Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
In Piccoli affari sporchi del 2002 Frears esplorava con ironico disincanto le suburre metropolitane: un turpe mercato di corpi dove all’intelligenza e all’umanità individuale è comunque consentito salvarsi dall’inferno urbano e addirittura beffarlo. In Chéri, tratto da un romanzo di Colette, il regista, introiettato il fango delle periferie, non crede alla favola della Belle Epoque e mette in scena, senza compiacimenti morbosi, anzi scherzandoci quasi sopra, le sordidezza segrete dietro la sontuosità degli abiti e degli arredi:: incantevoli giardini accolgono patetiche ex celebrate cortigiane obese e ridicolmente abbigliate, mentre una di loro amoreggia grottescamente con un granduca minorenne, talami confortevoli ammaliano in orge estenuanti giovani storditi dalla cocaina, i figli sono abbandonati a se stessi, e appena cresciuti, prima del matrimonio, affidati dalla madri alla scuola di cocottes esperte. Ciò che più spesso lo spettatore vede della Ville Lumiére sono ambienti privi di luce e stanze da letto in penombra: il buio o spessi tendaggi costituiscono il momentaneo riposo da un ghetto dorato dove non esiste innocenza e dove si può essere solamente compratori o venditori.
A opporsi alle istanze del cuore in Chèri tuttavia non sono le leggi inique degli uomini, bensì quelle ben più crudeli e invincibili della natura e del tempo: giovinezza e bellezza sono un miraggio effimero ed illusorio, eppure non esiste un altrove a cui possano indirizzarsi le aspirazione umane più pure. La storia dell’amore impossibile fra il diciannovenne Chèri /Ruper Friend e la non più giovane Lèa/ Michelle Pfeiffer è in entrambi il disperato tentativo di fermare l’inafferrabile nell’ultimo istante prima della fuga: i segni ancora vivi di una beltà quasi sfiorita stanno al centro del quadro e pensieri e visioni ossessive dei due amanti cristalizzano l’anelito all’autodistruzione di un’epoca intera in procinto di essere spazzata via dalla Grande Guerra. Si impugnano le armi, per non guardarci allo specchio o per non chiedersi cosa abbiamo amato, quando abbiamo amato qualcuno.
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CUORE: la sequenza in cui Michelle Pfeiffer contempla il suo volto allo specchio.
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***un elegante esercizio di forma, ma di cui alcuni si domandano lo scopo.
VOTO/BILANCIO: 7+
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: adeguata
2- stile di regia: discreto
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: discreto
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
In Piccoli affari sporchi del 2002 Frears esplorava con ironico disincanto le suburre metropolitane: un turpe mercato di corpi dove all’intelligenza e all’umanità individuale è comunque consentito salvarsi dall’inferno urbano e addirittura beffarlo. In Chéri, tratto da un romanzo di Colette, il regista, introiettato il fango delle periferie, non crede alla favola della Belle Epoque e mette in scena, senza compiacimenti morbosi, anzi scherzandoci quasi sopra, le sordidezza segrete dietro la sontuosità degli abiti e degli arredi:: incantevoli giardini accolgono patetiche ex celebrate cortigiane obese e ridicolmente abbigliate, mentre una di loro amoreggia grottescamente con un granduca minorenne, talami confortevoli ammaliano in orge estenuanti giovani storditi dalla cocaina, i figli sono abbandonati a se stessi, e appena cresciuti, prima del matrimonio, affidati dalla madri alla scuola di cocottes esperte. Ciò che più spesso lo spettatore vede della Ville Lumiére sono ambienti privi di luce e stanze da letto in penombra: il buio o spessi tendaggi costituiscono il momentaneo riposo da un ghetto dorato dove non esiste innocenza e dove si può essere solamente compratori o venditori.
A opporsi alle istanze del cuore in Chèri tuttavia non sono le leggi inique degli uomini, bensì quelle ben più crudeli e invincibili della natura e del tempo: giovinezza e bellezza sono un miraggio effimero ed illusorio, eppure non esiste un altrove a cui possano indirizzarsi le aspirazione umane più pure. La storia dell’amore impossibile fra il diciannovenne Chèri /Ruper Friend e la non più giovane Lèa/ Michelle Pfeiffer è in entrambi il disperato tentativo di fermare l’inafferrabile nell’ultimo istante prima della fuga: i segni ancora vivi di una beltà quasi sfiorita stanno al centro del quadro e pensieri e visioni ossessive dei due amanti cristalizzano l’anelito all’autodistruzione di un’epoca intera in procinto di essere spazzata via dalla Grande Guerra. Si impugnano le armi, per non guardarci allo specchio o per non chiedersi cosa abbiamo amato, quando abbiamo amato qualcuno.
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CUORE: la sequenza in cui Michelle Pfeiffer contempla il suo volto allo specchio.
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***un elegante esercizio di forma, ma di cui alcuni si domandano lo scopo.
VOTO/BILANCIO: 7+
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: adeguata
2- stile di regia: discreto
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: discreto
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il termine slang del titolo indica una condizione o uno stato d’animo: pesantezza, disagio a cui rimandano il colore giallastro e la deformità delle lettere. E’ la lente contortecene applicata sulla realtà di chi è alterato dallo spleen e dalla droga. Il poster del film vincitore al Sundance Film Festival integra poi la definizione con un quadro stinto: un carretto di gelati a cui non ci si accosterebbe mai sospinto da un tipo poco raccomandabile, ma che ci fa il giovanissimo liceale dall’espressione afflitta in una compagnia e in una situazione cosi poco adatta a lui? Ovvio allora che la pellicola racconterà il viaggio di formazione nelle suburre urbane di un ragazzo in cerca di identità. La città desolatamente pulita di cose e persone i individua anche negli anni
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it,www.mymovies.it e www.filmtv.it
Nelle società evolute del terzo millennio androceo e gineceo sono sopravvissuti almeno nell’immaginario collettivo consegnatoci dal cinema hollywoodiano: uomini e donne stanno a loro agio solamente quando sono fra loro, e la coppia ideale non è uomo- donna, bensì quella immortalata in totale spensieratezza nel poster del film maschio- maschio. Ovviamente a creare il locus amoenus , altrove irrealizzabile, è l’affinità di comportamenti, qui visibile nell’abbigliamento trascurato e nella camminata finalmente scomposta. La natura ricompone ciò che la società e le sue convenzione paiono ingabbiare, compresa l’istituzione matrimoniale: del resto lo sfogo liberatorio è una pacifica necessità per la conservazione Si tratta di un modello artificioso, che ricalca le tradizionali schermaglie simulate fra i sessi, ma perfetto per gli intrecci della commedia.
La commedia di Hamburg vorrebbe sorprendere lo spettatore già con il titolo: I love you, man. La più semplice delle dichiarazioni d’amore, che, meritando nel lungometraggio il ruolo di parola chiave, deve necessariamente essere uno sberleffo agli orizzonte d’attesa del pubblico. Non si tratta certo di una love story gay, poiché perlomeno la gente che affolla le sale non se ne scandalizzerebbe più sicuramente: l’omosessuale non manca, però è il disinibito fratello del protagonista e non è lui a sciogliere i nodi del canovaccio. Anche la coppia d’innamorati attorno a cui ruota la vicenda, Peter/Paul Rudd e Zooey/Rashida Jones, fila alla perfezione e ha ostacoli minimi davanti a sé. Allora la trovata singolare per creare un po’ di superficiale scompiglio, compatibile con il microcosmo giocoso tipico del genere, è relegare l’amore sullo sfondo e darne la funzione momentaneamente destabilizzante a un’amicizia, resa stuzzicante da escrementi di cane lasciati sul lungomare e dalla formazione adolescenziale del solito complessino rock: tanto basta ad incrinare la patina di una felicità apparente, quando il caso fa scoccare in una conoscenza occasionale la scintilla fra due personalità immancabilmente antitetiche. Operata la sostituzione, l’oliato congegno segue il percorso prevedibile: la familiarità con il maleducato Sydney/ Jason Segel mette in crisi l’ingessato e privo di sodali maschi Peter e gli esiti sono immaginabili. Dunque sul filo del rasoio, in quanto oggetto del desiderio, sta non il matrimonio, bensì il testimone di nozze, l’amico del cuore.
A fare da corroborante alla birichinata contro la norma è la scurrilità salottiera tipica dello stile Apatow( Strafumati). L’edificio comico ha in realtà fondamenta assai fragili: “perché ci sposiamo?” si chiedono i futuri coniugi e la battuta è davvero spiritosa, ma nessuno ci fa caso.
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CUORE: “Ma perché ci sposiamo” la battuta più spassosa di tutto il film
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): **..un mix di volgarità e sensibilità secondo lo stile Judd Apatow( lo sceneggiatore che ha rinnovato la commedia americana) per non far sentire in colpa chi ride.…
VOTO/BILANCIO: 4/5
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: molto scarsa
2- stile di regia: accettabile
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: sufficiente pienamente.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
L’uomo ha sempre interiorizzato gli accadimenti storici rielaborandoli in una dimensione mitico-onirica: forse già i graffiti sulle pareti delle grotte fantasticavano su un remoto inizio della vita sul pianeta e scongiuravano nell’idolatria di una divinità teriomorfa la minaccia di uno sterminio imminente. Pertanto nelle letterature di tutti i popoli si trovano descrizioni di una paradisiaca età dell’oro e di una speculare età di distruzione e morte, nella quale le colpe saranno punite. Il trailer dell’atteso film dell’australiano John Hillcoat tratto dal bellissimo romanzo The road di McCarthy è appunto una riscrittura per immagini, una delle tante del resto, dell’apocalisse prossima ventura, un’anti-età dell’oro di regresso: non più uomini e donne calpesteranno i marciapiedi delle città, bensì belve feroci e senza legge si daranno la caccia in un inferno gelido e brullo. Però si tratta solo della cornice, pertanto dall’abilità nel tenere ai margini sullo sfondo l’antologia di luoghi comuni tipici del genere lo spettatore/lettore potrà verificare se il lungometraggio saprà rispettare l’ossessione ispiratrice della fonte letteraria e implementerà la suggestione visiva, evidente nel trailer: scontato che i giorni della nostra specie siano ormai contati ci sarà ancora un domani e quali saranno le premesse per una palingenesi di riscatto? Per trovare una risposta è necessario tornare alle origini, ai primi passi dell’uomo e a ciò che gli ha consentito di diventare da animale vagante in un territorio ostile essere pensante. A consentire lo scarto è stata la capacità dei padri di trasmettere ai figli i mestieri tutti ma soprattutto un etica che facesse da collante: senza il baluardo della morale, non ci sarebbe stato né liberazione dall’homo homini lupus né l’arrivo alla terra promessa. Il percorso non è lineare e non si è ancora compiuto, innumerevoli sono state sono e saranno le deviazioni, tuttavia The road assolutizza l’itinerario, derubando di passato e futuro il nucleo sociale primario, una famiglia costretta all’essenzialità del rapporto padre-figlio: loro due e il silenzio del mondo, un intimità tirannica e torturatrice, una forma estrema di educazione, barriera protettiva contro la società e il prossimo ridotti a vaghe apparizioni di spettri ostili. I due camminano, senza conoscere la meta, sotto un cielo perennemente fosco: le case non hanno più luci alle finestre, il sole non scalda più, il mare è un miraggio irraggiungibile. L’universo resterà spento per l’eternità, se l’innocenza di un bambino non inventerà di nuovo il fuoco e le fiaccole non risveglieranno con i loro bagliori le civiltà sepolte e daranno loro di nuovo parole ed immagini.
E’ una vicenda chiaramente simbolica quella dell’autore di Non è un paese per vecchi che si concretizza in una prosa scabra, una cappa avviluppante senza slarghi: il far-west allegorico fa nascere pionieri fragili, resti dolenti di una speranza non rassegnata.
Un volto che vuole confondersi con le ombre, che ammette attorno a sé una debole luce, protetto dalla quale egli affiora dal buio dell’anonimato e colpisce le sue vittime. Gli è preclusa qualsiasi altra forma di esistenza al di fuori dell’arma contemplata e tenuta stretta, come fosse una madre o un’amante. Niente di sorprendente dunque: il poster rimanda al fascino ambiguo dell’eroe del male, la cui immagine di solitario militante del crimine fine a stesso si assimila al crociato idealista
La materia umana di Killshot, film tratto dall’omonimo romanzo di uno dei maestri del noir Elmore Leonard, è davvero esplosiva: marito e moglie, forse innamorati, ma in crisi, un balordo logorroico e la sua inquieta ragazza, infine un enigmatico sicario indiano al soldo della mafia, il cui nome parlante “corvo nero” evoca i cimiteri sepolti sotto le villette e gli alberghi degli horror di King tornati in vita, fantasmi dei vecchi western, per vendicare gli oltraggi subiti dagli usurpatori. Eppure Madden, avvezzo forse all’immobilità dei palcoscenici di Skakespeare in Love e Proof, non riesce a far scoccare le scintilla e il volto trucemente epico del guerriero vissuto Micky Rourke sbalza inutilmente nella progressione piattamente lineare dell’azione- con vistosi buchi grazie ai tagli qua e là: i suoi silenzi interrotti da laconiche sentenze restano senza eco. La fisicità esorbitante unita alla saggezza sintetizzata in aforismi ricorda allo spettatore cinefilo ad esempio il Chigurh/Bardem di Non è un paese per vecchi, o magari la bulimia ironica dei macellai tarantiniani, se non che il lungometraggio non scava più di tanto nell’abisso della psiche omicida: un pizzico di lucida follia, beffardo superomismo, rivalsa dell’emarginato, sgorgano a fiotti dall’espressività tumefatta dell’interprete e ne rimangono imprigionati.
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CUORE: il volto di Mickey Rourke
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): *del film raffazzonato e tagliuzzato salvano solo la performance di Mickey Rourke
VOTO/BILANCIO: 4.50
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: molto scarsa
2- stile di regia: piatta
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: buono
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il poster mette in strada il tradizionale conflitto individuo-sistema economico: quest’ultimo si incarna nell’icona tipica del grattacielo, sede consueta delle multinazionali. che precisamente quando viene messe a confronto con l’essere umano in un’arena ideale assume le sembianze di un mostro, il mitico Moloch che sconvolge le normali leggi di natura. L’uomo è infatti facilmente riconoscibile ed interpretabile, è sufficiente avvicinarlo lì su quel marciapiede, l’organismo di cemento e vetro invece è un’entità dalla forza smisurata senza anima, un labirinto incolore senza uscita che non ha altri scopi se non la conservazione di se stesso. Un bagliore però scalfisce l’impassibilità del gigante di pietra, quasi un’investitura sacra del gesto di sfida dell’omino con l’abito stropicciato che osa elevare lo sguardo.
La vicenda dell’inventore del tergicristallo a intermittenza in lotta contro
L’ingegnere Kearns/Greg Kinnear nell’aula del tribunale, dove ha trascinato la Ford, rea di avergli rubato per sfruttarla commercialmente l’idea del tergicristallo ad intermittenza, legge le prime righe di un noto romanzo di Dickens, dimostrando come gli scrittori trovino le parole nei dizionari, non le scoprano loro, eppure, combinandole in frasi di senso inconsueto, trasformando quindi l’ovvio in sorprendente inventino: il medesimo principio sta alla base di qualunque creazione che abbia il potere di rivoluzionare in meglio, ma anche in peggio, l’esistenza sulla terra. La natura è infatti generosa con l’umanità, dotandola di risorse e di genio, sfortunatamente questa, accecata dall’avidità, difetta della virtù della riconoscenza, cosicché il vero campo di lotta per la civiltà è l’etica nei suoi fondamenti: se ciascuno ha il proprio, è giustizia, se qualcuno si appropria di ciò che non gli appartiene, è ingiustizia e di conseguenza la giungla subentra allo spirito equo delle leggi. Il rispetto di un elementare diritto però non ha mai abitato la città dell’uomo, dove i forti prevalgono e i deboli subiscono: la sfida di un docente universitario di talento, aiutato solo dai figli adolescenti, contro un colosso dell’industria statunitense raccontata da Flash of Genius muove dalla fiducia nel progresso nonostante tutto, dovuto alla capacità delle istituzioni democratiche di correggere le proprie storture. L’antivirus in seno ai sistemi infetti è la sanità individuale in particolar modo delle giovani generazioni: la schematica contrapposizione ha consentito alla cinematografia statunitense classica di edificare in chiave moralistica l’epica ottimistica del sogno americano. Abraham ripropone inappuntabile, riprendendolo dalla realtà e modellando sequenze ad imitazione di pellicole di genere quali Tucker, un uomo e il suo sogno e L’uomo della pioggia, il duello senza speranza fra l’audacia del solitario campione idealista, vittima del sopruso, e il cinismo di una società complice dei potenti iniqui per viltà od opportunismo. Il torneo oratorio, come da tradizione, si svolge nelle aule del tribunale, la giuria popolare parteggia per chi patisce il torto, ai margini dei milioni di dollari in ballo ombre invisibili: i passi della donna amata sempre più lontani e il dubbio guardando dalla finestra la pioggia cadere che la giustizia sia una combinazione mal riuscita.
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CUORE: La sequenza in cui Kearns indica alla giura il simbolo invisibile dell’inventore sulla sua giacca versus quella in cui la moglie si allontana dal tribunale e lui che guarda dalla pioggia mentre è a tavola con i figli nella scena finale
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ? Tra i pochi non in vacanza, non c’è accordo: per alcuni la biopic rivisita degnamente il film di Coppola Tucker , un uomo e il suo sognoo del 1988 ed è da non perdere, per altri se ne può benissimo fare a meno.
VOTO/BILANCIO: 6+
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: scarsa
2- stile di regia: impeccabilmente professionale.
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: buono
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Non è il cosmo aperto, bensì è la tenebra dell’inferno il luogo di dannazione da cui gli occhi rossi di una creatura demoniaca e spaventosa ci stanno fissando, un attimo prima di balzare fuori dall’abisso e vendicarsi di chi ve lo ha gettato: il riferimento al diavolo nel poster palesa l’intento di Bay di dare afflato mistico al suo action movie fantascientifico trasformando la guerra fra i giocattoloni della Hasbro nell’epico scontro fra bene e male.
Nella seconda puntata di Transformers di Bay personaggi e situazioni confluiscono, come prevedibile, nella pantagruelica battaglia finale, tuttavia la cosa interessante è, un attimo prima dell’inizio, il rimando a Sfida all’O.K. Corral, il noto film con Burt Lancaster del 1957 ispirato a una sparatoria realmente avvenuta nel
Niente di davvero dissacrante o inquietante comunque: lo spettatore divertito viene proiettato in una dimensione adolescenziale e fracassona, depauperata da ogni elemento suggestivo. Probabilmente, lo avvertiva già nel 1935 lo studioso delle civiltà Huinziga, la società sta regredendo all’infanzia oppure, più banalmente, la gente ama distrazioni facili, pertanto l’operazione fruttifica al botteghino. Tuttavia è difficile dire che, al di là delle intenzioni, sia nato qualcosa di nuovo sotto il sole: da secoli l’epica tradisce i suoi epigoni….
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CUORE: la pantagruelica battaglia finale e la citazione di Sfida all’Ok Corral
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STELLE( il punto di vista prevalente della critica): *alcuni non negano il divertimento
VOTO/BILANCIO: 5/6
Criteri soggettivi di valutazione
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: molto scarsa
2- coerenza logica, stile di regia: più che adeguato al genere
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: ottimo
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it