Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it( questo blog è fornito di un motore di ricerca) http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori.
Juno di Jason Reitman, autore del provocatorio pamphlet sul fumo Thank You For Smoking, non ha carte per aspirare all’alloro del capolavoro ma a quello, non disprezzabile, dell’opera “cult” e del fenomeno mediatico sicuramente sì e la ragione sta tutta nei dettagli: il telefono in forma di hamburger della protagonista, i tic tac arancio che profumano l’alito del suo ragazzo, e infine la pancia rotonda che la trasforma da quindicenne sexy in un buffo pianeta ambulante. Particolari coincidenti con le possibilità minime di ciascuno di noi di incidere liberamente sull’aspetto del mondo e di scompigliarne fantasiosamente le scontate apparenze: Elle Page è una Giunone adolescente scanzonata e dissacrata, simile per scherzo all’eroina gravida di un manga giapponese, senza ambizioni rivoluzionarie o filosofiche e senza un’identità definita, con il privilegio di sentirsi amata dal padre, dalla matrigna, dall’amica del cuore e infine dal quasi bambino destinato a diventare padre del “fagiolo”, eppure percepisce istintivamente ciò che la pellicola lascia per lo più fuori campo, la condizione di aridità e di penuria affettiva della maggior parte della gente, un muro piatto su cui lei può solamente lasciare il segno di un graffito imprevisto.
Juno non è del resto irrealistico nel ritrarre un’adolescenza non esasperata, per cui tutto è ancora gioco: a caratterizzare i liceali del lungometraggio non è la precocità sessuale, tanto meno la violenza, bensì da un lato l’inesperienza, l’insicurezza e la tendenza all’omologazione nei comportamenti e nel linguaggio, dall’altro l’idealismo sprovveduto e il rifiuto dei compromessi della vita adulta. La malvagità alla stato puro è merce rara, essa assume piuttosto i toni e i comportamenti molto più prosaici e diffusi dell’egoismo: a fronte di genitori comprensivi e affettuosi, non necessariamente biologici, ve ne sono altri immemori e troppo presi da se stessi per essere davvero tali. Sull’essere madre o padre si gioca il destino dell’utopia umanitaria, ma uomini e donne vivono su un piano scivoloso ed inclinato e la quindicenne sognatrice s’illude di raddrizzarlo con un dono inaspettato.
Il fumetto ipercolorato che ospita lei e i suoi allegri e disponibili cari sfiora il piano nobile della tragedia nel momento in cui si accorge invadendo, intrusa indispensabile, l’algida dimora della coppia benestante, destinata ad accogliere il neonato, di quanto le persone non siano mai simili a se stesse e che i progetti importanti spesso mancano proprio di un futuro, ragione per la quale ci sono mille ragioni per non abortire e ce ne sono altrettante per farlo: Juno piange in auto fermandosi ai margini della strada e scoprendosi parte del paesaggio desolato della triste provincia americana. Il film a questo punto si incepperebbe, ingabbiandosi in un punto di vista, se non fosse per lo scatto in avanti imposto dall’ottimismo della volontà di scegliere contro il prevedibile: scarto nella trama non del tutto plausibile sul piano logico, tuttavia perfettamente in linea con le correnti sentimentali della futura puerpera.
La mimesi della complicata città dei teen ager ha innegabilmente punte accattivanti di furbizia attribuibili alla sceneggiatura dell’ex-blogger e spogliarellista Diablo Cody, però ha il merito di mostrare, dopo averli salvati dal branco, i liceali della porta acconto, quelli che masticano caramelle all’arancio perché avere il fiato profumato e un modo come un altro per essere gentili con gli altri.
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CUORE: il telefono hamburger, i tic tac arancione, il pancione di Juno-la scena in cui Juno piange in auto: la consapevolezza che ci possono essere mille ragione per liberarsi del fagiolo la fa vacillare.
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STELLE: ****i giovani sono nostri figli, la bontà e la gentilezza esistono e pure l’egoismo. Il film è rispettoso dei diversi punti di vista sull’aborto.
VOTO/BILANCIO: 7-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:5
Dopo la visione dell’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Fabrizio Bentivoglio, viene da interrogarsi sui motivi per i quali la ricostruzione storica nel cinema italiano sia quasi sempre offuscata da una vena autobiografica: gli autori rimpiangono la giovinezza, tracciano bilanci, eludono la complessità sfuggente dell’oggi e l’Italia degli anni dell’ultima metà del secolo appena trascorso se ne sta sempre lì nella stampa a colori pastello, appesa alle pareti del salotto buono di Nonna Speranza fra gli oggetti con il monito “salve, ricordo”, e ritratti all’interno se ne stanno immobili per non guastare la posa le figurine buffe ed immarcescibili dell’immaginario nazionale, non all’altezza né del vizio né della virtù, ed è sempre lì al centro del quadretto l’eterna signorina Felicità mentre sogna il ritorno del poeta fuggiasco e lo vede con gli occhi della mente camminare nella neve, venirla a riprendere per rapirla alla grigia vita di provincia.
Lascia perdere, Johnny è un’opera non sgradevole nella sincerità d’ispirazione, ma nasce già vecchia, accodandosi sotto forma di una pagina di diario tratta dai racconti di Fausto Masolella compositore e membro degli Avion Travel, a una tradizione che stenta a rimodellarsi secondo una prospettiva più coraggiosa e meno scontata: iniziamo in un sud solare ed allegro da farsa popolare, arriviamo in un Nord elegiaco e nebbioso e infine in un paesaggio evanescente e fiabesco che ricorda Fellini; il breve tragitto è animato da visi già conosciuti, e prevede fermate in tutti i luoghi noti.
I complessini e le saghe paesane, lo scintillio degli studi televisivi,( si rende omaggio a “Senza rete”) le melodie strappalacrime, il blu luccicante del mare di Capri e le speranze, il buio lattiginoso della piazza di Rho e le illusioni perdute, delineano lo spazio asfittico in cui si svolge l’apprendistato musicale ed umano dell’adolescente Faustino, battezzato Johnny da uno sorte beffarda e distratta, parente dell’idealista velleitario di tante opere di Virzì: tuttavia Bentivoglio, Cantarello, Juculiano e Santella, sceneggiatori della pellicola, hanno accontentato più la memoria che l’orchestrazione drammaturgica e hanno avvolto la variegata umanità di Lascia perdere, Johnny! in un fumoso limbo lirico/sentimentale, riducendola ad epifanie evocatrici di desideri timidi ed inespressi dell’attonito esordiente. E alla fine prima di imbarcarsi per l’avventura in lidi lontani l’unico monito da tenere a mente lo proferisce un bidello impazzito incontrato per caso allo stazione: “Se ti chiamano al mare vai, se ti chiamano in montagna non andare, se ti chiamano in campagna, fa’ come c..ti pare.”.
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COSI COMINCIA: Siamo a Caserta nel 1976. Il diciottenne Faustino, figlio di madre vedova, fa parte della scalcagnata orchestra diretta da un trombettista bidello, Domenico Falasco e per evitare il servizio militare avrebbe bisogno di un lavoro vero; l’arrivo in città di Augusto Riverberi, famoso per il suo legame con Ornella Vanoni, sembra rappresentare un’occasione per lui e la scalcinata band
TITOLO: “Lascia perdere Johnny! E’ la frase che viene detta dal famoso Augusto Riverberi a Faustino mentre sul letto tiene in mano la chitarra e suona, forse sognando un’ avvenire. L’espressione esprime la classica visione dolcemente e suggestivamente pessimistica cara a tanta tradizione italiana. Il protagonista per altro si chiama Faustino e ad apostrofarlo Johnny è appunto Riverberi che pare quasi canzonarlo.
CUORE: la sequenza in cui Augusto Riverberi ascolta Johnny suonare con la chitarra, scuote la testa e gli dice “lascia perdere Johnny”.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ama le malinconiche storie di formazione che non formano.
STELLE: **la melodia dolce e senza rete del ricordo
VOTO: 5+
SCHEDA:
ITALIA 2007 Produzione DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM E SKY Distribuzione MEDUSA Data uscita 30-11-2007 Durata
Gus Vant Sant ha avuto la geniale idea di evocare le ondate emotive dello stordito ed angelico adolescente, personaggio unico del suo ultimo film, Paranoid Park, con la musica, il Nino Rota di Giulietta degli spiriti, Amarcord, Beethoven, il cantautore americano Elioth Smith, morto suicida a 34 anni, e molti altri. Non si tratta però di un commento, bensì di una sostituzione, come se il teen-ager non fosse in grado di esprimere da solo stati d’animo e sentimenti, ma ne provasse lo stesso un nostalgico desiderio: sennonché la pellicola spiazza o inquieta, perché l’osservazione al microscopio messa in atto dal regista sull’universo giovanile cui si sente attratto in uno sorta di romantica venerazione, non ci offre nessuna chiave di lettura.
Si cita Dostoevskji( si trattava semplicemente di una battuta del regista), ma che c’entra il Raskolnikov di Delitto e castigo? Il delitto c’è ma è avvenuto accidentalmente, il ragazzo che lo ha commesso non si denuncia, e, mentre il lungometraggio scorre sotto i nostri occhi, non c’è traccia di rimorso, di dubbi, di messa in discussione di valori, proprio come se l’omicidio non avesse tutta questa importanza e il sedicenne di Portland, i genitori, gli insegnanti, gli amici e la ragazza fossero ombre vive in un assurdo incantesimo o in sogno inafferrabile e pertanto angosciante. Poi però, dando una logica non meramente cronologica al puzzle zigzagante di sequenze spesso mute messo insieme dal regista, si arriva diritti a quella scritta“Parnoid Park” ossessivamente ripetuta sul foglio di quaderno, elaborata a mo’ di graffito con estrema fatica e lentezza quasi artigianale dalla mano di chi, abituato alla tastiera di un computer, non sa più tenere fra le dita una matita: nella realtà visibile se ne nasconde un’altra, rivela Alex, il protagonista in uno dei rari momenti di lucidità, ed in questa dimensione impercettibile non si cammina, non si è rifiuti emarginati dalla società o semplici ectoplasmi gettati dal caso in una stanza qualsiasi, bensì si volteggia sulla skateboard e si respira la bellezza poetica e la verità ispiratrice di un corpo in movimento. Compiere l’assassinio è il peccato di chi vorrebbe danzare e vive irreggimentato nel banco di un’aula scolastica o fra le vetrine di un centro commerciale..
Considerare l’arte un’alternativa alla prosaica vita borghese è stato da sempre presuntuosa autolegittimazione dell’intellettuale esteta rinchiuso nella torre d’avorio e indifferente o ribella agli accadimenti storici, però il Punk Park, più noto con il nome di Paranoid Park, esiste davvero a Portland ed era fra gli anni
Van Sant è maestro nello sperimentare forme nuove al fine di dare una concretizzazione visiva non artefatta all’eterogeneità in fibrillazione perenne di una personalità in germoglio, priva di direzioni: quando si hanno le ali per volare in skateboard del resto del futuro se ne fa a meno, ed è follia da tutti condivisa ignorare dove si va così di corsa.
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COSI COMINCIA: Alex, un adolescene appassionato di skateboard, a Portland uccide senza volerlo un agente di sicurezza e fugge spaventato…
TITOLO: Il Paranoid Park è un luogo reale di Porltand, noto anche con il nome di Punk Park, dove fra la metà degli anni ’80 e gli anni
CUORE: La scritta “Paranoid Park” sul foglio di quaderno di Alex: il ragazzo quando usa la matita sembra un artigiano…
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi cerca lumi sull’universo adolescenziale.
STELLE: ****spiazzante radiografia di un adolescente: vediamo il mondo, inconcluso e informe, esattamente come lo vede lui volteggiando in sketeboard
VOTO: 8+
SCHEDA:
FRANCIA, USA 2007 Produzione MK2 PRODUCTIONS Distribuzione LUCKY RED Data uscita 07-12-2007 durato 1h e25’GenereDRAMMA PSICOLOGICO Tratto da romanzo omonimo di Blake Nelson Regia Gus Van Sant Attori Gabe Nevins Alex Daniel Liu Detective Richard Lu Taylor Momsen Jennifer Jake Miller Jared Lauren McKinney Macy Winfield Jackson ChristianJoe Schweitzer Paul Grace Carter Madre di Alex Scott Patrick Green Scratch Jay 'Smay' Williamson Padre di Alex John Michael Burrowes Guardia di Sicurezza Soggetto Blake Nelson (romanzo) Sceneggiatura Gus Van Sant Fotografia Christopher Doyle Kathy Li Montaggio Gus Van Sant Scenografia John Pearson-Denning Arredamento Sean Fong Costumi Chapin Simpson Effetti Solomon Burbridge Jalal Jemison
Note - IL REGISTA GUS VAN SANT HA ORGANIZZATO ATTRAVERSO INTERNET IL CASTING DEL FILM.
- PREMIO DEL 60MO ANNIVERSARIO AL FESTIVAL DI CANNES (2007).
Il diciassettenne Kale, protagonista del teen thriller di Caruso, Disturbia, spiega alla bionda coetanea arrabbiata con lui perché si è accorta di essere spiata, di aver ricavato dall’osservazione di lei l’immagine di una persona anticonformista, una che seduta sul tetti legge libri importanti e quando si guarda alla specchio, nonostante il corpo da fotomodella, non lo fa con l’aria di chi si sente una schianto, ma di chi si domanda “chi sono io?”: “Tu guardi il mondo, io guardo te” con queste toccanti parole il ragazzo conclude poi la dichiarazione d’amore e conquista il cuore della bella. Vedendola nuotare in piscina, già l’ amico del cuore, il simpaticamente terzo incomodo Ronnie, aveva esclamato: “allora Dio esiste!”.
Sono intuizioni lampo, occasioni perdute di una sceneggiatura e di una regia che hanno preferito andare sul sicuro, conformandosi alla moda del giallo a misura di collegiale e alla tendenza, prevalente oggi a Hollywood, di mescolare i generi scopiazzando qua e là: eppure il piatto da chef era pronto in tavola, bastava accompagnarlo con un contorno non comprato nel reparto surgelati del supermarket. La prelibatezza era l’occhio e le sfaccettature comprese nell’atto del guardare: il greco letterario antico, nella sua meravigliosa flessibilità, si serviva di molti verbi per dire “vedere”, noi di alcuni, ma il cinema ha codificato una grammatica dello sguardo, se è vero che gli infiniti modi di utilizzare una macchina da presa costituiscono la gradazione delle lenti multifocali da voyeur fornite allo spettatore per essere parte di ciò che si svolge all’interno dello schermo. Discorso intricato affrontato con profonda leggerezza da autori come Hitchcock, Antonioni, De Palma, Ozpetek e molti altri: la finestra sul cortile o sulla casa dirimpetto è un occhiale potente, uno strumento di conoscenza tanto efficace da attraversare le pareti e violare l’intimità altrui. Una dimensione estraniante su cui affacciati guardiamo, esploriamo, spiamo, ammiriamo, contempliamo, immaginiamo.
In Disturbia la villetta dalle ampie vetrate in cui l’adolescente difficile è recluso, costretto a non varcare il confine tracciato da un braccialetto elettronico alla caviglia, si dilata, diventa per un trio di liceali, emarginati dai coetanei, porta di passaggio obbligata dalla vita virtuale a quella reale: le tappe del romanzo di formazione della generazione YouTube sono in fondo quelle di sempre, ovvero incomprensione degli adulti, il gusto per la trasgressione, lutti da rielaborare, innamoramento, amicizia, scoperta del male, ma nella rappresentazione di un percorso educativo potenzialmente esemplare la pellicola tradisce, svilendone i conflitti, l’universo adolescenziale di cui vorrebbe essere specchio.
Di fatto la genesi dell’opera, lo rivela il gioco di parole del titolo, un incrocio fra disturb e suburbia, sarebbe la volontà di smascherare la tranquillità apparente dei sobborghi benestanti e allora viene naturale ricordarsi non tanto dell’illustre archetipo Hitchockiano, bensi di Una storia americana (2004), un documentario/inchieta su una torbida vicenda di pedofilia riguardante una famiglia di Great Neak, un elegante zona residenziale vicino New York: lì l’inquadratura insistita sui giardini ben tenuti e sui volti paciosi degli amorevoli padri era un agghiacciante domanda senza riposta sulla capacità del male di mimetizzarsi, in Disturbia il male, prevedibilmente segregato nelle cantine o nella cameretta dei bambini pornofili, è una bizzarria, una beffa da operetta da ricambiare. Il serial Killer entra in scena con la luce dei fanali di una vecchia Mustang sulla parete, dei suoi feroci delitti parla l’immancabile Tv in salotto e se ne vede qualche vaga ombra dietro i vetri, balbetta due o tre frasi minacciose, l’aspetto fa pensare a un pirata con il codino appena uscito dalla serie caraibica interpretata da Johnny Deep, e persino gli avversari non sembrano per buona parte del film prenderlo troppo sul serio, preferendo occuparsi dei propri casi, sicuri del resto che dell’esistenza di Dio esistano le prove.
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COSI’ COMINCIA: Kale, sentendosi in colpa per aver provocato la morte del padre in un incidente, è arrabbiato con il mondo intero e per questo picchia un insegnante. Conseguenza del gesto sono gli arresti domiciliari con tanto di braccialetto elettronico alle caviglie: la madre gli proibisce il computer e la Tv, allora Kale si mette a guardare dalla finestra. Da lì nota prima una bella coetanea, Ashley, e poi, quando la ragazza si accorge di lui, diventano amici e decide di venire a fargli compagnia, insieme spiano il resto del vicinato e si trovano di fronte a un probabile pericoloso serial killer…
TITOLO: Lo strano termine Disturbia viene usato dal protagonista del film in una scena significativa, in cui lui e i suoi amici, riescono a intercettare il motivo musicale romantico ascoltato dall’inquietante vicino di casa e dalla ragazza che è con lui: “questo succede a disturbia” dice Kale. Si tratta in realtà di un gioco di parole fra disturb e suburbia( sobborgo), che rimanda al motivo ispiratore della pellicola: l’apparente tranquillità degli eleganti quartieri residenziali situati alla periferia della metropoli statunitense nasconde il marcio dentro le cantine e dietro le porte chiuse dei garage.
CUORE: è disturbia, ovvero la zona residenziale periferica dove la vicenda si svolge, di cui la casa del protagonista dotata di ampie finestre offre una esaustiva panoramica, diventando così il centro nevralgico del film: da li si vedono, una piscina dove una ragazza, poco in sintonia con i genitori, nuota solitaria, una stanza chiusa dove dei bambini guardano in Tv pellicole pornografiche e per contrasto la dimora, sinistramente quieta, di un probabile assassino.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi si impiccia degli affari altrui
STELLE: ** scorre, ma non spaventa
VOTO/BILANCIO: 5+
SCHEDA: Disturbia USA 2007 Produzione COLD SPRING PICTURES, DREAMWORKS SKG, MONTECITO PICTURE COMPANY, THE PARAMOUNT PICTURES Distribuzione UNIVERSAL
Data uscita 17-08-2007
Durata 1h e 44’
Genere TEEN THRILLER( GIALLO PER ADOLESCENTI)
Specifiche tecniche 35 MM (1:1.85)
Data uscita 17-08-2007
Regia D.J. Caruso
Attori
Shia LaBeouf Kale
Sarah Roemer Ashley
Carrie-Anne Moss Julie
David Morse Sig. Turner
Aaron Yoo Ronnie
Jose Pablo Cantillo Agente Gutierrez
Matt Craven Daniel Brecht
Viola Davis Detective Parker
Kevin Quinn Sig. Carlson
Elyse Mirto Sig.ra Carlson
Rene Rivera Ig. Gutierrez
Amanda Walsh Minnie Tyco
Cindy-Lou Adkins Sig.ra Greenwood
Soggetto Christopher Landon
Sceneggiatura Carl Ellsworth Christopher Landon
Fotografia Rogier Stoffers
Musiche Geoff Zanelli
Montaggio Jim Page
Scenografia Tom Southwell Arredamento Maria Nay Costumi Marie-Sylvie Deveau Effetti
Halon Entertainment Mark Freund