Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Ad alimentare la melodrammatica vicenda raccontata in Two lovers è New York: lo spettatore, in una lunga parentesi incastonata nella tensione narrativa, la vede sfolgorante di luci, museo a cielo aperto dei capolavori dell’architettura metropolitana moderna, e la rivede più volte miniaturizzata all’interno di un cortile fra due finestre, come in un noto capolavoro di Alfred Hitchcock. Eppure sono brevi istanti, poi la visione svanisce rapidamente, quando Leonard/ Joaquin Phoenix, il protagonista del film, cammina per strada, si chiude in casa con i suoi, incontra in un’alba angosciosamente lattiginosa sui tetti Michelle/Gwyneth Paltrow, la ragazza amata, entra in ristorante per cenare con lei e l’amante di lei sposato: il cappio si stringe attorno al collo dell’uomo e lo scenario illusorio di una città accondiscendente alle favole umane perde consistenza. Allora intuiamo che la fragilità psichica dei personaggi del lungometraggio ha radici condivise nella società occidentale: l’ombelico del mondo aveva vie lastricate d’oro, credevamo prima che la crisi ne portasse alla luce da sottoterra il fango. Non casualmente pertanto nel film l’effimero ricordo della Manhattan ideale fa la sua apparizione ad intermittenza in un’interminabile autunno piovoso: è un’atmosfera impalpabile, uno sfondo apparentemente neutro che tuttavia è il padrone nascosto di anime sofferenti, nelle quali realtà e immaginazione non si equilibrano a vicenda. E un dominio ben più corrosivo ed impenetrabile di quello esercitato dagli anacronistici gangster de I padroni della notte, e per la classicità allusiva di Gray è sfida vinta avergli dato voce.
Il dramma individuale infatti su cui si concentra Two lovers, pur tendendo rigorosamente lontano politica ed economia, illustra con tocco delicato il lato privato e sentimentale, quello maggiormente in ombra, del senso di perdita e di insicurezza: gli appartamenti soffocanti sono colmi di fotografie in bianco e nero di vite in famiglia, Leonard, artista provetto dell’obiettivo, sa che dietro quelle immagini si nasconde la soppressione delle aspirazione autentiche e lotta fino in fondo per non far mai parte di quel triste album di memorie destinato all’oblio. Se l’essenza dell’homo faber è l’opportunità di scelta, la pellicola dimostra quanto il contesto soffochi sul nascere e renda velleitaria l’affermazione di se stessi: la realtà, oggi come del resto ieri, non offre che miraggi, intravisti dietro una finestra, e se si rompe il vetro per afferrarli essi rivelano la loro vera natura. La bionda donna angelo viene da una famiglia ricca impoverita e si getta fra le braccia di chi le garantisce alloggio in centro, Mercedes e droga. Al sognatore innamorato non resta che un anello bagnato dalle acque dell’Oceano da regalare alla donna dello schermo. Chissà se domani Tiffany farà sfavillare le sue vetrine sperando che Audrey Herburn non entri mai dentro a rompere l’incantesimo ?
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CUORE: New York e le reminiscenze del cinema classico statunitense da La finestra sul cortile a Manahattan al miglior Cassavetes.
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STELLE: *****classici dello schermo Usa rielaborati in chiave crisi
VOTO/BILANCIO: 8.50
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 5
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Ancora una volta le giovani generazioni rappresentano la coscienza civile di un Paese ridotto a un grottesco far-west, dove solo difensori del bene isolati e fuorilegge si contendono lo spazio libero per duelli all’ultimo sangue: il poster fotografa però l’immagine di un pistolero intellettuale, armato esclusivamente di occhiali. La vista è lo strumento privilegiato dello storico/reporter per penetrare la realtà e denunciarne nei suoi scritti i meccanismi perversi: Giancarlo Siani, ucciso a ventisei anni nel 1985, era un cronista abusivo de “Il mattino” di Napoli e le sue erano coraggiose inchieste sul mondo della camorra. E’ il medesimo magma corale immortalato da Gomorra, però la locandina suggerisce una scrittura più lineare volta a circoscrivere il tradizionale conflitto tragico fra individualità ribelle e società conformista. La pellicola è dunque il ritratto di uno dei tanti “ragazzi fuori “ dal coro che caratterizzano la filmografia di Marco Risi. In loro rinasce spontanea la vita, ma basta un tratto di gesso, uno scarabocchio bianco per cancellarla e per sospingerla nel silenzio della morte.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il vento fa ondeggiare le barche degli uomini sul mare: dalla schiuma delle onde emerge il buffo visino, incorniciato da chioma rossa, di una strana creaturina, una bambina-pesce dagli occhi enormi e dalla bocca minuscola. Il suo galleggiare lì, a metà fra il sotto e il sopra, non rompe la perfetta sintonia cromatica fra cielo e acqua: ombre e luci, sfumature coloristiche, sono l’essenza della natura di un cosmo in una continua trasformazione, ove l’ appena nato si integra con l’esistente da secoli. Il poster, un ingenuo inno alla sorprendente libertà creativa del creato, è la pagina di un album di disegni appartenente a un bambino dalla matita geniale e particolarmente fantasioso: Ponyo sulla scogliera è il suo sogno e come tutti i sogni racchiude l’innocenza profonda della verità.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
La fiaba è il canale privilegiato che porta alla riscoperta dell’innocenza infantile: nel ritorno all’originaria simbiosi con la natura esiste per l’umanità la possibilità di sottrarsi alla barbarie della modernità. La fascinosa mitopoiesi della filmografia di Miyasaki ha le radici nella convinzione del potere rigenerante della poesia: dalle propaggini del mondo inquinato gli eroi fanciulli delle sue favole animate partono alla riconquista dell’eden perduto. Alla violenza arrogante degli avidi dominatori della terra e del mare essi rispondono con la fantasia e la generosità sentimentale nei confronti dei deboli e degli anziani abbandonati: i malvagi si avvalgono dei prodigi stregoneschi della tecnologia per minacciare gli equilibri del pianeta, sta a un‘infanzia redentrice, armata esclusivamente di purezza di cuore, assumersi la responsabilità di ripristinarlo, convertendo alla coscienza gli stessi maghi tiranni.
Ponyo sulla scogliera rispetta lo schema dell’intreccio, anzi addirittura ne fa risaltare il centro propulsore: il cosmo, lontano dalle città malate, svela la sua bellezza nei fondali oceanici e nei luoghi costieri pressoché isolati. Il pesciolino rosso Brunilde, trasformato per amore nella morbida fanciulla Ponyo, e il piccolo Sosuke sono creature di questo universo appartato e danzante, animato affettuosamente sotto da una mirabolante variopinta fauna marina e sopra da un gruppetto di nonnine costrette sulla sedia a rotelle. A far scoccare il colpo di fulmine fra principe e principessa è la disponibilità ad accogliere e addirittura ad innamorarsi del diverso all’estremo da sé: la figlia del mare e l’ometto sanno di essere fatti l’una per l’altro, ma per dimostrarlo agli altri devono attraversare un tunnel per raggiungere un aldiquà ove la natura, in ininterrotta metamorfosi e per questo rispettosa dell’identità/nome voluta da ognuno, si manifesta in tutta la sua ricchezza, insofferente ad angusti pregiudizi, in ininterrotta metamorfosi e rispettosa dell’identità voluta da ognuno.
La matita di Miyasaki è più lieve, meno precisa nei dettagli e più sfumata nella morale: Ponyo sulla scolgliera dunque un film per bambini? Piuttosto il sogno di un bambino…
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CUORE: il nome di Ponyo, datogli da Sosuko, in virtù del quale il morbido pesciolino rosso rifiuta quello assegnatole dal padre tiranno Brunilde.
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STELLE: ****l’incanto della favole di Miyasaki
VOTO/BILANCIO: 8
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.50
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
L’allegro e scanzonato triangolo guarda dal letto l’obiettivo e pare sfidare i pregiudizi dell’anonimo spettatore dicendo: diverso da chi o meglio diverso chi? L ’uomo e la donna ai lati non si contendono il maschio al centro, né lui pare diviso fra l’uno e l’altra: persino l’erotismo è ridotto a spiritosa schermaglia a tre. Non è dunque una guerra fra rivali, bensì la felice realizzazione di un utopia esistenziale possibile nei verdi territori della commedia. L’omosessualità, nel gioco dei sessi, non è che una bizzarra distrazione.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Molti registri nelle loro opere si appiattiscono sugli umori della società, Clint Eastwood al contrario si assume la responsabilità di non rinunciare nei suoi lavori alla propria personalità di attore coincidente con quella di autore: il suo volto è una firma, un sigillo a garanzia dell’autenticità d’ispirazione del messaggio. Nel poster di Gran Torino una debole luce rischiara parzialmente la faccia senile affaticata avvolta completamente nell’oscurità: forse è l’alba di un nuovo giorno, forse le ombre notturne se ne andranno per sempre? O è l’ultimo risveglio di un vecchio prima del sonno eterno? Nell’uomo del manifesto prigioniero del buio traspare l’ambivalenza dell’esistenza umana: sofferenza e coraggio, l’assillo di mille interrogativi senza risposta e il tenue chiarore di un anima che esplora le tenebre.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Gran Torino è il testamento spirituale di Clint Eastwood attore e regista: l’esperienza umana non ha valore se non riesce a diventare patrimonio da lasciare in eredità alle generazioni a venire. Dentro il garage del protagonista, l’anziano inacidito Walt Kowasky, sta rinchiusa un vecchio modello di autovettura, una Ford Gran Torino del 1972: la bandiera a stelle e strisce appesa alle finestra è una reliquia, l’America è una terra straniera, le strade non sono più diritte, e quel vetusto cimelio non serve più a nulla. Eppure è l’unico oggetto che luccichi nel ghetto urbano, dove abita il vecchio operaio, soldato in Corea, e i suoi vicini di casa i Hmong, una minoranza sino vietnamita portata lì dalla guerra del Vietnam: lui l’ama più dei figli e dei nipoti, essa è stata costruita dalle sue mani alla catena di montaggio ed è la sola compagnia, oltre la cagnetta bianca, che gli resti dopo la morte della moglie.
La Gran Torino ferma nel minuscolo giardino è altresì il memento mori, l’icona tangibile della crudeltà del trascorre rapido del tempo: a tormentare Walt è il fiume travolgente della Storia che rende irriconoscibili i popoli, gli individui e la sua stessa famiglia. Tuttavia lo sguardo inflessibilmente olimpico di Kowasky/Eastwood non accoglie sterili lamentele: la vocazione alla paternità rende immortale l’uomo, cosicché se i figli sono fuggiti o scomparsi per sempre è obbligo mettersi in cammino per riaverli. Per questo l’inconscio costringe il vecchio militare a uno spossante viaggio d’esplorazione anche e soprattutto interiore: se non altrove, nella contiguità con i pittoreschi “musi gialli” sta forse una risposta ai tanti assillanti interrogativi su se stessi, sul prossimo e sui mutamenti di pelle della società? I padri dai loro errori hanno mutuato una saggezza fragile, i figli sordi se ne sono allontanati: nella natura umana non c’è giustizia, la guerra è eterna e ha il medesimo volto ovunque. Nei territori invasi dagli eserciti o nelle sordide giungle metropolitane l’uomo in branco è una fiera a caccia di vittime; l’altra faccia della medaglia sono il conforto standard della preghiera offerto dai sacerdoti all’ombra dei confessionali o il grottesco materialismo iniettato nelle vene dal benessere economico. La disperazione più della malattia ai polmoni disarma così il veterano della Corea, se non ché Walt è un coraggioso, il tipico umile eroe senza allori della filmografia di Eastwood: l’ispettore Callagham impugnava orgoglioso la Magnum 44, ma quanto più coraggio ci vuole oggi per opporsi al male tenendo in mano una pistola invisibile? La reiterazione del gesto costringe lo spettatore a chiedersi cosa sia quell’arma immateriale. E’ forse l’utopia salvifica di una morale superiore alla forza nel rifondare la convivenza fra Nazioni, razze e persone. Gran Torino, come fosse una tragedia di Eschilo, va alla ricerca del senso di giustizia che il pianeta imbarbarito sembra aver smarrito e lo trova nel rimorso di coscienza: il dolore insegna che senza restituire ciò che si prende non c’è pace. La dignità di chi è genitore sta nel sacrificio.
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CUORE: la pistola invisibile di Walt-
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STELLE: *****la forza dell’etica. Come una tragedia di Eschilo.
VOTO/BILANCIO: 8.50
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.50
2- coerenza logica, stile di regia: 4.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50
È il deserto urbano nell’imminenza della catastrofe, il fondale ideale per i romanzi di fantascienza: i grattacieli luccicanti del centro delle metropoli-tipo trasudano ancora efficienza produttiva, il meccanismo si è inceppato da un istante appena, vediamo solo i primi segnali dell’Apocalisse imminente nella nebbiolina avanzante dall’alto e nel rosso fangoso affiorante dal sottosuolo. La minaccia ha spazzato via dalle strade la folla: l’unico debolissima traccia è un dischetto giallo, un bottone o una moneta, dimenticato ai bordi del marciapiede. Il tempo pare sospeso nell’attesa dell’evento definitivo come se un qualche oscuro incantesimo avesse fatto cadere nel sonno gli abitanti della città in pieno giorno e ci fosse ancora la possibilità/ speranza del salvatore magico “il giustiziere mascherato” che risvegli l’umanità addormentata.
Il poster evocativo lascia intendere che il regista di “
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La locandina è un pugno nell’occhio: colori e scritte quasi fosforescenti abbagliano lo spettatore, proiettandolo in un antimondo spettacolare, una sorta di circo, dove la vita è l’effimero luccichio di un’esibizione e nient’altro. Eroe incontrastato dell’arena è il corpo erculeo di un colosso, l’asso del wrestling, la cui lunga chioma- nella tradizione simbolo di forza- toglie respiro al volto, coprendone come un velo l’espressività tumefatta e i segni di decadenza: il frastornante palcoscenico dà significato a un’esistenza puramente fisica che fuori di lì ne è totalmente priva. La macchina da presa di Aronofsky pedinerà il gigante invecchiato lontano dal suo habitat, forzandolo a una tragica astinenza da se stesso.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Marisa Tomei, lapdancer, accarezzando il volto maciullato dell’”ariete” Mickey Rourke, asso del wrestling ormai sul viale del tramonto, pensa al Cristo flagellato di Mel Gibson: “vittima sacrificale” esclama infatti per giustificare l’empio paragone. La chiave di lettura così evocata è audace, eppure il pellegrinaggio del corpo di Rourke conferma plasticamente il confronto. Il culto della massa esige tributi di sangue e altari sui quali immolare i propri martiri: The wristler esemplifica la tormentosa presa di coscienza di una vocazione innata e per questo irrinunciabile. Eroi si nasce e non si diventa, cosicché la passione del patetico ercole Randy Robinson/Rourke consiste nell’incapacità di una scelta: la maledizione/dono di un fisico fuoriclasse impone la rinuncia all’identità di uomo e una devozione assoluta persino quando si tratta di resistere ad oltranza all’assedio di vecchiaia ed infarto. Il colosso tenta allora di abbandonare l’arena e di recuperare gli affetti dimenticati, se non ché continua a sentire nelle orecchie le urla di richiamo della folla esultante: figlie e amanti sopravvivranno, la sete di sangue dell’umanità invece per estinguersi necessita del sacrifico ininterrotto dei gladiatori. Aronofsky non commette però l’errore di idealizzare il suo campione, contrapponendogli le turpitudini dell’industria dello sport spettacolare: il corpaccione di Randy è il grottesco risultato di anni di doping, di stravizi e di egoistiche autocelebrazioni, le note dei Guns N’Roses in sottofondo marcano stretta la simbiosi fra lui e l’ambiente. Fuori dagli spogliatoi e dai match, non è in grado di prendere le giuste misure e adattarsi alla realtà borghese: la fosforescenza dei riflettori abbaglia i ricordi e la dolcezza di un nuovo amore ed si imprime come una confessione d’impotenza persino nel colore della camicia regalata alla figlia per recuperane l’affetto perduto. The Wristler non è la triste cronaca, vista sugli schermi molte volte, del crollo di un ex vincitore, bensì è la consacrazione in chiaroscuro di una vittima sacrificale cioè di chi si assume l’onere di fare da capro espiatorio ai più bassi istinti dell’uomo: il corpo devastato del lottatore rende visibile un conflitto tutto interiore, che evidentemente è peculiare di chiunque debba interpretare il male e la violenza, sia esso uno scrittore, un attore, un regista o addirittura una sacra icona. La corona di spine sul crocifisso assomiglia all’alloro di un trionfo.
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CUORE: il corpo martirizzato di Mickey Rourke
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STELLE: **** la riabilitazione di Mickey Rourke e di Aronofsky
VOTO/BILANCIO: 7/8
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Un uomo è caduto dentro il fondo di una piscina, si è perso, ma si accorge che l’ombrellino rosso rovesciato è una protezione superflua: la curiosità ha preso il posto in lui della diffidenza e dunque ha scelto di immergersi nell’esplorazione di un azzurro mai uguale a se stesso e sperimentare com’è la realtà vista da lì. Il medesimo universo galleggiante abita negli occhi della donna, visibile nella parte superiore del manifesto: vagando dunque nello stesso territorio i due finiranno per incontrarsi. Vincendo allora la paura di uscire la sera nella più comune della situazioni si schiudono per chiunque le porte di una dimensione di esistenza “altra”: basta tuffarsi. Un ‘umanità alla ricerca di varchi in una società angusta ma non invasiva è da sempre l’oggetto della filmografia di Piccioni.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il bianco e nero potrebbe far pensare all’illustrazione tratta dalle pagine di un manuale scolastico di storia dedicate alle squadre giovanili di uno Stato totalitario: in realtà il poster è un campanello d’allarme sulla possibilità che i fantasmi del passato tornino e mutino i connotati della società democratiche. L’unica forma di incontro ammessa è il raduno nello spazio chiuso e disciplinato, l’’individualità è soppressa fin dai minimi dettagli in quanto sintomo visibile del dubbio: come automi ragazzi e ragazzi registrano per ripeterle le parole del duce carismatico, il grido corale sostituisce la parola, i simboli e il saluto sono un segno di riconoscimento, il sigillo d’essere parte di una schiera di guerrieri privilegiati, dediti non al pensiero ma all’azione, un’onda appunto che tutto travolge. La macchina da presa di Gansel intende, assumendo come punto di partenza l’esperimento di un docente di Palo Alto, documentare la nascita e l’evoluzione del fenomeno.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Un liceale di un’anonima cittadina tedesca racconta in un momento di intimità a un’amica i suoi sogni: non vorrebbe né studiare né viaggiare, solamente sposarsi, avere figli, abitare una delle tante villette a schiera. Una confessione di una nudità disarmante, eppure occorre partire da qui per comprendere il motore dell’esperimento messo in atto in un’aula scolastica di una scuola superiore durante “la settimana a tema” da un professore di educazione fisica ne L’onda: il docente Jürgen Vogel innalza, avvalendosi quasi di simboli magici, un muro invalicabile fra il gruppo e l’esterno, grazie al quale l’orizzonte non è più visibile. Una comunità in miniatura dunque riflesso della società attuale: la dittatura dell’uomo forte ha assunto la grottesca sembianza dell’utopia, l’uniforme presente ha abolito l’attesa del futuro e i confini del villaggio patria fanno da surrogato alla sete di esplorare il mondo, popolato di mostri.
I personaggi del lungometraggio, ispirato a eventi reali, svoltasi nel
La pellicola sottintende il passaggio dal liceo all’intera Nazione, anzi con un finale poco coraggioso riporta l’ordine nel microcosmo destabilizzato, tuttavia il successo travolgente del movimento giovanile non lascia molti dubbi sulla fragilità delle democrazie. E pare persino vero che le facce di un unico laeder o di tanti, inscatolati nello schermo della tv proteggano il silenzio della villette a schiera.
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CUORE: i sogni di Marco confessati all’amica.
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STELLE: ***al di là dello stile raffazzonato, un campanello d’allarme efficace.
VOTO/BILANCIO: 6
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4