Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Gli alieni sono dei bersagli contro cui sparare e da rinchiudere in recinti sorvegliati: il lager umano a misura di extraterrestre raffigurato dal poster illustra il cambiamento di prospettiva del lungometraggio rispetto alla tradizione del genere fantascientifico. L’aggressività nei confronti di chi non ci assomiglia è peculiare della nostra specie, le misteriose creature venute dalle profondità dello spazio moralmente sono meritevoli della vittoria morale sui loro carnefici. I sentieri fra le stelle sembrano essere l’illusione ottica, nella realtà preclusa per chi ha architettato esclusivamente campi di concentramento e ghetti.
In District 9 ordire gli spettatori non sono gli alieni ma gli umani: i primi sono come ce li siamo sempre immaginati nelle nostre fantasie letterarie e cinematografiche, grotteschi insetti meritevoli dell’appellativo di “gamberoni”, la loro astronave sta sospesa minacciosamente nel cielo della metropoli, ci superano in scienza e tecnologia, e sono persino un po’ buffi, quando si muovono goffamente nella baraccopoli e si tuffano avidi sulle scatolette di cibo per gatti. Sono tornati da remote galassie i parenti stretti dei guerrieri/ mostri di Alien o di Starships Troopers, eppure non sono affatto vendicativi: anzi il tempo. futuro o passato che sia, li ha maturati, sono atterrati qui per un causale incidente, se ne stanno rinchiusi nei recinti misteriosamente inermi, non inghiottono in un istante i corpi, al contrario sono le loro membra a essere ingurgitate da cannibali nigeriano superstiziosi. Cosi, per quanto se aggrediti creino disordini in città, non spaventano tanto quanto la ferocia e il brutale cinismo della razza umana: non a caso il teatro dell’azione è la capitale dell’apartheid, Johannesburg, nella quale la segregazione razziale ha creato ghetti quali “district
--------------------------------------------------------------------------------------------------------
CUORE: il braccio contaminato di Wikus
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****apprezzato esordio del sudafricano Blomkamp che mescola fantascienza con effetti specilalissimi e satira sociale in uno stile neutro da reportage tv
VOTO/BILANCIO: 7
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: discreto
2- stile di regia: buono
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: buono
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e antologia di spettatori/opinionisti competenti cfr. www.filmtv.it
Per il bambino che vi nasce e vi muove i primi passi ogni luogo del mondo è un deserto sabbioso a cui deve dare un nome e che deve popolare di cose e persone con la sua fantasia: Baaria, il nome fenicio di Bagheria, vicino a Palermo, evoca uno spazio esistenziale, dove storia e realtà vivono solo di riflesso. L’infanzia del pastorello protagonista del poster è l’età dell’oro, a cui è consentito far ritorno solo nella trasfigurazione epica del fotogramma. Granelli di sabbia, immagini sgranate dalla “penombra che abbiamo attraversato” ( Proust)
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e opinioni di spettatori competenti in materia: www.filmtv.it
Nell’oscura e labirintica foresta della fiabe, le bambine hanno trovato rifugio sul grembo luminoso del troll, Totoro: lui le ha guidate, ha fatto sì che non perdessero la strada e che soprattutto non cadessero vittime della disperazione. Evidente che si tratta di un luogo segreto, dove solo delle fanciulle innocenti hanno il privilegio di arrivare Al di là degli alberi esiste la vita normale e il mondo inquinato e senza magia degli adulti. Nella favola e nell’infanzia sta la salvezza del mondo: è in sintesi il messaggio di tutta la filmografia di Miyasaki. Ma forse ai grandi è preclusa la pace dell’idillio proposta dal poster.
Lo spettatore italiano scopre a distanza di molti anni Il mio vicino Totoro del 1988, ma ad esso Miyasaki potrebbe aver attribuito il ruolo di premessa poetica ed ideologico alle opere successive, da La citta incantata a Ponyo sulla scogliera: le scarne peripezie di due bambine, Satzuke e la sorellina Mei, arrivate in campagna per essere vicino alla madre ricoverata da tempo in ospedale, stupiscono per la loro estrema semplicità e per la totale assenza in esse del male. Tuttavia la pulizia dell’intreccio contribuisce a spiegare la ragioni di un fare cinema animato “altro” rispetto alla tradizione del genere. Il conflitto fra bene e male richiede solitamente campioni armati e eccezionalità di risorse, però nel Mio vicino Totoro la guerra in atto si nasconde, senza clamori, nella quotidianità e l’unica possibilità di vincerla sta nell’innocenza e nell’ottimismo infantili: Satzuke e Mei non devono sconfiggere streghe malefiche, bensì più realisticamente la grave malattia della madre e la paura di smarrirsi sole nel buio fra strade sconosciute. L’esplorazione dell’eden colorato, lontano, per quanto pochi chilometri, da Tokio, ne stimola fervidamente l’immaginazione e la generosità: non si entra nel labirinto miracoloso e non si esperimenta la bontà delle sue creature fatate, se non si ha fede nella sensibilità della Natura e dei suoi figli, gli alberi secolari. Il cuore puro delle piccoli eroine di Miyasaki, battendo in sintonia con quello della Terra, ha la funzione salvifica di istradare verso la speranza gli adulti, sviati dalla società e dalle circostanze: esse hanno innato il segreto della gioia di vivere, vedono l’invisibile e per loro nella pioggia battente, dopoché hanno regalato l’ombrello a un buffo troll spuntato dalla foresta, i fanali di un gattobus illuminano la notte minacciosa. Se la vita spesso fa a meno dell’illusione di una morale, la favola no: qui in una pannocchia abbandonata sulla finestra di una corsia ospedaliera l’arte ha la sua epifania.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------
CUORE: l’attesa sotto la pioggia battente, il dono dell’ombrello a Totoro, e l’arrivo del gattobus.
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***** Il film è del 1988 ma è il poeta Miyakaki e i suoi incantesimi animati non hanno età.
VOTO/BILANCIO: 7/8
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: discreta
2- stile di regia: ottimo
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: buono
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
L’utopia sessantottina si inscatola all’interno del cortile di un asettico edificio universitario, dove un gruppo di ragazzi gira a tondo in bicicletta. All’ombra dello striscione rosso il grande sogno, raccontato da Michele Placido, ripresenta così il classico triangolo borghese con la bella donna al centro, oggetto della contesa fra i due cavalieri protettori.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it,www.mymovies.it e www.filmtv.it
“Trascinami all’inferno” è il rovesciamento della preghiera: anziché supplicare Dio di proteggerci dal male, si invoca il diavolo perché ci afferri con i suoi artigli e ci porti nel suo regno a bruciare fra le fiamme. Se si guarda bene, lo sconvolgimento che anima la giovane donna del poster assomiglia molto al piacere di un orgasmo: la libidine innata ci rende partner ideali delle forze demoniche. L’anima si offre spontaneamente a chi la vuol rapire. La dannazione allora assume le forme delle nostre fantasie ed è pertanto più ludica che reale: l’horror, di cui Raimi si rivela maestro, è un gioco edificato sull’ambiguità della morale umana.
“Dipende da te” dice il direttore di banca alla bionda e graziosa Christine/ Alison Lohman, impiegata che vuole un avanzamento per non sfigurare con i genitori ricchi del fidanzato e la decisione di non concedere una proroga del mutuo a una vecchia zingara è l’ appiglio offerto all’inferno per scatenare le sue forze. La lezione di morale di Drag Me to Hell è di fatto semplice e chiara: ad aprire il varco ai demoni non è la quintessenza della malvagità, bensì la normalità assoluta. Per questo Raimi ha scelto come protagonista del suo ritorno all’horror puro la faccia piacente eppure tutto sommato anonima da brava ragazza della porta accanto della Lohman: la vendetta della Lumia, evocata dalla megera con la doppia dentiera, sembra sproporzionata rispetto alla colpe della giovane donna. I margini lasciati alle responsabilità individuali dal sistema a chi opera abitandone le periferie sono assai ristretti: Christine si limita a rispettare le regole non scritte della banca, pensa ad assicurarsi un futuro con quello che le passa il convento ed il suo ordinario egoismo vacilla quando si tratta di condannare a morte un’altra persona al posto suo. Per contrastare il male occorre del resto una santità che non è di questo mondo. Tuttavia l’ironia sottopelle di Raimi a ben guardare insinua dubbi sull’esistenza del male come entità terrificante a se stante: un ricamo svolazzante sul parabrezza, insetti nella torta, gli artigli di una vecchia strega, l’occhio di vetro spalancato su un cadavere, la fossa scavata nel cimitero di notte, apparizioni di spiriti, medium, un caprone e un gatto, suoni assordanti e sollevamenti in aria, insomma un centone artigianale di luoghi comuni splatter, che in realtà è la traduzione in figure e situazione tipo scaturenti da un rimorso collettivo posticcio. Drag to Me Hell si mostra cosi irriverente fino in fondo, persino sulla classica catarsi connaturata al vetusto genere dell’horror: inghiottiti dalla fiamme dell’inferno metaforiche i capri espiatori, Wall Street oggi corre di nuovo sugli stessi binari un po’ più forte di prima.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------
CUORE: “dipende da te” la frase della dal direttore della banca a Christine
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****apprezzato il ritorno dell’autore de “La casa” all’horror puro
VOTO/BILANCIO: 7
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: sufficiente
2- stile di regia: buono
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: buono
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Nel poster del “Cattivo tenente” di Abel Ferrara un corpo agonizzante, sfatto dal vizio, simbolo nudo di decadenza fisica e morate irreversibile, pareva supplicare pregando la grazia di una redenzione. L’attuale remake di Herzoc minaccia colpi di pistola sullo sfondo dell’esplosione di un vulcano con lapilli e fuoco: il cielo forse non tornerà più terso, ma se c’è una speranza di purificazione essa è nell’azione umana riparatrice e non più nell’invocazione a Dio.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it,www.mymovies.it e www.filmtv.it
Al centro del poster che restituisce la frammentarietà del reportage di Gandini sta la parola chiave, il bel neologismo videocracy, la nuova bandiera d’Italia considerato che ne ha gli stessi colori: perché non dirlo in italiano allora, videocrazia? La sparizione di una lingua è il sintomo più spaventoso della perdita d’ identità di un Paese: l’impasto linguistico non è generato dalla ricchezza lessicale o dalla flessibilità, ma dalla sostituzione di un vocabolario riflesso di una coscienza civile con un gergo omologante. L’enciclopedia di un intera civiltà è di conseguenzai stata spazzata via dall’accumularsi frastornante di immagini: il bombardamento ottunde sensi e pensiero. Chi ne è responsabile e chi sono i videocrati? Perita l’umanità nella rivoluzione mediatica le simulazioni generate a getto continuo e ovunque dagli schermi invadono la realtà e ne sono gli invincibili tiranni. Una subdola anarchia di situazioni e figure, che soffoca il diritto all’essere degli individui
L’enciclopedia tribale dell’Italia contemporanea cerca disperatamente i suoi cantori e i suoi tragediografi: la resa dell’autore di fronte a un magma moralmente e poeticamente incontrollabile accomuna opere come Gomorra, libro e film, e Videocracy.Basta apparire e l’implicita chiamata in causa dello spettatore ne determina l’angoscioso sgomento. L’impeto di una realtà asfittica ha ucciso con l’etica l’ispirazione e le opere degli artisti animati da passione civile sono la cronaca di un tale assassinio: nel documentario di Gandini la voce fuori campo è ancora un fragile tentativo di percorrere i momenti più significativi dell’ultimo trentennio del Bel Paese, la cosiddetta “rivoluzione”, ma il viaggio è un aggirarsi in un labirinto senza via d’uscita, una desolante carnevale di corpi esibiti, di sorrisi catatonici, di apparizioni in studi televisivi o al Billionaire, in sintesi una dozzinale parodia di esistenza e di Storia.
La bianca alcova di Lele Mora, le lussuose dimore della Costa Smeralda, gli allori al Grande Fratello, i trionfi del “Robin Hood” Corona o in politica, sono miraggi nel deserto che abbagliano chi è lontano: per chi lo abita l’eden dipinto è invece una condanna allo show eterno, la morte della persona nel personaggio, l’ombra malinconica sui visi plastificati di potenti e celebrità. Videocracy è, in ultima analisi, un reportage spietato fra i corridoi di un castello fatato nel quale l’illusione di essere visti e riconosciuti è la sola forma di sopravvivenza: il grande circo ospita esclusivamente, al di là della gerarchie, forzati dell’immagine, acrobati abili o tristi clown frustrati. Il mutamento antropologico e l’omologazione delle classi sociali prodotti dalla rivincita del trash corporale sulla spiritualità non prevede più privilegiati: o ci si espone in mezzo all’arena o, se se ne è esclusi, si agogna di farlo, per non essere puniti con l’estinzione. L’ossessione della massa acclamante rende perfettamente compenetrabili Ricky, l’operaio di periferia, il Presidente e la corte/baraccopoli dorata dei “promossi” dal caso Vip: il ripetitivo copione soffoca la libertà degli interpreti e le loro verità. Del resto il termine verità è vocabolo obsoleto, a meno che non nasca o non sia nato in qualche angolo un Tacito o un Balzac per tramandare la decadenza dell’impero e per lasciarci almeno la consolazione di esserci stati.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------
CUORE: i volti dei Vip incantati in una malinconica plastificazione.
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***il ritratto del bestiario italico, da Lele Mora a Corona e a Silvio Berlusconi. Difficile, visto l’argomento, trovare una valutazione oggettiva dell’opera. Comunque c’è un generale apprezzamento e non manca chi sostiene la scarsa novità..
VOTO/BILANCIO: 7.50
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: discreto
2- stile di regia: adeguato
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: discreto
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il titolo del documentario di Stefano Consiglio gioca su un ossimoro implicito: l’amore basta da solo a se stesso, anzi l’amore è un opposizione netta da parte di chi si ama alle intrusioni e ai condizionamenti della società. E’ stato cosi fin dalla notte dei tempi e dall’impossibilità dell’innamorato di adeguarsi alle leggi delle città l’amore ha nutrito la sua epica e i suoi cantori nel corso dei secoli da Saffo e Prévert. Nella pellicola però non dovremmo trovare spunti letterari o luoghi comuni delle lirica: si tratta al contrario di testimonianze di contemporaneità, di esperienze autentiche, di uomini e donne di diverse nazionalità, coppie esemplari di gay e lesbiche intervistati dall’autore. L’approccio sociologico attualizzante promesso dal reportage è però smentito o corretto dalla chiare poeticità del poster: a fare da centro di gravità sono due figure, quasi due ombre che sbalzano da un universo informe e incolore, racchiuso dentro un riquadro. Esse non hanno né un identità né una cronologia, e dunque potrebbero essere chiunque e potrebbero appartenere a qualsiasi cultura e a qualsiasi epoca. A conferire loro l’essenza di una personalità è il rosso della passione incontrollabile, che sgorga come il sangue dalla vene e punteggia tutta l’immagine.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it,www.mymovies.it e www.filmtv.it
Cosa resta della favola della Belle Epoque, cosa riaffiora dal bianco avvolgente dell’oblio che ancora racchiude il lenzuolo nella calda alcova? Un dolcissimo nomignolo, Chéri, e la promessa del corpo semi scoperto di una donna ancora seducente il cui disincantato sorriso preannuncia l’imminente sfiorire della bellezza. L’immagine del poster è un richiamo subdolo al mito di un epoca e un sottile invito alla sua demitizzazione, invito che il film di Frears raccoglierà pienamente.