Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
In piedi sul vano di una finestra, mosso da una misteriosa brezza, avvolto dalla luminescenza di una probabile alba estraniante, entra in una stanza buia un bizzaro bambino forse l’orfano a cui allude il titolo: viene dal parco spettrale alle sue spalle, sospinto all’interno dai tentacoli di creature dell’infermo che dopo aver prosciugato le linfa vitali degli alberi, essiccati da un eterno inverno, ne hanno preso le sembianze? Perché si trova lì e chi è? Lo spettro di un’infanzia oltraggiato da una morte precoce e violenta alla ricerca di vendetta o come suggerisce la testa di peluche un’anima infantile non pacificata, in fuga dall’oltretomba, desiderosa di giocare ancora? Il poster evoca nello spettatore interrogativi inquietanti, ai quali probabilmente non ci sarà riposta alcuna o ai quali si opporrà solo spiegazioni parziali. La tematica dell’infanzia violate e segregata è parte della tradizione del più recente horror ispanico, a cui il regista esordiente Bayona intende rifarsi. Il manifesto infatti evoca opere celebrate quali il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro e The Others di Alejandro Amenabar
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Costruire una situazione di panico è semplice: basta capovolgere in senso contrario la sensazione di pacifico benessere scaturita da certi momenti della quotidianità. E’ l’espediente strategico che ha permesso a scrittori come King o registi come Hitchcock. di dare credibilità a trame inverosimili e di vincolare strettamente alla normalità il sospetto e la paura. In E venne il giorno, ci prova anche Shyamalan, liberandosi dell’ingombrante cerebralismo di opere quali The Village e Lady in the Water e recuperando i rudimenti dei B-movie di fantascienza di moda negli anni ‘50: una passeggiata nel parco, una ragazza che legge un libro su una panchina, degli operai al lavoro, lo stormire delle fronde per il vento, ovvero un quadro metropolitano quasi idillico bruscamente mutato in un inspiegabile locus horridus, dove la gente cammina all’indietro, si uccide gettandosi dalle impalcature o impiccandosi sugli alberi dei viali, e il dolce vento diffonde una sostanza venefica. La pellicola riesce nella descrizione dell’apocalisse, costruendo un climax di tensione emotiva attraverso il disseppellimento graduale di dettagli sempre più raccapriccianti e lasciando nel vago delle ipotesi non verificabili le cause della catastrofe, ma si abbandona all’inerzia del prevedibile quando si tratta di inserire nella cornice caratteri e motivazioni.
Resta comunque l’impressione che l’approssimativo intellettualismo di Shyamalan lo porti a non prendere coscienza delle contraddizione implicite nella sua visione del mondo e dell’umanità e qui è evidente più che altrove, data la scabra essenzialità del racconto: la natura si vendica dell’egoismo e della miopia degli uomini, tuttavia chiamarsi fuori dalla convivenza civile e vivere nell’eremitaggio in mezzo ai boschi è follia pura e il peccato della vecchia selvaggia Betty Buckley incontrata dalla coppia in fuga viene ugualmente punito. Si fa fatica però a capire quale sia il rimedio efficace, ammesso che esista, alla misantropia della megera, visto che in E venne il giorno di solidarietà c’è un vago residuo nella riscoperta dei valori famigliari e la matematica e le scienze hanno il valore di una consolazione meramente provvisoria nell’apocalisse in differita.
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CUORE: lo stormire del vento fra le fronde
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STELLE: **vale per il climax di tensione. Il resto è prevedibile.
VOTO/BILANCIO: 6-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia:2
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Sangue vivo è il titolo del film forse più riuscito del regista salentino Edoardo Winspeare e i volti e i corpi, senza eccezioni, evocati dal suo quarto lungometraggio, Galantuomini, sono fatti esclusivamente di sangue vivo: non è la ragione e neppure il sentimento a determinarne la personalità, bensì appunto la sostanza viscosa che impregna reazioni emotive ed impulsi. Basta guardare i due protagonisti, Ignazio/Fabrizio Gifuni, il giudice, e Lucia/Donatella Finocchiaro, la donna della Sacra Corona unita, mentre ballano avvolti dalle luci discrete della discoteca, per comprendere quanto la radice inestirpabile della loro passione sia istinto allo stato puro quello che le scelte razionali o l’appartenenza a una classe sociale reprimono e incanalano in ruoli prestabiliti.
Uomini e donne come le piante sono propaggini animate dei luoghi in cui nascono, e nessuno sfugge alla legge di natura, giacché il libero arbitrio è convenzione illusoria: la ferinità è condizione originaria, si lotta per diventare galantuomini, tuttavia una forza trainante ci sospinge indietro verso l’abisso e la barbarie sopprime dentro noi prima che fuori lo Stato.
Il larvato approccio antropologico dunque è il singolare apporto offerto da Winspeare alla classica vicenda di malavita: il demone innato della violenza ha viso cangiante ma compenetra in ugual misura cattivi e non cattivi, il bullo Beppe Fiorello e il fragile amico d’infanzia Ponzo Rocco vittima della droga. Eppure una tensione drammatica attraversa tutte le sequenze della pellicola e diventa tangibile in particolar modo nella contraddizioni del panorama salentino: i varchi verso un altrove di pienezza vitale evocati dal mare o dalle distese di ulivi e le soffocanti chiusure dei vicoli e degli interni. Sfuggita a una strage, Lucia alza gli occhi, vede il cielo animarsi dei fuochi d’artificio e piange: le acrobazie luminose producono un suono analogo a quello della armi da fuoco e per questo parlano di promesse d’emancipazione mancate, di un destino diverso e dell’impossibilità di averlo. La medesima impotenza debilita la vocazione alla giustizia del magistrato di lei innamorato: egli non ha risposte da dare alla donna che gli chiede” Tu dov’eri?” vivendo sulla propria pelle di amico e di amante la resa delle istituzioni e il rimorso dell’abbandono si cicatrizza in memoria ossessiva del passato. L’affinità del dolore rende però le anime compatibili appena quel tanto che basta per sfiorarsi consapevoli che quasi mai una notte d’amore fa una storia.
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CUORE: la sequenza in cui Lucia/ Donatella Finocchiaro guardando i fuochi d’artificio piange
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STELLE: ***la classica storia di malavita, interpretata da bravi attori e con qualche apporto originale.
VOTO/BILANCIO: 7-
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Nel poster si notano due sposi in mezzo agli alberi: viene in mente una di quelle foto scattate in occasione del matrimonio per conservarle nell’album dei ricordi. Tuttavia l’immagine è sfocata, della coppia non si vede neppure la faccia, come se un virus segreto ne corrodesse il nitore. A contrasto in netta evidenza è invece il volto della giovane donna che guarda dritto davanti a sé, gli occhi sofferenti ma lucidi: lei è l’elemento di clamoroso disturbo nel lieto evento, svolgendovi il ruolo di intruso o di testimone scomodo o di giudice inflessibile. Le nozze diventano una sorta di processo al piccolo nucleo, sorpreso in un momento di sospensione della quotidianità. E’ dunque il classico dramma borghese, ma qual è il modo scelto da Demme (Philadelphia, Il silenzio degli innocenti) per metterlo in scena? La cerimonia, suggerisce il manifesto, è stata immortalata da un fotografo non professionista e la sua arte rudimentale non ha abbellito la realtà con l’estetica fino a falsarla: la macchina da presa deve adeguarsi alle stravaganze dell’esistenza umana e pertanto non deve ordinare gli eventi secondo schemi prestabiliti.
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La scommessa di Spielberg è sul fatto che il personaggio dell’archeologo innamorato delle avventure in luoghi esotici e pericolosi non necessiti di aggiornamenti e che sia sufficiente un naturale passaggio di consegne fra un padre ormai invecchiato che, arrivato al termine dell’ultima peripezia in Indiana Jones e il teschio di cristallo mette su famiglia e un figlio scapestrato in giubbotto di pelle e moto ad imitazione di Marlon Brando ne Il selvaggio. Gli ingredienti della vecchia ricetta ci sono tutti, immersi in una patina vintage, ma il romanzo prende vita solo sporadicamente, quando l’azione pura fa dimenticare la pretestuosità della trama: la vita spericolata di Indy è ammissibile esclusivamente in un universo leggendario ormai anacronistico per gli spettatori smaliziati dall’abitudine alle lusinghe esoteriche. E sono inattuale persino le sue virtù non esulanti dalle sfera umana e indirizzate al recupero del sapere remoto dell’umanità.
Bisogna dare atto allora a chi ha girato la pellicola di essere stato fedele al vecchio eroe nato nel
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Siamo di fronte all’ennesima puntata di un romanzo d’avventure in luoghi esotici , gli ingredienti dei quali riempiono il poster. Altrettanto evocativo di un’ atmosfera, che mescola l’archeo-horror e l’esoterico, il titolo.
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CUORE:
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STELLE: **il vecchio indiana Jones ha perso smalto. Ammirabile però la coerenza ed è difficile annoiarsi.
VOTO/BILANCIO: 5/6
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
La gente ha bisogno di belle favole, spiega in Changeling il poliziotto alla giovane Christine Collins/Angeline Jolie illusa di aver trovato il figlio scomparso da casa mesi prima, un momento prima di incontrare un impostore convinto a fingere dalle alte sfere. Non deve pensarla però troppo diversamente Eastwood, se ripescando un caso di cronaca della Los Angeles del 1928 lo rielabora fino a farlo diventare una fiaba adatta ai nostri disperati tempi. Così la ricostruzione dell’America degli anni della Depressione mira soprattutto a portare alla luce gli elementi di continuità con il mondo contemporaneo: istituzioni corrotte, potere condizionante sulle masse di Hollywood, dilagante pedofilia e delitti efferati
L’orrore, allora ed oggi, colpisce l’innocente molti più di chi ha peccati da scontare ed è tanto più agghiacciante quanto più chi è costretto a fronteggiarlo è fragile ed inadeguato: una tranquilla esistenza borghese di una ragazza madre, benestante dirigente ai centralini telefonici, viene sconvolta dall’improvvisa sparizione del bambino, da quel momento lo spettatore entra in un tunnel oscuro di mostruosità inenarrabili e vi si perde, sgrana gli occhi spaesato, come la protagonista, un’ Angeline Jolie, la cui levità stride, dissonanza voluta probabilmente dall’autore. con il ruolo affidatole.
La scabra sceneggiatura dell’ex giornalista Straczynski e la regia concentrata, ora correndo e ricorrendo all’elissi ora rallentando il passo, si coadiuvano a vicenda nell’estrapolare dal contesto della lotta contro il sistema i dettagli più penosi e nel dare loro enfasi, facendo il vuoto attorno: il bambino complice del serial killer esamina le foto dei fanciulli da lui massacrati, le macchine da tortura in manicomio, lo scavo nel terreno della fattoria e il ritrovamento degli scheletri, l’impiccagione del maniaco omicida, una galleria raccapricciante di scene interminabili, rese insopportabili da un greve silenzio. Momenti già visti, riscrittura di noti classici dello schermo, quali Il corridoio della paura e A sangue freddo di Brooks tratto da Capote: se per comprendere la realtà è indispensabile penetrarne le lacerazioni più profonde, non c’è che tradizione e memoria a consacrare, conservandole, verità ed etica. E l’ossessione di una morale da riedificare sulle macerie, cifra di tutta la filmografia del 78enne regista, motiva Changeling: i buoni vincono, i malvagi vengono puniti, Eastwood crede nell’esistenza degli eroi del bene, ma poi li dimentica abbastanza in fretta, soffermandosi piuttosto sul rapporto a drammatica distanza fra Christine e il pluriomicida, Northcott/Jason Butler Harner. Sfiorando gli abissi inspiegabili dell’animo di lui la discesa all’inferno della donna tocca i vertici: l’iniquità di medici e poliziotti ha una logica nell’avidità e nella sete di potere, pertanto, come pensa il generoso Reverendo Gustav Briegleb/ John Malkovich è colpa meritevole della punizione divina, invece le nefandezze del pedofilo in azione con l’aiuto del cuginetto- nella realtà pare fosse la madre-non hanno radici razionali e sempre Dio le lascerà campo libero sulla terra.
Eppure The changeling , al di là degli esiti noti della vicenda, con una capriola improvvisa tira fuori un lieto fine alla Capra, dando una definizione impareggiabile della speranza: un bambino rapito forse, sfuggito al ‘assassino, sta nascosto da qualche parte e sta per tornare, accadrà una notte, proprio quando non te l’aspetti.
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CUORE: il film che inaspettatamente vinse l’Oscar Accadde una notte e la speranza di Christine.
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STELLE: *****non sembra eppure è una favola a lieto fine
VOTO/BILANCIO: 8.50
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.50
2- coerenza logica, stile di regia: 4.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.
Il film di Eastwood è tutto racchiuso nel volto della giovane donna- una imprevedibile Angeline Jolie-sul poster: il cappellino marrone e i capelli castani a caschetto, con un ciuffo scomposto al lato destro, sono il segno e il tono di un’epoca, il periodo della Grande Depressione, la fine degli anni
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
La storia che Werner Herzog, il celebrato autore di Aguirre e Fitzcarraldo. racconta nell’Invincbile, un suo film presentato a Venezia nel 2001 e uscito nelle sale italiano nell’estate 2008 non è frutto di fantasia, ma è realmente accaduta: la verità della natura e le guerre della medesima con gli esseri umani costituiscono la muse ispiratrice del geniale regista tedesco che per questo si trova più a suo agio nel documentario. Qui l’incanto dell’universo è imprigionato in un acquario, dove pesci fosforescenti offrono il miracoloso spettacolo della loro esistenza danzante, e il volteggiare senza scopi reconditi delle mirabili creature si contrappone all’illusionismo grossolano e truffaldino messo in scena sul palcoscenico di un teatro, frequentato dai militanti nazionalsocialisti, nella Berlino del 1932 dall’ambiguo avventuriero Erik Jan Hanussen/Tim Roth che, fingendosi un aristocratico danese, aspirava a diventare Ministro dell’occulto del Reich, sfruttando la passione dell’astro nascente Adolf Hitler per le pratiche esoteriche. La magia naturale dell’acquario trova corrispondenza nella forza erculea innata di un ingenuo fabbro ebreo Zishe Breitbart- interpretato da Jouko Ahola, finlandese campione di sollevamento pesi- nell’acume del fratellino di lui, nella vita semplice del suo villaggio/shtetl in Polonia e nel talento della pianista Anna Gourari, mentre i trucchi del prestigiatore, è facile intuirlo, la trovano nella politica seduttrice di tutti i tempi.
E’ una battaglia quasi analoga a quella vista in Grizzli Man, ma senza un confine netto fra vincitori e vinti, giacché Herzog si è rassegnato a dovere tener conto di ciò che la realtà degli eventi gli imponeva: da qui forse l’insicurezza rinunciataria rispetto all’audacia anticonvenzionale tipica di lui e una conclusione a margine. L’orso innocente racchiuso nei muscoli di Zishe, costretto a recitare la parte dell’ariano Sigfrido, ribellandosi abbandona l’arena della metropoli corruttrice: le armi degli uomini sono assai più distruttive di qualsiasi fiera.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: cfr. INVINCIBILE(1): POSTER E TRAILER PROMETTONO
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: l’acquario e i pesci danzanti VS lo spettacolo sul palcoscenico del teatro
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STELLE:***lo stile è più o meno convenzionale, ma la storia è interessante
VOTO/BILANCIO: 6
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 2
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Il caldo del deserto arroventa gli animi e li rende proni alle passioni, la pioggia sulla scogliera invece li rende impermeabili agli stimoli del cuore: i quattro elementi costituenti l’universo, l’acqua, la terra, l’aria, il fuoco, compenetrano gli esseri umani- in origine la pellicola doveva intitolarsi I quattro elementi- e ne fanno scaturire, portando a galla le pulsioni più profonde ed inconfessabili, i comportamenti. La natura madre matrigna nel primo film di Arriaga dopo il divorzio da Iñarritu ,The burning plain, è una sorta di divinità immanente, il cui imperio sottrae ai protagonisti autonomia, li ossessiona, obbligandoli a tornare sui propri passi, nonostante essi abbiano frapposto fra sé e il passato spazio e tempo: le pianure rupestri, i cactus in fiamme, gli uccelli in volo, i campi di sorgo, non costituiscono uno sfondo, bensì sono l’ambigua riflesso delle stimmate mai cicatrizzate, un lascito generazionale che gli attori di una stessa tragedia si portano sul corpo e nella psiche.
La malattia e la menomazione sono il motore del dramma e l’amore sia negli adulti sia negli adolescenti è l’altra faccia del trauma e dei rimorsi mai sopiti: la ferita al seno in seguito all’asportazione del cancro spinge Gina/ Kim Basinger a trascurare il marito impotente e i molti pargoli per incontrare in una roulotte il tenero amante messicano Nick/Joaquim De Almeida, anche lui sposato con prole; quando essi muoiono insieme nel rogo della loro alcova, i figli dell’uno e dell’altra Santiago/ J.D.Pardo e Mariana/Jennifer Lawrence, calmatati l’uno verso l’altro da una medesima enigmatica spinta interiore, ne ripetono con qualche variante l’epopea sentimentale, lottando contro l’ostilità delle rispettive famiglie. Nel frattempo fanno irruzione nella storia principale due personaggi, la proprietaria di un ristorante di lusso Sylvia/ Charlize Theron e una bambina Maria/ Tessa Ja con il padre all’ospedale in pericolo di vita, tuttavia lo spettatore scopre gradualmente che non si tratta di intrusi. Alla fine le piovigginose coste dell’Oregon, speculari all’assolato deserto del Nuovo Messico, consente al cerchio di chiudersi, ricucendo gli strappi dell’ingannevole multi-trama..
Il determinismo è comunque il punto limite che le personalità messe a fuoco dal melodramma tramite un’accorta stratificazione non riescono mai a superare, nonostante la sensibilità delle interpreti femminili: il sospetto di automatismo delle emozioni e delle reazioni è accentuato del resto dall’attenzione dell’autore alla disposizione geometrica mai casuale o semplicemente cronologica dei singoli atti della pièce.
Se un disegno dall’alto intreccia i destini del globo, è compito dell’artista individuarli, portando alla luce analogie e differenze: era così in Babel, sceneggiato da Arriaga. In The burning Plain a fare da giuda è piuttosto una provvidenza riparatrice che non ambisce al periplo planetario e quindi consente alle sue vittime ignare almeno il tempo di adattarsi alla parte.
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CUORE: il deserto del Nuovo Messico, dove prende fuoco la roulotte dei due amanti, e le speculari zone costiere dell’Oregon dove la vicenda ha modo di tornare sui propri passi-le cicatrici
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STELLE: ***melodramma a suo modo affascinante
VOTO/BILANCIO: 6+
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3.50
Il poster riecheggia la struttura particolare della pellicola: l’episodio drammatico di una roulotte che brucia in un paesaggio aspro e deserto-il New Messico- fa da centro di gravità alla esistenza di tre donne, riprese forse in una pausa di ripensamento sul passato e sul presente. La pianura arroventata del titolo originale allude dunque alla forza condizionante delle circostanze e dei luoghi, dove siamo nati o viviamo e dai quali, anche a distanza di anni, non possiamo più liberarci La prigionia obbliga a una condivisione forzata di spazi e di tempi e il dramma individuale è sempre un dramma a più voci e non circoscrivibile cronologicamente: da qui la necessità di trovare all’interno dei vari momenti di una medesima vicenda i punti di sutura rivelatrici con altre vicende, apparentemente distanti, per cui la trama si dipana inesorabile in un intreccio sapiente di trame divaganti e convergenti. Dislocazione e molteplicità di prospettiva sono in effetti la cifra delle sceneggiature che Arringa, esordiente regista di origini messicane, ha scritto per Tommy Lee Jones in le tre sepolture e per González Iñárritu in
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Ripresentare la stessa felice ricetta variando appena gli ingredienti non garantisce il risultato: l’esordiente Meyers ripropone sugli schermi con lo stesso titolo, The Hitcher-la strada della paura, un bel thriller on the road di Robert Harmon del 1986, una rielaborazione del geniale esordio di Spielberg Duel. Il piatto è mangiabile, come si suole dire, ma il pizzico di pepe in più priva il palato dello spettatore di quel quid che fa pensare a una miracolosa ambrosia. Su quali debbano essere i rapporti fra remake ed originale, si può disquisire a lungo, tuttavia il confronto viene naturale e quasi mai favorisce la copia. La pellicola di Meyers, insomma, nonostante la truculenza delle scene e l’affannoso correre dei duellanti, non inquieta più di tanto e questo per via di riempitivi adulteranti l’effetto d’insieme: nel film di Harmon un giovane solitario vagava in un universo senza confini, le highway deserte d’America, spazio fisico e mentale insieme, braccato da un incubo con il volto beffardo di Rutger Haur, scaturito da chissà dove, forse l’anima vendicatrice di un territorio invaso o ipostasi dei sensi di colpa, il rifacimento di Meyers opta per contorni più netti e per questo affianca allo studente la fidanzatina a cui affida il compito di fargli compagnia, di vigilare prima e poi di prendere l’iniziativa contro uno psicopatico, interpretato dall’attore skakespeariano Sean Benn, dotato di forza erculea, il quale, per giunta stanco delle sue interminabili peregrinazioni implora pateticamente la morte; l’arena dove si svolge la lotta, le strade del New Messico, non sfuma mai in una sfuggenti landa psichica, bensì si riempie di poliziotti, auto, elicotteri, illuminata dalla rassicurante luce solare. Per entrare nel mattatoio e uscirvi subito dopo basta un po’ di agilità e saper dire, finita l’incursione “Io non provo niente”.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Un’automobile corre su una strada lastricata di sangue verso una figura nascosta nell’ombra che attende minacciosa: il poster raffigura la situazione classica dell’horror, dietro cui si nasconde l’arcaica diffidenza nei confronti dell’avventura e del viaggio e il bisogno innato dell’uomo di trovare rifugio all’interno di uno spazio circoscritto e abitato da simili. La pellicola infatti rifà l’omonimo film del
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CUORE: ovvio, la strada della paura.
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STELLE: **una brutta copia dell’originale del 1986. Vedibile comunque se apprezzate il genere
VOTO/BILANCIO: 5
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
“Se si marca una linea netta fra noi e il nemico, abbiamo già vinto” la frase di Mao viene ricordata in un momento di particolare tensione al piccolo nucleo di terroristi della RAF, le Brigate Rosse tedesche, da una delle fondatrici, Gudrun Ensslin/Johanna Wokalek. Nella pellicola di Edel, tratta dal libro-inchiesta Der Baader-Meinhof Komplex del giornalista Stefan Aust , La banda Baader Meinhof una linea netta divide senza possibilità di comunicazione gli attori del duplice dramma: al di qua lo Stato e chi lo rappresenta, al di là coloro che in nome di un modello di Stato ideale lo combattono fino alla morte. Le ragioni degli uni e degli altri muovono le azioni dei guerriglieri e le reazioni difensive e preventive di poliziotti e magistrati, ma, sottraendosi il poco spazio a vicenda, annaspano nel vuoto e il peso insopportabile della loro diserzione trasforma gli annali del rigoroso documentario storico basato sulla fedele trasposizione sullo schermo dei fatti in atti di un altrettanto rigoroso teatro dell’assurdo: sullo sfondo un mondo impazzito,
Lo scarto fra il miope egocentrismo delle teorie e la truculenta verità della pratica è una costante nella Storia dell’umanità e finisce con lo scavare una voragine prima nella coscienza critica del gruppo RAF, l’intellettuale Ulrike, poi nel devoto fanatismo di Gudrum e nel superomismo gaudente di Andreas Baader / Moritz Bleibtreu, già insofferente alla ferrea disciplina del campo d’addestramento palestinese. L’ultima parte del film ambientata nell’asettico penitenziario di Stamnheim e nell’algido candore di un’aula di tribunale, è così il punto d’arrivo di un lento stillicidio di entusiasmi: i crociati del bene si dibattono furenti in celle anguste, prigionieri di ossessioni e fobie, nell’aria la danza macabra degli spettri smunti degli architetti di utopie fallimentari di tutti i tempi, Platone, gli illuministi, Marx, Nietzche. Le leggi della Storia non hanno perdonato mai nessuno, né i grandi né i mediocri emuli: da tale consapevolezza l’eclatante silenzio del lungometraggio sulla morte in carcere dei protagonisti e l’esclusione della troppo semplificante vulgata del “suicidio di Stato”. Si è trattato piuttosto di follia o è stato il gesto estremo del ribelle, il suicidio del martire della libertà rivoluzionaria o il rimorso di essere stati travolti, complici, dalla corrente indomabile del male? Ci sarebbe una risposta, se lo svolgersi delle cose avesse una direzione univoca. I teologi sperano, dice Gudrum al cappellano della prigione: ma di che si nutrono le loro speranze, viene da chiedersi? Che non ci sia nessun Dio a ridere dei deliri degli uomini.
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CUORE: il suicidio procrastinato dei tre fondatori della Raf.
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STELLE: ****la storia, teatro dell’assurdo
VOTO/BILANCIO: 8
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Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 5
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4