Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.
Jason Schwartzman e Natalie Portman si incontrano in una elegantissima stanza di un albergo parigino di lusso, inscenano un colloquio vagamente surreale, forse riflesso di una passione nevrotica e incontenibile, lei si tormenta tenendo fra le labbra uno stuzzicadenti, si spogliano, fanno l’amore e alla fine lui la prende per mano e la porta a contemplare dal balcone il panorama della città al crepuscolo: è il prologo, intitolato Hotel Chevalier, dell’ultima fatica di Wes Anderson, Il treno per il Darjeeling. Che succede dopo? Si potrebbe sospettare che l’avventura in India in cui Schwartzman si trova catapultato assieme ai due fratelli, Adrian Brody e Owen Wilson, rimasti orfani del padre, sia una sua fantasia di scrittore di libri, ispirati alla realtà( è significativamente co-sceneggiatore del film), oppure che si tratti di un’esperienza rivissuta malinconicamente nel ricordo, o un apologo raccontato all’amante, al fine di dimostrarle che la stabilità dei sentimenti è un’utopia realizzabile in un altrove arcaico, ai confini estremi del mondo. E’ certo comunque il legame di stretta parentela nello studiato equilibrio della pellicola fra l’apparente impeccabilità della metropoli europea e dei suoi raffinati interni e il caos del polveroso agglomerato urbano asiatico dove, nella prima sequenza dopo l’introduzione francese, un manager in giacca e cravatta corre inutilmente in taxi alla stazione ferroviaria per prendere il treno. L’opposizione dialettica fra un Occidente abbiente, pragmatico e razionale, e un Oriente straccione, spirituale e cerimonioso, è un luogo comune delle letteratura e del cinema europei e statunitensi, ma ne Il treno per il Darjeeling il confronto è con l’universo scombinato e stralunato tipico dell’autore de I Tennenbaum: nel civilizzato ovest le persone hanno smarrito la bussola, i treni si perdono, le Porsche rosse fiammanti non partono più, facce ed anime sono ammaccate per le ferite riportate negli anni, le madri fuggono dai figli per inseguire chissà quale dio, gli innamorati non sanno amarsi, i fratelli non si fidano l’uno dell’altro e si fanno dispetti con lo spray al pepe; dunque un’umanità senza appigli e in costante ricerca di un salvagente per non affogare, piume sospinte a caso dal vento, dialoghi muti a luci spente, volti imbambolati e attoniti sulla cui imbarazzante e patologica inespressività la macchina da presa di Anderson insiste spietata.
Il percorso dei lunari fratelli Whitman è così uno stravagante tour nelle zone impervie del pianeta giacché quello che riescono a vedere da estranei in un Paese sconosciuto è un riflesso speculare di se stessi e della loro esistenza monche: sul pittoresco Darjeeling limited ci sono regole ferree da rispettare per non essere piantati in posti sperduti, si respira ovunque nell’aria aromatizzata dalle spezie il senso del sacro, in rispettoso silenzio si accompagna al funerale, dopo essersi purificati nel fiume, un bambino tragicamente defunto.
Il rigore della ritualità e i colori accesi non rappresentano però un antimondo edenico, bensì la suggestiva e folcloristica copertura smaltata di durezze materiali e morali appena percettibili nell’ombra: dagli occhi del bellissimo viso d’avorio della hostess fasciata di verde seta scendono lacrime di dolore, l’incorruttibile capotreno ruba i serpenti, la regione è infestata da tigri assassine. L’occasione di riabilitazione e di riscoperta basta per far volare la piuma contro vento, eppure non è che un India illusoria ed è illusoria la saggezza trovata per strada: vero è solo il rimpianto… le valigie Vuitton costipate di oggetti, abbandonate a terra, la fotografia della Ville Lumière al tramonto, e quel sospiro melodico di Joe Dassen, Oh Champs Elisées, mentre il convoglio corre veloce a perdersi nel deserto.
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CUORE: la canzone di Joe Dassin sui titoli di coda-la piuma in volo
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STELLE:*** Tre fratelli, orfani e nevrotici, sale su un pittoresco treno in India e fa un tour più alla scoperta di se stessi che del continente indiano: insomma un classico alla maniera però dell’autore de I Tenenbaum. Alcuni critici parlano di poesia, altri di artificio e forzature.
VOTO/BILANCIO: 6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3