Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Neil Marshall apprezzato regista di horror quali Dog Soldiers e The descendent al suo terzo film approda al filone post-apocalittico: già lo scabro titolo Doomsday, il giorno del giudizio, e l’essenzialità del poster con la guerriera in canotta nera e il paesaggio urbano devestato evitano divagazioni e confermano nella rivisitazione dei generi la cifra dell’autore. Qui anzi, stando alle immagini del trailer, l’omaggio al canone parrebbe diventare addirittura sudditanza: si susseguono senza pausa citazioni da pietre miliari della fantascienza post-atomica quali I guerrieri del Bronx, 1997 Fuga da New York, Resident evil, 28 giorni dopo, e si intuisce che a fare da collante al collage è il ritmo adrenalico tipico del regista e la sindrome dell’assedio in un spazio senza vie d’uscita e privo di luce, in questo caso una vasta area dell’Inghilterra e Londra, le cui geometria la destinano a diventare luogo ideale per la concretizzazione della distopie Il gruppo di sodali combatte, si sfalda, lottando per sopravvivere contro forse ostili ed invisibili. L’avere più risorse a disposizione ha consentito la sperimentazione su vasta scala, ma il risultato della contaminazione non è garantito.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Nella metropoli notturne si aggirano, anime in pena senza pace, i vampiri, reietti costretti alla vita eterna e a una lotta estenuante per la pura sopravvivenza: l’unico conforto sono il compiacimento per le proprie imprese epiche e l’orgoglio di sentirsi parte di un’anticittà ribelle alle leggi della convivenza. Il rovello interiore fa comunque dei figli del conte Dracula degli assassini particolari rispetto ai truci maniaci degli horror convenzionali: negli uni il soddisfacimento del male trova le radici in un’anima tiranneggiata dalla sete inestinguibile di sangue e la dannazione di un’esistenza immortale votata all’esclusione dal pacifico regno dell’aldilà si concretezza in una sorta di cannibalismo crepuscolare, l’azione delittuosa ripetuta degli altri è gratuita o è iperbolica rivalsa nei confronti di violenza subite o presunte e il panico suscitato dalla sua presenza nelle strade svanisce nel riequilibrio di una legittima punizione.
La bramosia del sangue fa a pugni con la voglia di vendetta nella protagonista de La setta delle tenebre di Gutierrez, Sadie Blake/Lucky Liu, una giornalista di Los Angeles, trasformata in animale notturno da un gruppo di vampiri comandati dal prestante Bishop che accende i sensi delle vittime prima di morderle sul collo. Il film prosciugando però radicalmente i personaggi dalle sfaccettature caratteriali, ne fa venire alla luce esclusivamente l’animalità predatrice e ne racconta la caccia frenetica all’avversario: non l’ipnosi esercitata dall’incantesimo del pipistrello uomo bensì il sesso o il caso fanno cadere in trappola ragazze in cerca di avventure o ignari autostoppisti e la cripta del bel tenebroso, l’arena dell’ultima sfida, è un fetido mattatoio dove da creature agonizzanti appese a testa in giù scolano gocciole rosse. Del resto oggi al cinema o in tv tavoli di laboratorio per la vivisezione dei corpi e cellette semichiuse dell’obitorio sono luoghi d’elezione per l’analisi del crimine, giacché è lì che diventa circoscrivibile: lì inizia e finisce La setta delle tenebre ed è sotto quella luce fioca che il mito del vampiro suscita malinconiche memorie…
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Un sotterraneo, le cui aperture lasciano penetrare la luce spettrale di un’alba raggelante su un universo cristallizzato nell’orrore: corpi appesi e con il capo volto all’ingiù, il raccapricciante dominio di un mostro dalla forza erculea, pronto ad agire, o per proteggere il suo territorio o per renderlo ancora più vasto. Ad imbattersi nel tenebroso regno è la giovane donna pallida ritratta nella parte superiore del manifesto: l’impatto per lei sarà devastante, nel senso che subirà una metamorfosi fisica irreversibile alla quale sopravvivrà solo lo sguardo angosciato e memore della vita di prima. “La setta delle tenebre” dunque è costituita da vampiri, figure mitiche dell’immaginario, non più umane, costrette a vagare di notte, a cibarsi di sangue, ed aspirare in eterno alla la pace delle morte.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: la cripta/mattatoio del vampiro, con i corpi appesi a testa in giù da cui sgocciola sangue
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STELLE: **del mito del vampiro resta poco. Solo se vi piace il sangue e l’azione.
VOTO/BILANCIO: 5
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
“Il dono che avete lo dareste al primo che passa per strada?” chiede la bionda teenager Dawn/Jess Weixler( vincitrice al Soundance del Premio speciale per la giuria), calda oratrice del “comitato per la castità fino al matrimonio “ di una cittadina del Texas, protagonista del primo lungometraggio di Mitchell Lichtenstein, Denti, riferendosi alla verginità e all’organo genitale: in effetti il verbo dare con l’aggiunta del pronome la/lo è frequentemente usato nel linguaggio comune per sintetizzare l’atto erotico fra consenzienti. Pessima parafrasi in realtà, giacché l’esperienza della copula, ce la fanno rivivere i grandi poeti a cominciare da Lucrezio ( quarto libro del De rerum natura leggetevi i versi 1058-1140 se non li conoscete!), non è riconducibile al dare o al ricevere un bene in regalo o meglio in affidamento momentaneo, bensì a un trasporto quasi mistico di comunione di tutto il nostro essere con l’altro nella sua totalità. L’approssimazione lessicale però smaschera il magma sotterraneo della psiche umana portato in superficie dall’eruzione impellente del richiamo dell’eros: il pene e la vagina sprigionano un fascino ambiguo, non sono semplici appendici di una personalità, ma hanno un’esistenza indipendente, sono demoni enigmatici e incontrollabili, a cui sacrificare ed essere sacrificati, repellenti o attraenti a seconda delle circostanze o dei punti di vista e con tali imbarazzanti congiunti bisogna imparare a convivere appena usciti dalla fanciullezza.
La pellicola di Lichtenstein dà voce al disagio adolescenziale di fronte alla scoperta di un mutamento inevitabile e sconvolgente: la visita ginecologica, la tirannia crudele dello specchio, l’imbarazzo della nudità, l’inquietante intimità con il pianeta ancora sconosciuto dell’innamorato/a, la masturbazione ossessiva, la sofferenza del coito non sempre voluto e la delusione di una prosaica prima volta sono le situazioni tipo vissute da qualsiasi giovanissimo e Denti le rappresenta in chiave grottesca esasperandone quindi la conflittualità e sposando senza concessioni al sentimentalismo l’estremismo femminista e giustizialista della neo amazzone protagonista. Il lungometraggio è di fatto il racconto, scabroso e surreale, di una guerra fra mascolinità e femminilità in seguito alla quale la vagina dentata si prende la rivincita dall’oscuramento perpetrato nei suoi confronti da secoli di esibito maschilismo: la macchina da presa si prende gioco delle dita staccata di un ginecologo supponente e dei peni mozzati o finiti in bocca al cane di maschi confusi e laidi, fa della trasfigurazione parodistica in duplice copia del fallo nei pinnacoli di uno centrale nucleare lo sfondo della vicenda, mentre la vulva, invisibile per collocazione naturale e censurato dai manuali scolastici d’educazione sessuale, stimola l’immaginazione, diventa mito, metaforizza la sua potenzialità castrante nei mostri giganteschi della Tv e del cinema. L’uomo deturpa il paesaggio proiettando, fiero, la propria goffa strumentazione in grattacieli e torri, fate e streghe, custodi del segreto della nascita, appartate in esilio negli antri dei boschi lo attendono da secoli per vendicarsi.
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CUORE: il manuale di educazione scolastica del liceo in cui l’immagine della vagina è coperta VERSUS i due torrioni della centrale nucleare evidente proiezione del pene.
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STELLE: **** la vendetta della vagina oscurata.
VOTO/BILANCIO:7+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Il poster è il ritratto di una teen ager sana e vigorosa, lo rivelano le gambe muscolose e le scarpe da ginnastica ai piedi: lo sfondo bianco, il rosa acceso della t-shirt e i capelli biondi rimandano a un’immagine classica di femminilità, mentre il volto mozzato e per cosi dire collocato in basso e sostituito dalla vagina dentata evocata dal cartello nero con la scritta “Denti” concretizza, lo attestano psicanalisi e mito, la personalità menomata che molti maschi eterosessuali ed omosessuali attribuiscono alla donna, pura marchingegno per fornire loro piacere erotico ma anche mostruoso feticcio, penetrando nell’antro buio del quale si può essere morsicati e castrati La ragazza nel manifesto, la protagonista evidentemente del film, è chinata in avanti e protegge la propria intimità come se fosse una preziosa risorsa o al contrario una minaccia: il trailer la ritrae turbata sul lettino di un ginecologo e accenna a situazioni scabrose determinate dalla sua malformazione che però pare alla fine sembra fornirgli lo strumento privilegiato per esplorare il rapporto fra i sessi in tutte le sfaccettature. Infatti il cerchietto rosso precipitato già dal cielo e la rosa a chiusura garantiscono l’approccio riflessivo e rassicurante nei territori neutri della commedia grottesca: il titolo da horror è quindi una provocazione.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Come in un classico horror, in Grande, grosse e…Verdone una vecchia serva consiglia a chi si trova nella cupa dimora del Prof. Callisto Cagnato di fuggire fin che è in tempo: in effetti se non fosse per la presenza invasiva del faccione rassicurante di Carlo Verdone e per le modulazioni cantilenanti della sua voce lo spettatore si chiederebbe se sta vedendo davvero una commedia o se invece a un certo punto spunterà fuori il mostro a trasformare la pellicola in un efferato thriller di Dario Argento. Il legittimo dubbio in chi guarda rivela il pregio del film, che sarebbe maggiore se l’autorialità del regista avesse il coraggio di spiccare il volo verso lidi diversi dalla maniera a cui sia lui sia il pubblico fedele sono affezionati.
Nei primi due episodi si ride blandamente, per non piangere su quanto già orami sappiamo bene dei vizi nazionali, poi quando si arriva al terzo, il più completo, quasi ci si commuove, trovando finalmente una sorta di sintonia con lo stato d’animo da cui è permeata l’opera: la nostalgia per un Paese forse mai neppure esistito e comunque sempre più lontano dall’immagine idealizzata trasmessa dal cinema e da un’illustre letteratura europea innamorata degli stupendi paesaggi e del buon selvaggio che li popolava. In Grande grosso e…Verdone le metropoli sono diventate catacombe labirintiche dove una casta chiusa di vampiri al potere vaga per i viali di notte ghermendo prede minorenni e un’umanità robotizzata di giorno impedisce la dolorosa pace di un trasporto funebre, eppure il paese del limoni apre ancora squarci di libertà, spazi aperti in riva al mare per la via di fuga dall’oppressione urbana; lì è consentito immaginare che creature cosi simpaticamente istintuali come Enza Sessa/Claudia Gerini, Moreno Vecchiarutti/ Carlo Verdone e il figlio Steven/Emanuele Propizio dal salvifico urlo belluino siano reali: nella galleria di personaggi plastificati e meramente farseschi messa in scena dal comico romano sono quelli che abbiamo la minor probabilità di incontrare per strada. Però abbiamo conosciuto i loro progenitori straccioni nei film di Pasolini, Rossellini e Fellini, dotatati della medesima tenera ingenuità a fare da paraocchi alle brutture del mondo. La mobilità sociale li ha, in via del tutto ipotetica, forniti di una montagna di euri ( difficile convincersi che persone cosi sprovvedute riescano a fare soldi o se li hanno ricevuti a conservarli), tuttavia essi non sono cambiati, se non fosse altro per quel bisogno ossessivo di conferme rivelato dal maneggiare continuamente le banconote fruscianti; tanto è che nell’ovattata atmosfera dell’esclusivo hotel di Taormina è la loro intrusiva e confusa urgenza di riconoscimenti sentimentali e personali a smascherare la volgarità cialtrona in abiti griffati dei tempi, questa sì purtroppo reale: a differenza dei dozzinali Vip da rotocalco e degli ospiti snob di un albergo, ligio nel pretendere il rispetto del galateo ma disponibile alle squillo di alto bordo, i privilegi del denaro non li hanno intaccati, poiché l’intelligenza delle cose del mondo non sta quasi mai nelle corde delle creature di fantasia. Burattini, li definisce l’autore, in realtà fantasmi malinconici ed evanescenti svegli ancora un istante per battere le mani allegramente sulla bara di nonna all’accendersi dei fuochi d’artificio.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Più chiaro di così: i burattini usciti dal laboratorio facciale e gestuale del regista attore abbarbicati su una v maiuscola verde…appunto grande grosso e …Verdone. I puntini di sospensione significano che quella che vedremo non è necessariamente l’Italia reale, bensì l’Italia come la vede il burlone Carlo…Non un’indagine sociologica e seria dunque, bensì la caricatura di uno strambo paese fatta da uno strambo artista: per non piangere si ride in un Paese che solo i comici da Alberto Sordi a Beppe Grillo, hanno l’abilitazione per rappresentare.
PER SCHEDA, TRAILER, GALLERIA DI IMMAGINI TRAMA E CRITICA: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: l’Urlo di Steven, il figlio adolescente dei Vecchiarutti, nell’atmosfera mummificata dell’hotel di Taormina VERSUS le maschere facciale del Professor Callisto e dell’onorevole
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STELLE: ***a modo suo Verdone racconta la stessa Italia di Gomorra e de Il divo: la maschera facciale dell’l’onorevole incontrato da Callisto di notte in auto non vi ricorda qualcuno?
VOTO/BILANCIO: 6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Devi tagliarti la frangetta bionda dalla fronte, impone in Identikit di un delitto il rude Errol Babbage/Richard Gere, un mese prima del pensionamento, alla giovane funzionaria Allison Dawry/ Claire Danes che dovrebbe sostituirlo nell’ingrato compito di tenere sotto controllo il gregge, ovvero il branco degli schedati per reati sessuali violenti in libertà vigilata: la condizione umana non consente fronzoli, il ciuffo sugli occhi sparirà comunque, smorfie di disgusto e raccapriccio si sovrapporranno ai lineamenti del volto, mutilandone definitivamente la capacità di esprimere sentimenti ed emozioni. Il male deforma chi vive in simbiosi con esso: “se guardi l’abisso, l’abisso finirà per guardare te” è l’aforisma con cui la voce fuori campo apre e chiude ad anello la vicenda.
La pellicola di Andrew Lau, autore della trilogia Infernal Affairs, da cui Scorsese ha tratto The Departed, qui alla prima opera girata in USA, è infatti una febbrile incursione sulle perversioni innate della natura umana: esistono una casistica, statistiche aggiornate, una nomenclatura delle bizzarrie repellenti, e centinaia di libri e film sull’argomento, ma ovunque vi è silenzio sulla verità più sconvolgente ovvero sul fatto che il male è più forte del bene, in quanto ricava la sua invincibilità dalla facoltà di penetrare negli animi, di estirparvi ogni altro condizionamento e di risucchiare in un vortice traumatico la personalità di chiunque ne oda il funesto richiamo. Gli uomini, a meno di non essere individui di sensibilità e biografia fuori dagli schemi come Errol e la sua ancora inconsapevole allieva Allison, mantengono una distanza rassicurante dalla mostruosità abnorme dell’inferno, avvertendo nella contiguità con esso una minaccia: l’autodistruzione di se stessi è il prezzo pagato per conoscere e per salvare così non il mondo, bensì una vita su milioni abbandonate all’efferatezza del crimine.
Facendo del costantemente sovraeccitato protagonista un emarginato cacciato dal posto di lavoro e un educatore, Identik di un delitto ha modo di contestare luoghi comuni e pregiudizi sulle aberrazioni presenti nella società e l’ anticonformistica limitazione dell’horror alla realistica quotidianità del reportage ne ha decretato l’assenza nelle sale degli States: il drago feroce è una faccia mesta ed angelica di donna, è una pianura riarsa e deserta costipata di cadaveri di bambine uccise, è un corpo torturato in uno scantinato fetido, immagini ossessive e lontane nella loro scabrosa durezza dalla crudeltà patinata ed edulcorata in foto pornografiche scattate dai registi del genere venerati dalla moda. Il maniaco omicida non è un cultore del delitto e neppure un’esteta: figure identiche alla sua riempiono gli annali della Polizia, sui suoi misfatti non c’è l’impronta del genio e sulla storia di lui non si potrebbero scrivere romanzi dagli intrecci imprevedibili. Per far luce allora non servono le terapie illusorie dei pedagogisti né le intuizioni risolutive dei detective scienziati, ma missionari devoti all’umile compito spersonalizzante di guardiano/guerriero. Del resto persino Platone sognando la sua repubblica felice, si era rassegnato a consegnarla alla tutela dei custodi.
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CUORE: l’aforisma con cui la voce fuori campo apre e chiude ad anello la vicenda: “se guardi l’abisso, l’abisso finirà per guardare te”
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STELLE: ****quasi un documentario sul crimine
VOTO/BILANCIO:7-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3/4
2- coerenza logica, stile di regia: 3/4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3.50
Al titolo originale sostituito per la distribuzione italiana con l’anonimo “identikit di un delitto” allude il susseguirsi frenetico nel trailer di schede di criminali tratte da un archivio evidentemente inesauribile: costoro infatti costituiscono The Flock, il gregge, soprannome poliziesco per i maniaci sessuali, rappresentati qui dal gruppo di depravati violenti seduti a circolo in un ampio ambiente forse a loro riservato. Perversioni e violenze sono dunque la prova irrefutabile del dominio di una bestialità feroce sulla natura umana: pertanto il male va segregato in un recinto, tenuto sotto controllo e non redento, giacché non esistono terapie risanatrice e le strategie di recupero sono ingannevoli. La strada e l’interno dell’automobile mostrati dalla minipellicola sono allora un percorso esplorativo all’interno dell’orrore: flash martellanti ed ossessivi di stupri e aggressioni crudeli sui marciapiedi bui delle metropoli costituiscono l’unico paesaggio attraversato dai due passeggeri della macchina; conoscenza ed esperienza coincidono esclusivamente con una panoramica sull’inferno, metaforizzata nella locandina con i bagliori di un incendio tutto attorno alla coppia protagonista. L’abisso deforma volti e comportamenti dei bruti e delle loro vittime, tuttavia il virus contagia irrimediabilmente l’anima di chi ha il compito di bandirlo dalla società e di proteggere gli inermi. A riprova della desolante immutabilità delle cose il film pare concentrarsi nel passaggio di consegne fra il veterano, un Richard Gere con i capelli a spazzola da marine, e la giovane investigatrice: la barbarie non concepisce progressi generazionali e per affrontare la ferocia della giungla selvaggia studiare nuovi metodi di approccio è perdita di tempo.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Assistendo alla performance a tutto campo di George Clooney in Amore niente regole, viene spontaneo domandarsi se non si stava meglio quando si stava peggio, ovvero quando nello sport, nel giornalismo e nei rapporti sentimentale e interpersonali non si sentiva continuamente la necessità di invocare deontologia professionale, galateo e correttezza: una libertà responsabile, congiunta a un senso morale ben presente negli individui, garantiva trasparenza e onestà non solo negli agoni di football ma nella società in genere, nella quale era superflua l’attuale pletora cavillosa e spesso solo cartacea di divieti e il gioco in campo dei campioni si svolgeva sotto gli occhi del pubblico. Non circolava molto denaro e i giocatori arrivano allo stadio dalle miniere e con facilità ci tornavano, i manager circolavano su motorette con sidecar scassati: insomma si respirava aria pulita e la continua trasgressione ludica vivificava le partite e lo stare in squadra poi purificava.
Il lungometraggio dell’affascinante attore giunto qui alla sua terza regia ha dunque l’intento ambizioso di andare alle origini di un mutamento irreversibile nei costumi: la vicenda, rappresentata e raccontata con lezioso brio ad imitazione dei registi della commedia brillante della Golden Age hoolywoodiana degli anni venti/trenta, Cukor, Sturges, fino a Minnelli, è ambienta infatti nel 1925, nel periodo cioè del Proibizionismo, quando il football divenne da hobby quasi per dilettanti un mestiere per professionisti, trasformati in divi pagati a peso d’oro, e il giornalismo cominciò a sfruttare fino in fondo il potere di costruire miti e di distruggerli. Fu l’iniziò di un processo che ha portato ai giorni nostri da un lato alla mortificazione della fantasia, del talento individuale e della passione e dall’altro allo strapotere corruttore della legge del profitto ovunque ed ad ogni costo.
Ovvio peraltro che in Amore niente regole Clooney mascheri il rimpianto per un cinema d’attori, di volti e di dialoghi, travolto oggi dalla spersonalizzazione della tecnologia e delle simulazioni virtuali, vestendo i panni del maturo fuoriclasse dei Duluth Bulldogs, Dodge Connelly, rivale nella palla e in amore del giovane John Krasinski, simbolo di un deprecabile futuro. Sconveniente precisare l’esito delle duplice sfida, anche perché nel paradosso della lieta finzione un po’ tutto è plausibile. Va solamente rimarcata l’imperdonabile resa di Clooney nella ostentata esibizione di giovanilistica simpatia alle regole della civetteria divistica.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Il poster con la posa romantica della coppia, l’abito rosso di lei e lo scintillio delle luci colorate sullo sfondo attesta che Clooney con Leatherheads intende cambiare le regole del suo gioco personale: non più politica o impegno civile, bensì una rivisitazione della sofisticata e sentimentale commedia hollywoodiana della Golden Age degli anni ’30. In effetti il titolo originale( quello italiano riecheggia una canzonetta di Bennato sull’amore che non ha regole per attirare in sale con l’esca di una love story unita al carisma del bel George) fa riferimento al casco di cuoio con i cui i giocatori di football americano in quegli anni si proteggevano e denuncia l’intento filologico dell’autore e quindi la rigorosa ambientazione d’epoca della vicenda.
PER SCHEDA, TRAILER, GALLERIA DI IMMAGINI TRAMA E CRITICA: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: il gioco in campo senza regole.
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STELLE:**se vi piace molto George Clooney che qui invade il campo.
VOTO/BILANCIO: 5/6
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
In Lower city dell’esordiente Sergio Machado, spalleggiato nel ruolo di produttore dal Walter Salles di Central do Brasil e de I diari della motocicletta, un gallo bianco e uno nero si scontrano ferocemente nel ring scalcagnato di una balera della periferia carioca, ove spettacoli del genere sono molto diffusi, mentre il popolo di miserabili attorno acclama e scommette su chi sarà il vincitore. L’addestramento e forse il doping rendono furiosi i due animali e una lotta all’ultimo sangue è, a ben guardare, il motivo ispiratore della pellicola. Infatti i protagonisti, Naldinho( Wagner Moura) e Deco (Lázaro Ramos ), diversi nel colore della pelle, eppure “ fratelli” fin dall’infanzia per condizioni sociali, innamorandosi della stessa donna, diventano nemici e il loro barcamenarsi fra un espediente e l’altro su un battello si trasforma in un combattimento prima di sguardi e gesti poi in un vero e proprio scontro di pugili rabbiosi. Ed analogamente alle innocue bestie da cortile gli esseri umani possono essere condizionati, se rinchiusi in un recinto e se nelle loro vene vengono iniettate sostanze alteranti: a trascinare fuori di sé fino all’abbrutimento l’uomo è il sesso, inteso come bisogno ossessivo e cieco di possedere il corpo dell’altro/a. Per questo la suburra brasiliana di Lower city è in realtà una dark room, priva di luce e soffocante, dove entità fisiche anonime si ammassano l’una sull’altra, entrando nella quale si dimentica di avere un’identità, preda di un delirio invasivo, al quale nessuno è immune e che può portare al suicidio un tranquillo padre di famiglia dopo il mancato rapporto con una prostituta: il morbo corrode le anime e si insinua in un mondo caratterizzato da precarietà di valori e da instabilità economica ed affettiva.
Così la nipote d’arte Alice Braga, nella parte della giovane lucciola e ballerina di lap dance, Karinna, irrompendo nella neutralità idilliaca fra i due maschi amici e compagni inseparabili di vita, dotata di una sensualità inconsapevole e prorompente, funziona da potente allucinogeno estirpatore di sentimenti e volontà autonoma, ma a sua volta subisce la forza attraente e specularmente virile di entrambi: non si tratta in nessun caso di amore, bensì di una passione molto più torbida e angosciante, giacché le urgenze insopprimibili della carnalità allo stato puro senza mediazioni rendono ancora più irrealizzabile dell’utopia intellettualistica e romantica il triangolo erotico. Il connubio fra Jules e Jim e i fumosi postriboli brasiliani stride e lo schema sperimentato nei quartieri poveri denuncia una tragica banalità: nella bacinella l’acqua si tinge di rosso e non è il vino, dono d’amore alle nozze di Cana.
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CUORE: il combattimento fra il gallo nero e quello bianco che prefigura la situazione di tutto il film.
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STELLE: ****torbido connubio fra Jules e Jim e le suburre brasiliane.
VOTO/BILANCIO: 7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.25
Il documentario su Klaus Barbie, famigerato capo della Gestapo a Lione, condannato nel 1987 per crimini contro l’umanità, di Kevin MacDonald, regista di Un giorno a settembre e l’ultimo re di Scozia ha fatto o farà una rapidissima apparizione in poche sale d’Italia e quindi per molti sarà difficile andare oltre all’antipasto del trailer e della locandina. Il poster enfatizza nel titolo nero impresso in grassetto sopra la bandiera a stelle e strisce l’idea centrale del film: l’attenzione si concentra tutta sulla parola nemico, e tale termine centra in pieno la situazione di feroce barbarie in cui è precipitata l’umanità, tranciando di netto dal lessico della politica, della diplomazia e dei rapporti interpersonali vocaboli come amicizia, consonanza ideale, affinità culturale, fratellanza e solidarietà. Quando bussi alla mia porta, non ti chiedo chi sei, non mi importa che tu sia mio amico, mi ami e rispetti, mi basta che tu odi le medesime cose e persone che odio io: allora saremo alleati nella missione di distruzione dell’avversario. Una concezione dunque tribale della Storia, considerata attuale dall’autore della pellicola: essa si incarna nella maschera cerea, di un grigio funereo, appartenente allo spietato demone carnefice raffigurato nella parte inferiore del manifesto, la cui biografia il trailer riassume, rievocandone le tappe significative. Immagini di repertorio, interiviste dei testimoni, annunciano il reportage che ha per oggetto sicuramente un personaggio noto e realmente esistito ma soprattutto la spettrale personificazione del male che ha caratterizzato la storia del
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Se l’etica fosse un insieme di precetti stabiliti una volta per tutte e applicabile nella varie circostanze, non avremmo nessun bisogno di dotarci interiormente per affrontare il mondo di ciò che Kant definisce imperativo categorico: se cuore e ragione indicano spesso strade divergenti, eppure ugualmente giuste, all’individuo resta il peso di una scelta secondo coscienza, sacrificando comunque qualcosa e portandosi dentro il rimorso o il rimpianto. Eppure la legge morale è la sola lampadina accesa nella casa buia ed è ciò che allontana l’uomo dal mostro repellente e dai suoi peccati infamanti: Gone Baby Gone, diligente esordio alla regia dell’attore Ben Affleck, fedele all’intreccio e al contesto del romanzo di Lehane, ambientato nel bel mezzo del quartiere degradato di Dorchester a Boston e intitolato appunto La casa buia, trasforma la torbida storia di una bambina rapita a una madre tossicomane e promiscua in un aggrovigliato dedalo nel quale la coppia di detective alle prime armi, ingaggiata dagli zii della piccola per affiancare la polizia nelle indagini, Casey Affleck e Michelle Monaghan, interpreti un po’ troppo depurati dal fango in cui sono nati per avvoltolarsi in esso in maniera credibile, devono imparare ad orientarsi per trovare in se stessi il kantiano imperativo categorico che consiste nella volontà di operare secondo ciò che il loro giudizio individuale stabilisce come equo.
Il tracciato educativo non è lineare però per il semplice fatto che se gli infami nell’abiezione e nel vizio sono più o meno simili e tragicamente immutabili, il tratto peculiare dell’onesto è al contrario l’avere un’idea di onestà personale non sempre conciliabile con quella di un altro. Per questo colpi di scena e rivelazioni inaspettate in Gone Baby Gone non portano a una soluzione univoca, il lieto fine arriva sempre, non arriva mai, c’è e forse non c’è: al centro dell’universo sta una bambina di quattro anni, Amanda, ed è rispetto all’innocenza di lei che si pone il dilemma per lo spettatore su cosa sia bene e su cosa sia male. E nella conclusione sospesa a un futuro non conoscibile è racchiuso l’arcano della vicenda, la cui non facile ammissibilità per il buon senso comune Affleck volutamente accentua: il male si serve spesso di fini nobili per giustificare mezzi abietti, il bene raramente ha avuto dalla sua parte verità provate, se non le astrazioni inascoltate racchiuse nei tomi dei filosofi.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Il manifesto pone a tema gli inferni metropolitani,
PER SCHEDA, TRAILER, GALLERIA DI IMMAGINI TRAMA E CRITICA: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: la conclusione del film volutamente ambigua
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STELLE:***professionale. Invito alla lettura del bel romanzo di Lehane.
VOTO/BILANCIO: 6+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.25
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Esiste un luogo d’elezione per il nostro dolore, un posto cioè dove vorremmo essere quando lutti o eventi tragici ci colpiscono? Stanley ( John Cusack), protagonista di Grace is Gone, alla notizia della morte della moglie Grace, ufficiale dell’esercito in Iraq, prende le due figlie bambine, Heidi e Dawn, fa chilometri in autostrada, arriva dalla madre, sale nella sua camera di ragazzo, e lì, restato solo, si getta sul letto e piange: tra quella quattro pareti di una villetta piccolo borghese l’ex militare tradito dalla Nazione o dal destino ritrova se stesso, lì si infrangono definitivamente le illusioni, lì ciò che è stato non potrà mai più essere. Strouse, sceneggiatore di Lonesome Jim di Steve Buscemi e esordiente dietro la macchina da presa, di fatto relega negli angoli il dibattito sulla guerra in Iraq, su cui invece la recente cinematografia statunitense impegnata si è incentrata, e pone a tema del lungometraggio la casa o meglio le case dalle quali un’esistenza prende forma: vi è la casa di famiglia dove aleggia ancora il fantasma di Grace, vi è la casa giocattolo nel cuore del grande magazzino, dove si rinchiude la piccola Dawn, vi è ciò che sopravvive di una casa nelle note di una voce dalla segretaria telefonica o nei ricordi indelebili del passato e infine vi è la grande casa, quella che contiene tutte le altre,
Il percorso è ostruito da ostacoli, la meta si avvicina e si allontana di continuo fra deviazioni e scorciatoie: il sentiero è tutto interiore e la regia pudica di Strouse consente di intravedere il faticoso strascicarsi del procedere negli scatti nervosi, nei rari e scabri colloqui, nel tarpare le alti alle sdolcinature, nel consentire alle asperità caratteriale di affiorare e nelle lacrimevoli ricomposizioni, inevitabile tributo alla retorica dell’epitaffio. E alla fine la soluzione arriva ed è quella prevedibile, essendo l’unica possibile: la capanna nel reparto giocattoli concede un riparo dalla bufera non la resurrezione.
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CUORE: la casa giocattolo nel Centro commerciale dove si rifugia la piccola Dawn
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STELLE: ****toccante.
VOTO/BILANCIO: 7+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
L’espressione dell’uomo nel poster pare sorprenderlo in un momento di sospensione e di abbandono, una condizione di caos calmo per citare il film di Grimaldi a cui lo avvicina anche la storia di un capo famiglia costretto ad affrontare il lutto assieme alle due figlie bambine per la moglie morta nella guerra in Iraq: egli cammina con le mani in tasca, non ha più nulla da fare o da inseguire, e guarda a un palloncino azzurro in volo, unica nota lieta di un orizzonte i cui colori evocano la sabbia del deserto, il fumo e il bagliore delle armi. Evidente allora che la situazione raffigurata dal manifesto riassume un tortuoso percorso di rinascita e riscoperta, che consente al protagonista il recupero della grazia perduta, a cui allude il titolo( la grazia se ne è andata in italiano) e a cui fa pensare la distensione di un volto in parte ancora convalescente. Se c’è salvezza, non c’è però merito: il palloncino portato lì dal vento e il termine scelto, grace, mettono in rilievo la casualità degli eventi e la nessuna incidenza sui medesimi della volontà umana.
I sette minuti circa del trailer si soffermano su una tappa intermedia dell’ itinerario di formazione, la sosta in un hotel situato in una desolata periferia statunitense, nella stagione morta, evidenziata dalla rapida inquadratura iniziale sull’esterno dove spiccano gli ombrelloni del bar vuoto agitati dall’aria. Il minifilm è occupato interamente dalla sequenza nella piscina coperta: due bambine giocano allegramente dentro l’acqua azzurra, trasparente, e gli spruzzi sfiorano il padre seduto su una sedia a sdraio, come a volerlo scuotere dalla depressione resa evidente dall’asciugamano bianco con cui egli si avvolge la testa per espellere da sé il dolore provocato da una realtà insostenibile. La situazione si ripresenta quasi analoga, quando entrano nel locale una donna con un cuscino e un ragazzo con un libro in mano: lei si adagia sulla poltroncina, appoggia il capo sul guanciale e si addormenta, lui invece si avvicina alla piscina, cammina sul bordo, fa diversi giri, guarda le bambine giocare, si ferma, tentato forse di entrare dentro l’acqua con loro, poi rinuncia, torna alla sua lettura. La scena, significativamente esasperante nella durata, marca la barriera invalicabile che divide bambini e adolescenti dagli adulti: i primi condividono momenti di spensieratezza, si muovono, hanno curiosità di conoscere, gli altri sono catatonici, la coscienza del dolore li ha annichiliti. Tuttavia abitano lo stesso pianeta e si salvano e proteggono a vicenda…
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it