Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.
Nel lontano 1967 Stanley Kramer in Indovina chi viene a cena provocava le coscienze immaginando l’imbarazzo di un incontro conviviale fra una famiglia di bianchi progressisti e una di neri, i cui figli sono fidanzati: sono passati decenni e oggi le nostre tavole, al cinema soprattutto, sono più o meno disposte ad accogliere chiunque senza scomporsi più di tanto.. La diversità e la bizzarria non scandalizzano, anzi sono portatori di valori sani e costituiscono la testimonianza della disponibilità al dialogo delle società contemporanea oppure, se si considera la cosa da un'altra prospettiva, l’eclatante sintomo dell’apatia e della tendenza ad irreggimentare nella spettacolarizzazione mediatica ogni aspetto del difforme. Allora per scuotere gli animi e salvarli da un‘abulia mortifera bisogna invitare a cena non una persona in carne ed ossa bensì una bambola gonfiabile, pescata in uno dei tanti siti porno su internet, trattarla come una donna in carne ed ossa, fare di lei la fidanzata, l’amica e la beniamina di un paesino di provincia sommerso costantemente dal grigiore invernale: è quanto racconta il film di Gillespie Lars e una ragazza tutta sua.
Quando attraverso un pacco postale, Bianca, la ragazza di plastica, fa la sua irruzione nel quieto villaggio del Midwest lo trasforma magicamente in un presepe luminoso dove quasi tutti gli abitanti partecipano solidali al lieto evento che ha mutato le sorti del più disturbato e sfortunato di loro: da prima la comparsa di lei suscita imbarazzo, poi gradualmente la piccola comunità si compatta nella consapevolezza che non si tratta della follia di una mente malata e che la silenziosa creatura è viva di un’autenticità particolare, legata all’interiorità di ciascuno di loro. All’inizio del film Lars, un giovane impiegato solitario e strambo, guarda dalla finestra e nel bagliore accecante della neve attende l’evento che possa salvare lui e il microcosmo asfittico in cui vive dalla paura del vuoto, dall’angoscia di diventare adulti : quasi nessuno dei personaggi di Lars è una ragazza tutta sua sa camminare senza stampelle, c’è chi come il protagonista cerca protezione avvolgendosi attorno al collo una sciarpa, chi in un orsacchiotto di peluche, chi fugge dalle proprie responsabilità e si sente in colpa, chi nei ricordi e nei fiori da portare al cimitero, e tutti soffrono dello “scompenso” di cui parla la saggia psicologa a proposito della condizione anomala del suo assistito. Un universo fragile, di persone segnate dal lutto e dall’impotenza esistenziale, bisognose della carezza di un angelo e altresì del doloroso sacrificio di un capro espiatorio: Bianca non è l’eroina di una stramba favola animata e neppure di un buffo apologo, è piuttosto la malinconica personificazione degli amori idolatri da estirpare prima di uscire dalle secche adolescenziali e abbandonare la lente distorcente, che attutisce asperità e gioie. L’humour così penetra sottopelle in un storia di formazione in fondo crudele, come possono esserlo quelle ambientate in un oggi multiforme dove pratichiamo la respirazione bocca a bocca ai pupazzi prima di trascinarli con noi nell’abisso.
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RACCONTA DI: Siamo in una cittadina del Midwest, provincia statunitense, al giorno d’oggi. Lars, un uomo timidissimo, presenta alla famiglia Bianca, la ragazza da lui conosciuta tramite internet, che non è però una donna reale bensì una bambola che Lars considera però una persona. La reazione è quella che si può immaginare…
TITOLO: Nell’originale inglese il titolo”Lars e la ragazza vera” mette in evidenza la situazione paradossale, che costituisce il motore della commedia: la love story fra Lars è perfetta proprio perchè la donna amata è autentica a modo suo.
CUORE: la sequenza in cui Lar presenta la nuova ragazza al fratello e alla cognata e cenano insieme.
SCHEDA: Titolo Originale Lars and the Real Girl USA 2007 Produzione SIDNEY KIMMEL ENTERTAINMENT Distribuzione DNC ENTERTAINMENT (2008) Data uscita 04-01-2008 Durata 1h e
DA SEGNALARE: - CANDIDATO
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER
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STELLE: ****la delicata storia di una bambola di gomma, che diventa capro espiatorio e permette a un intera comunità di compattarsi e a un adulto non cresciuto di svilupparsi.
VOTO/BILANCIO: 7-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Il ragazzo ritardato ed epilettico compagno di giochi della decenne Jeliza-Rose nel coerentemente scombinato Tideland di Terry Gilliam esterna l’orrore e l’odio che gli deforma il corpo in una sorta di sogno profetico apocalittico: dice di avere in un posto segreto un’enorme bomba atomica e di aver intenzione di fare esplodere il pianeta, depurato il quale dall’umanità tornerà Gesù e con lui purezza e innocenza perduti. Il disgusto puritano per le condizioni di vita materiali della metropoli contemporanea e il desiderio segreto di spazzare via in un sol colpo la società insana potrebbe altresì essere il presupposto razionale della favola nera ideata dell’autore de L’esercito delle dodici scimmie e di Brazil, sul modello del capolavoro di Caroll Alice nel paese delle meraviglie: la bambina protagonista della pellicola, Jeliza-Rose, tocca, dotata di granitica imperturbabilità, un campionario di brutture inenarrabili, dalla pedofilia alle necrofilia, eppure riesce a volarci sopra e a edificare un castello incantato a cielo aperto pieno di sorprendenti cunicoli segreti e costipato di presenze subumane, streghe vestite di nero con l’occhio accecato per vendetta da un’ape gelosa, cacciatori di squali su sommergibili, scoiattoli parlanti e bamboline sgraziate dai corpi monchi.
La trasfigurazione della realtà operata dalla fantasia accesa di Jeliza, solidale con l’esuberanza visionaria dello stesso Gilliam, assume fin dalle prime sequenze i toni di un angoscioso delirio, nel quale non c’è più neppure uno straccio di certezza solida a cui aggrapparsi, ed ha le radici nell’estasi da eroina del padre e della madre tossicomani: la mente obnubilata dalle sostanze stupefacenti o dalle patologie dell’immaginazione vaga qua e là, libera da impacci, e alla fine approda nella terra delle maree alle spiaggia sotterranea dove si scaricano i sogni e le speranze degli uomini. Uno spazio mentale dunque, un luogo d’esilio e d’abbandono, il lascito spirituale del genitore mummificato e allucinato alla figlia: una baracca in mezzo al nulla, costruita sull’impronta del raccapricciante hotel abitato dal folle omicida di Psycho, un continente dominato dall’arsura, o piuttosto un dipinto di Andrew Wyeth, il pittore gotico delle praterie.
Gilliam ha addossato sulle spalle fragilissime di una bambina, interpretata da Jodelle Ferland, una star della tv canadese, il gravoso compito di rigenerare il mondo dopo l’auspicabile apocalisse in una zona deserta dello Jutland e il ripopolamento richiama reminescenze colte da Hitchcock a Bunuel alla pittura surrealista e titilla morbosamente il suo incandescente estro, tuttavia lo spettatore si trova sbalestrato in un bislacco e tetro Luna Park a cercare invano fra lingue in bocca viscide come serpenti e cadaveri imbalsamati le meraviglie.
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RACCONTA DI: Morta la madre per overdose Jeliza Rose, undicenne, lascia Los Angeles con il padre Noah, una rockstar fallita, anch’egli tossicodipendente e vanno a vivere in un posto sperduto nella campagna texana Texas in una casa diroccata. Il padre però morendo lascia sola la bambina a cui non resta che fuggire assieme a due fratelli suoi vicini di casa, in una realtà fantastica, popolata da scoiattoli e bambole parlanti.
TITOLO: Terra della marea, recita il titolo, ripreso in parte dal sottotitolo italiano “ il mondo capovolto”: è un’allusione al surreale universo fantastico, suggerito alla protagonista dei flm dal padri fra i deliri della droga, che lei trasfigura . E’ il “paese della meraviglie” nascosto negli specchi dove le Alici contemporaneo possono trovare riparo.
CUORE: il sogno del cacciatore di squali di far esplodere la terra con un enorme bomba atomica, per farvi tornare Gesù.
SCHEDA: CANADA, GRAN BRETAGNA 2005 Produzione CAPRI FILMS INC., RECORDED PICTURE COMPANY (RPC) Distribuzione OFFICINE UBU (2007) Data uscita 31-10-2007 Vietato 14 Durata 2 hGenere FAVOLA NERA Specifiche tecniche
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STELLE: *se non si ama Gilliam difficile che la ripugnante favola nera con cadaveri imbalsamati e sospetti di pedofilia conquisti.
VOTO/BILANCIO: 5-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 1
Lo sappiamo dalla notte dei tempi e dai primordi dei sistemi filosofici: viviamo immersi in due dimensioni, la realtà oggettiva dei fatti concreti e l’universo assai più vasto e macchinoso della mente. E’ la ragione per cui le nostre conoscenze sono la maggior parte delle volte ingannevoli o quanto meno assai parziali cosicché ricordarcelo è merito dell’incantevole cartone animato per adulti Persepolis, ispirato all'autobiografia a fumetti in due volumi dell’autrice iraniana di libri per bambini Marjane Satrapi e realizzato a quattro mani con Vincent Paronnaud: la verità è indubbiamente stratificabile e nella Teheran bidimensionale e buia dello scià prima e degli ayatollà poi così come nella Vienna sbilenca e bohémienne, dove la protagonista ha il suo apprendistato, la verità non è la cronaca documentata di un reportage e neppure un sintetico percorso di formazione da guardare, impietositi, standone a rassicurante distanza, bensì è un volto deformato, una voce strozzata, un’anima cosciente, ferita e spaventata, insomma un vissuto atrocemente credibile in quanto tratteggiato dalla mano innocente di una bambina/donna, una sorta di Diario di Anna Frank o di Diario di Nina, testimonianza, venuta alla luce di recente, del terrore staliniano.
L’elaborazione artistica è il risvolto tragico di un’infanzia e di una adolescenza ferocemente negate, ove la vivacità della fantasia non ha altro da trasfigurare ludicamente oltre al grottesco della morte e dell’oppressione: le vittime della teocrazia dei pasdaran diventano birilli, un teatrino di marionette ospita colpi di stato e rivoluzioni, la città- cimitero è una caverna buia dalla cui viscere spuntano spauracchi incappucciati e patetici venditori di cibo in cartocci, e nei grotteschi scenari dell’orrore si aprono miracolosi spazi per i giardini fioriti della fiaba e i fanciulli-ragazzi ridono e ballano danze scatenate.
Il passato di Marjane rivive in realtà sotto forma di fotogrammi a carboncino in una Marijane ormai matura seduta nell’aeroporto parigini di Orly, dove i suoi occhi paiono vedere per la prima volta l’azzurro del cielo, la tinta delle pareti e degli abiti dei passeggeri: lo scarto cromatico non è irrilevante, in quanto consente di individuare il grumo doloroso in cui la pellicola ha genesi, ovvero il senso di colpa di essere sopravvissuta alla propria famiglia e alle proprie genti, di essere ancora viva, lei profuga in bianco e nero in un mondo a colori. Esule sradicata cercherà di rifondare nell’Occidente libero una patria in cui le sia consentito portare i Penati, la memoria e l’eredità etica di una stirpe nobile di combattenti idealisti estinta nel rozzo totalitarismo teocratico iraniano e ignorata altrove: viene in mente L’Eneide di Virgilio o la letteratura ebraica post-olocausto, anche perché nell’espressionismo di Persepolis è sicuramente scoperto l’appello a un eclettica armonizzazione di cultura europea e tradizione persiana, possibile collante della civiltà di una nuova ed utopica Roma. Il sofferto cosmopolitismo di Marijane ha di fatto le radici in un‘educazione esistenziale ed morale che le consente il confronto critico fra sistemi di pensiero e stili di vita: la mancanza di integrità unifica tristemente gli individui al di là dei regimi politici e dei sistemi in cui vivono e i vecchi sono in genere più coraggiosi dei giovani, cinici manipolatori di ideologie pretestuose oppure pigri ed egoisti. Sunt lacrimae rerum, le cose grondano lacrime ovunque, eppure Dio e Marx in alto fra le nuvole invitano insieme a non abbandonare la lotta in nome dei gelsomini profumati nascosti nel reggiseno di una nonna principessa…
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TITOLO: Persepoli fu una delle cinque capitali della nota dinastia Achemenide, la cui costruzione non fu mai completata causa l’invasione di Alessandro Magno. Essa serviva per ospitare cerimonie annuali, processioni solenni composte dai rappresentanti delle numerosi genti tributarie dell’impero persiano e la sua architettura imponente, ci dicono le fonti, incuteva paura a chi la visitava. Il titolo allude dunque alla lunga e tormentata Storia di un Popolo, depositario di secoli di civiltà e violenza fatta e subita, e testimonia il sofferto senso di appartenenza da parte dell’autrice del film.
CUORE: I gelsomini nel reggiseno della nonna che emanano profumo in un mondo buio e senza odori.
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STELLE: ***** la toccante favola della Storia. Non immalinconite i bambini precoci però portandoli e non annoiate quelli normali.
VOTO/BILANCIO: 9+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 5
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
SCHEDA:
Durata 95 FRANCIA 2007 Produzione 2.4.7. FILMS, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, FRANCE 3 CINÉMA, FRANCHE CONNECTION ANIMATIONS, DIAPHANA DISTRIBUTION, CELLULOID DREAMS, SONY PICTURES CLASSICS, SOFICA EUROPACORP, SOFICINEMA, CNC Distribuzione BIM Data uscita 22-02-2008 durata 1h e 35’Genere ANIMAZIONE,Tratto da personaggi dell'omonima graphic novel di Marjane Satrapi (edizioni Lizard) Regia Marjane Satrapi Vincent Paronnaud Soggetto Marjane Satrapi (romanzo a fumetti) Sceneggiatura Marjane Satrapi Vincent Paronnaud Musiche Olivier Bernet Montaggio Stéphane Roche Scenografia Marisa Musy
Tim Burton ama per ragioni di poetica l’anima nera dell’horror e sicuramente non la trova più nelle estremizzazione fini a se stesse dei cosiddetti “torture porn”, oggi di moda, quali i due Hostel o i tre Saw, ove il male a puntate è deprivato di motivazioni e di poesia: la genesi della violenza è l’iniquità sociale della città dell’uomo, nella quale si concretizza il cuore di tenebra degli individui e l’ossessività omicida del serial killer è una perversa ricerca di giustizia riabilitante. Dunque Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street nel contaminare generi antitetici come il feuilleton, il romanzo gotico, l’horror, il musical e il film in costume è l’ espressione nostalgica di un mondo e di un cinema, dove i contorni siano netti, i buoni oltraggiati si distinguano dai cattivi sopraffattori e le gole sgozzate e i fiumi di sangue derivino da emozioni compresse a lungo: le canzoni, i duetti e i volteggi di danza costituiscono il filo d’Arianna per non rischiare di perdere l’orientamento e la speranza in un labirinto grottesco e raccapricciante popolato da cannibali, da cinici violatori di vergini pure e assassini autorizzati di fanciulli condannati al patibolo.
“Tutti meritano di essere uccisi” intona Todd/Deep abitando la terra, una cloaca cupa ed immutabile nei secoli, l’ inferno perfettamente esemplificato nella miserabile e repellente Londra dickensiana affollata di scarafaggi e di trovatelli ubriachi di gin, intinta nella geniale fantasia di Dante Ferretti: il grand giugnol metropolitano sfregia irreparabilmente le identità, un lucore biancastro paralizza in un truce incantesimo chiome e volti, l’ innamorato romantico sogna l’amore affilando i rasoi per la strage, la dolce cuoca pensa a tenere passeggiate in riva al mare infarcendo i pasticci di carne umana, l’azzurro all’orizzonte è illusione momentanea di una mente criminale, e infine la fiaba aspira a una morale, ma non riesce ad averne una davvero risolutiva, poiché l’innocenza di oggi è preludio alla dannazione di domani.
Riecheggia nell’insistita malvagità rappresentativa del lungometraggio la tensione irrisolta di un ideale di giustizia irrealizzabile ed è difficile non cogliere in questo una diagnosi moralistica sulla crisi di valori che affigge le manifestazioni della cultura contemporanea nonché l’accentuarsi del pessimismo dell’autore: gli emarginati di Tim Burton sono altrove architetti di edifici mentali/ materiali( Edward mani di forbice, Batman, Bigh fish, La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere), sontuosamente alternativi in un al di là interiore alla soffocante mediocrità del reale, in Sweeney Todd la brutalità urbana invade, senza possibilità di scampo, l’al di là sotterraneo di Todd e l’autonomia canora dell’omicida non è più libera creatività bensì desiderio disperato di annientamento totale. Nel virtuosistico ripescaggio del giallo anonimo d’epoca vittoriana ispirato a una vicenda reale svoltasi nella Londra di fine ‘700 e del noto musical di fine anni ’70 il regista ha cosi sacrificato la fiducia nell’estro dell’artista, per quanto nell’acqua limacciosa qualche scampolo galleggi ancora: cardellini ed allodole cantano chiusi in gabbia contemplando le stelle e il cielo, noi cantiamo per nascondere la vergogna di peccati innominabili….
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TITOLO: Il film, suggerisce il titolo, assumerà le forme di una biografia: il termine diabolico barbiere pone l’accento sulla mostruosità dell’individuo oggetto della rappresentazione, ma anche suggerisce la chiave ironico favolistica con cui è necessario rivisitarne gli orrori, nella trasfigurazione dal personaggio reale a quello simulato della finzione spettacolare.
CUORE: La sequenza in cui Todd e la signora Lovett cantano volteggiando e la donna esemplifica all’uomo le caratteristiche dei tipi umani ridotti a carne per infarcire il pasticcio
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STELLE: **** horror/musical gotico firmato dal virtuosismo di un Tim Burton truculento e pessimista: canzoni melodiche, fiumi di sangue e salsicce di carne umana.
VOTO/BILANCIO: 7/8
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5
2- coerenza logica, stile di regia: 5
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 2
SCHEDA:
Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street USA 2007 Produzione DREAMWORKS SKG, MACDONALD/PARKES PRODUCTIONS, WARNER BROS. PICTURES, THE ZANUCK COMPANY Distribuzione WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2008) Data uscita 22-02-2008 Genere MUSICAL Durata 1h e
Note - CHRISTOPHER LEE ERA STATO ANNUNCIATO PER IL RUOLO DEL GENTILUOMO FANTASMA, POI ELIMINATO DALLA SCENEGGIATURA DEFINITIVA.
- GOLDEN GLOBE 2008 PER MIGLIOR FILM COMMEDIA/MUSICALE E MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA. ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR REGIA E ATTRICE PROTAGONISTA.
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA, SCENOGRAFIA E COSTUMI.
Ratatouille, ennesimo prodigio dei laboratori della Pixar, è l’ultimo elemento di un climax, che mira a fare del cartone animato il più colto dei generi cinematografici. La pellicola, diretta dal Brad Bird che ne Gli incredibili aveva imbrigliato in una normalità antieroica i superuomini e superdonne, celebra il matrimonio fra i piani nobili della letteratura alta e la cucina rustica e plebea degli sguatteri e dei pavimenti infestati dai roditori: Orazio, Hugo, Balzac, Baudelaire, Proust e Roland Barthes si imbrattano con gli intingoli, respirano gli aromi dalle pentole, degustano, allibiscono, si innamorano e si convertono. L’artista scopre sorprendentemente che invitare i borghesi a tavola e sognare insieme a loro la favola d’un mondo riunito a banchetto dove l’unica distinzione è fra chi crea occasioni di piacere e chi ne gode stimola ed appaga sensi ed intelligenza molto più che “scandalizzarli”.
La conversione accidentale schiude orizzonti fantastici, perché scaturisce in nome e nel luogo e nella circostanza più prosaica che si possa immaginare: nel palato depresso dell’arcigno censore-vampiro, il critico gastronomico Anton Ego, lo stufato di verdure,
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COSI COMINCIA: Remy è un ratto dotato di particolare talento per l’arte culinaria. Costituisce l’occasione della sua vita l’incontro con lo sguattero Linguini che lo introduce nella cucina di uno dei più celebri ristoranti parigini, proprio l’ex regno del grandissimo chef, Auguste Gusteau, idolo del topo.
TITOLO: La parola ratatouille colpisce, stimola l’udito e traduce in suoni la magia visiva della pellicola: un semplice stufato di verdura cucinato da un topo di fogna suscita le stesse emozioni di una pagina di Proust.
CUORE: la riscrittura della celebre pagina proustiana sulla “maddaleine”, quando il critico Ego mangia la ratatouille, ricorda la sua infanzia, e torna a vivere.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a tutti e soprattutto a chi non ha idea di cosa sia oggi un cartone animato.
STELLE: ****inevitabile associarsi al coro
VOTO/BILANCIO: 9
SCHEDA:
Durata 110
USA 2007 Produzione PIXAR ANIMATION STUDIOS, WALT DISNEY PICTURES
Distribuzione BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA Data uscita 17-10-2007
Durata 1 h e
Genere ANIMAZIONE, COMMEDIA, FAMILY
Tratto da racconto di Brad Bird, Jim Capobianco e Jan Pinkava
Regia
Brad Bird Soggetto Brad Bird (racconto) Jim Capobianco (racconto) Jan Pinkava (racconto) Emily Cook (materiale aggiuntivo) Kathy Greenberg (materiale aggiuntivo)
Sceneggiatura Brad Bird
Fotografia Robert Anderson (III) Sharon Calahan
Musiche Michael Giacchino
Montaggio Darren T. Holmes (Darren Holmes)
Scenografia Harley Jessup
Effetti Benjamin Andersen
In Hairspray, seconda trasposizione sullo schermo dopo quella del 1988 ad opera dell’irriverente Waters di Lacca per capelli musical di Meehan e O’Donnel, la tradizionale ripartizione fiabesca fra buoni/simpatici e cattivi/antipatici, a essere sinceri, lascia qualche dubbio, soprattutto quando si sente il bambolotto idolo delle teen-ager, Zac Efron, e l’amico discutere a proposito dell’assassinio di Cesare su come sia possibile che il mese di Marzo abbia delle idee: analogamente l’ amata, la paffuta Tracy, confessa di aver sempre dormito durante le ore di Storia a scuola e il gruppo di ragazzi di colore, sospesi con tanto di nota dalle lezioni e occupato tutto il dì in frenetiche danze in un’aula appartata del liceo, di buoni libri non pare averne letti neppure uno. Se nelle teste dei volteggianti teen ager del “Corny Collin Show” echeggiano esclusivamente ritmi e motivetti facili e il tirannicidio di Bruto e Cassio ispirato al desiderio di rivendicare la libertà non desta il minimo interesse, di che si nutre in loro la coscienza critica e la volontà di cambiamenti? Non assomigliano forse un po’ troppo nell’evidente ignoranza e nella spontaneità artificiosa agli aspiranti famosi e alle agresti “pupe” delle fortunate trasmissioni di oggi? In realtà il confronto è fuorviante: la consonanza di aspirazioni è evidente, eppure il coro ballerino di Hairspray è un archetipo, solo potenzialmente modello omologante, e la pellicola raffigura l’esaltazione di una scoperta, l’entusiasmo di un inizio e la gioia di una conquista sofferta: a veicolare le rivoluzione culturali contribuiscono del resto più le mode e i mutamenti nel gusto che non le sofisticate analisi degli intellettuali.
La panoramica iniziale sulla Baltimora degli anni
In effetti le numerose inquadrature d’insieme dei numeri danzanti in radio o altrove non sono particolarmente accondiscendenti nei confronti delle grazie motorie dell’eroina: la principale qualità è piuttosto l’incrollabile fiducia in se stessa e l’ essere specchio di un popolo orgoglioso persino delle proprie malettie. Ricordate per caso Super Size me?
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COSI’ COMINCIA: Siamo a Baltimora nel 1962. Tracy è un adolescente obesa, ma sa ballare magnificamente, e sogna di poter prendere parte al “Corny Collins Show”, il programma adorata dalla gioventù della città. A causa dell’abbandono di una delle star della trasmissione, la produzione cerca un volto nuovo e Tracy si presenta e nonostante l’ostilità della più bella dello show, Amber, e dell’ambiziosa madre, riesce a diventare la reginetta dello spettacolo e a far sì che anche i neri possano parteciparvi assime ai bianchi…
TITOLO: “Lacca per capelli” è il titolo del musical di Meehan e O’ Donnell trasposto già sullo schermo nel 1988 da Waters e ora da Shankman: si tratta della sfida simbolica a cui audacemente decide di partecipare l’eroina del film, che non arrendendosi alle apparenze e alla convenzioni cambia il mondo.
CUORE: Il cuore del film è la sequenza iniziale in cui Tracy passeggia inneggiando a un Baltimora sul punto di essere liberata…
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi si è depresso vedendo Super Size me: le cose si possono sempre considerare da punti di vista opposti, no?
STELLE:***favola musicata e colorata godibile con un Travolta magna mater…certo che se non vi aggrada il genere
VOTO BILANCIO:6
VOTO/BILANCIO:
SCHEDA:
Hairspray USA 2007 Produzione GABRIEL SIMON PRODUCTION SERVICES, STORYLINE ENTERTAINMENT, NEW LINE CINEMA Distribuzione MOVIEMAX Data uscita 28-09-2007
Durata 1h e 57’
Genere MUSICALE
Specifiche tecniche HD
Tratto da musical omonimo di Thomas Meehan e Mark O'Donnell
Regia Adam Shankman