Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Quale etichetta occorre apporre all’ultima fatica di Ethan e Joel Coen, Burn after reading? Commedia demenziale, noir spionistico, satira politica e di costume? La questione, di per sé poco importante, è legata però al disagio sottopelle provocato nello spettatore dalla visione della pellicola: difficile ammettere di vivere in un mondo senza bussola e di conseguenza accettare, lo si voglia o meno, di essere parte mobile di un meccanismo impazzito; le lancette degli orologi girano a vuoto o si fermano, e le trame dei film, come quelle dell’esistenza, sfuggono al dominio della ragione.
I territori selvaggi e riarsi fra il Messico e il Texas di Non è un paese per vecchi, l’opera dei geniali fratelli immediatamente precedente a questa, rappresentano le zone periferiche del pianeta, dove sceriffi e criminali spietati sono anacronistici residui di un universo etico in procinto di disfacimento, l’incipit di Burn after reading invece ci fa calare dall’alto all’interno del motore del sistema, nei palazzi del potere a Washington e nel mezzo della variegata e casuale umanità che vi gravita attorno: lì abita il futuro, ciò che resta dopo il crollo, il punto da cui, se ci fossero speranze, si dovrebbe partire per ricostruire o rifondare. Non è casuale infatti che l’ingarbugliata vicenda ruoti comicamente attorno a un libro di memorie riversato su dischetto da un analista della Cia, John Malkovich, rimosso per problemi di alcolismo. Pertanto ill grottesco affaire pare la registrazione sbilenca e delirante tratta dalla cronaca opaca di uno storiografo, con presunzione di omniscienza, ma incapace di analisi: una insulsa e confusa epitome di azioni irrilevanti, di cui qualcuno viene in possesso per caso, il cui valore di scambio è nullo giacché a nessuno importa conoscere quanto vi è scritto. E ‘ la medesima prospettiva scelta dai Coen: abbandonare i personaggi alle meschinità e all’assurdità dei loro moventi sposandone totalmente la miopia di fronte a tutto ciò che non galleggia in superficie. La stupidità è allora a tutto campo e il suo trionfo non chiama in causa solo gli imbambolati e sprovveduti campioni dello sconnesso canovaccio, una galleria di patetici e velleitari burattini, ossessionati dal sesso e dalla chirurgia estetica, che hanno smarrito le ragioni ultime del vivere e che assomigliano molto alla pittoresca fauna della società attuale, senza più saperi da tesaurizzare e tramandare nei memoriali. Così nello sbriciolarne la sbrindellata epopea Burn after reading più che divertire colpisce duro: solo se la fortuna avrà pietà di noi regalerà un lieto fine imprevisto ai nostri glutei da riplasmare.
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LOCANDINA E TITOLO: il titolo originale fa riferimento alla regola principe dell’agente segreto: “dopo averlo letto brucialo”. Il poster evoca lo spionaggio, privandolo però di ogni gravità e assimilandolo a un teatrino di ombre o a uno spettacolo di marionette.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: il memoriale della spia riversato su dischetto il cui contenuto non si è mai curiosi di conoscere-
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STELLE: ****ottimo cast, brillante gioco e nessuna speranza sul futuro dell’uomo.
VOTO/BILANCIO:7
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.25
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
La tracotanza umana di poter varcare i limiti imposti da natura genera mostri: dai laboratori esce una nuova razza, la pecora nera, che mette la realtà sottosopra come è visibile nel poster. L’animale più imbelle e passivo che esista si trasforma in lupo mannaro, sale sul tetto dell’auto di una famiglia terrorizzata e bela alla luna, mentre il branco assedia la macchina, famelico. Il suggestivo paesaggio neozelandese-si avverte la presenza dell’autore de Il signore degli anelli, Peter Jackson- evoca allora l’epica lotta fra bene e male, nel definire i quali troviamo la chiave della pellicola: la parodia, la commedia demenziale, che mette alla berlina immaginario e luoghi comuni del politicamente corretto. Il gregge che tenta di azzannare l’uomo o il lungo duetto di sguardi ambigui fra una coppia di pecore e un ragazzo sono uno sberleffo alla pretesa dell’umanità di proporsi come interlocutrice privilegiata del mondo animale. Del resto, incubi e fobie, di cui si alimenta l’enciclopedia dell’orrore letterario e cinematografico, denunciano in noi il Don Chischiotte: gli innocui mulini a vento si trasformano in giganti invincibili e sarebbe salutare riderne!
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Il cuore della filmografia dei fratelli Belgi Jean Pierre e Luc Dardenne è il dilemma morale e Il matrimonio di Lorna non costituisce un’ eccezione, in quanto la visione della pellicola pone nuda e cruda la questione: se il prezzo della felicità è la soppressione di un'altra persona, siamo disposti a pagarlo? Nella società attuale il fatto che l’uomo sia un animale sociale comporta l’egoistica affermazione di se stessi nonché l’appropriazione dei diritti altrui e allora la scommessa degli autori di Rosetta è sulla sopravvivenza della coscienza individuale e sulla possibilità di provocare in essa il rigetto etico della barbarie contemporanea.
Personaggi come Lorna, la giovane polacca, interpretata da una promessa del cinema balcanico Arta Dobroshi, sposata allo scopo di avere un passaporto belga, con la complicità di un losco taxista, a un drogato destinato a morire per un’ overdose e a consentirle di riscuotere un ingente somma tramite un altro matrimonio con un russo, sono tutt’altro che figure eccezionali, anzi rappresentano un’umanità al grado zero, incolta e marginale, eppure il punto sta proprio qui: quando la giungla in cui vivono richiederebbe loro di essere belve, non riescono ad essere né di più né di meno di ciò che avrebbe, se messo in vendita, persino un valore di mercato di mille euro, ovvero uomini e donne. Essere tali significa ascoltare chi invoca aiuto, spogliarsi, stare nudi l’uno di fronte all’altra in un stanza sgombra, abbracciarsi, darsi reciprocamente conforto o calore, qualsiasi nome si voglia dare all’emozione e alla sacralità di un incontro, amore, solidarietà, fratellanza, pietà ecc. Una scoperta travolgente che portando fuori dall’abisso di una schiavitù di automi, talora carnefici, getta immediatamente dopo in un altro precipizio speculare, cioè in una tragica incompatibilità con le regole della città, quelle sotterranee e da nessuno trasgredite.
Dunque il Matrimonio di Lorna è ben lungi dalla mera registrazione documentaristica di vicende di cronaca verosimili ed esemplari: la macchina a spalla tallona la protagonista, ne segue sul nitore del volto da angelo innocente i solchi tracciati dalla sofferenza e non è una questione di applicazione di canoni neo realistici. Dall’istanza etica infatti scaturisce uno stile, il cui scopo è, consentendo allo spettatore un’immedesimazione totale con il martirio fisico e psichico della donna, obbligarlo a riempire pungolando la sua stessa coscienza gli spazi vuoti dell’azione e i silenzi della protagonista- il titolo originale è Le silence de Lorna: le motivazioni profonde dei comportamenti di lei restano avvolte nell’ombra e anche quando si materializzano alla fine, nella bellissima sequenza all’interno di una capanna isolata in mezzo ai boschi, sono un incorporeo nulla che diventa tutto, a patto che trovi chi lo accoglie al di là dello schermo.
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CUORE: l’incontro/amplesso fra Lorna e il tossico completamente nudi-il fardello che Lorna si porta addosso nella sequenza conclusiva.
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STELLE: **** una conferma del cinema etico dei fratelli Dardenne.
VOTO/BILANCIO: 8+
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5
2- coerenza logica, stile di regia: 3/4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Il poster si incentra su una giovane donna connotata da una nudità lattea di un nitore quasi sfolgorante sul nero dei capelli, da un viso pulito e da uno guardo limpido, rivolto verso l’orizzonte alla ricerca di un riposo rigenerante da un spossatezza più interiore che meramente fisica. E l’umanità sospesa fra la terra e il cielo a cui ci ha abituato la filmografia dei fratelli Dardenne: chi nasce destinato all’inferno della povertà e dell’emarginazione avverte più di altri l’urgenza etica di sovvertirne le leggi inique in nome di un’umanità “altra”. Non è un percorso intellettuale visto che a compierlo sono uomini e donne, abituati alle brutalità della miseria estrema, privi di qualsiasi strumento ideologico o culturale: a guidare la ragazza per le suburre cittadine, animate da violenza ed esasperato egoismo, è l’istinto, non la ragione. Il percorso è allora doppiamente salvifico perché parte dall’ innocenza connaturata all’animo: bellissima l’ultima sequenza del trailer, che raffigura l’emozione dell’incontro, simbolico matrimonio, fra due esseri, sorpresi in una nudità assoluta. Dal grado zero dell’esistere alla civiltà del dolore condiviso e dell’amore.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Che tonfo per gli autori di Matrix: per averne la misura basta confrontare le soporifere gare automobilistiche di Speed Racer con il vecchio e spassoso film della Disney sul Maggiolione tutto matto. Alla base della riscrittura dei fratelli Wachowski del cartone cult di Tatuo Yoshida vi è l’intenzione di depurare il cinema da tutto ciò che non è puro stimolo visivo, una sorta di ritorno al grado zero della Settima arte, al bianco e nero delle origini e ai capolavori fantascientifici di Méliès, tuttavia l’esperimento dalla durata esasperante all’atto pratico è sostanzialmente un’inutile esibizione di virtuosismo: l’universo creato per i campioni in gara e per la famiglia Race, ispirato allo pop art, è sbalorditivo dal punto di vista formale, ma proprio per questo non ha punti di rottura, attraverso cui possano penetrare tensioni ed emozioni dello spettatore. La sensazione è dunque quella di stare passivamente davanti alla consolle per assistere a un videogioco dallo svolgimento e dall’esito prevedibili: al giovane eroe coraggioso in lotta contro i titani malvagi non è affatto necessario il nostro sostegno morale per salire sul podio del trionfo.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: La locandina della pellicola anticipa l’esperienza di un cinema che vuole essere esperienza più sensoriale che intellettuale per lo spettatore: per questo la prospettiva è quella di chi è dentro un’auto da corsa, la cui visione si trasforma in un magmatico universo pop di colori, suoni, immagini in movimento. La trama, tratta da un cartone di Tatuo Yoshida, è inesistente, il titolo fa riferimento al pilota protagonista, rampollo di un illustre famiglia legata al mondo della formula uno.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: gli stimoli agli occhi e le immagini in bianco e nero con cui si ritorna alle origini.
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STELLE: *soporifero. Provate se siete appassionati di gare automobilistiche.
VOTO/BILANCIO: 4.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 1
“Da chi dipinge le cose che si vedono a chi dipinge le cose che non si vedono” è la dedica che il professore di disegno Michele Casali/Silvio Orlando, protagonista dell’ultimo film di Pupi Avati scrive sul libro di memorie per Morandi, il noto pittore con cui ha condiviso anni importanti della sua giovinezza. La frase esprime la coscienza in un artista mancato di non essere all’altezza delle proprie aspirazioni, ma potrebbe essere persino l’esternazione/denuncia da parte del regista/sceneggiatore di un insoddisfazione nei confronti della sua opera in quanto poco coraggiosa: infatti in Il papà di Giovanni il cineasta bolognese rivolge lo sguardo, come mai altre volte, verso i recessi più tenebrosi della psiche umana, sospendendo il giudizio e smorzando i toni, soprattutto quando sarebbe stato facile abbandonarsi alla morbosa stimolazione spettacolare offerta dalla follia di un’adolescente omicida della sua migliore amica supposta rivale in amore.
La malinconica elegia per una felicità appena intravista e subito perduta apre per i sognatori sconfitti raccontati di solito dall’autore de Il cuore altrove le porte di un purgatorio quotidiano ove la dolcezza del ricordo e un pacifico benessere compensa i rimpianti, qui sentimenti ed amori si trasformano in ossessioni che non danno requie, si celano sepolte nel fondo dell’animo, fino a che non esplodono e dalla voragine aperta dalla deflagrazione creature dannate dai loro stessi demoni sprofondano in un abisso materiale e morale senza fondo.
Inutile riesumare i miti ciclici della Storia per una qualche redenzione: al Boia chi Molla subentrano gli improvvisati tribunali partigiani-sciocco parlare di revisionismo-e gli eventi epocali riassunti dalle strisce dei quotidiani appesi alle finestre dagli insulsi trionfalismi dei militanti di bandiera offrono uno sfondo irrilevante ai drammi dell’umanità, i cui atti si svolgono nel silenzio di miserabili interni in penombra. Ecco allora l’urgenza di dipingere le cose che non si vedono: l’infelicità ha l’onore della parola e del canto, la disperazione di una vita intera è invisibile e non ha voce. E l’angoscioso teatrino de Il papà di Giovanna assomiglia davvero a una natura morta di Morandi e in questo davvero Avati deve molti alle maschere tragiche indossate dai bravi interpreti: volti macerati dall’angoscia di anni affiorano alla luce smorta delle lampadine di un appartamento angusto, si parlano senza mai guardarsi fermandosi sulla soglia di porte spalancate a metà, si sfiorano senza toccarsi, si confessano tacendo, cosicché il gas venefico di una verità soffocante ammorba l’aria, ostruisce sul nascere la menzogna consolante per i due adulti e contamina la mente dell’adolescente fragile con allucinazioni e delirio irreversibile.
La macchina da presa di Avati cerca ancora la Bologna color seppia degli anni d’oro della giovinezza e delle gite scolastiche da immortalare ma non la trova più da nessuna parte: le comete dalle scie luminose forse non sono mai apparse sulla terra e l’ieri e la copia dell’oggi, se la speranza di un altrove immaginato è la raccapricciante corsa nel cortile del manicomio di una demente con i mano dei guanti neri strappati. Il male innato nell’animo umano divora e non c’è differenza fra chi lo fugge e chi gli resta fedele: solidarietà paterna ed egoismo materno sono paraventi equivalenti a fragilità e nevrosi, tanto è vero che si incontrano nella conclusione posticcia, ironico omaggio a una pura convenzione da commedia cinematografica. Usciti di sala, ritroveremo il fango delle strada, i bustini delle veline di Ezio Greggio e il sangue dei TG.
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CUORE: la corsa di Giovanna nel cortile del manicomio con i guanti neri della madre in mano e le nature morte dei quadri di Morandi
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STELLE:****l’Avati migliore.
VOTO/BILANCIO: 7.50
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3/4
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Pupi Avati continua ad avere il cuore altrove, cioè a vivificare lo sbiadito presente con la nostalgica rievocazione di un passato nel quale le distanze individuali e sociali erano marcate al punto da consentire passione e poesia, scaturiti dalla dolorosa aspirazione a un paradiso irraggiungibile: dall’album di foto color seppia appaiono i fantasmi di una Bologna della prima metà del ‘900 a rivendicare contro l’oblio e la sconfitta esistenziale la luce del racconto cinematografico e i bagliori del mito. Qui, è evidente fin dal titolo, a aspirare alla memoria è il vincolo affettivo contro l’indifferenza e l’ostilità del mondo un padre e di una figlia, poveri e privi di qualsiasi carisma: nel trailer la porta di una cella e il reticolato di un recinto li separa, ma loro riescono a vedersi, ad intendersi, a sorridersi. Nella locandina sono invece seduti insieme, Silvio Orlano tiene una valigia in mano, lei un fazzoletto, appaiono felici o illusi che ad aspettarli dopo il lungo viaggio attraverso i decenni ci sia la salvezza di una nuovo esistenza…
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
La trasposizione sullo schermo di Marc Forster( Monster’s Ball, Neverland) del bestseller di Khaled Hosseini non ha grandi trovate, anzi traduce con imperdonabile approssimazione gli snodi fondamentali della trama del romanzo, le tribolazioni della terra afgana sono sintetizzate da cartoline di un paese in disarmo e dalle comparsate di truci figuri barbuti, i Talebani, eppure Il cacciatore di aquiloni commuove: è la dimostrazione che alle storie, se sono belle, non serve altro.
Il libro racconta il doloroso viaggio di un uomo che attraverso la scrittura recupera un’identità smarrita: Odisseo per riappropriarsi di se stesso, deve tornare a Itaca, ma prima ancora deve trasformare in racconto esperienze e memorie. Il motivo della rigenerazione consentita dalla trasfigurazione del ricordo nella parola-racconto, illumina la pellicola e in qualche misura ne mitiga gli eccessi sentimentali: il piccolo Amir, bambino introverso di etnia pashtun e futuro scrittore, riceve in dono un quaderno su cui scrive favole, lo porta con sé quando fugge in America, e quando ritorna adulto in patria per salvare il figlio dell’ amico d’infanzia Hassan un servitorello di etnia Hazara. Tra quelle pagine il suo cuore pulsante ha continuato a battere, scandendo la poesia e i giochi dell’infanzia, il padre amato ed odiato, violenza e razzismo, la gelosia, la viltà e i sensi di colpa: lì ha continuato a vedere l’aquilone correre nel cielo di Kabul fino a smarrirsi e tutta la sua esistenza è stata un aggirarsi fra i vicoli tortuosi di una città fantasma per ritrovarlo. Dopo tutto, nei cartoncini colorati di Forster la sagoma dell’aquilone di Hosseini è rimasta.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Nel poster su sfondo bianco riecheggia la suggestione del titolo del romanzo che fa riferimento ai tornei di aquiloni che si tenevano a Kabul negli anni
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: il quaderno e l’aquilone donato ad Amir bambino
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STELLE: **piatta trasposizione del libro, ma la storia è bella.
VOTO/BILANCIO: 5
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1
2- coerenza logica, stile di regia: 2
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Un’anziana signora interrompe il figlio che le legge con trasporto I tre moschettieri e gli chiede di tornare alle pagine iniziali e cercare la descrizione di d’Artagnan: lei non si accontenta di immaginarselo né le importa molto della qualità astratta dell’intelligenza del celebre moschettiere, vuole invece guardarlo in faccia, scrutarne i lineamenti, vederne i capelli e soprattutto la forma del naso, per decidere se la persona le piace o meno e se le rocambolesche imprese di lui le interessano. Dei mille modi con cui si può leggere un romanzo, quello di Donna Valeria, una delle protagoniste del film dell’esordiente regista romano Di Gregorio, prodotto da Matteo Garrone, nasce dalla saggezza innocente e schietta che accomuna vecchi e bambini: l’istinto è guida infallibile, i tortuosi percorsi dell’intelletto non portano da nessuna parte, pertanto il contatto a pelle con un individuo, nella realtà o in un libro, lo rende infallibilmente simpatico o antipatico e quindi ospite o nemico. Anche in Pranzo di ferragosto non si va oltre la pagina iniziale della storia, là dove l’autore presenta i personaggi, illustra nei dettagli le caratteristiche fisiche, fa il resoconto di abitudini e manie: lo spettatore entra nell’alloggio appena decoroso nel quartiere di Trastevere a Roma, si siede in un angolo o si alza in piedi e fa un giro in cucina e in salotto, osserva le facce, i gesti, gli abiti e ascolta le voci strascicate del bizzarro gineceo senile( interpretato da attrici non professioniste)…su un casuale ieri e su un vago domani il foglio è bianco, la nebbia della dimenticanza avvolge il passato, il futuro non c’è più.
Per parlare di vecchiaia, alcolismo, povertà ed emarginazione, senza scadere nella retorica del pietismo, Di Gregorio cinge d’assedio un microcosmo di disadattati, quattro anziane, il figlio di una di loro, Gianni/se stesso nei guai per il troppo vino e per i debiti, costretto a improvvisarsi badante e un compagno riccioluto di sbronze, in un appartamento sospeso sopra i tetti della città deserta nel giorno di Ferragosto: la pausa incidentale dalla quotidianità e la preparazione della riunione conviviale sono le classiche occasioni per la confessione di peccati nascosti, di segreti e di rievocazioni sentimentali, ma la prolungata inidoneità alla prassi dell’esistere e gli anni trascorsi hanno logorato la dimestichezza con la parola, stropicciato i visi, dalle labbra incartapecorite fuoriesce a fatica una monotona e prolungata lagna, eppure ciascuno resta inequivocabilmente se stesso, la fiammella rimane accesa e dà l’abbrivio per abbigliamento e pose da vamp, per la fuga notturna al tavolino di un bar e per lo sfogo liberatorio di una teglia di pasta al forno. Allo soglie della morte, è sapere antico consolarsi dai bilanci in rosso, quando dal pozzo nero dei decenni lontani la carrucola cigolando porta su con i geloni dell’inverno il sapore dei tortellini a Bologna..
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CUORE: la sequenza in cui la signora Grazia, l’anziana madre del medico costretta dal figlio a un dieta rigorosa, ricorda il proprio passato e le vengono in mente i geloni e le lasagne e i tortellini di Bologna
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STELLE:****de senectute
VOTO/BILANCIO 7+
Criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Il poster è il disegno di un fumetto fatto da un adulto, tornato bambino nell’animo; allora la caricatura di una tavola imbandita sopra un tappeto verde sul quale sono appoggiate quattro paia di ciabatte estive a quale situazione alludono? Si pensa a un’isola, la città a Ferragosto, il quartiere di Trastevere del trailer, il residuo di un mondo appena abbandonato, tuttavia non c’è nulla di cupo o di definitivamente triste: si intuisce dai colori vivi e dal risalto del verde sul bianco assoluto che si tratta solo di una breve attesa, le persone a cui è destinato il pranzo arriveranno, si siederanno, calzeranno le pantofole e sarà un Ferragosto diverso, più allegro e vivo …Il trailer conferma che la struttura della pellicola rispetterà lo schema classico della commedia, dalla catastrofe iniziale alla soluzione rasserenante, consentita comunque dalla provvidenziale scomparsa dell’uomo sulla faccia della terra: infatti in un appartamento borghese del centro che pare aver visto giorni migliori un uomo di mezza età, non in forma ( sappiamo che lo spunto è stato offerto al regista romano esordiente, De Gregorio, aiuto di Matteo Garrone e cosceneggiatore di Gomorra, da una vicenda personale), ospita quattro donne anziane, non rassegnate a essere messe da parte, lo dice l’espressione fiera del loro volto, e la convivenza nel neo ospizio non deve essere facile, però alla fine la clausura del microcosmo di emarginati sopra i tetti nel deserto urbano si trasforma in un’ oasi di purezza rigenerante, come l’acqua da cui viene pescato la trota che consacrerà il pranzo di ferragosto e il dramma potenziale assume le tinte del cartone animato
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
L’inizio di Certamente forse dello sceneggiatore Adam Brooks, regista per hobby, è un tour per le strade di New York e di fatto la metropoli riveste nel film la medesima funzione di luogo simbolico della selva nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto: non che la metropoli del film sia un’astrazione, tuttavia a prevalere come sfondo del complicato intreccio sentimentale attorno al protagonista Ryan Reynolds / Will Hayes è uno spazio dominato dal caso, il crocevia ideale, foriero di possibilità, dove si perdono e si ritrovano dopo anni persone ed oggetti. A rendere Manhattan cerchio magico, isola multirazziale sospesa fra le idealizzazioni della cultura e le concretezze di Wall Street, è stata la sua Storia, ne è tragico riconoscimento l’11 settembre, e la fluidità della città nell’assumere un’identità contamina gli abitanti sotto forma di scarsa propensione alla stabilità sentimentale e politica: la permeabilità dei caratteri agli influssi climatici dell’ambiente è forse l’aspetto meno prevedibile e quindi più interessante di Certamente forse. La commedia, scritta ed interpretata con garbo, misura infatti in modo netto la distanza fra ceti urbani intellettuali e progressisti, gli stessi fotografati nei loro patologici dilemmi da Woody Allen, e il gretto perbenismo conservatore della sterminata provincia americana e alla fine approda a un compromesso, difficile dire quanto realizzabile, fra il relativismo vitale e anticonformistico degli uni e la rassicurante offerta di certezze familistiche dell’altra: gli sbandamenti esistenziali ( economicamente invece se la passa bene) di Will Hayes si avviano al termine quando la figlia piccola, Abigail Breslin, la spumeggiante ballerina/spogliarellista di Little Miss Sunshine. lo costringe, volendo sapere della madre, a mettere punti fermi e per farlo l’uomo deve ripercorre con il pensiero, facendone il racconto alla bambina, la sua Odissea fra donne e passione politica.
Più che poema epico però si tratta di un balletto leggero fra l’attivismo a favore di Bill Clinton e tre figure femminili esemplari, la bionda fidanzatina acqua e sapone, la bruna sofisticata intellettuale e la rossa sbarazzina e scanzonata. Forse per solidarietà con lui, i motivi per cui tutti deludono e sono delusi non vengono approfonditi più di tanto: è sufficiente comunque evocare l’affare Levinskij per comprendere che il mondo nella grande Mela fa perno ancora sull’etica e sulla non compatibilità con la menzogna per chi si candida a un ruolo pubblico e a quello di marito.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Il bel titolo ossimorica una risposta impossibile a una domanda: stando alla trama si tratta di un uomo che dovrebbe scegliere fra le donne con cui ha avuto una relazione chi sia quella della sua vita e quale sia stata la madre della figlia. Situazione confermata dal poster con le foto dei personaggi disposte sullo sfondo bianco: quindi una commedia di dialoghi e personaggi più che di azione.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: Le vie di New York, dove si perdono e si rincontrano per caso persone e cose
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STELLE: *** amabile.
VOTO/BILANCIO:6
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2.50
2- coerenza logica, stile di regia: 2.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
In The descent (2005), film di Neil Marshall precedente a Doomsday, sei speleologhe calandosi nelle viscere dei monti Appalachi incontravano la preistoria e l’impatto era devastante: la forza bruta di Polifemo vince l’astuzia di Odisseo, poiché le tenebre inesplorate del sottosuolo vanificano il precario equilibrio basato sulla razionalità e la cecità genera impotenza mentale. Giunto al terzo lungometraggio l’apprezzato autore inglese, appartenente al cosiddetto “splatpack”, termine coniato per indicare un gruppo di registi a cui si deve la rinascita dell’horror, pare invece nutrire un barlume di speranza sulla indistruttibilità dell’intelligenza umana, tanto da dotare la sua eroina, il maggiore Eden Sinclair/ Rhona Mitra del carisma fisico e della lucidità intellettuale adatti a un degno capopopolo fra le folle abbrutite dalla scomparsa della civiltà: nelle epoche di progresso i sintomi della degenerazione sono impercettibili, quindi di esse non ci può essere epica, i cantori visionari devono sognare il Medioevo prossimo venturo, quando prevarrà il caos, saranno soppresse le leggi della democrazia e della logica, l’antico “Vallo di Adriano” sarà ricostruito per isolare i barbari e la nuova peste riporterà la terra ai secoli bui dell’anarchia militare.
Una concezione ciclica della Storia certo sempre sottesa ai film e ai romanzi del filone post-atomico che consente però a Marshall di giocare a carte scoperte e di svelare la sua natura appassionata di archeologo, cultore di illustri reperti, teso a riappropriarsi del codice archetipo di un universo sfacciatamente spettacolare: il centro propulsore della galleria labirintica di brevi estratti da pietre miliari della Settima arte è l’arena ove gladiatori e grotteschi divi del rock in tuta di pelle sadomaso incantano masse inferocite e sanguinarie. Teschi dipinti, manieri, foreste popolate da cavalieri in armatura, stazioni in disuso e città diroccate delimitano lo spazio di un tumescente fantastico ove tornei cruenti, fughe rocambolesche, torture e massacri costituiscono l’unico modus vivendi ammesso. Il vagabondaggio fra le pagine del testo-dizionario assume così la forma classica del viaggio in missione del manipolo di soldati, guidato da un laeder indefesso e coinvolto per ragioni personali. Ma per che razza di umanità essi devono trovare l’antidoto salvifico? “ Ci hanno sempre fatto credere che oltre il muro non ci fosse nulla” dice stupita la giovane donna nata e cresciuta nei territori infetti dell’immaginario…..
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CUORE: le arene del mondo barbarico.
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STELLE: ***godibilissimo per gli appassionati del genere
VOTO/BILANCIO:6+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia: 4.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4