appunti di cinema

Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.

CHI SONO

Blogger: spilluzzicando
LE PASSIONI NON HANNO NE' ETA' NE' NOME: FORSE PER QUESTO SALVANO O PERDONO IL MONDO

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 14 aprile 2008

JUNO(2): UN GRAFFITO IMPREVISTO

Juno_02

Juno di Jason Reitman, autore del provocatorio pamphlet sul fumo Thank You For Smoking,  non ha carte per aspirare all’alloro del capolavoro ma a quello, non disprezzabile, dell’opera “cult” e del  fenomeno mediatico sicuramente sì e la ragione sta tutta nei dettagli: il telefono in forma di hamburger della protagonista, i tic tac arancio che profumano l’alito del suo ragazzo, e infine la pancia rotonda che la trasforma da quindicenne sexy in un buffo pianeta ambulante. Particolari coincidenti con le possibilità minime di ciascuno di noi di incidere liberamente sull’aspetto del mondo e di scompigliarne fantasiosamente le scontate apparenze: Elle Page è una Giunone  adolescente scanzonata e dissacrata, simile per scherzo all’eroina gravida di un manga giapponese, senza ambizioni rivoluzionarie o filosofiche e senza un’identità definita, con il privilegio di sentirsi amata dal padre, dalla matrigna, dall’amica del cuore e infine dal quasi bambino destinato a diventare padre del “fagiolo”, eppure percepisce istintivamente  ciò che la pellicola lascia per lo più fuori campo, la condizione di aridità e di penuria affettiva della maggior parte della gente, un muro piatto su cui lei può solamente lasciare il segno di un graffito imprevisto.   

Juno non è del resto irrealistico nel ritrarre un’adolescenza non esasperata, per cui tutto è ancora gioco: a caratterizzare i liceali del lungometraggio non è la precocità sessuale, tanto meno la violenza, bensì da un lato l’inesperienza, l’insicurezza  e la tendenza all’omologazione nei comportamenti e nel linguaggio, dall’altro l’idealismo sprovveduto e il rifiuto dei compromessi della vita adulta. La malvagità alla stato puro è merce rara, essa assume piuttosto i toni e i comportamenti molto più prosaici e diffusi dell’egoismo: a fronte di genitori comprensivi e affettuosi, non necessariamente biologici, ve ne sono altri immemori e troppo presi da se stessi per essere davvero tali. Sull’essere madre o padre si gioca il destino dell’utopia umanitaria, ma uomini e donne vivono su un piano scivoloso ed inclinato e la quindicenne sognatrice s’illude di raddrizzarlo con un dono inaspettato.

  Il fumetto ipercolorato  che ospita lei e i suoi allegri e disponibili cari sfiora il piano nobile della tragedia nel momento in cui si accorge invadendo, intrusa indispensabile, l’algida dimora della coppia benestante, destinata ad accogliere il neonato, di quanto le persone non siano mai simili a se stesse  e che i progetti importanti spesso mancano proprio di un futuro, ragione per la quale ci sono mille ragioni per non abortire e ce ne sono altrettante per farlo: Juno piange in auto fermandosi ai margini della strada e scoprendosi parte del paesaggio desolato della triste provincia americana. Il film a questo punto si incepperebbe,  ingabbiandosi in un punto di vista, se non fosse per lo scatto in avanti  imposto dall’ottimismo della volontà di scegliere contro il prevedibile: scarto nella trama non del tutto plausibile sul piano logico, tuttavia perfettamente in linea con le correnti sentimentali della futura puerpera.

 La mimesi della complicata città dei teen ager ha innegabilmente punte accattivanti di furbizia attribuibili alla sceneggiatura dell’ex-blogger e spogliarellista Diablo Cody, però ha il merito di mostrare, dopo averli salvati dal branco, i liceali della porta acconto, quelli che masticano caramelle all’arancio perché avere il fiato profumato e un modo come un altro per essere gentili con gli altri.

              ------------------------------------

CUORE: il telefono hamburger, i tic tac arancione, il pancione di Juno-la scena in cui Juno piange in auto: la consapevolezza che ci possono essere mille ragione per liberarsi del fagiolo la fa vacillare.

 

 

---------------------------------------------------------------------------------------------------

STELLE: ****i giovani sono nostri figli, la bontà e la gentilezza esistono e pure l’egoismo. Il film è rispettoso dei diversi punti di vista sull’aborto.  

VOTO/BILANCIO: 7-

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:5

 

 

 

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 10:39 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema ed etica, adolescenza e cinema
mercoledì, 12 dicembre 2007

LASCIA PERDERE, JOHNNY: IN MEMORIA DI NONNA SPERANZA

Lasciaperderejohnny_01

Dopo la visione dell’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Fabrizio Bentivoglio, viene da interrogarsi sui motivi per i quali la ricostruzione storica nel cinema italiano sia quasi sempre offuscata da una vena autobiografica: gli autori rimpiangono la giovinezza, tracciano bilanci, eludono la complessità sfuggente dell’oggi e l’Italia degli anni dell’ultima metà del secolo appena trascorso se ne sta sempre lì nella stampa a colori pastello, appesa alle pareti del salotto buono di Nonna Speranza fra gli oggetti con il monito “salve, ricordo”, e ritratti all’interno se ne stanno immobili per non guastare la posa le figurine buffe ed immarcescibili dell’immaginario nazionale, non all’altezza né del vizio né della virtù, ed è sempre lì al centro del quadretto l’eterna signorina Felicità mentre sogna il ritorno del poeta fuggiasco e lo vede con gli occhi della mente camminare nella neve, venirla a riprendere per rapirla alla  grigia vita di provincia.

  Lascia perdere, Johnny è un’opera non sgradevole nella sincerità d’ispirazione, ma nasce  già vecchia, accodandosi  sotto forma di una pagina di diario tratta dai racconti di Fausto Masolella compositore e membro degli Avion Travel, a una tradizione che stenta a rimodellarsi secondo una prospettiva più coraggiosa e meno scontata:  iniziamo in un sud solare ed allegro da farsa popolare, arriviamo in un Nord elegiaco e nebbioso e infine in un paesaggio evanescente e fiabesco che ricorda Fellini;  il breve tragitto è animato da visi già conosciuti, e prevede fermate in tutti i luoghi noti.

  I complessini e le saghe paesane, lo scintillio degli studi televisivi,( si rende omaggio a “Senza rete”) le melodie strappalacrime, il blu luccicante del mare di Capri e le speranze, il buio lattiginoso della piazza di Rho e le illusioni perdute, delineano lo spazio asfittico in cui si svolge l’apprendistato musicale ed umano dell’adolescente Faustino, battezzato Johnny da uno sorte beffarda e distratta, parente dell’idealista velleitario di tante opere di Virzì: tuttavia Bentivoglio, Cantarello, Juculiano e Santella, sceneggiatori della pellicola, hanno accontentato più la memoria che l’orchestrazione drammaturgica e hanno avvolto la variegata umanità di Lascia perdere, Johnny! in un fumoso limbo lirico/sentimentale, riducendola ad  epifanie evocatrici  di desideri timidi ed inespressi dell’attonito esordiente. E alla fine prima di imbarcarsi per l’avventura in lidi lontani l’unico monito da tenere a mente lo proferisce un bidello impazzito incontrato per caso allo stazione: “Se ti chiamano al mare vai, se ti chiamano in montagna non andare, se ti chiamano in campagna, fa’ come c..ti pare.”.

 

                                                     ------------------------------------

COSI COMINCIA:  Siamo a Caserta nel 1976. Il diciottenne Faustino, figlio di madre vedova, fa parte della scalcagnata  orchestra diretta da un trombettista bidello, Domenico Falasco e  per evitare il servizio militare avrebbe bisogno di un lavoro vero;  l’arrivo in città di Augusto Riverberi, famoso per il suo legame con Ornella Vanoni, sembra rappresentare un’occasione per lui e la scalcinata band

TITOLO: “Lascia perdere Johnny! E’ la frase che viene detta dal famoso Augusto Riverberi a Faustino mentre sul letto tiene in mano la chitarra e suona, forse sognando un’ avvenire.  L’espressione esprime la classica visione dolcemente e suggestivamente pessimistica cara a tanta tradizione italiana. Il protagonista per altro si chiama Faustino e ad apostrofarlo  Johnny è appunto Riverberi che pare quasi canzonarlo. 

CUORE: la sequenza in cui Augusto Riverberi ascolta Johnny suonare con la chitarra, scuote la testa e gli dice “lascia perdere Johnny”.

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ama le malinconiche storie di formazione che non formano.

 STELLE: **la melodia dolce e senza rete del ricordo

VOTO: 5+

SCHEDA:

ITALIA  2007 Produzione  DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM E SKY  Distribuzione  MEDUSA  Data uscita  30-11-2007  Durata 104’ Genere STORIA DI FORMAZIONE Specifiche tecniche  35 MM  Regia Fabrizio  Bentivoglio   Valia  Santella  (collaborazione) Attori Antimo  Merolillo  Faustino Ernesto  Mahieux  Raffaele Niro Lina  Sastri  Vincenza Roberto  De Francesco  Autore Luigi  Montini  Discografico Flavio  Bonacci  Carlo Tagnin Ugo  Fangareggi  Pietro Tagnin Daria  D'Antonio  Franca Marrocco Peppe  Servillo  Gerry Como Fabrizio  Bentivoglio  Riverberi Valeria  Golino  Annamaria Toni  Servillo  Maestro Falasco Soggetto Umberto  Contarello   Filippo  Gravino   Guido  Iuculano   Fabrizio  Bentivoglio   Sceneggiatura Umberto  Contarello   Filippo  Gravino   Guido  Iuculano   Fabrizio  Bentivoglio   Valia  Santella  (collaborazione) Fotografia Luca  Bigazzi   Musiche Fausto  Mesolella   Montaggio Esmeralda  Calabria   Scenografia Giancarlo  Basili   Costumi Ortensia  De Francesco   Effetti Pablo Mariano  Picabea  


lunedì, 10 dicembre 2007

PARANOID PARK: NOSTALGIE

Paranoidpark_04

Gus Vant Sant ha avuto la geniale idea di evocare le ondate emotive dello stordito ed angelico adolescente, personaggio unico  del suo ultimo film, Paranoid Park, con la musica, il Nino Rota di Giulietta degli spiriti, Amarcord, Beethoven, il cantautore americano Elioth Smith, morto suicida a 34 anni, e molti altri. Non si tratta però di un commento, bensì di una sostituzione, come se il teen-ager non fosse in grado di esprimere da solo stati d’animo e sentimenti, ma ne provasse lo stesso un nostalgico desiderio: sennonché la pellicola spiazza o inquieta, perché l’osservazione al microscopio messa in atto dal regista sull’universo giovanile cui si sente attratto in uno sorta di romantica venerazione, non ci offre nessuna chiave di lettura.

 Si cita Dostoevskji( si trattava semplicemente di una battuta del regista), ma che c’entra il Raskolnikov di Delitto e castigo?  Il delitto c’è ma è avvenuto accidentalmente, il ragazzo che lo ha commesso non si denuncia, e, mentre il lungometraggio scorre sotto i nostri occhi, non c’è traccia  di rimorso, di dubbi, di messa in discussione di valori, proprio come se l’omicidio non avesse tutta questa importanza e il sedicenne di Portland, i genitori, gli insegnanti, gli amici e la ragazza fossero ombre vive in un assurdo incantesimo o in sogno inafferrabile e pertanto angosciante. Poi però, dando una logica  non meramente cronologica al puzzle zigzagante di sequenze spesso mute messo insieme dal regista, si arriva diritti a quella scritta“Parnoid Park” ossessivamente ripetuta sul foglio di quaderno, elaborata a mo’ di graffito con estrema fatica e lentezza quasi artigianale dalla mano di chi, abituato alla tastiera di un computer, non sa più tenere fra le dita una matita: nella  realtà visibile se ne nasconde un’altra, rivela Alex, il protagonista in uno dei rari momenti di lucidità, ed in questa dimensione impercettibile non si cammina, non si è rifiuti emarginati dalla società o semplici ectoplasmi gettati dal caso in una stanza qualsiasi, bensì si volteggia sulla skateboard e si respira la bellezza poetica e la verità ispiratrice di un corpo in movimento. Compiere l’assassinio è il peccato di chi vorrebbe danzare e vive irreggimentato nel banco di un’aula scolastica o fra le vetrine di un centro commerciale.. 

 Considerare l’arte un’alternativa alla prosaica vita borghese è stato da sempre presuntuosa autolegittimazione dell’intellettuale esteta rinchiuso nella torre d’avorio e indifferente o ribella agli accadimenti storici, però il Punk Park, più noto con il nome di Paranoid Park, esiste davvero a Portland ed era fra gli anni 80’ e i 90’ popolato da gente vera, homeless e ragazzi di strada, e nel viso acerbo e chiuso, nel  modo di esprimersi e di agire il protagonista della pellicola, docile e ben educato,  non rivela la stigmate dell’eccezionalità contestatrice, anzi si tratta di un comunissimo studente di scuola superiore introverso alle prese con il dramma assai diffuso dell’apatia e della diffidenza comunicativa cui lo condanna una società gravemente deficitaria nell’ educare i giovani a diventare individui autonomi e responsabili e a trasformare una libera volontà in parole e comportamenti coerenti: la coscienza dell’uomo necessita di un linguaggio, in assenza del quale, il vecchio conflitto fra l’io giudicante e il mondo degenera nel panico inconcludente di chi è travolto dagli eventi e cerca protezione in un eden fittizio.

 Van Sant è maestro nello sperimentare forme nuove al fine di dare una concretizzazione visiva non artefatta all’eterogeneità in fibrillazione perenne di una personalità in germoglio, priva di direzioni: quando si hanno le ali per volare in skateboard del resto del futuro se ne fa a meno, ed  è follia da tutti condivisa ignorare dove si va così di corsa. 

 

                                                     ------------------------------------

COSI COMINCIA:  Alex, un adolescene appassionato di skateboard, a Portland uccide senza volerlo un agente di sicurezza e fugge spaventato… 

TITOLO: Il Paranoid Park è un luogo reale di Porltand, noto anche con il nome di Punk Park, dove fra la metà degli anni ’80 e gli anni 90’, si rifugiavano barboni ed emarginati. Nel film rappresenta l’antimondo poetico per un gruppo di adolescenti, di cui il protagonista fa parte, che vivono con disagio il rapporto con la società. Il delitto rappresenta in fondo l’inconciliabile conflitto fra la realtà e il sogno, da cui il giovane è costretto a uscire per diventare adulto.

CUORE: La scritta “Paranoid Park” sul foglio di quaderno di Alex: il ragazzo quando usa la matita sembra un artigiano…

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi cerca lumi sull’universo adolescenziale.

STELLE: ****spiazzante radiografia di un adolescente: vediamo il mondo, inconcluso e informe, esattamente come lo vede lui volteggiando in sketeboard

VOTO: 8+

SCHEDA:

FRANCIA, USA  2007 Produzione  MK2 PRODUCTIONS  Distribuzione  LUCKY RED  Data uscita  07-12-2007  durato 1h e25’GenereDRAMMA PSICOLOGICO  Tratto da  romanzo omonimo di Blake Nelson  Regia Gus  Van Sant   Attori Gabe  Nevins  Alex Daniel  Liu  Detective Richard Lu Taylor  Momsen  Jennifer Jake  Miller  Jared Lauren  McKinney  Macy Winfield  Jackson  ChristianJoe  Schweitzer  Paul Grace  Carter  Madre di Alex Scott Patrick  Green  Scratch Jay 'Smay'  Williamson  Padre di Alex John Michael  Burrowes  Guardia di Sicurezza Soggetto Blake  Nelson  (romanzo) Sceneggiatura Gus  Van Sant   Fotografia Christopher  Doyle   Kathy  Li   Montaggio Gus  Van Sant   Scenografia John  Pearson-Denning   Arredamento Sean  Fong Costumi Chapin  Simpson   Effetti Solomon  Burbridge   Jalal  Jemison  

Note - IL REGISTA GUS VAN SANT HA ORGANIZZATO ATTRAVERSO INTERNET IL CASTING DEL FILM.

- PREMIO DEL 60MO ANNIVERSARIO AL FESTIVAL DI CANNES (2007).

 

 


lunedì, 20 agosto 2007

DISTURBIA: LA PROVA DELL’ESISTENZA DI DIO

Disturbia_2

Il diciassettenne Kale, protagonista del teen thriller di Caruso, Disturbia, spiega alla bionda coetanea  arrabbiata con lui perché si è accorta di essere spiata, di aver ricavato dall’osservazione di lei l’immagine di una persona anticonformista, una che seduta sul tetti legge libri importanti e quando si guarda alla specchio, nonostante il corpo da fotomodella, non lo fa con l’aria di chi si sente una schianto, ma di chi si domanda “chi sono io?”: “Tu guardi il mondo, io guardo te” con queste toccanti parole il ragazzo conclude poi la dichiarazione d’amore e conquista il cuore della bella. Vedendola nuotare in piscina, già l’ amico del cuore, il simpaticamente terzo incomodo Ronnie, aveva esclamato: “allora Dio esiste!”.

  Sono intuizioni lampo, occasioni perdute di una sceneggiatura e di una regia che hanno preferito andare sul sicuro, conformandosi alla moda del giallo a misura di collegiale e alla tendenza, prevalente oggi a Hollywood, di mescolare i generi scopiazzando qua e là: eppure il piatto da chef era pronto in tavola, bastava accompagnarlo con un contorno non comprato nel reparto surgelati del supermarket. La prelibatezza era l’occhio e le sfaccettature comprese nell’atto del guardare: il greco letterario antico, nella sua meravigliosa flessibilità, si serviva di molti verbi per dire “vedere”, noi di alcuni, ma il cinema ha codificato una grammatica dello sguardo, se è vero che gli infiniti modi di utilizzare una macchina da presa costituiscono la gradazione delle lenti multifocali da voyeur fornite allo spettatore per essere parte di ciò che si svolge all’interno dello schermo. Discorso intricato affrontato con profonda leggerezza da autori come Hitchcock, Antonioni, De Palma, Ozpetek e molti altri: la finestra sul cortile o sulla casa dirimpetto è un occhiale potente, uno strumento di conoscenza tanto efficace da attraversare le pareti e violare l’intimità altrui. Una dimensione estraniante su cui affacciati guardiamo, esploriamo, spiamo, ammiriamo, contempliamo, immaginiamo.

 In Disturbia la villetta dalle ampie vetrate in cui l’adolescente difficile è recluso, costretto a non varcare il confine tracciato da un braccialetto elettronico alla caviglia, si dilata, diventa per un trio di liceali, emarginati dai coetanei, porta di passaggio obbligata dalla vita virtuale a quella reale: le tappe del romanzo di formazione della generazione YouTube sono in fondo quelle di sempre, ovvero incomprensione degli adulti, il gusto per la trasgressione, lutti da rielaborare, innamoramento, amicizia, scoperta del male, ma nella rappresentazione di un percorso educativo potenzialmente esemplare la pellicola tradisce, svilendone i conflitti, l’universo adolescenziale di cui vorrebbe essere specchio.

 Di fatto la genesi dell’opera, lo rivela il gioco di parole del titolo, un incrocio fra disturb e suburbia, sarebbe la volontà di smascherare la tranquillità apparente dei sobborghi benestanti e allora viene naturale ricordarsi non tanto dell’illustre archetipo Hitchockiano,  bensi di Una storia americana (2004), un documentario/inchieta su una torbida vicenda di pedofilia riguardante una famiglia di Great Neak, un elegante zona residenziale vicino New York: lì l’inquadratura insistita sui giardini ben tenuti e sui volti paciosi degli amorevoli padri era un agghiacciante domanda senza riposta sulla capacità del male di mimetizzarsi, in Disturbia il male, prevedibilmente segregato nelle cantine o nella cameretta dei bambini pornofili, è una bizzarria, una beffa da operetta da ricambiare. Il serial Killer entra in scena con la luce dei fanali di una vecchia Mustang sulla parete, dei suoi feroci delitti parla l’immancabile Tv in salotto e se ne vede qualche vaga ombra dietro i vetri, balbetta due o tre frasi minacciose, l’aspetto fa pensare a un pirata con il codino appena uscito dalla serie caraibica interpretata da Johnny Deep, e persino gli avversari non sembrano per buona parte del film prenderlo troppo sul serio, preferendo occuparsi dei propri casi, sicuri del resto che dell’esistenza di Dio esistano le prove.   

 

________

 

 

 

COSI’ COMINCIA:  Kale, sentendosi in colpa per aver provocato la morte del padre in un incidente, è arrabbiato con il mondo intero e per questo picchia un insegnante. Conseguenza del  gesto sono gli arresti domiciliari con tanto di braccialetto elettronico alle caviglie: la madre gli proibisce il computer e la Tv, allora Kale si mette a guardare dalla finestra. Da lì nota prima una bella coetanea, Ashley, e poi, quando la ragazza si accorge di lui, diventano amici e decide di venire a fargli compagnia, insieme spiano il resto del vicinato e si trovano di fronte a un probabile pericoloso serial killer…

TITOLO: Lo strano termine Disturbia viene usato dal protagonista del film in una scena significativa, in cui lui e i suoi amici, riescono a intercettare il motivo musicale romantico ascoltato dall’inquietante vicino di casa e dalla ragazza che è con lui: “questo succede a disturbia” dice Kale. Si tratta in realtà di un gioco di parole fra disturb e suburbia( sobborgo), che rimanda al motivo ispiratore della pellicola: l’apparente tranquillità degli eleganti quartieri residenziali situati alla periferia della metropoli statunitense nasconde il marcio dentro le cantine e dietro le porte chiuse dei garage.

CUORE: è disturbia, ovvero la zona residenziale periferica dove la vicenda si svolge, di cui la casa del protagonista dotata di ampie finestre  offre una esaustiva panoramica, diventando così il centro nevralgico del film: da li si vedono, una piscina dove una ragazza, poco in sintonia con i genitori, nuota solitaria, una stanza chiusa dove dei bambini guardano in Tv pellicole pornografiche e per contrasto la dimora, sinistramente quieta, di un probabile assassino.

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi si impiccia degli affari altrui

STELLE: ** scorre, ma non spaventa

VOTO/BILANCIO: 5+

 

SCHEDA:   Disturbia USA  2007  Produzione  COLD SPRING PICTURES, DREAMWORKS SKG, MONTECITO PICTURE COMPANY, THE PARAMOUNT PICTURES  Distribuzione  UNIVERSAL 

Data uscita  17-08-2007 

Durata 1h e 44’ 

Genere  TEEN THRILLER( GIALLO PER ADOLESCENTI) 

Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85) 

Data uscita  17-08-2007 

Regia D.J.  Caruso  

Attori

Shia  LaBeouf  Kale

Sarah  Roemer  Ashley

Carrie-Anne  Moss  Julie

David  Morse  Sig. Turner

Aaron  Yoo  Ronnie

Jose Pablo  Cantillo  Agente Gutierrez

Matt  Craven  Daniel Brecht

Viola  Davis  Detective Parker

Kevin  Quinn  Sig. Carlson

Elyse  Mirto  Sig.ra Carlson

Rene  Rivera  Ig. Gutierrez

Amanda  Walsh  Minnie Tyco

Cindy-Lou  Adkins  Sig.ra Greenwood

Soggetto Christopher  Landon  

Sceneggiatura Carl  Ellsworth   Christopher  Landon  

Fotografia Rogier  Stoffers  

Musiche Geoff  Zanelli  

Montaggio Jim  Page  

Scenografia Tom  Southwell   Arredamento Maria  Nay   Costumi Marie-Sylvie  Deveau   Effetti

 Halon Entertainment   Mark  Freund