Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Jay Russel e lo sceneggiatore Robert Nelson Jacobs ricavano dal romanzo The Water Horse di Dick-King Smith, una garbata favola per famiglie, conservando del libro il titolo, ma mutandone la collocazione storica dagli anni
Una parentesi fiabesca, in un mondo ove gli esseri umani hanno smarrito capacità di rispetto e di ascolto: il racconto dell’anziano affabulatore non è necessariamente vero, ma la verosimiglianza non commisura la verità di un mito leggendario. E l’uovo trovato sulla spiaggia e allevato amorevolmente dall’apertura del guscio fino alla maggiore età da Angus( l’Alex Etel di Millions) persuade molto di più lo spettatore delle mirabolanti e chiassose creature che, artificiosa prosopopea di incubi o sogni ad occhi aperti, affollano i blockbuster hollywoodiani: il drago marino bisessuale dall’animo sensibile è esemplare unico e miracoloso di una specie preziosa ed incarna nella spontaneità delle reazioni la sacralità minacciata di un pianeta dalle risorse inesauribili. Fortuna che i bambini in riva all’acqua raccolgono conchiglie: i segreti degli abissi salveranno forse la terra….
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Il mostro dell’acqua è quello celebre di Loch Ness, ma gli abissi sono quelli delle Seconda guerra mondiale, periodo scelto da Russell e dallo sceneggiatore Jacobs per fare da sfondo alle pellicola. Nel poster infatti a costituire una minaccia non è il mitico dragone, raffigurato come da tradizione, bensì la tempesta e la nebbia che minacciano il cielo e il paesaggio sullo sfondo: il bambino e la gigantesca creatura navigando in mezzo al lago offuscato dalla nebbia su una fragile imbarcazione paiono proteggersi a vicenda.
PER SCHEDA, TRAILER, GALLERIA DI IMMAGINI TRAMA E CRITICA: cfr. www.cinematografo.it , www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: l’uovo trovato da Angus sulla spiaggia VERSUS l’occupazione dei militari
La rievocazione della leggenda da parte del vecchio che fa da cornice alla storia VERSUS la foto famosa e l’invasione dei turisti.
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STELLE ***gradevole con spunti interessanti; adatta a ragazzi, ma non disdicevole per adulti.
VOTO/BILANCIO:6/7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2/3
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
La scorsa estate la Mikado portò audacemente nelle sale Lupin III. Il castello di Cagliostro, film del 1979 del Maestro dell’animazione nipponica Miyazaki, rivisitazione di una nota graphic novel e di una serie televisiva e ci riprova quest’anno con Ken il guerriero. La leggenda di Hokuto trasposizione sullo schermo di un manga diventato in seguito telefilm di grande successo in Giappone. Si tratta in entrambi i casi di opere rilevanti dal punto di vista del recupero filologico o della contaminazione fra generi, squisitezze per cultori più che richiami per il grosso pubblico.
Eppure la pellicola di Imamura denuncia con poderosa plasticità l’ambiguo messianismo che caratterizza oggi come nel passato uno stato d’animo diffuso nella società evidente anche nel cinema attuale dei superuomini redentori in tuta: l’uomo comune è destinato a perire per il suo egoismo, solo l’individuo eccezionale, missionario di Dio sulla terra, può, martirizzando se stesso, salvarlo e riportare pace e civiltà nel mondo; insomma la condivisione del potere è il male assoluto, una monarchia universale saggia e illuminata è il bene, la prima porta con sé l’anarchia della barbarie e la guerra per il brutale asservimento degli uni sotto gli altri, la seconda farà rinascere prosperità e felicità per tutti.
Il manga di Buronson e Tetsuo Hara del resto disseppellisce l’epopea di una secolare tradizione di samurai, custodi fedeli degli antichi palazzi imperiali: il valore supremo sta nella tecnica di combattimento, custodita dalle scuole di Hokuto e di Nantu, ciascuna ha la propria stella protettrice nel cosmo, e la vittoria nel duello ai piedi della mostruosa piramide arride inevitabilmente ai puri di cuori, al nobile Kenshiro contro l’arrogante tiranno Sauzer.
In Ken il guerriero per lo spettatore, ignaro dei personaggi della saga fumettistica, molti dettagli sui loro legami restano oscuri, tuttavia è percepibile la malinconia di un eroismo post-moderno, languido e irrimediabilmente infermo, ove la candida armatura di una valorosa fanciulla dal cuore sensibile e triste, Neira, infrange clamorosamente il codice d’onore della virilità: il campione vincitore ha l’aspetto di un colosso di muscoli alla Stallone o alla Schwarzenegger ma le pieghe del volto disegnato rivelano l’angoscia di chi non potrà mai più riavere ciò che ha perduto e di chi dovrà vivere immerso in un universo devastato e disarmonico impossibile forse da decontaminare. La dissociazione fra fisicità dirompente e interiorità tormentata corrode la monumentalità dei fieri combattenti: la lotta di ciascuno è non tanto con il nemico armato, quanto con i fantasmi personali e con i conflitti irrisolti. Complementare alle virtù nelle arti marziali è il sacrificio delle tante vittime innocenti e generose e il privilegio del predestinato include il dolore della coscienza: persino la malvagia fenice di Nantu condannata a mai più risorgere dice al suo assassino” sono contenta che sia tu..”
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Manifesto e titolo rimandano immediatamente a un manga di culto creato nel 1983 dalla coppia Buronson e Tetsuo Hara, diventato già un film e una seguitissima serie Tv in Giappone: il film ne riprende personaggi, situazioni e tematica. Il ritratto del feroce e giovane guerriero armato di tutto pugno tutto proteso nell’attacco contro il nemico è già eloquente anticipazione dello spirito anti-disneyano e post moderno delle pellicola di Imamura: non è più epoca di favole e di buoni sentimenti, l’umanità è precipitata nella barbarie, da cui può essere salvata solamente dall’energia benefattrice degli eroi dalla forza e dal coraggio erculei. Forse non esistono neppure più i bambini puri, a cui i cartonisti potrebbero dedicare le loro opere: corruzione e devastazione si riflettono nella deformazione di storie animate dominate dalla violenza, la medesima che caratterizza il cinema e la musica pop. Ecco dunque un poster che richiama da un lato i campioni muscolosi tutto d’un pezzo alla Stallone e dall’altro i bagliori psichedelico del rock.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
CUORE: la mostruosa piramide con la scala infinita ove dopo il sacrificio del martire cieco Shu avviene lo scontro definitivo fra Kenshiro e Sauzer.
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STELLE: ***per i cultori del manga; per gli altri resta il fascino cupo di una favola apocalittica per adulti.
VOTO/BILANCIO: 6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2.50
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Il poster del film di Werner Herzog Invincibile, presentato a Venezia 2001 e proposto solo ora agli spettatori italiani durante la stagione estiva, raffigura una sorta di seduta spiritica, con la particolarità però che il fantasma evocato pur con il volto nell’ombra è presenza viva, sta al centro del tavolo e le mani degli anonimi partecipanti al rito si tendono verso le sue: è lui l’invincibile del titolo, un mago illusionista? La figura del prestigiatore potrebbe alludere al politico demagogo, ipnotizzatore e incantatore delle masse: infatti il trailer, definendo nelle linee generali la trama delle pellicola ambientata nella Germania del 1932, lega nazionalsocialismo ed essoterismo, ragazzi in divisa e un palcoscenico illuminato destinato all’esibizione di prodigi e fenomeni vari. La storia è quella, realmente accaduta, dell’ “uomo più forte del mondo”, un ebreo polacco, Jouko Ahola. diventato un’attrazione del “palazzo dell’occulto di Hanussen” dove si mostrava travestito da eroe germanico di nome Sigrifid assieme alle ballerine e a un ambizioso illusionista qui interpretato da Tim Roth, che aspirava a diventare “ministro dell’occulto” di Hitler. Le immagini del trailer sono di fatto speculari a quella della locandina: L’Ercole selvaggio incontaminato compie il viaggio d’andata dalla campagna alla città corruttrice, tentato dalla scintillio della fama, e alla fine torna alle proprie origini, si libera dei nefasti condizionamenti con gesto liberatorio della dita. Pertanto “invincibile” si riferisce alle lusinghe del potere ma anche all’indole che cerca in sé la forza di resistergli. Una sfida impossibile per l’indole eccezionale di una personalità outsider: viene in mente la lotta eroica contro un orso del protagonista di Grizzly Man, l’ultimo lungometraggio di Herzog comparso fugacemente nelle nostre sale. Qui comunque la vicenda si presta ad assumere le vesti di un drammone televisivo in costume: per questo incuriosirebbe verificare su quale fondamento si poggi la critica mossa dai più al regista di documentari considerati capolavori dai cinefili di aver realizzato un’opera sostanzialmente piatta e cosa sia sopravvissuto del talento dell’autore di Fitzcarraldo.
Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e critica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Come scomparirà la vita sulla terra? Magari una meteora ci sorprenderà addormentati e senza accorgercene passeremmo dolcemente dal sonno alla morte: lo sterminio della razza umana cosi concepito ricorda la fine inconsapevole che secondo i poeti antichi definiva il trapasso dalla mitica età dell’oro alla crudele barbarie delle epoche successive. Noi uomini dell’età del ferro al contrario ci massacreremo con le nostre stesse mani, e l’assistere ad occhi aperti allo spettacolo della nostra autodistruzione, sarà il castigo degno dei nostri peccati: film come 28 settimane dopo, sequel delle pellicola di Danny Boyle 28 giorni dopo del 2003, affidato al regista spagnolo emergente Frenasdillo( Intatto), provano in maniera esemplare come il rimpianto per un’ideale stato di natura e il senso di colpa per averlo tradito siano il vero corroborante del filone catastrofico e antiutopistico. Cogliere del resto nel lungometraggio un riferimento all’Irak sarebbe depauperarne in uno scontato e generico pacifismo il messaggio assai più allarmante. Con perfida abilità l’autore infatti intreccia l’ossessione immaginifica di una Londra deturpata e decimata dalla peste letale e invasa dagli zombie affamati con la prassi contemporanea dell’occupazione in territori ostili di un esercito straniero, come a dire allo spettatore che la presenza invasiva e da più parti invocata della armi comporta sempre e comunque la soppressione di una civiltà, ne è causa e conseguenza insieme: la pellicola pedina senza cedimenti o digressioni superflue un manipolo di sopravvissuti, fra cui un nucleo famigliare disgregato dall’abbandono e dal senso di colpa prima, dal virus poi, in fuga all’interno di un labirinto fumoso e buio, guidato dal caso provvidenziale e dall’aura protettrice della fanciullezza, unica speranza di rinascita.
Niente di nuovo nell’intreccio, evidente l’impronta del lungometraggio di Cuaròn I figli degli uomini, tuttavia qui l’ossificazione categorica di psicologie e dialoghi amplifica l’elemento perturbante ovvero la restituzione dell’atmosfera claustrofobica percepibile oggi nelle metropoli di occidente : i motivi sono innumerevoli, terrorismo, microcriminalità, AIDS, e la deformazione del paesaggio urbano provocata dalla paura è qualcosa di più di una metafora fantascientifica.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Il titolo rivela chiaramente il sequel di 28 giorni dopo di Boyle, nel quale si immaginava una Londra devastata e spopolata da un virus letale: la marca temporale si riferisce alla fine del mondo, al dopo la catastrofe, prevedibile ed estrema conseguenza dei mali attuali. Ci si può chiedere perché sia stato scelto il numero
CUORE: Londra
PER SCHEDA, TRAILER, GALLERIA DI IMMAGINI TRAMA E CRITICA: cfr. www.cinematografo.it , www.mymovies.it e www.filmtv.it.
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STELLE *** niente di veramente nuovo, ma l’angoscia è palpabile.
VOTO/BILANCIO:6
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
In una scena madre di Hellboy: the Golden Army il principe elfo ribelle Nuada dalla cima di un grattacielo tenta di persuadere il coriaceo campione rosso dei fumetti di Mike Mignola ad abbandonare la razza umana al suo destino, facendo leva sulla non conformità di lui ai canoni estetici e comportamentali della medesima: Hellboy lo ignora e uccide il gigantesco mostro aggressore, ma la cosa non sorprende molto, giacché gli universi plastificati e favolistici concedono al loro popolo tutt’al più passaggi di campo per vendetta e molto raramente l’oscillazione del dubbio; contravviene invece, seppure con tatto, le regole del genere il fatto che la creatura deforme fuoriuscita dalle fogne per fare strage, una volta soppressa, si trasformi in una magnifica aiuola che allieta il centro di Manhattan.
Eppure è esattamente stupore e meraviglia per la strabiliante mitologia dell’immaginario fantastico lo stato d’animo che Guillermo del Toro vorrebbe trasmettere: in effetti non si dubita mai che la furiosa battaglia fra sotto e soprasuolo fuoriesca dai confine della finzione ludica, la tensione non è neppure latente, e, nel momento in cui la minaccia incombente sul pianeta del risveglio dei titani d’oro si concretizza, una frase rivelatrice di Nuada, “ con la nostra morte, il mondo diventa più povero” stempera del tutto la paura nell’ironia, pirandellianamente concepita come sentimento del contrario. Si intende dire con questo che Hellboy: the Golden Army è un’esibizione quasi festivaliera di figure e situazioni consacrate da decenni di letteratura fantasy, cinema e fumetti, il cui scopo è far riflettere su quanto sia stato poco sano l’avere considerato tale enciclopedico patrimonio una parte del tutto marginale della natura umana, un bizzarro fenomeno da baraccone, e di averlo conseguentemente costretto in una silenziosa acquiescenza consegnando il mondo all’omologazione tirannica e perniciosa della tecnologia e del profitto: cosicché nella mirabolante esuberanza di forme del mercato dei Trolls si specchia la grigia uniformità dell’outlet e l’ineducato e sboccato detective alla Bogart bevitore di birra, a cui i passanti gridano “ quanto sei brutto”, in continua lite con la fidanzata pirocinetica, nella spontaneità incontrollata delle reazioni è allegramente speculare all’impassibile funzionario di polizia, burocrate affascinante, scienziato algido calcolatore di dati che imperversa nelle serie televisive attuali.
Una parodia antiepica e a tutto campo dunque dalle velleità sentimentali borghesi, ove il cozzare dei pugni e i duelli in stile wuxia sono rilassante svago da languori intimi dilaceranti: l’Angelo della morte profetizza l’apocalisse, il sacrifico della vergine, pateticamente immolata alla causa, determina l’esito della scontro, paternità e matrimonio sono dietro l’angolo per il giustiziere, simpaticamente repellente allo Shrek, e la tregua provvisoria di una fine accomodante congeda lo spettatore. Lo si può dire comunque anche così: quando ci si aggira fra le stradine dell’outlet basta dare un’occhiata ai manifesti della multisala, dove pupazzi rossi con le corna mozzate continuano imperterriti a fornirci salvezza in lattina.
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CUORE: la metamorfosi del mostro verde soppresso da Hellboy in una magnifica aiuola nel centro di New York
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STELLE:***ottimo per gli amanti del genere
VOTO/BILANCIO: 6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3.50
Una creatura spettrale irrompe nello scintillante ed elegante salone di una casa d’aste ed è l’inizio della rivolta della notte contro il giorno, delle tenebre contro la luce, del deforme contro il bello, della morte contro la vita. Fin dalla prima scena dunque il trailer individua nello scontro fra universi contrapposti le scarne linee dell’intreccio: la battaglia si svolge lungo le strade di una metropoli e lo sconvolgimento del paesaggio urbano è funzionale all’esibizione di virtuosismi ed effetti speciali, con la conseguenza che lo spettatore non si trova mai in una città realisticamente connotata ma in un ambiente artefatto visibilmente miniaturizzato per entrare nella scatola dei giocattoli, modellato su una Manhattan da cartolina.
Se non dobbiamo dunque aspettarci nulla di nuovo dal punto di vista delle trama e del contesto, il primo approccio con Hellboy. The golden age conferma come al regista messicano Del Toro stia a cuore soprattutto far vivere sullo schermo forme stravaganti di esistenza, nate dalla fantasia di un disegnatore di fumetti o da quella di una bambina brutalizzata da un carnefice nazista, come ne Il labirinto del fauno:
Per trama, trailer, galleria di immagini e scheda tecnica: cfr.www.cinematografo.it, www.mymovies.it e www.filmtv.it
Piacevole per chi ha amato la saga fantasy di Pullman Queste oscure materie ritrovarne personaggi e avventure nella cauta riscrittura cinematografica di Chris Weitz, regista americano, cresciuto in Inghilterra, autore con il fratello Paul dell’irriverente American Dreamz: la visione del bene e del male, scaturita dal libro è, volendo, eversiva ed antistatalista, in quanto il primo è l’universo con le sue infinite forme di vita, il secondo è l’arbitrario dominio su di esso di una verità unica stabilita da una casta di sacerdoti tiranni raggruppati nel cosiddetto magisterium. Dunque l’antico conflitto fra relativismo della natura e dogmatismo delle legge dà al tradizionale schema della favola una patina di verosimiglianza storica o di attualità, rivestendo dei panni degli eroi benefattori coloro che, popoli,animali o creature fatate, vivono da esuli ai margini della città, e assegnando il ruolo dei carnefici a coloro che al contrario, frequentando ambienti esclusivi e indossando abiti d’alta moda, velano con i fasti di una luccicante neo belle epoque le nefandezze della miseria e i lager per fanciulli. Niente di più chiaro per noi, abitanti di un mondo ove la forbice fra ricchi e poveri è sempre più ampia e un edonismo istintuale unito a un ossequio puramente formale a valori indiscussi ed eterni ha sostituito l’etica del dubbio e la concezione della giustizia come oggetto di indagine piuttosto che certezza assolutistica.
Comunque la pellicola, prudentemente o saggiamente, si limita a rispettare lo spirito del romanzo, dando l’eloquenza delle immagini e un ritmo efficacemente narrativo alle idee basilari, senza spingere lo spettatore nella direzione di un’interpretazione politica o morale e nel contempo senza negargli gli appigli per una chiave di lettura ideologica. La bussola d’oro, prima puntata della trilogia, è infatti un film di spazi aperti contrapposti a imponente cattedrali, cupole, torri di controllo dalle ampie vetrate da cui la teocrazia al potere con i simboli, insegne e divise controlla il globo: nei vicoli nascosti, nell’acqua dei fiumi percorsa dall’etnia dei giziani, nelle pianure innevate e deserte i ribelli hanno un habitat naturale, giacché l’anarchia dei nomadismo zingaresco opponendosi alla gerarchizzazione della sedentarietà urbana sarà in grado di infrangere le barriera fra cosmi diversi per raggiungere il cielo perfetto, dove la convivenza fra verità ed esseri costituisce armonia impareggiabile. Un paradiso perduto, da cui proviene una misteriosa povere e di cui sopravvive la coscienza nei daimon/animaletti metamorfici dei bambini e in una antica bussola l’oro, chiamata appunto misuratore di verità, considerato che se non esiste una verità definitivamente acquisita occorre uno strumento che ne stabilisca volta per volta e per ognuno la genuinità e l’innocenza. Ovvio che a rimetterlo in funzione sia la generosità e l’intraprendenza dell’undicenne, Lyra, che ai privilegi ovattanti garantititi dall’algida e sinuosa madre Nicole Kidman, antepone la salvezza e l’energia di un anima in pericolo costante di immobilismo, la potenza esploratrice del pensiero e infine un’educazione non coercitiva e tarpante: La bussola d’oro non è del resto il David Copperfiled di un universo parallelo al nostro?
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: The Golden Compass(tiltolo in inglese) è il tradizionale strumento magico che aiuta l’eroina della favola a sconfiggere il Male: lo si vede nel poster sotto il titolo scritto in oro, ed è chiaramente una bussola, una guida per indicare la giusta direzione e per fare luce nell’universo nebbioso e cupo che invade la parte superiore della locandina, riassumendo le peripezie della giovane eroina sul regale orso bianco. Nella saga fantasy di Philip Pulmann, Queste oscure materie, da cui è il film stato tratto, si chiama l'Alethiometro ovvero l’indicatore di verità.
CUORE: l’Alethiometro, ovvero il misuratore di verità. La maggior parte delle verità conclamate infatti sono menzogna e non reggerebbero alla prova del magico strumento.
PER SCHEDA E TRAMA: cfr. www.cinematografo.it o www.mymovies.it o www.filmtv.it
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STELLE *** favola piacevole con spunti di riflessione. Esperienza gradevolissima per i lettori di Pulmann.
VOTO/BILANCIO:6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Alexandra, l’opera del regista russo Sokurov, presentata a Cannes
Un universo frantumato dunque, ove la fanciullezza ha la faccia truce di un futuro terrorista, vendicativo carnefice, su cui rimbalza l’angoscioso interrogativo dell’anziana cecena:”a che serve la cattiveria?”. E qui siamo forse al nodo di Alexandra ovvero l’urgenza insoddisfatta di dare una logica alla malvagia della Storia da parte di chi da secoli ne è vittima: animano così lo scabro scenario esclusivamente i buoni, i vinti di sempre, le donne, le madri e le nonne, quelle che sanno riconoscersi da subito sorelle e trovare il gesto solidale da anteporre al sordido mestiere delle armi. La violenza fa parte dell’esistenza e non solo in battaglia, ma la tenerezza muliebre la avvolge di un velo di malinconia ed impotente dolcezza: nel passato di Alexandra c’è una vita familiare crudele e la brutalità dell’esercito russo aggressore fuori dalla tende del campo si recepisce, si respira nell’aria, eppure è lontana, attutita dal pigolio strascicato della voce e dai passi incerti sulla palizzata della fragile vecchietta.
Se gli innocenti stanno in primo piano, del tutto assenti sono i potenti, le cause umane determinanti: i grandi, si chiamino Stalin, Hitler, Hirohito(o Putin, Bush o Bin Laden) vivono reclusi nei loro palazzi incantati e i castelli isolati in cima alla montagna, penetrati da Sokurov in capolavori quali Moloch, Taurus, Il sole, sono frutto di una magia altrettanto incomprensibile e deturpante di quella che trasfigura in un locus horridus le Cecenie di ogni tempo. Sovrani e sudditi abitano dimensioni parallele e tra loro incomunicabili: i moti insignificanti degli uni ricadono sugli altri, mutando di forma e aspetto, e l’unico elemento assimilante, nella filmografia di Sokurov, è l’affiorare di una pallida luce e l’agonizzare lento dei colori; forse il lume si accenderà appena un istante prima di morire, quando, nel momento dell’ultimo addio, l’aria sarà intrisa del ricordo del meraviglioso odore degli uomini in riposo.
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LOCANDINA E TITOLO: Il n evidentemente in Russial film e iosito, forse impietosito.e ragioni, una spiegazionea strada o di un senitiero e in quel b Il poster rimanda a un paesaggio sommerso dalla neve tipicamente russo, ma snaturato dalla guerra sullo sfondo: un gruppo sparuto di militari cammina a caso, senza seguire le tracce di una strada o di un sentiero e in quel bianco abbagliante incontra una vecchia, un viso tenero di nonna l’Alexandra del titolo, che li interroga con lo sguardo sbigottito cercando da loro una qualche spiegazione, ma solo uno si volta forse impietosito, forse impotente…
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CUORE: il palazzo sventrato nel centro di Grozny VERSUS le trecce di Alexandra e l’odore meraviglioso del corpo del nipote.
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STELLE: ****la guerra vista dalle vittime di sempre, donne, anziani ed adolescenti.
VOTO/BILANCIO: 8
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.25
2- coerenza logica, stile di regia: 4.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Le foto del poster e il trailer fanno pensare al messaggio lasciato sul fondo di una bottiglia dall’umanità che popolava la terra all’inizio del secolo appena trascorso, ovvero esattamente 100 anni fa: vi si preannuncia la futura fine del mondo, fine che è già avvenuta, giacché non c’è assolutamente nulla che possa fare pensare alla sopravvivenza del presente. La minipellicola racconta del maldestro tentativo da parte di uno scienziato goffo, dr.Plonk( Plonk nel linguaggio dell’informatica è l’eliminazione di un utente o di un argomento in un newsgroup) di salvare l’umanità dalla catastrofe imminente saltellando nel tempo dentro un rudimentale e fumoso scatolone, ma al di là della lettera il viaggio in avanti del bizzarro inventore non è altro che un ritorno alle origini e ai Maestri pionieri della settima arte, quali i fratelli Lumiére e Meliès, con una galleria di immagini simbolo quali l’uscita dalla fabbrica degli operai, il treno sui binari, la magia, i congegni giocattolo, la mimica stralunata,le bastonate, i capitomboli e i burattineschi personaggi alla Charlie Chaplin, le didascalie al posto dei dialoghi e il rigoroso bianco e nero. La ricostruzione filologica assume inevitabilmente le vesti di una comica di Harold Lloyd e Buster Keaton dal respiro brevissimo, reperto archeologico di un’età d’oro sepolta.
Data la scarsissima visibilità delle pellicola nelle sale italiane, dovremmo accontentarci dell’antipasto, tuttavia ci pare sufficiente per decodificare il senso dell’operazione intellettualistico/virtuosistica messa in atto dall’eccentrico regista australiano Rolf De Heer: il cinema ha tradito la sua duplice vocazione di rappresentare la realtà( Lumiére) o di esserne alternativa fantastica( Mèlies); “il cinema non ha futuro” diceva Antoine Lumiére, e, a quanto pare, ha avuto ragione. Peccato che opere come il Dr.Plonk nel loro distruttivo entusiasmo affermino esattamente il contrario: si ha ragione di odiare, ciò che si ha ragione di amare.
Per trailer, foto e scheda tecnica: cfr.www.cinematografo.it , www.mymovies.it, www.filmtv.it
La specie uomo è scomparsa, al suo posto ovunque organismi geneticamente modificati e adattati al totalitarismo mediatico predominante, replicanti in cui la coscienza residuale del male e del bene è un alimentatore artificiale indispensabile alla costruzione dell’identità simulata senza la quale il meccanismo coercitivo si inceppa: per averne la prova, è sufficiente isolare due persone nella stessa stanza, una di sesso femminile e l’altra di sesso maschile, entrambi eterosessuali e infelici, e verificare nel microcosmo esemplare l’agonia nelle reazioni e nei comportamenti della natura e l’annientamento dei concetti di intimo, di malattia e di dolore. L’altro, il vicino, l’ospite, il potenziale amico o amante è diventato pubblico senza volto, le confessioni esibizioni e le conversazioni confidenziali interviste.
Interview intitola appunto così Steve Buscemi il suo omaggio/remake al cineasta olandese Theo Van Gogh. pronipote del pittore e assassinato da un pazzo per aver criticato il maschilismo islamico nel corto Submission: part 1: la pellicola infatti nel suo schematismo estremistico mette in luce come l’invadenza esasperante nel linguaggio quotidiano dei mass media abbia svuotato internamente la libertà d’espressione, sottraendole i contenuti, nel furto dei quali si è complici e vittime nello stesso tempo. Il loft newyorkese nel quale il giornalista politico Pierre/ Buscemi è costretto a stare faccia a faccia con la stellina della TV e del gossip Katya/Miller non si trova a una distanza siderale dalla piazza virtuale che arma la mano del fanatico estremista o muove la matita del cittadino elettore ed è proprio tale subdola contiguità climatica a costituire l’aspetto allarmante della logorroica performance dei due attori nello statico apologo: punti di vista, tragedie individuali e ruoli, depauperati dal contesto umano, sono offese meritevoli di sberleffo sprezzante, di ricatto, vendetta e, in molti casi addirittura di assassinio; stare insieme, per poche ore o una vita intera, per le strade di una metropoli o al chiuso in un confortevole salotto, significa allora torturarsi in una estenuante schermaglia verbale o fisica a cui cultura, classe sociale o modelli introiettati danno o sottraggono dignità e impeccabilità formale. Argomentazione logica di un pensiero, disponibilità all’ascolto, comprensione e infine attrazione erotica appartengono a un passato irrecuperabile: la verità magari è al fondo di una bottiglia, che nessuno ha più sete a sufficienza per vuotare.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Il poster con il volto dei due attori che giganteggia in primo piano e il titolo sintetizzano in modo esemplare il contenuto del film: la donna avanti con un obiettivo in mano e l’uomo dietro di lei sono evidentemente avversari, e i loro rapporto sono come le mosse di una partita a scacchi dall’esito imprevedibile.
CUORE: le confessioni vuote al registratore di Pierre e Katya.
PER SCHEDA E TRAMA: cfr. www.cinematografo.it o www.mymovies.it o www.filmtv.it
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STELLE **apologo interessante, ma statico.
VOTO/BILANCIO:5
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 2.
Quando, vestito di un bianco abbagliante, il sarto gay da cui in forma di ricordo intervista scaturisce la vicenda di Corazones de mujer si chiede“Perché voglio diventare una donna?” e si risponde “Perché è meraviglioso” viene da controbattere…insomma! Il film è dedicato in realtà al cuore umano e il cuore, per tradizione e Storia, in quanto ricettacolo palpitante di sentimenti ed affetti, è di genere femminile e non maschile: in Occidente l’evoluzione dei costumi ha mescolato le carte, ma in altre parti del pianeta la cultura è ancora imperniata di maschilismo. Davide Sordella e Pablo Benedetti, già coautori di Fratelli di sangue, in una pellicola volutamente naif nata da un incontro in un locale marocchino torinese, si propongono di rappresentare la difficile convivenza in una metropoli italiana del terzo millennio fra accettazione e paura di fronte a stili di vita nuovi e antitetici a quelli conformi a usi secolari: la questione riguarda soprattutto gli immigrati maghrebini e per raccontarne il gravoso percorso di scoperta dei diritti individuali e di liberazione i registi si nascondono dietro uno pseudonimo, Kosoof, che in arabo significa appunto eclissi, e affidano agli stessi protagonisti, Shakira un bellissimo travestito, stilista arabo nella capitale sabauda, e Zina, una ragazza che prima di sposarsi deve tornare vergine, interpretati da attori non professionisti, l’onere di farsene testimoni.
Tra Torino e Casablanca c’è di mezzo il mare dei pregiudizi e dei sensi di colpa e l’uomo e la donna, solidali nell’emarginazione, devono, appoggiandosi l’uno all’altra, attraversarlo, per essere parte consapevole di una civiltà eclettica e viva, dove trasgressione e creatività vanno a braccetto: viaggio di iniziazione dunque che ha proprio nella memoria cinematografica il veicolo privilegiato. La strana coppia si muove su una Spider Alfa Romeo rossa e la prima tappa è l’albergo di Almeria dove ha dormito Sergio Leone: l’auto è la stessa guidata da Dustin Hoffman ne Il laureato del 67, un testo sacro della contestazione degli anni 60-70, di cui Corazones de Mujer segue le impronte, indicando decenni più tardi e in un contesto etnico quasi speculare, la necessità di infrangere barriere mentali e psichiche nonché schemi e regole sociali per creare condizioni di esistenza più consone ai bisogni umani.
Purtroppo l’appiattimento sugli stilemi del cinema-verità e l’effetto da videoclip condensati a forza nella tragicommedia alla Almodovar smorzano irrimediabilmente l’equilibrio e la compattezza che l’iter interiore dei due protagonisti avrebbe sicuramente meritato: così l’immersione nei luoghi di origine si ferma a fior d’acqua, concretandosi in un collage senza risonanza di flash e di episodi buffi, come quello del taxista appoggiato alla Mercedes, o tragici, come il pestaggio di Shakira o l’incontro con il figlio non riconosciuto, sentito al telefono, intervallati a caso da confessioni e immagini simbolo, quali il pesce morto sulla spiaggia e la comunità ridente di vecchi nel villaggio marocchino che lamentano la perdita graduale di memoria, l’unica possibilità di recupero per chi ha perso per sbaglio la verginità e vorrebbe riaverla, azzerando il contachilometri e rifacendo il rodaggio.
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CUORE: il pesce morto sulla spiaggia VERSUS i vecchi del villaggio che ridono perché la loro memoria svanisce e la morsa delle tradizioni si allenta
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STELLE: ** Il viaggio di un sarto gay e di una promessa sposa maghrebini da Torino a Casablanca per liberarsi della proprie radici, raccontato in stile naif, da videoclip.
VOTO/BILANCIO: 4.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia: 2
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
Travestimenti e identità multiple in una terra sconfinata, dove si corre dietro con allegria su una vecchia spider rossa l’immagine più autentica di se stessi in fuga, paiono connotare il trailer e il cartellone colorato del manifesto: un uomo travestito da donna in un bellissimo abito da sposa parla agitando una specie di scettro, il mare tra Torino e un Oriente, sospeso fra riti ancestrale e deserto,, gli autori italiani Davide Sordella e Paolo Benedetti, che si eclissano dietro lo pseudonimo Kiff Kosoof ( in arabo significa appunto eclissi) e la scanzonata licenza dello spagnolo nel titolo evocano oltre alle tragicommedie di Almodovar un universo privo di confini e di ruoli, dove le parole sono musica suggestive piuttosto che etichette inamovibili.
Per trama, trailer e scheda tecnica: cfr.www.cinematografo.it o www.mymovies.it o www.filmtv.it
Per trama, trailer e scheda tecnica: cfr.www.cinematografo.it o www.mymovies.it o www.filmtv.it
La chiave di lettura di La guerra di Charlie Wilson viene affidata dallo sceneggiatore Aaron Sorkin a una battuta del senatore texano Charlie Wilson/Tom Hanks, pronunciata nel talamo di una opulenta villa dopo un convegno erotico, alla miliardaria, fervente anticomunista, Joanne Herring /Julia Roberts: “Tu sei Elena di Troia”. Il riferimento è impreciso, eppure calzante: la bellissima moglie di Menelao, fuggita con l’amante Paride o da lui rapita, fu considerata per secoli la colpevole della sanguinoso conflitto greco troiano, immortalato nei versi di Omero, ma qui il fuggevole accenno all’eroina sexy del mito, tradisce l’intento ferocemente satirico della pellicola di Mike Nichols, del resto tratta da una vicenda reale e ispirata al best seller di George Crile, Charlie Wilson's War: The Extraordinary Story of the Largest Covert Operation in History. Il lungometraggio è tutto costruito infatti sulla demitizzazione a più livelli delle cause ideali che dovrebbero giustificare una guerra agli occhi dei popoli che vi sono coinvolti: gli alleati di oggi, i Talebani che negli anni
Per illustrare affilandole le armi del pamphlet antibellico La guerra di Charlie Wilson sfrutta la forma lieve della commedia, cosa che gli consente di giocare abilmente su un indubbio paradosso: a Washington fra camere da letto, segretarie sexy e festini in vasche idromassaggio, le guerre si simulano o si vedono in scala ridotta e plastificate sugli schermi televisivi, in Afghanistan( o in Iraq o ovunque) invece si muore, si è mutilati per sempre e città e paesi vengono devastati; il culmine della beffa è però il fatto che a determinare motivi, inizi ed esiti della guerra vera sia quella simulata i cui strateghi, invisibili e scoperti, sono farseschi personaggi da operetta. Comprensibile così che la conversione di Charlie Wilson da macchietta incoronata a politico lungimirante, quando propone di stanziare fondi per costruire scuole, sia strozzata sul nascere: tertium non datur, neppure se si è Elena di Troia.
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LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: Il senso del titolo è che le guerre non vengono combattute per l’interessa di un Popolo, come sostiene la retorica ufficiale, ma esclusivamente per questioni meramente individuali: il poster infatti pone in alto la fotografia eloquente di un politico, una donna dell’alta società e una spia atipici. Un’ accordo segreto fra questi tre personaggi bizzarri è la causa prima degli eventi reali che il film racconta ispirandosi al libro "Charlie Wilson's War: The Extraordinary Story of the Largest Covert Operation in History" di George Crile, riassunti sinteticamente dai proiettile in basso: il deputato texano Charlie Wilson spinge il Congresso Usa a finanziare negli anni
CUORE: la battuta di Charlie/Hank a Joanne/Roberts: “Tu sei Elena di Troia”.
PER SCHEDA E TRAMA: cfr. www.cinematografo.it o www.mymovies.it o www.filmtv.it
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STELLE****accorto pamphlet antibellico
VOTO/BILANCIO: 7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.25
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4