Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
L’insegnante di piano ricavandola da un’esperienza di anni insegna a Walter, il suo attempato allievo, docente universitario vedovo, il modo giusto per sfiorare la tastiera del pianoforte: egli deve inarcare le mani, cosicché sotto possa passarci un treno immaginario. Il maturo scolaro, protagonista di L’ospite inatteso di McCarthy, pur non essendone consapevole, è stato spinto a prendere lezioni proprio dalla paura di aver perso definitivamente quel treno, di vederlo volar via verso mete lontane rimanendo immobile sul marciapiede della stazione. Su quel convoglio se ne vanno via le ragioni ultime dell’esistenza di Walter/Richard Jenkins: il ricordo della moglie pianista morta e un mestiere di intellettuale, non supino ai voleri della politica e pertanto relegato nel metaforico limbo di un’aula universitaria. Nella dolente inerzia di lui si intrecciano di fatto privato e pubblico: il trauma dell’11 settembre ha contribuito a mutare i connotati di un Paese che è nato da un crocevia fecondo di popoli e da un capitalismo aperto al nuovo delle elaborazioni culturali. Un’America ideale viva solo più nella mente della generazioni dei padri e in conflitto con quella reale dei centri di accoglienza per immigrati: le braccia aperte della Statua della libertà e il fantasma dell’opera nei teatri di Broadway conservano le tracce di un passato di tradizione umanistica simboleggiato da una bandiera a stelle e strisce minacciata dalla dissolvenza.
Eppure Walter non si rassegna e tenta disperatamente di risuscitare il cadavere dentro sé e fuori e intuisce l’inadeguatezza di un pianoforte chiuso nel salotto di casa: occorre piuttosto qualcuno che ti insegni ad andare con la musica per strada, i suoni dei tamburelli nei parchi o nei luoghi di passaggio devono chiamare la gente, invitarla a una sosta, farle respirare un’aria più genuina di quella mefitica dei palazzi dell’economia e della politica in crisi. Cosi l’Accademia china la testa di fronte alle percussioni di Fela Kuti e l’universitario indolente decide di avere come maestro ad ampio raggio Tarek/ Haaz Sleiman, un giovane musicista siriano clandestino ospite abusivo nel suo appartamento, e la di lui famiglia: condividere strettamente la loro condizione di esuli raminghi gli fa recepire il ritmo semplice dell’allegria, del dolore e della speranza di rinascere, ovvero un universo di sentimenti di cui il suo ambiente, condannato alla sterilità emotiva ed espressiva, conserva labile memoria. Una volta compiuto il percorso di rieducazione, l’uomo in via di pensionamento ha chiara in mente la missione: nei sotterranei della metropoli battere con le mani il tamburello africano per convincere il fantasma dell’opera a tornare.
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CUORE: il tamburello africano, il fantasma dell’opera e
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STELLE: **** la non rassegnata dissolvenza degli Stati Uniti d’America
VOTO/BILANCIO:8
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Il poster spezzetta in alto la vicenda in sette microsequenze: la successioni dei fotogrammi trasmette l’idea di una vita piena, catturati dal circuito della quale uomini e donne di diversa origine sono immersi in rapporti affettivi calorosi e sono complici nell’allegria gioiosa di una banda musicale di tamburelli. Il senso della storia è svelato dall’immagine dell’anziano seduto sulla panchina, evidentemente il protagonista del film, con il tamburello sulle ginocchia: un’esistenza vuota e inappagante arrivata ormai al termine si trasforma grazie a un evento inimmaginabile in musica e ritmo. Vecchiaia è pensare di non aver più nulla di nuovo da conoscere, giovinezza è andare al di là dell’età anagrafica e trovare la chiave per essere parte attiva della realtà multiforme del mondo. Per chi nel caos del traffico metropolitano ne coglie i suoni, c’ è festa laggiù in fondo al vicolo e gli ospiti inattesi sono i più graditi.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il poster di Madagascar 2 risucchia in una vertiginosa sinestesia gli occhi dello spettatore: un trionfo frastornante di suoni e colori, dove l’immersione nell’avventura non concede riposo tanto meno ingombranti pause di riflessione su quanto si vede. L’unica morale evocata è quella del celebre motivetto orecchiabile“Mi piace quando ti muovi”. La favola animalesca postmoderna è diventata di fatto occasione per il virtuosismo dei laboratori artigianali dell’industria cinematografica: qualsiasi contesto si restringe all’arena di un circo, dove fondali dipinti interscambiabili simulano natura e paesaggio. Il tempo è quello del Carnevale e del capovolgimento tipico dei ruoli, lo spazio è la giungla verde, il classico luogo del fantastico: le fiere per un giorno, in fuga delle gabbie dello zoo, diventano mansuete e portatrici di civiltà, gli uomini non disturbano-
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Di film sull’Olocausto ne abbiamo visti molti, eppure Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman è sorprendentemente straziante e preclude sul nascere ogni possibile riconciliazione dell’umanità con il passato.
La pellicola inizia con il volo di alcuni amici in corsa con le braccia distese a mo’ di ali per le strade di una Berlino deturpata solo a metà delle insegne del nazionalsocialismo, poi uno di loro, Bruno, si stacca dal gruppo, saluta gli altri e parte con la famiglia verso il lager di cui il padre è comandante Lo spettatore però quelle ali continua a vederle, persino quando il filo di fumo nero dei corpi bruciati oscura il cielo, persino quando nell’ultima atroce sequenza esse tentano coraggiosamente di spiccare il volo e di capovolgere i destini del mondo. La fantasia vivida e l’amore per l’avventura guidano il protagonista, interpretato con maturità straordinaria dal giovanissimo Asa Butterfield, ma la missione di esploratore non ha la possibilità di procedere oltre la prima tappa, là dove la sua condizione di figlio di militare, complice consenziente della carneficina, gli impongono la contiguità con l’efferatezza della Storia e l’obbligo di scelte precoci in un’età nella quale bontà e malvagità verità e menzogna non hanno confini netti: egli annaspa fra paure e condizionamenti, eppure alla fine resta fedele a una coscienza in abbozzo.
Il campo di concentramento è di fatto una comparsa sullo sfondo, si concretizza nel giardino di casa nella figura di un uomo invecchiato e umiliato, nei bambini in pigiama visibili dalla finestra e in ciò che si intuisce dietro le spalle del piccolo ebreo compagno di giochi di Bruno. L’aver ridotto l’orrore noto a una serie di apparizioni casuali consente a Herman di amplificarne l’effetto corrosivo sull’animo degli stessi colpevoli: la logica schietta di Bruno inchioda il male all’assurdità delle sue motivazioni e Il bambino con il pigiama a righe viola l’intimità della cupa casa- caserma di uno dei responsabili per mostrarne la graduale degenerazione dei rapporti interpersonali e l’angoscia espressa in ferinità di ritorno. Il filo di fumo esce dal lager, materializzazione mefitica del massacro, e trova una consonanza nella mente instabile di chi, al di là del recinto, abita una parvenza di libertà: non ci sono mostri che non siano tormentati e dominati dai propri spettri, un padre e una madre non compresi o da cui non si è stati amati, il rimorso trasfuso in un dovere imposto. Le patologie psichiche determinano le sorti dell’uomo sulla terra: gli accadimenti sono sintomi della medesima malattia. Le porte scure delle camere a gas sono serrate per sempre, prigioniere di un malefico incantesimo, e noi non riusciamo a evitare di chiederci se sia mai servita a qualcuno la pietà.
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CUORE: le braccia di Bruno simili ad ali
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STELLE: ****straziante e sorprendente nonostante la tematica abusata
VOTO/BILANCIO: 7/8
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
l chiaro riferimento al mondo infantile nel manifesto e nel titolo- il lungometraggio è tratto dal libro dello scrittore irlandese John Boyne- sembrerebbe preannunciare il solito film sul campo di concentramento dal punto di vista di un bambino: il candore dell’innocenza stride con la bestiale crudeltà dell’Olocausto e ne accentua pateticamente l’empia efferatezza nei confronti dell’umanità e della pietas. Il forte impatto emotivo di pellicole quali La vita è bella di Benigni potrebbe far sospettare in esse il ricatto sentimentale, ma, se si guarda con più attenzione il poster, si può presumere che Il bambino con il pigiama a righe del regista Mark Herman ( Grazie, signora Tatcher) cerchi in una strada assai praticata il sentiero più impervio dell’inclusione dei carnefici nella disamina non schematica: il recinto, icona tradizionale di Auschwitz, è infatti un fragile ostacolo frapposto fra il fanciullo prigioniero in divisa e il coetaneo libero, il cielo plumbeo il sovrasta entrambi minaccioso e eguaglia nell’oppressione i loro spazi vitali, sia quello chiuso al di qua della palizzata sia quello aperto verso il mondo esterno al di là. Gli adulti, assassini e vittime, restano invisibili sullo sfondo e non fanno luce ai figli ignari e così a muovere i due protagonisti è proprio l’urgenza di capire e di conoscere quanto li circonda e di esprimere quanto hanno dentro: essi si parlano, si ascoltano, seduti compostamente con espressione consapevole, e il loro dialogo apre una breccia sempre più vasta nel filo spinato. Saranno i loro occhi, i loro sogni e le loro verità a dar vita a un film diverso da quello a tutti tragicamente noto.
.Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il titolo del romanzo di Ammaniti, autore ai cui libri Salvatores si ispira ancora una volta dopo Io non ho paura, nel poster fa da bavaglio all’ uomo e sulla benda rossa sbalza cupo e nero il soggetto della frase, Dio: non si può fare a meno allora guardando l’immagine di pensare all’episodio biblico del sacrifico di Isacco in cui una tenebrosa ed enigmatica entità divina impone ad Abramo per metterlo alla prova l’assassinio dell’unico figlio. Anche il contesto delineato dal quadro pare riferirsi a un’umanità primordiale alle soglie della barbarie: alle spalle dell’uomo un muro grigio di roccia sembrerebbe appartenere a una grotta, gli occhi glaciali e l’espressione feroce del volto richiamano una natura selvaggia, nella quale l’assenza della civiltà e del linguaggio impongono una crudeltà inconsapevole. Pertanto la carezza del padre sulla testa del figlio impaurito in cerca della protezione anziché ispirare tenerezza suscita inquietudine ed angoscia: qual è il comando di Dio? Immolare la prole per la ragione di stato o per i dogmi delle religione è motivo antico e diffuso in varie culture: il passo del Genesi sopra citato trova riscontro ad esempio nelle letterature classiche nel mito di Ifigenia, la figlia del re Agamennone, assassinata dal genitore sull’altare della dea Artemide per consentire alla flotta di salpare alla conquista di Troia. Tuttavia nel mamifesto il vuoto assoluto attorno ai protagonisti evoca un mondo privo di storia e di valori condivisi, ove menti allucinate da condizioni di vita alienanti obbediscono ai fantasmi creati dal loro stesso delirio.
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In The millionaire Jamal/Dev Patel, il giovanissimo eroe protagonista, nel bel mezzo delle sue peripezie vede, davanti al tempio Tal Mahal a Mumbai, anticamente Bombay, una scena dell’Orfeo ed Euridice di Gluck: l’ambientazione è suggestiva, e, per quanto lo spettacolo sia stato allestito per i turisti, il ragazzo si identifica con il celebre cantore, privato di nuovo dell’adorata moglie, dopo averla riportata in vita, incantando con l’ arte l’aldilà. La sequenza è, in ultima analisi, il cuore del film: se la globalizzazione omologando gusti e abitudini deruba i popoli di tradizioni ed identità, l’universalità del mito restituisce a Occidente e ad Oriente la verità della parola e del canto. E’ un spiraglio sempre più esiguo del resto: ai cantanti bambini di The millionaire privati della vista da un bieco sfruttatore resta, come ai leggendari aedi dell’antichità, il privilegio del racconto, gli occhi degli adulti invece sono abbagliati dal luccichio del progresso.
Danny Boyle, intenzionato a rappresentare i patimenti traumatici di un pianeta ovunque in evoluzione parte da una prospettiva sorprendentemente periferica e sentimentale- favolistica: le baracche della metropoli indiana e il melodramma Bollywoodiano da un lato, i romanzi sull’infanzia abusata di Dickens e Orfeo ed Euridice dall’altro. Il presente dell’Asia disseppelle dalle reminiscenze libresche il passato tragico del vecchio continente.
Povertà e sogno di riscatto sono ovviamente universi complementari e non hanno bisogno di ponti per comunicare: la salvezza dalla miseria avviene realisticamente per il fratello di Jamal e per la sua donna Latika tramite l’aggregazione più o meno consenziente alla delinquenza organizzata a cui è legata la modernità di un Paese, ove grattacieli biancastri sopprimono i colori vividi delle strade. La fortuna di Jamal al contrario tocca i cuori, proprio perché inverosimile: Orfeo per rivedere Euridice ammansisce le fiere con la musica, il “ragazzo del tè” in un call center lotta contro le forze vincenti nell’India contemporanea e- e non solo lì- per l’innamorata perduta rispondendo alle domande di un noto quiz televisivo. Le richieste però esulano dal nozionismo di una generica culturale, bensì concernono l’esperienza di vita vissuta: il cantore del mito greco trasfigura in note il dolore, e Jamal trasforma in 20 milione di rupie le sofferenze di un intero popolo. I singoli quesiti evocano in lui i momenti più drammatici di un infanzia esemplare da cui si evade esclusivamente affidandosi all’immaginazione o alla violenza del crimine. Un treno porta su in cielo fra le stelle i vinti: a Mumbai si danza, altrove si inneggia alle isolane più famose, per dimenticare che Euridice è tornata a dormire in eterno nell’Ade.
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CUORE: la scena in cui Jamal assiste al lamente di Orfeo su Euridice morta VS la danza finale sui titoli di coda
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STELLE: **** l’India racconta se stessa
VOTO/BILANCIO: 8.50
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 4.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50
Il treno su cui la coppia che si scambia effusioni nel poster sta per salire o da cui è appena scesa da dove arriva e dove va? Ad indicare la stazione di provenienza è l’abbigliamento modesto dei due giovani, i volti, e gli occhi innamorati e nello stesso tempo pieni dell’euforia consapevoli di chi ha visto realizzare i sogni impossibili e non dimentica la fatica e il dolore lasciato alle proprie spalle: essi sono figli della metropoli povera dell’India, dove l’unica possibilità di riscatto per tutti è rappresentata dalla conquista favolistica del denaro e dello status di milionario. Ecco allora la magia, visibile nella locandina, operata dalle speranze dei due ragazzi: la realtà si è trasformata in visione, un regno incantato, uno spettacolo rutilante e brioso, il fotogramma di un melodramma bollywoodiano, ai cui stilemi il treno allude. Lo scarto fra il grigiore del vero e la tendenza dei giovani a chinarsene fuori tramite sostanze allucinogene è già tema del capolavoro di Danny Boyle, Trainspotting: qualunque siano il continente e il contesto, l’innocenza adolescenziale è salvifica a metà in quanto non consente l’esclusione dai meccanismi sociali più perversi.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Nell’attuale versione statunitense del film del 1997 Funny Games attuata dallo stesso Haneke la tensione non lascia mai la presa se non in una brevissima sequenza: Naomi Watts prigioniera di due giovani maniaci con il marito Tim Roth in casa sua afferra il fucile ed uccide uno dei due torturatori, ma l’altro afferrando il telecomando riavvolge il nastro e il complice torna in vita. A questo punto vittime, carnefici e lo spettatore hanno un attimo di respiro: il male è illusione scenica, basta spegnere lo schermo per cancellare dalla nostra pacifica esistenza l’intruso.
Però il sollievo ben presto si trasforma in angosciosa coscienza dell’impossibilità di poter racchiudere in un periodo storico la malvagità: l’arte di epoche diverse ha trovato modo di immobilizzare in icone mutevoli la natura demoniaca dell’essere umano. Gli ospiti inattesi fanno irruzione nell’idillio delle famiglie benestanti con villa sul lago e qual è il loro aspetto? Sono vestiti di bianco, portano i guanti, hanno il volto e le movenze di un bellissimo ed ambiguo putto, e, scavalcato il cancello d’ingresso, celebrano all’interno delle dimore borghese una sorta di orgia dionisiaca di sangue.
In fenomeno non ha cause razionale pertanto non è estirpabile: esso si presenta uguale identico in Austria, negli Stati Uniti e ovunque, qualche decennio fa, oggi e sempre. Il gioco è lo stesso e per ribadirne l’immutabilità occorre girare l’identico film sul fascino segreto della violenza fisica e psichica: il male per sussistere ha necessità di maschere e rituali ed è evidente come nella società attuale televisione e cinema siano il canale privilegiato per la sua spettacolarità. Funny Games lascia comunque all’intuizione di chi guarda scoprire identità e scopi dei due sadici torturatori. La loro assoluta perfezione di malefici interpreti trova corrispondenza in quella altrettanto assoluta dei perseguitati e allora il dubbio viene che essi siano lì perché chiamati a prendere parte di un diversivo erotico per coppie annoiate. Pornografia dei sentimenti allora, riso e pianto insieme, catarsi tragica di un reality interrotto sul più bello.
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Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: la sequenza in cui uno dei due torturato afferra il telecomando, riavvolge il nastro e riporta in vita il suo complice.
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STELLE:****la natura del male.
VOTO/BILANCIO: 7/8
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Intrufolandoci fra le umide pareti di casa Vuillard nell’inverno di Roubaix si pensa alle parole con cui Proust definisce l’infanzia: “la penombra che abbiamo attraversato”. Proposizione magica scelta anche da Lalla Romano quale titolo di un libro sul medesimo tema. E’ appena il riflesso di una penombra interiore ciò che lo spettatore vede in superficie nel lungometraggio di Desplechin Racconto di Natale. Un continente in realtà sconosciuto che se avessimo il coraggio di esplorare ci renderebbe diversi da quello che siamo, più felici o per lo meno più coscientemente infelici: è questo il “precetto” suggerito dalla malinconia saggezza del patriarca Abel/Jean Paul Roussilon alla figlia scrittrice Elizabeth/Anne Consigny prigioniera di un rapporto di amore odio con il fratello lo scapestrato Henry/ Mathieu Amalric. Consiglio impossibile da mettere in pratica poiché in tutti i componenti il microcosmo borghese gli impulsi ossessivi e l’angoscia della malattia obnubilano la capacità di analisi della ragione.
Prologo ed epilogo della pellicola fanno riferimento pertanto alle ombre cinesi, raffigurazione del morbo fisico e mentale, ed esse costituiscono le pareti del palazzo incantato di cui i Vuillard non riescono a trovare l’uscita. Le mura della vecchia dimora ammaliano giovani e vecchi: bambini spensierato sotto la neve e ragazzi innamorati di un volto di donna oggi, adulti irrisolti domani, simili ai nonni e ai genitori inseguiti dai fantasmi di ieri.
La leucemia del primogenito e della madre Junon/ Catherine Deneuve e i disturbi psichici dell’adolescente Paul/ Emile Berling determinano in realtà la patologica condizione di eccezionalità dei protagonisti, eppure sono il dolore e l’inquietudine a renderli nell’estremizzazione coraggiosa dei sentimenti riconoscibili ed esemplari: le madri non amano i figli allo stesso modo, i fratelli spesso si detestano, quasi sempre nella vita si scontano scelte sbagliate e se il galateo delle convenzioni ipocrite non imponesse le sue leggi il banchetto natalizio sarebbe esattamente come lo vediamo in Racconto di Natale.
Desplechin, fedele con levità alla lezione della Nouvelle Vague, sfrutta il cerimoniale rituale per innescare la miccia e per offrire ai personaggi l’occasione di riemergere risanati dal meccanismo stritolante, invece nello stemperarsi graduale della tensione non vi sono miracolose conversioni: del resto non sono le ferree regole della prosa bensì la frammentazione della poesia ad alimentare l’impalpabilità della maggior parte della sequenze del film. Dalla penombra che attraversiamo scandiamo i dodici rintocchi delle campane lontane, mentre fitta continua a cadere la pioggia.
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Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: Nel prologo e nell’epilogo il riferimento alle ombre
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STELLE: **** un poetico ritratto di famiglia.
VOTO/BILANCIO: 7+
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4/5
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 2.50
Manifesto e titolo in rosso annunciano il classico film natalizio: l’ossequio alla tradizione richiama in un’elegante dimora alto borghese un numeroso nucleo famigliare. L’occasione del festeggiamento rituale trasforma la sala da pranzo in un palcoscenico in miniatura, dove ciascuno svolge il proprio ruolo rispettando il galateo imposto dal cerimoniale annuale: tuttavia proprio la costrizione all’intimità obbligata può anche fungere da pericoloso stimolo per i componenti del microcosmo a disseppellire le tensione rimosse e a identificare nel parente il nemico di sempre o un inaspettato e solidale compagno di sventure. La famiglia in tal modo diventa il divano dello psicanalista, ove si mette a nudo la propria anima: spazio di repressione quindi o, all’opposto, universo da esplorare nelle spasmodica ricerca di farmaci salutari.
Nel poster per altro si nota l’assenza di gerarchia e di un qualsiasi ordine nella disposizione degli ospiti, riflettendosi in esso la pacifica e volontaria frantumazione dell’antica famiglia patriarcale: ogni persona ha un modo proprio di accostarsi alla tavola e agli altri, c’è chi appare imbronciato, ch si copre il volto rifiutandosi di vedere e di ascoltare, chi si disperde in un frivolo chiacchiericcio.. Evidente allora che la macchina da presa del regista francese Desplechin, erede della Nouvelle Vague, intende essere fedele all’anarchico divenire del convivio, sorprendendo e smascherando il gruppo in un momento di remissione dalle convenzioni.
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Rompendo l’illusione scenica, il protagonista di Wanted Wesley/ James McAvoy si rivolge allo spettatore, chiedendogli “E voi che avete fatto?” ed enuncia provocatoriamente la morale che si dovrebbe ricavare dalle sua rocambolesche avventure: nel dominio del male nel mondo c’è una responsabilità individuale anzi molto più spesso c’è l’acquiescenza di fronte a crimini e soprusi dovuta alla mancanza di coraggio. Ovvio che la soluzione è possibile esclusivamente nel paradossale e carnevalesco universo del fantastico: qui gli impiegati inetti, vessati da dirigenti obese e fidanzate traditrici, hanno la possibilità di essere iniziati alle arti dei super eroi, i vagoni ferroviari se ne stanno sospesi nel vuoto, le automobili volano per aria, i proiettili infrangono nelle loro giravolte le leggi della fisica, i bagni in uno strano liquido lattiginoso risanano le ferite e il risultato è, fino a prova contraria, la rivincita del bene legittimo.
L’invenzione di una setta segreta di giustizieri dagli scopi oscuri, le scene d’azione e le virtù straordinario nei combattimenti e nella guida dei crociati della rettitudine non costituiscono però una novità, tuttavia il regista kazako Timur Bekmambetov, emigrato a Hollywood, ha giocato bene le sue carte, rinnegando il moralismo posticcio e il pretestuoso realismo delle pellicole incentrate sui vari uomini-super in tuta a favore di una vena grottesca a tutto campo e rimarcando senza troppa energia le distinzioni fra personaggi positivi e negativi.
Il contesto della pellicola è affidato a situazioni concretamente possibili, quali le condizione lavorative negli uffici di una multinazionale o il potere economico del malaffare, tuttavia infrangendone con tocchi surreali la verosimiglianza, se ne accentuano i risvolti più tragicamente inaccettabili: certo l’irrisione in Wanted prende di mira anche i contestatori del sistema, e alla fin fine l’onesto scetticismo dà alla divertente favola un risvolto serio.
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CUORE: la frase detta da Wesley/Mc Avoy allo spettatore:- “E voi che avete fatto?”
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STELLE: ***irridente al punto giusto
VOTO/BILANCIO: 6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50
L’ansia di normalizzazione che tormenta l’animo inquieto degli adolescenti ribelli ritratti dalla regista Catherine Hardwicke in Thirteen e in Lord of Dogtown si eleva nel suo ultimo lavoro fino a confondersi con l’ineffabile anelito all’amore assoluto ed eterno: dovremmo infatti essere nel bel mezzo di una struggente favola romantica, come suggerisce il titolo Twilight-crepuscolo- dove una Giulietta e un Romeo dei nostri tempi lottano fino alla morte contro il destino avverso.
Il mito di eros e thanatos -amore e morte- è immarcescibile, tuttavia la caramellosa storiella per teenager, tratta da un libro di culto di Stephany Meyer, ammortizza, con un effetto più comico che sublime, gli elementi di conflitto insiti nella rivisitazione della figura del vampiro: lo spettatore viene di fatto invitato a vincere i pregiudizi nei confronti delle leggendarie creature notturne, giacché li vede alla stregua di una famiglia unita, ricca, e soprattutto integrata con la piccola comunità di provincia in cui vive, considerato che sono vegetariani e anziché bere l’agognato sangue umano si alimentano di animali. Insomma la loro apparizione nella mensa del liceo cittadino non suscita scompiglio e panico, solo legittima curiosità: pallore, bellezza ne fa dei diversi, ma è la diversità amabile del pittoresco e dell’esotico. Allora diventa quasi naturale che Bella/Kristen Stewart, venuta dall’assolata Arizona per vivere con il papà poliziotto nella piovosa Forks, si innamori ricambiata dell’esangue bel tenebroso Edward Cullen/ Robert Pattinson; la comunità anziché essere ostile li asseconda, se non fosse per un truce avversario con il codino, che per una piccola parte del film guasta con qualche sequenza di grossolano horror l’atmosfera zuccherosa.
Stupisce comunque come la melassa delle smancerie sentimentali intervenga sempre al momento giusto per disattivare situazioni potenzialmente esplosive: l’appagamento sessuale nel maschio si realizza mordendo sul collo l’amata, per la donna nel rapporto normale cosicché la rinuncia reciproca è condanna alla castità, eppure i due amanti quasi non si accorgono dell’incompatibilità innata e delle conseguente rinuncia. Ma è proprio qui che Twiligh denuncia la natura di sogno ad occhi aperti e pudico per ragazzine impaurite le quali prima di alzarsi dal letto ripensano un istante ancora al bel sogno del palazzo incantato abitato dal principe nero.
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CUORE: Lo strano bacio fra Bella ed Edward nella scena del ballo
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STELLE: **favola per ragazzine fuori dal mondo
VOTO/BILANCIO: 4.50
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1
2- coerenza logica, stile di regia: 2
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4