtù di cui siamo dotati e scegliendo fra i tanti oggetti del negozio pieno quelli che ci piacciono e ci danno gioia, buttarli nel carrello e portarseli a casa.
I due protagonisti del lungometraggio, la star hollywoodiana Morgan Freeman e la cassiera messicana Paz Vega, esemplificano di fatto un’umanità infelice ma agli antipodi, destinata a incontrarsi esclusivamente nella realtà simulata della finzione: il divo in crisi fa una vacanza esplorativa a Carson, sobborgo multietnico della Los Angeles povera, fra le case roulotte, gli autolavaggi e i drugstore e trovando in sé l’energia dell’istrione, volteggia in mezzo alle auto, fa complimenti a casalinghe obese, osserva impiegati alienati dal lavoro di routine e nella significativa sequenza incastonata fra i titoli di testa offre scopettoni ai clienti del grande emporio facendo la parte della commessa. Il viaggio per strada e lontano dagli studi della Major gli consente di riscoprire la vecchia lezione sul cinema fabbrica che vende illusioni, superflua forse per i quartieri ricchi, ma essenziale per le periferie miserabili.
Uno iato vivificante che forse avrebbe necessitato di minore compattezza e di una messinscena più fastosa: 10 cose di noi è del resto costato pochissimo, è stato girato in una quindicina di giorni con una troupe ridotta al minimo ed è stato concepito e progettato più come un’improvvisazione spontanea che come un’opera studiata a tavolino. Una conversazione informale quindi fra due persone, impegnate nel ruolo di se stesse, mentre fanno un piccolo tour per il quartiere su una vecchia utilitaria color giallo senape. Ne scaturisce una sorta di riconciliazione ottimistica e antidogmatica sul cinema indipendente a piccolo budget e quello titanico delle grosse produzioni: lo schermo è uno specchio perfetto per riconoscersi o per consolarsi, davanti al quale si parla, ci si libera o semplicemente si sogna ad occhi aperti. Nulla di più e nulla di meno: gli uomini muoiono, gli attori scompaiono…
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CUORE: la sequenza nei titoli di testa in cui Morgan Freeman fa il venditore nel centro commerciale-le 10 cose da tenere e da buttare via elencate da Morgan Freeman e Paz Vega
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STELLE:*** un attore in crisi e una cassiera si incontrano e parlano girando in auto:una riflessione sulla settima arte affidata esclusivamente alla performance di Morgan Freeman e Paz Vega. Un esempio di cinema povero o “minimale”
VOTO/BILANCIO: 6-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3/4
2- coerenza logica, stile di regia: 2
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Paolo Virzì nella ultima e più matura opera, Tutta la vita davanti, tratta dal diario-blog di Michela Murgia, consegna allo schermo un ritratto paradossale, a metà fra il grottesco e il tragico, dell’Italia contemporanea: nei pubblici vizi emergono le virtù individuali di chi ha avuto la fortuna di aver ricevuto educazione e cultura e il merito di averli saputi tradurre in capacità critica di giudizio e in quel complesso di qualità comportamentali che i Greci riassumevano nel concetto di “sumpateia” o “filantropia” e i Latini traducevano in “humanitas” intendendo la comprensione per le debolezze e le ragioni degli altri e soprattutto la solidarietà fra esseri umani condannati alle medesime sofferenze. Probabilmente Isabella Aragonese/Marta, la laureata con lode in filosofia teoretica protagonista della pellicola, ha imparato il senso concreto e universalmente attuale di tali arcaici valori dall’amata madre, insegnante severa di Latino e Greco al liceo di Palermo: l’avventura esplorativa nelle periferie sordide della metropoli di oggi può essere affrontata rimanendone immune solo dopo aver assorbito nell’organismo il vaccino di una formazione etica ed intellettuale non appiccicaticcia e astrattamente manualistica.
Corroborata dunque da mille letture ben assimilate, Marta vacilla talora nei sentimenti, eppure non tradisce mai la missione di intellettuale e proprio nel momento in cui la società la relega nell’angolo degli emarginati disoccupati promossi alla miseria del precariato, osservando e sperimentando in prima persona gli inferi del call center, ricava la certezza che un mondo senza filosofi è un mondo folle ed ubriaco, dove il dramma rattenuto minaccia costantemente di esplodere: se l’eccellenza del pensiero sopravvive nei fantasmi incartapecoriti seduti dietro le cattedre all’università, i bambini, la cui anarchia lessicale significa libertà dai condizionamenti, ancora ascoltano e se il compito dei pensatore è insegnare a diffidare della realtà, in loro sta la speranza di una rigenerazione e da loro bisogna iniziare. La chiave di lettura del film cosi ci viene fornita dal mito delle caverna platonica raccontata da Marta alla figlia piccola di Michaela Randazzo, procace e patetica ragazza madre sprovveduta: gli uomini vivono incatenati in una grotta, vedono ombre proiettate sul muro e le scambiano per la verità; allora, conclude la bambina perspicace, loro vogliono bene a un cane finto perché non ne hanno mai visto uno vero. Il cane finto sul muro della caverna è l’ossessione rattenuta dal sorriso incollato alle labbra di Sabrina Ferilli, versione coatta e depressa della femme fatale, è la smania divorante del primo posto in classifica di Elio Germano/ Lucio 2, è il titanismo inconsistente di Massimo Ghini, ma è persino l’illusoria lotta di liberazione portata avanti dal sindacalista Mastrandrea.
Virzì ha certo pietà dell’umanità di vittime fragili che descrive, prigioniere dell’antro, anche perché ne fa parte la velleitaria gioventù di idealisti sconfitti rappresentata malinconicamente nei suoi precedenti film. Il percorso della neo dottoressa, introdotto dalla pleonastica voce fuori campo di Laura Morante, indica però nell’autore livornese una prospettiva meno crepuscolare e più illuministica, per la quale cuore e acume analitico si confortano a vicenda: Tutta la vita davanti non si risolve comunque in un j’accuse, tuttavia indicando la sintomatologia collettiva del male nell’imbarbarimento scurrile e nella standardizzazione della lingua, nella dittatura di un capitalismo insano e nei modelli imposti dalla cattiva televisione rende evidenti le responsabilità di una classe dirigente immeritevole e prona più ai sorrisi dei direttori di banca che alla vocazione di guida civilizzatrice di un Paese.
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TITOLO: E’ quello che si dice ai giovani e si pensa quando si è tali, ma il film lo interpreta sarcasticamente alla lettera: la vita non è mai qui e ora, ma è sempre davanti a noi, come un miraggio nel deserto.
CUORE: il mito della caverna raccontato come una favola da Isabella Aragonese alla bambina
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STELLE: ****l’Italia di oggi secondo Platone e il mito della caverna.
VOTO/BILANCIO: 7/8
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Ne La graine e la mulet( in italiano Cous Cous) di Abdellatif Kechiche, considerato il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, paesaggi urbani e soprattutto volti, sorpresi e spiati dalla macchina da presa, rivelano l’anima di una città: porti e cantieri in via di dismissione, desolate periferie notturne popolate da giovani balordi e il fascino malinconico di una “piccola Venezia” nel Sud della Francia, intrecci fra politica e banche, cortesia ipocrita, fatica, sudore, lotta per la sopravvivenza, sesso sordido per noia, simpatie timide fra adolescenti, forza di carattere e fragilità, matrimoni spezzati e amori tristi, mogli tradite in lacrime e figlie coraggiose, indifferenza e solidarietà, sono gli ingredienti base amalgamando i quali fuoriesce il piatto povero ma dai sapori forti preparato dal regista franco-tunisino. Il cous cous di pesce si prepara, dicono i ricettari, mescolando i grani della semola e il muggine, un pesce non pregiato più comunemente noto con il nome di cefalo: cibi solidi e umili, terra e mare che, messi insieme a cuocere in una pentola, riassumono la costrizione del lavoro e la fantasia consolatrice e vivificante della libera creazione, la miseria e la nobiltà della vita umana.
Nel lungometraggio non emerge di conseguenza una visione filosofica o politica delle realtà quanto il sapore di un’esistenza negata e proprio per questo ostinatamente conquistata: la banalità rude del vero caratterizza le rughe del sessantenne introverso Slimane, il protagonista maghebino, e ha plasmato i caratteri della sua litigiosa famiglia allargata. Non eroi o eccezioni ma uomini e donne, vecchi e ragazzi, uguali a tutti gli altri, con la forma mentis e il linguaggio tipici della classe sociale cui appartengono: il licenziamento dal cantieri navale del dignitoso patriarca e il tentativo di aprire un ristorante etnico su un barcone in disuso non aprono la strada a un improbabile riscatto, Kechiche conosce troppo bene il mondo operaio degli immigrati per edulcorarne disagi e sofferenze con le fittizie illusioni della commedia gastronomica oggi di moda e per questo sfuma poeticamente la conclusione della storia, lasciando lo spettatore nell’incertezza sull’esito dell’impresa commerciale. La sensibilità di regista di talento del resto lo porta a interpretare il tipico percorso ad ostacoli della commedia non alla stregua di un ludico trionfo sulla sfortuna bensì come un’avventura contro il “malocchio” destino, una delle tante che accomunano un nucleo familiare, che si raccontano mille volte nelle ricorrenze quando ci si ritrova fra parenti e si celebrano le gesta epiche consegnate alla memoria del gruppo tramite la secolare tradizione orale: il locale viene aperto, diversi incidenti fanno andare storta la serata importante dell’inaugurazione e il superamento delle tensioni salva forse la situazione. Nelle famiglie disfunzionali contemporanee l’ideale dell’ostrica continua a nidificare, per lo più le disgrazie appianano provvisoriamente asti e disaccordi, per la semplice ragione che nessuno ama o odia qualcun altro in assoluto e che l’uomo è bontà e malvagità nello stesso tempo. Ma è proprio la normale incoerenza della gente comune che Le graine et le mulet vuole rappresentare e Kechiche aggiornando la vecchia tecnica veristica dell’eclissi dell’autore occulta con arte se stesso: un coro di donne tagliando le verdure spettegola e sproloquia, se si tace e ci si nasconde si sente la musica…
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TITOLO: Le graine e le mulet sono gli ingredienti con cui si prepara il cous cous, ovvero i grani di semola e il muliggine, pesce comunemente noto come cefalo. E’ un’ allusione alla vicenda in quanto il ristorante del protagonista dovrà servire il cous cous di pesce, ma è soprattutto una metafora della situazione e dei personaggi che il film intende rappresentare: i grani delle semola, materia grezza, germogliano e il muliggine, che vive sul fondo del mare, è capace di grandi salti. I protagoniste del film sono dei vinti, ovvero appartengono a un classe sociale marginalizzata dal progresso, eppure si sentono vivi o fanno di tutto per sentirsi tali…
CUORE: la danza del ventre interminabile della figliastra di Slimane per distrarre gli invitati all’inaugurazione del ristorante: fatica e musica, sudore sulla fronte e energia vitale…
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STELLE:****la poesia e la fatica di essere poveri
VOTO: 8
SCHEDA:
La graine et le mulet FRANCIA 2007 Produzione CLAUDE BERRI PER PATHE' RENN PRODUCTIONS Distribuzione LUCKY RED Data uscita 11-02-2008 Durata 2 h e
Note - GIRATO A BORDO DI UNA NAVE NEL PORTO DI SETE DA OTTOBRE A DICEMBRE 2006.
- ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA (EX-AEQUO CON "IO NON SONO QUI" DI TODD HAYNES), PREMIO MARCELLO MASTRIANNI AD HAFSIA HERZI COME MIGLIOR ATTRICE EMERGENTE, PREMIO
Nel suo ultimo film, I giorni e le nuvole, Soldini pare cercare le ragioni di fondo della sua visione della vita dolce/amara: gli uomini camminano sotto un cielo plumbeo, oppressi da una società ostile, eppure non rinunciano mai ad amare la bellezza misteriosa delle creature prigioniere di un acquario o a guardare verso l’alto nell’orizzonte nuvolose a cercare spiragli di luce. I rapporti di forza e le condizioni materiali impoveriscono gli individui oppure, emarginandoli e spingendoli alla disperazione, prodigiosamente li arricchiscono: si deve avere la mente sgombra da pregiudizi e obblighi per percepire attorno a noi la presenza di un’altrove a portata di sguardo sorprendentemente vitale ed aderente alle leggi dell’anima. E’ il respirare rassicurante ed eterno del mare sui carruggi di Genova, è la lampadina magica che improvvisamente si accende al passaggio dei miracolati( Agata e la tempesta), sono i libri sparsi ovunque, dati in dono dai genitori ai figli, intravisti in mano al passante anonimo alla fermata del bus, è l’affresco da scrostare con mesi di fatica dal soffitto di una chiesetta nascosta nei vicoli oscuri, i paradisi della natura e dell’arte accessibili a condizione di starsene sdraiati su un pavimento freddo.
In Giorni e nuvole Soldini fa stridere molto più aspramente rispetto alle altre opere la quotidianità nuda e cruda con l’inattesa rivelazione della poesia e dall’urto violento, occasione d’oro per il viso da tragicommedia di Antonio Albanese, scaturisce finalmente la crudeltà della verosimiglianza: la fuga dai doveri in Pane e tulipani o in Agata e la tempesta era un ben accetto regalo del caso e nell’idillio imprevisto era facile sospettare l’ artificio consolatorio, qui l’utopia familista è bruscamente recisa dalla fatica e dal logorio del precariato a cui la coppia di borghesi laureati e benestanti è costretta dal rifiuto del marito e padre di assecondare l’evolversi barbarico del mondo.
Il lungometraggio usa altresì molto tatto nell’indicare le responsabilità e l’orgoglio arrogante della classe intellettuale arroccata ciecamente sulle proprie virtù d’intelligenza e conoscenza, armi spuntate di fronte ai ritmi imposti dal mito della globalizzazione: è la stessa area di sofferenza collettiva analizzata senza dolcificanti affabulatori e assai causticamente da Nanni Moretti ne Il caimano. Soldini però non ha la rabbia satirica del regista di Ecce bombo, e la vena intimista/sentimentale lo porta ad affrontare le questioni da un prospettiva meramente individuale e non di categorie sociali o politiche: esistono imprenditori cinici ed altri spuntano benevoli da uffici/antro ad offrire soste refrigeranti in malinconica condivisione alle afflitte segretarie evase da case carcere, ci sono ristoratori grossier e tuttavia generosi soccorritori del prossimo nonché splendidi mariti di fanciulle dalle ottime letture, muratori sprovveduti e bonari, amici fedigrafi o compartecipi, ma è l’emergenza di portafoglio ed affettiva a consentire la misurazione della differenze e lo scavo della trincea per sottrarre l’angolo personale alla fiumana del progresso, lì ove i sopravvissuti in via di estinzioni anch’essi si commuovono agli angeli dipinti nel tempo che fu.
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COSI COMINCIA: Siamo nella Genova dei giorni nostri. Elsa e Michele,una coppia di borghesi colti e benestanti, con qualche disaccordo con la figlia e il compagno di lei rozzo commerciante, viene catapultata nel baratro della povertà dall’estromissione di lui dalla piccola società di cui era proprietario. Inizia per loro un lungo viaggio nell’inferno del precariato, dove rischiano di smarrire anche il loro saldo rapporto di coppia…
TITOLO: Soldini ama i titolo metereologici come questo, in quanto capaci di sintetizzare la sua visione dolce/amare del mondo: l’uomo per vedere la bellezza del cielo, deve renderlo sgombro dalla nubi che lo riempiono. I suoi film si giocano cosi sul contrasto fra condizioni di vita opprimenti e la scoperta da parte degli individui di aspetti, quali i libri o l’arte, che la rendono luminosa e degna di essere vissuta.
CUORE: Il cuore del film è la sequenza in cui Elsa e Michele straiati sul pavimento della chiesa contemplano l’affresco, inquadrato insistentemente dalla macchina da presa. Diventa qui evidente ciò che in tutto il film compariva sotto forma di lieve accenno, basti pensare al mare o ai pesci nell’acquario.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a precari e nuovi poveri, per convincerli che fino a che c’è vita c’è anche speranza.
STELLE: ****il Soldini migliore
VOTO: 7
SCHEDA:
Origine ITALIA, SVIZZERA 2007 Produzione LIONELLO CERRI PER LUMIÈRE & CO., TIZIANA SOUDANI PER AMKA FILMS PRODUCTIONS, RTSI, CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC, EUROIMAGES Distribuzione WARNER BROS. ITALIA Data uscita 26-10-2007 Genere: Dramma familiare/ sociale Durata: 1h e 56’Specifiche tecniche