Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Lo scrivere cartoncini d’auguri a Los Angeles è mestiere curioso, invece rientra nella buffa logica degli eventi che a esercitarlo nel migliore dei modi sia uno degli epigoni di Dustin Hoffman ne Il laureato: la vita è una commedia sentimentale/musicale nella quale superati gli ostacoli l’amore trionfa. Sul cult del 1967 si è formata più di una generazione e bisogna riconoscere che per canzonare bonariamente l’infantilismo implicito nel sacro archetipo del giovane ribella ci voleva un certo coraggio. L’irriverenza del neo regista Marc Webb in 500 Day of Summer si traduce in primo luogo nella sconvolgimento cronologico dello schema classico del genere: la love story del lungometraggio viene derubata del tempo necessario a uno sviluppo razionale e sottoposto piuttosto all’anarchia incontrollabile del flusso di coscienza in cui l’ieri e l’oggi, la realtà e le aspettative si ingarbugliano. Ciascuno vive in uno spazio illusorio, prospettiva aerea nella quale l’immaginario subentra al vero dominandolo: “architetture della felicità” è il titolo del libro che lui regala a lei sperando di riconquistarla, e la metropoli/dipinto in cui abitano offusca ai loro occhi l’intrusione di parcheggi e periferie orripilanti. 500 Day of Summer ,convenzionale del resto nel ritratto di una sorellina troppo matura e dei sodali troppo poco, stigmatizza simpaticamente i “Bamboccioni” trentenni-quarantenni imbambolati da uno sorta di ovatta culturale, alimentata da canzoni, cinema e velleità anticonformistiche. L’anima gemella dev’essere una rassicurante conferma di sé: stessi gusti, stesso modo di vestire, stesse idee sul mondo, stesso lavoro persino. Se la passione è desiderio di conquistare un pianeta ostile, la scintilla fra uguali scocca ma non produce esplosioni.
La pellicola post femminista si premura comunque di segnalare la differenza di percorso fra i sessi, mettendo in rilievo una maggiore autodeterminazione nella lei della coppia.. In cosa si concretizzi poi la raggiunta autonomia non lo si specifica eppure lo si sottende: se solo per 500 giorni ci si chiama Estate, non esistono più le ragazze di una volta, che sognavano di essere rapite all’altare su una vecchia corriera.
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CUORE: il titolo originale che suona 500 giorni d’estate intendendosi con estate il nome parlante della donna di cui il protagonista si innamora.
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):.
VOTO/BILANCIO: 6
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: sufficiente
2- stile di regia: sufficiente
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: sufficiente
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti: www.filmtv.it
Qual è l’origine delle pallide creature del manifesto? Sono forse nate dalla nebbia sprigionata dal suolo, divinità sotterranea, furie demoniache ingentilite: certo è che l’eleganza dell’abbigliamento e l’espressione sbarazzina del volto fa venire in mente una simpatica conversione al galateo delle fiction televisiva su streghe e vampiri. Viviamo in un universo edulcorato e simulato, dove la malvagità del mito viene inevitabilmente sottoposta a censura.
Il poster pare una malinconica caricature del noto quadro di Pelizza da Volpedo il “Quarto stato”, musa ispiraritrice del manipolo di guerriglieri in giubbotto: essi si illudono di compiere la loro Marcia trionfale in una magica alba, ma nei loro occhi avviliti di eroi di gangster movie inadeguati si riflette un pallido tramonto senza colori.
“Non mi piacciono i preti, ma mi piacciono le chiese” dice Susanna Ronconi con una punta di malinconia nella voce alle compagne di celle e se si vuole trovare un’espressione chiave nel film di De Maria, tratto dal libro autobiografico del terrorista Sergio Segio, eccola: sul materiale grezzo del mondo la guerrigliera di “Prima linea” nelle sue visioni ossessive innalza le architetture armoniose delle cattedrali, le cui porte vede però sbarrate da preti e padroni, i nemici dell’umanità da abbattere. “La prima linea” sceglie di fatto la forma della confessione intima dei responsabili degli omicidi feroci di quegli anni e di far trasparire soprattutto sui volti scavati da rimorsi ed incertezze degli interpreti il processo degenerativo delle utopie ideologiche in tragiche distopie individuali: non c’è assoluzione, bensì nella ferma assunzione di responsabilità autocondanna. La memoria del protagonista Sergio rincorre il passato senza pace, i cortei degli operai, la famiglia, l’amicizia, la scelta della lotta armata e infine l’amore per la compagna di militanza, ma dal sofferto scavo interiore emerge una desertificazione assoluta ed estraniante: la storia del terrorismo italiano è una storia esclusivamente di vittime ed è giusto, per quanto non sufficiente alla disanima dei fatti, farla rivivere agli spettatori di oggi nella loro prospettiva. Fanno cosi da controcanto corale alla presa di coscienza e al pentimento dei missionari della rivoluzione velleitaria le poche frasi disperate di una madre al telefono ed il silenzio dolente degli sconfitti, i familiari delle persone massacrate e dei loro carnefici nonché la stessa classe operaia, tradita dall’intellettualismo dogmatico dei teorizzatori e convertita oggi al verbo padano. Se si cercano poi le ragioni “Prima linea”, rispettosa dell’autocritica del testimone narratore, ne trova una sola: la bellezza delle chiese si coglie appieno quando sono vuote.
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CUORE: “non mi piacciono i preti ma mi piacciono le chiese” la frase di Susanna in prigione.
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):. *** le polemiche sono al solito fuorvianti: il film non è apologia del terrorismo, è solo la sobria( per alcuni piatta) messinscena delle pagine del diario personale di Sergio Segio, uno dei fondatori del gruppo terroristico “Prima linea”.
VOTO/BILANCIO: 6.50
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: discreto
2- stile di regia: sufficiente
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: discreto
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti: www.filmtv.it
Il poster cerca di afferrare come può l’aleatorio concetto di poesia: un colore, una vecchia foto in bianco e nero, il ricordo di un’infanzia felice in compagnia di un cane, pochi versi …ovvero una sguardo di lato, da lontano, da vicino, dal passato, dal futuro e nel presente…un occhio omnisciente, un sorriso fra le lacrime, la consolazione di un dolore ritrovato….
Non è la vita il volto ricamato sul poster a sfondo bianco aggrappato disperatamente a delle figure geometriche: il cinema è il mezzo con cui la memoria armonizza i ricordi, ma essi svaniscono nel nulla e la bellissima donna grida “tienimi con te non farmi svanire nel nulla”..ma poi, nonostante la passione del cineasta Orfeo, l’abbraccio si spezza e lei torna nell’oscurità dell’Ade.
Almodovar è il regista europeo nelle cui tragicommedie rivive con maggior convinzione l’ideale ottimistico del teatro classico dell’humanitas/filantropia, pertanto nella sua ultima controversa fatica non desta meraviglia se il vero movente alla base del mestiere di cineasta sia il riuscire a trovare sempre e comunque un lieto fine a qualsiasi storia: il senso della paradossale metamorfosi del cupo Gli abbracci spezzati nel solare Ragazze e valigie è che lo schermo depura dai residui della malvagità e dell’odio le passioni responsabili del male nel mondo, senza tuttavia negarle; l’estetica è etica, nel momento in cui dà forma cosciente al deforme di natura. Così l’ossessione per il narcisistico sdoppiamento di sé nell’immagine di celluloide è l’ ambiguo demone che domina tutti i personaggi della vicenda e in modo particolare lo stesso autore di Donne sull’orlo di una crisi di nervi clonatosi nel protagonista cieco dalla duplice identità Mateo Blanco / Harry Kaine nonché nel giovane Ernesto, il figlio omosessuale del produttore Martel innamorato senza speranza di Lena l’amante di Mateo: il desiderio o la mancanza di risorse finanziarie non consentono a nessuno l’innocenza, il destino crudele strappa violentemente la felicità ai pochi privilegiati, la dolcezza del ricordo si corrode con il trascorrere del tempo in astio o in rimorso ed è precisamente questa selva inestricabile di pulsioni ed emozioni universali il territorio catartico dell’arte, il laboratorio artigianale del cineasta, il santuario sacro dove le dive del passato e i loro Maestri fanno le loro inaspettate epifanie. Gli abbracci spezzati è inequivocabilmente un sofferto manifesto di poetica, nato forse dalla necessità di ammettere di fronte a se stesso e insieme al pubblico più fedele dubbi e crisi passate: l’innegabile mancanza di fluidità, si ha l’impressione, nasce da una sorta di tormentoso rovello sui contenuti della propria ispirazione: la cecità di Mateo non evoca la consueta doppia vista del poeta veggente, bensì è mutilazione traumatica, una diaframma impedente. Per redimersi non resta ad Almodovar altro che la confessione di un peccato, ma quale? Aver smarrito per strada il lieto fine ovvero la via d’uscita dal dedalo…
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CUORE: la pellicola da ricostruire Ragazze e valigie ossia Donne sull’orlo di una crisi di nervi
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):. ***Le disavventure di un regista cieco veicolano una riflessione sul cinema e su chi lo fa: molti parlano di uno Almodovar minore.
VOTO/BILANCIO: 7
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: buono
2- stile di regia: discreto
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: sufficiente
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti: www.filmtv.it
Spicca sullo sfondo in bianco e nero come il lampo di un proiettile un titolo strano e per questo evocativo: Tetro è in realtà l’abbreviazione di un cognome e riporta alla memoria la consuetudine dei ricordi legati a cronache familiari di peripezie e luoghi lontani. Un marinaio con una sacca sulle spalle, esule in terra straniera o figliol prodigo, guarda all’interno di un portone, un volto affiora dall’ombra… La pellicola autobiografica di Coppola pare così nella sovrapposizione di immagini adeguarsi al flusso di coscienza dell’autore stesso.
La femme fatale, l’amante appassionata del mitico bandito Dillinger, di cui è immagine speculare, guarda fiera l’avversario che le sta di fronte o il pubblico scandalizzato, sullo sfondo le strade metropolitane illuminate dai riflessi dei lampioni: la vecchia foto di un giornale rivive nella pellicola del regista innamorato delle figure che popolano il suo immaginario.
La convinzione che il male rappresentabile sia più un mito che una realtà anima i notturni di Micheal Mann: i sicari e i loro avversari agiscono in base a una personale visione del mondo e il loro epico vagare sotto le luci della metropoli dormiente fornisce la materia al regista cantore. Sorprende pertanto e un po’ delude in Nemico pubblico la riduzione dell’epopea alla scabra cronaca nera: il bene è l’irrealizzabile miraggio di una giustizia banditesca, il male si incarna in brutali carcerieri di Stato nonché nel sistema dei media che cinicamente manipolati dai potenti creano antieroi da crocifiggere al fine di essere incoronati eroi salvatori. L’incursione nelle tematica contemporanea sull’uso strumentale dell’informazione,, con l’intervento dietro le quinte del burattinaio Hoover/Crudup, il capo della futura F.B.I, disturba l’anima arcaica e cavalleresca del gangster movie: l’inganno e il tradimento subentrano alla sfida ad armi pari, poliziotti e banditi non si guardano più negli occhi, ammirando l’uno nell’altro la propria immagine speculare, il crepitio dei mitra ricopre solamente al cupo silenzio dei soldati e del loro algido condottiero, Purvis/ Bale. L’aedo del crimine tuttavia non può deporre le armi: se leggende c’è, al di là della verità, essa deve alimentare il canto. Ecco allora emergere dai fogli smorti dell’emeroteca l’ombra luminescente di Dillinger/Depp: egli ama e si fa amare, fugge dal carcere, ruba alla banche, è avverso alla malavita organizzata, sceglie come ultimo confidente e messaggero l’onestà anacronistica di uno sceriffo della vecchia guardia, sussurra frasi d’amore in punto di morte, illuso che la vita sia una faccenda romantica, una strada sempre aperta, un Melodramma a Manhattan in cui a lui spetti la parte di Clark Gable. “Io vado dove voglio andare” dice alla bellissima innamorata appena conosciuta e non è che cinema in bianco e nero….
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CUORE: la frase che Dillinger dice a Billie appena conosciuta: “io vado dove voglio andare”
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):. ***Scarsa attenzione alla psicologica, molto alla composizione armonica del gangster-movie: alcuni inevitabilmente parlano di esercizio di stile.
VOTO/BILANCIO: 7
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: sufficiente
2- stile di regia: buono
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: discreto
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
A cosa si pensa guardando la rigogliosa e allegramente screziata figura del poster? A un albero miracoloso, a una scultura spiritosa ed esibizionista, a una creatura metamorfica, a un alieno calato dallo spazi per farsi ammirare da noi umani. in realtà, trattandosi di Michael Jackson è un suono fattosi immagine, un'anfora ricettacolo di ambrosia uditiva, in sintesi la dannazione prodigiosa dell’artista, l’essere non un chi ma un “cosa”…
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e antologia di spettatori/opinionisti competenti cfr. www.filmtv.it
Perché ci mette i brividi il bambino che ci scruta da occhi adulti e calcolatori immerso in un universo raggelante e grigio filtrato da un severo interno borghese? Il nastro bianco al braccio fa di lui un catatonico soldato, uno zombie dall’anima violata, destinato a diventare domani il nostro carnefice…. La crudeltà della figura penetra a fondo, proprio nell’assenza di immagini perturbanti: Haneke esplora le apparenza del reale, dove il morbo omicida affiora inavvertitamente.
Se Satana e Dio si contendono l’anima dell’uomo, sottraendoci alla lusinga ingannevole dei colori la guerra eterna fra il bianco angelico e il nero demonico è visibile: c’è però un inizio ed è l’istante in cui l’essere umano smarrisce il candore dell’età infantile e la psiche diventa territorio infernale. La fenomenologia della crudeltà gratuita è il centro nevralgico della filmografia di Haneke, ma Il nastro bianco, la sua opera più ardua, ne capovolge lo schema tipico: gli effetti del male fanno da cornice a una tormentosa indagine sulle radici profonde del medesimo. Per sottoporre a verifica la sua ipotesi egli promuove a laboratorio ideale un villaggio agricolo protestante della Germania, alla vigilia della Prima guerra mondiale: l’ossificazione del contesto sociale consente di puntare il dito, senza incagliarsi nelle formule da manuale di teoria politica, sull’educazione repressiva obbligatoriamente esercitata dalle gerarchie di qualunque tipo e di qualunque epoca, sacerdoti o medici, baroni, laeder o semplicemente padri. L’ambientazione in una comunità quasi tribale implica la chiave di lettura antropologica, evidenziando l’inquietante universalità della corruzione perpetrata dalla generazioni precedenti su quelle successive. La malvagità non è innata, tuttavia è tragicamente fine a se stesse: lo zufolo strappato a un bambino, confessioni feroci fra amanti, botte devastanti a un bambino disabile, mani di fanciulli legate ai letti, le carni dilaniate di un canarino e infine l’imposizione del nastro bianco, simbolo di innocenza/ marchio d’infamia agghiacciano lo spettatore, nella nudità dogmatica di valori di cui sono espressione. Eppure la luce penetra ugualmente dentro gli anfratti bui del locus horridus e la fonte non è neppure troppo misteriosa: la memoria e il coraggio di giudicare e di denunciare la verità del maestro-narratore. “Fiat lux” disse Dio ed era il libero arbitrio.
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CUORE: il nastro bianco
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****Un raggelante bianco e nero documenta la genesi del male nell’educazione dogmatica: un villaggio protesta della Germania del Nord fra il 1913-4 fa da laboratorio.
VOTO/BILANCIO: 8
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: discreto
2- stile di regia: ottimo
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: buono
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it