Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
In 12 di Nikita Mikhalkov, rilettura di un classico USA del 53 girato da Lumet, la tensione non ha un punto di riferimento unico, in quanto non scaturisce, come in un convenzionale legal thriller, dall’ansia di sapere se il giovane ceceno è colpevole o innocente del crimine di omicidio di cui viene accusato: mentre la pellicola scorre, un presentimento vago si precisa e si trasforma nella paura di trovarci nel bel mezzo di un big bang e il climax ansiogeno genera la sensazione che gli appigli a cui l’umanità si aggrappa per fermarlo siano illusori. Un radicale nichilismo, recuperato dalla grande tradizione letteraria russa, pervade il lungometraggio: la razionalizzazione delle cause di un evento, su cui si basa la possibilità di raggiungere la verità e di sottoporvi scrivendola
E’ una tesi, eppure 12 non è un film a tesi, anzi si incentra sull’irrefutabilità di un paradosso :”tutti facciamo parte di uno schema, ma ciascuno a modo suo” dice uno dei giurati, ed è precisamente quello che ha avuto in mente Mikhalkov. Sul dettaglio rivelatore si atrofizza la visione d’insieme, un pianissimo di violini risponde al fragore dell’orchestra: mentre i 12 giurati ricostruiscono la scena del crimine, un uccellino entra per caso nella palestra in cui sono rinchiusi , si dibatte, cinguetta, uscirà dalla prigionia forzata, quando qualcuno si accorgerà di lui, ne avrà compassione, aprirà i vetri, per quanto fuori infuri la tempesta e neve e pioggia battente oscurino il cielo. Nella metafora viva l’analogia è scoperta: l’uomo spasima impazzito in una danza frenetica all’interno di una gabbia, la cui alternativa è il caos.
Emettere una sentenza di colpevolezza o innocenza è esercitazione di pura retorica o futile intrattenimento per un eventuale reality dal beffardo titolo “Il pianeta del bene”: non ci sono che vittime o di un contesto sociale malato o di se stessi e delle colpe altrui non possono esistere che giudici incoscienti. Di tale incompetenza i personaggi convocati a pronunciare un verdetto unanime in 12 sono esemplari, alla maniera però dell’umanità che popola i romanzi di Dostoevskij o i racconti di Checov: essi si raccontano e i loro monologhi laceranti sgorgano, a mo’ di sangue, dalle lesioni sepolte nei recessi dell’inconscio non facilmente esplorabili, tanto meno riassumibili in una teoria astratta. Si è inflessibili non perché equi, ma perché coinvolti: il taxista, carnefice del suo stesso figlio, lotta con i propri rimorsi, l’attore saltimbanco a fronte delle risate becere del pubblico incolto ricorda ossessivamente il sorriso ottenuto dalla nonna agonizzante, l’ebreo nella cronache familiari riscopre l’imprevedibilità delle cose del mondo. Il relativismo etico annulla le differenza fra etnie diverse, fra ricchi e poveri, fra comunisti e capitalisti, fra guerriglieri e ufficiali di Stato, fra scenari di guerra e di pace, e stabilisce il primato della pietà sulla legge: se si ascoltano i battiti del cuore, si tira una riga nera sopra i codici secolari dei saggi, si aprono le finestre e l’anima vola chissà dove…
------------------------------------
CUORE: l’uccellino
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE: *****il ritorno del grande autore di Il sole ingannatore e di Oci ciornie.
VOTO/BILANCIO: 8.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Il regista russo sigilla la sua rilettura di una pietra miliare della cinematografia Usa, La parola ai gurati (1957 Sidney Lumet) con il suo stesso volto nel manifesto e ad incipit del trailer, a garanzia dell’anima autenticamente russa del film: le scheggiature della cifra in basso e il coltellino con l’uccello che vi cammina sopra, si potrebbero leggere come una rivisitazione del simbolo classico della giustizia, ovvero della bilancia che imprime una direzione irrevocabile al destino degli uomini, la lacerazione violenta di una lama o il canto assolutorio. Ma l’animaletto non sta fermo, cammina su e giù in difficile equilibrio, facendo spostare continuamente il peso: l’oscillazione e l’instabilità cancellano la certezza. Il numero pari ne è conferma: la giuria, chiamata a emettere il verdetto, potrebbe spaccarsi a metà e non ci sarebbe giudizio risolutivo in senso assoluto.
Il trailer individua poi nel personaggio maturo e con una veneranda barba, richiamo ai ritratti di scrittori russi celebri quali Tolstoj e Dostevskji e significativamente interpretato dallo stesso regista, il motore drammatico della pellicola, in quanto assertore del dubbio: egli sta seduto a capo tavola assieme a una giura ideale di 12 persone diverse e si colloca al centro di una discussione animata per decidere sulla colpevolezza e sull’innocenza di un giovane ceceno. I tre minuti circa del mini film pongono a tema il conflitto insolubile fra l’astrazione di un luogo chiuso, la palestra, dove avviene il dibattito, e lo spazio concreto e senza confini netti della Storia e delle realtà individuali: la folle danza di un bambino accerchiato dai militari e di un giovane prigioniero di una cella, la neve e il grigio plumbeo del cielo, un foglio con dei nomi bruscamente cancellati integrano vanificandole le teorie espresse verbalmente dai membri del tribunali. L’angoscia si mitiga con l’arrivo rasserenante della luce del giorno.
Per trama, trailer e scheda tecnica: cfr.www.cinematografo.it o www.mymovies.it o www.filmtv.it
A misurarsi con il malaffare sugli schermi è soprattutto la famiglia, concepita come laboratorio esemplare di comportamenti e personalità: una tipologia di società ancora tribale e assolutistica, dominata dall’autorità del patriarca, rispetto alla quale i figli maschi modellano se stessi, ribellandosi o conformandosi, e le figlie femmine, completamente soggiogate, non hanno peso alcuno, relegate nel ruolo di vestali del sentimento privato. Schema classico riscritto in forma di parodia dalla fortunato serie televisiva I soprano: fare della mafia non più oggetto di epica bensì di satira, ha notato Saviano, ha costituito una tappa fondamentale nella corrosione dell’immagine mitica che vuole dare di sé il crimine organizzato.
Nonostante l’ambientazione degli anni
----------------------------------------------------------
LOCANDINA E TITOLO ORIGINALE: We Own the Night, il titolo originale dei film, era nel 1988 il motto dei detectives della polizia newyokese chiamati a contrastare il crimine, dunque il classico film sulla lotta secolare fra guardie e ladri. Il poster ne è una conferma: il far-west si è trasferito nelle strade della metropoli, il livido inferno dipinto dal Friedkin de Il braccio violento della legge e da Scorsese, dove la pistola in pugno incorona re della notte i guerrieri coraggiosi delle fazioni in lotta e l’esistenza è ridotta a un duello fra campioni, dove il premio in palio è il dominio incontrastato del marciapiede e la bellissima donna, vestita di un succinto vestito rosso scuro, mero oggetto di piacere.
CUORE: il duello tra le canne, e l’inchino obbligato del boss russo alla memoria del padre educatore.
PER SCHEDA E TRAMA: cfr. www.cinematografo.it o www.mymovies.it o www.filmtv.it
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE ****un classico gangster movie, con qualche scena da antologia, come l’inseguimento in auto sotto la pioggia battente.
VOTO/BILANCIO: 7-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Per entrare nel go go dancing club di Manhattan, il Paradise, il locale di spogliarelliste al centro dell’ultimo slabbrato film di Abel Ferrara, Go go tales, bisogna attraversare una porta girevole: da lì escono e entrano la città e il mondo intero, città e mondo da cui il regista vorrebbe essere escluso ma di cui non gli è consentito fare a meno, per la sua stessa sopravvivenza in quanto autore. Dunque la porta che separa la realtà dalla sua rappresentazione su un palcoscenico ai margini di essa non può essere chiusa e neppure restare spalancata: gli avventori del night entrano, guardano, ammirano, tuttavia è rigorosamente vietato toccare le ambigue e lascive ninfe go-go.
Del resto la sequenza iniziale lascia scarsi dubbi sulla natura autobiografica della pellicola e sull’interrogarsi di Abel Ferrare relativamente alla sua opera e alla capacità dell’arte in genere di interagire con la società e con l’individuo: la macchina da presa accarezza dall’alto Roy Ruby/Willem Defoe, egli appare assorto, gli occhi protetti dalla mascherina, in cerca di ispirazione e nello stesso tempo dell’idea che gli permetta di superare le urgenti difficoltà economiche e continuare a tenere in vita il Paradise. L’immagine ricompare più volte nel lungometraggio, rimarcando la solidarietà anzi la totale identificazione di Ferrara con l’estroso e tormentato padrone del night: se vogliamo poi cercare un archetipo illustre, lo troviamo in Guido, il cineasta in crisi del capolavoro di Federico Fellini, Otto e mezzo. E davvero, se lo si legge in filigrana, Go go tales è una pagina di diario in forma di appunti non rivisti, buttata giù in fretta e con scarsi mezzi a disposizione, nelle quale il regista scrive le proprie memorie, trincerandosi dietro i corpi nudi delle lap-dancer: la drammatica convivenza del sublime con il repellente, chiave di tutta la sua filmografia, emerge con netta evidenza nel fumoso teatrino del club, ove Monroe/Argento dà un disgustoso bacio al suo rottweiler, le banconote dei turisti giapponesi si infilano nell’intimo delle ragazze, gambe e braccia si attorcigliano alla sbarra torturatrice nell’esibizione triviale, eppure un’eterea creatura esegue passi di danza classica, si odono il suono del pianoforte e gli aurei monologhi di Shakespeare, la beltà muliebre ha una casta sacralità, il ghiaccio polare e il fuoco del fulmine riprodotti ricreano la purezza degli scenari naturali.
E’ un universo chiassoso, paradossale, ingabbiabile in un angolo chiuso e appartato nel bel mezzo della metropoli in una confusa imitazione di un coro di Robert Altman: chi entra nel paradiso però si porta addosso e dentro l’inferno, un affitto da pagare, debiti, un bambino da far nascere, un marito studente da mantenere, ambizioni da realizzare, sogni di gloria e velleità, impulsi da sfogare e vizi indomabili. Il conflitto è insanabile, se non nel gioco ludico della commedia: grazie al biglietto della lotteria, il sipario non si chiude, lo spettacolo continua e dalla chiazze del celestiale fuoriesce la tragicommedia malfatta del divenire.
------------------------------------
CUORE: L’immagine di Roy Ruby/Willem Dafoe, sdraiato, assorto con la mascherina sugli occhi: evidente l’identificazione di Abel Ferrara con il protagonista del film nella necessità di far continuare lo spettacolo e di raccontare il mondo.
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE: *** si parla di un locale di lap-dancer, ma in realtà si tratta di una sorta di versione povera e raffazzonata di Otto e mezzo.
VOTO/BILANCIO: 6
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
“Racconti di ragazze go-go” recita il titolo tradotto dell’ultimo film di Abel Ferrare girato a Roma: le mille e una notte dunque di un night club newyorkse, “Il Paradise”, dove le spogliarelliste vivono le loro favole e le raccontano per intrattenere gli avventori/spettatori. Un universo parallelo a quello borghese, notturno, illuminato da una luce artificiale, caratterizzato dalla lap-dance sinuosa e provocante e dalla reazioni violenta di chi vi assiste: una società antitetica a quella diurna, in quanto dominata da istinto e forze primordiali, quali il sesso e la volontà di dominio di un branco di maschi in lotta, fra cui emerge la figura di Scamarcio.. Una microcomunità all’interno di una macrocomunità invisibile, simile all’anticittà cruenta mostrata già dal regista in Il cattivo tenente o ne I fratelli. Un film corale e di atmosfere più che una storia individuale, ma da quale punto di vista? L’ambiguità fumosa del trailer non si perde del tutto ma sfuma nel poster: un corpo di donna senza volto impegnato nella contorsioni della danza, le lettere del Go go tales in forma di insegna rosa, sbalzano nel nero dello sfondo parlano di trasgressione irriverente ma più che la costrizione di una suburra richiamano le acrobazie dell’artista. La ballerina muove le proprie gambe, come il cineasta la cinepresa, per catturare le emozioni del pubblico
Per trama e scheda tecnica: cfr.www.cinematografo.it o www.mymovies.it voyeur.di
In una scena di Milano Palermo il ritorno il ghigno di Enrico Lo Verso impellicciato come un gangster russo dal video del cellulare minaccia Raul Bova, viene allora da chiedersi se lo z-movie di Claudio Fragasso sarebbe piaciuto a Tarantino, il quale tempo fa lamentava nel cinema italiano il deficit di azione. Forse il genio aureo dell’autore di Pulp fiction riuscirebbe a cogliere ironia e movimento nella melassa verbale e musicale che qui sommerge lo spettatore.
L’idea di fare percorrere a Giancarlo Giannini, ragioniere pentito del malaffare, dopo 12 anni dal film del 1995,Palermo Milano solo andata, la medesima strada a ritroso è venuta probabilmente pensando di poter trascinare in sala il pubblico di fiction televisive dedicate ai distretti di polizia e alla lotta contro il crimine, affezionato da decenni di frequentazione ai bei giovanotti e alle piacenti fanciulle che affollano i commissariati dei quartieri caldi della città e, nonostante una vita privata problematica, non vengono mai meno al senso del dovere: personaggi ed intreccio erano già pronti dunque, bastava aggiungere la cadenza dell’action movie. Ma il punto è proprio questo: la sciatteria nella regia apre all’interno del tessuto rattoppato alla meglio per un pubblico dai gusti facili vistose smagliature che rivelano la pessima qualità della fattura. Si fa indossare a Ricky Memphis il giaccone di pelle e si mette in bocca a Simone Corrente il romanesco come in Distretto, Raul Bova ha la stessa maschera da duro e puro indossata in Ultimo, ci sono le traversie sentimentali di Gabriella Pession, non manca il motivo patetico dell’amicizia fra bambini e in controluce gli sgherri del male attorno al grottesco clown Enrico Lo Verso vestiti rigorosamente di nero. Rimandi e accenni saltuari che fanno le veci di una caratterizzazione del tutto assente.
Del resto nei film d’azione servirebbero a innescare il meccanismo più burattini che individui psicologicamente evoluti, peccato però che Milano Palermo il ritorno sia un miscuglio informe immeritevole di una qualsivoglia etichettatura: persino le serie televisive a cui si ispira prestano una maggior attenzione a situazione e a psicologie e nelle sequenza spericolate il confronto con il lungometraggio del 1995 è particolarmente inclemente. Là la spoliazione del superfluo era efficace nel restituire fedelmente il crepitio di una battaglia sull’Autostrada, immersa nel clima violento dell’Italia di quegli anni, portato sugli schermi contemporaneamente da opere quali Ultrà, La scorta di Richy Tognazzi, o Mary per sempre di Marco Risi. Oggi di fronte a malvagi così da operetta si ride e quanto alle acrobazie e alle sparatorie, mostrate da Fragasso, fanno pensare a un mino amatoriale improvvisato per i turisti alle Terme di Montecatini o a uno spot della Polizia di Stato, nel quale nel bel mezzo della campagna siciliano la squadra d’eroi avanza a mo’ di invincibile falange.
----------------------------------------------------------
RACCONTA DI: Il pentito Turi Arcangelo Leofonte, ex ragioniere del clan mafioso degli Scalia, sta per uscire di prigione dopo aver scontato undici anni di pena nel carcere di Milano. Il suo viaggio verso la libertà prevede una nuova identità e una nuova sistemazione all'estero, ma il malaffare è sempre in agguato e per la scorta che l’accompagna l’impresa è eroica.
LOCANDINA E TITOLO: Volti sul manifesto e titolo rispondono alla volontà esplicita di riprendere e rifare il film del 1995 avvalendosi dei personaggi noti al pubblico delle fiction televisive.
SCHEDA: Durata 1h e
CUORE: la sequenza girata alle terme di Montecatini a mo’ di modello di pessimo cinema
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE:* meglio Distretto di polizia: lì almeno personaggi e storia ci sono.
VOTO/BILANCIO: 2.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo:0
2- coerenza logica, stile di regia: 0.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
Il resto della notte, di Francesco Munzi( Saimir), è soprattutto un film di sentimenti allo stato puro, dove impulsi ed emozioni incontrollabili rompono la compattezza della palude che li imprigiona, galleggiano sulla superficie per breve tratto, fino a quando una forza più potente li fa precipitare di nuovo a fondo: lo spettatore riconosce fin dalle prime sequenze il peso che trascina in basso i protagonisti, sia i borghesi benestanti sia i balordi extracomunitari, nella paura di perdere ciò che si ha e l’angoscia di non avere, due facce della stessa medaglia.
La pellicola, girata in una Torino grevemente lattiginosa, di fatto intercetta la sensazione diffusa sia nella periferie residenziali sia in quelle miserabili di essere chiamati a combattere una guerra nel ruolo di assediati o di assedianti: ormai sull’umanità è calata una notte interminabile e senza stelle, immersi nella quale uomini e donne, come belve braccate, cercano la protezione sicura del branco e all’interno di esso difendono con le unghie e con i denti quel poco che resta loro. Munzi, regista e sceneggiatore, coglie i personaggi nel momento in cui le loro vite, simili a tante altre, non possono andare né avanti né indietro e dall’inazione obbligata germinano l’immobilismo della coscienza e la conseguente tragedia: il passato di ciascuno è avvolto dalle ombre, ne restano tracce vaghe negli orecchini di perle rubati alla Ceccarelli dalla domestica rumena Laura Vasiliu, nella fotografia del matrimonio della donna amata e perduta da Costantin Lupescu, nell’acquamarina regalata da Recoing all’inquieta amante Valentina Cervi, nonché negli affetti irrecuperabili, quello del fratello giovanissimo di Lupescu per la madre morta, quello dello sbandato tossicodipendente Stefano Cassetti per il figlio bambino affidato alla ex moglie e infine nella passione strozzata dalle difficoltà economiche fra
E’ un ritorno all’anacronistica unità di tempo e di luogo del teatro classico e la rivisitazione dell’obsoleta convenzione da parte del linguaggio cinematografico è accorgimento sorprendentemente efficace qui nel riportare alla luce palpiti di dignità etica nell’oscurità di un mondo diventato moralmente analfabeta: si odono degli spari e degli urli nella notte, un adolescente sbandato nascosto dietro un albero trema, piange, forse prega la madre defunta e invoca il perdono a nome di tutti coloro che non sanno quello che fanno….
------------------------------------
CUORE: La sequenza della rapina in villa: non si vede nulla di quello che accade, si sentono spari, urla e la macchina da presa inquadra invece la reazione emotiva di Victor il fratello adolescente del rapinatore nascosto all’ingresso…
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE: ****come Gomorra e Il divo ha difeso l’onore del cinema Italiano a Cannes. Palpiti di dignità morale nella barbarie in un film che ricorda quello dei fratelli Dardenne
VOTO/BILANCIO: 7+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50
Racconta di: Nord-est italiano ai giorni nostri. Silvana e Giovanni una coppia di borghesi benestanti licenziano la domestica rumena Maria, perché la donna sofferente di disturbi nervosi l’accusa di un furto da lei non commesso; a Maria non resta che tornare dal suo ex fidanzato Ionut, appena uscito dal carcere. Questi vive assieme al fratello minore Victor e combina affari poco puliti con Marco Rancalli, un cocainomane a cui la moglie nega la possibilità di vedere il figlio. Le vicende di tutti questi personaggi finiscono con l’intrecciarsi in un gioco pericoloso.
SCHEDA: Durata 1h e 40 ITALIA 2008 Genere DRAMMATICO Specifiche tecniche
Produzione DONATELLA BOTTI PER BIANCA FILM IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA Distribuzione 01 DISTRIBUTION Data uscita 11-06-2008 Regia Francesco Munzi Attori Sandra Ceccarelli Silvana Boarin Aurélien Recoing Giovanni Boarin Stefano Cassetti Marco Rancalli Valentina Cervi Francesca Laura Vasiliu Marja Victor Cosma Victor Constantin Lupescu Jonuz Teresa Acerbis Eusebia Susy Laude Mara Veronica Besa Anna Boarin Bruno Festo Luca Giovanni Morina Davide Maurizio Tabani Vincenzo Simonetta Benozzo Operatrice Sert Nanni Tormen Mario Francesca Rizzotti Maestra Corrado Vernisi Carrozziere Antonio Rosti Zulata Soggetto Francesco Munzi Sceneggiatura Francesco Munzi Fotografia Vladan Radovic Musiche Giuliano Taviani Montaggio Massimo Fiocchi Scenografia Luca Servino Costumi Valentina Taviani
-----------------------------------------------------------------------
POSTER E TITOLO: La sola nota decisamente bianca del poster è il titolo “Il resto della notte” che come un neon appeso al soffitto di un obitorio o un lampione acceso in un vicolo solitario proietta un’opalescenza livida, insana, da cui emergono ombre spettrali, figure umane abbozzati, volti tesi e paesaggi urbani anonimi sotto un cielo decolorato: l’indicazione cronologica imprecisa definisce così la condizione esistenziale di un’umanità senza più futuro, annegata in una notte lunghissima, di cui si attende la fine camminando a vuoto nel buio in una veglia angosciosa.
“Io ho dei nipotini a Londra, e ora settemila persone sono vive nel centro di Londra grazie a questa pratica che ha sventato l'attentato. E lei si indigna per un solo uomo..sono contenta di fare il mio lavoro”, così si esprime in Rendition l’algida Meryl Streep, alto funzionario governativo, a chi le chiede conto della scomparsa di un cittadino americano, un ingegnere chimico di origine egiziana, rapito dagli agenti federali e torturato in una prigione segreta in quanto sospettato di aver avuto rapporti con i terroristi; è probabile che a portarla ai vertici della gerarchia sia stata la capacità di non porsi domande scomode e di sopprimere il dubbio, negando persino l’evidenza. Gli Stati infatti per proteggersi, soprattutto quando si sentono minacciati come gli USA dopo l’11 settembre, necessitano di personalità forti, capaci di decidere e compiere scelte impopolari, ma anche del rigoroso rispetto di alcuni termini chiave per definire la propria identità rispetto ad altri sistemi di vita e civiltà: il panico oscura però le menti e fa vacillare le democrazie proprio nel loro bene più prezioso e peculiare, ovvero la sacralità dei diritti individuali.
Nella tradizione illuministica tuttavia scattano subito gli anticorpi a svolgere la missione salvifica della coscienza critica, ovvero la letteratura, il giornalismo e il cinema animati da passione civile: Gavin Hood, il sudafricano premio Oscar per Tsotsi, passato a Hollywood, combatte la sua battaglia con un classico thriller politico, in cui però le tensioni scaturiscono da una zona d’ombra e non è neppure cosi scontato chi stia dalla parte del torto e chi da quella della ragione, al di là dell’esito prevedibile della vicenda e della schematizzazione all’interno dei sistema dei personaggi. Le villette confortevoli e i giardini ben curati della classe media, a cui appartiene l’ingegnere impriginionato e la famiglia, per conservare il loro tepore devono essere difese da guardiani consapevoli e l’ anima nera di questi si scontra con l’innocenza degli ignari, asserviti esclusivamente agli affetti privati di moglie, padri e innamorati: esiste un confine fra bene e male, ma non è cosi netto, se la ragion di stato, perseguita ad oltranza, impedisce i massacri e i massacri sono realtà evidente e non fantasia.
Lo scenario planetario rispetto al 1975 quando Pollack girava I tre giorni del condor è mutato: le luci bilanciano le ombre relativamente alla considerazione sui servizi segreti. I personaggi dell’intreccio di Rendition da questo punto di vista sono esemplari, ciascuno recita la propria parte, il solo Gyllenhall, l’analista finanziario costretto a sostituire il suo capo, osservatore della CIA in medio Oriente morto in un attentato, ha una sfaccettatura in più nell’angoscioso conflitto che forse lo tormenterà per sempre: egli ha stabilito un limite da non valicare, ha compiuto la scelta coraggiosa di non guardare dall’altra parte, eppure il kamikaze fa esplodere la bomba vicino a lui, una volta, due volte e chissà quante altre ancora…
----------------------------------------------------------
RACCONTA DI: La vicenda è ambientata negli Stati Uniti post-11 settembre. Anwar El-Ibrahimi, un ingegnere di origine egiziana, viene rapito e interrogato dagli agenti federali, perché sospettato di essere un terrorista. La moglie Isabelle, all’oscuro di tutto, inizia a cercarlo.
LOCANDINA E TITOLO: Il termine “Rendition”, a cui la o nera in forma di bersaglio e la collocazione quasi centrale danno rilievo, si riferisce ai rapimenti organizzati dallo stesso governo Usa di suoi cittadini sospettati di avere a che fare con il terrorismo: la vicenda riassunta dal titolo coinvolge molteplici personaggi e una pluralità di scenari e presumibilmente sarà raccontata secondo una prospettiva non univoca, secondo il modello di Syriana. L’assembramento di situazioni e di volti del poster fa pensare anche a un ritmo frenetico, quindi più a un film d’azione che d’analisi.
SCHEDA: Rendition Durata 2h e
CUORE: La sequenza dell’esplosione ripetuta due volte, per esemplificare il conflitto irrisolvibile di Gyllenhaal
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE: ***classico thriller politico: cinema impegnato, modello I tre giorni del Condor. cioè
VOTO/BILANCIO: 6+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2.25
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Nella prima settimana di giugno il pubblico italiano può farsi un’idea della cosiddetta “retomada” ovvero della stagione felice della cinematografia brasiliana attraverso due pellicole accomunate dall’urgenza di fare i conti con il passato recente del Paese: L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza di Hamburger, ambientato durante il campionato di calcio del 1970, e il controverso vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino 2008 Tropa de elite, dell’ex-documentarista José Padhila, collocata nel 1997 nel periodo della visita del Papa a Rio de Janeiro.
Quest’ultimo è diventato un caso per i tre milioni di DVD piratati circolati in patria, dopo che il master era stato rubato, ma soprattutto per l’ambiguità della prospettiva scelta che sembra legittimare l’uso della tortura contro i trafficanti di droga. In realtà Tropa de elite è una duplice storia di formazione, immersa in un magma ripugnante e sanguigno volutamente non edulcorato per la sensibilità o per la correttezza ideologica del pubblico medio e della critica: lo scandalo nasce dall’aver mostrato una realtà identica a un cruento videogioco, ove non esistono individui ma ruoli accettati, ove si spara, si colpisce o si è colpiti e la lotta per la sopravvivenza lascia spazio esclusivamente a reazione epidermiche e rende un passatempo inutile e ridicolo qualsiasi analisi psicologica, sociologica e politica. I ricchi nelle aule universitarie teorizzano, protestano e finiscono con l’essere vittime del loro stesso falso umanitarismo, i poveri si arruolano nell’esercito, fanno il lavoro sporco ripulendo le strade dalla feccia: la sequenza in cui la giovane testa di cuoio di colore, arruolato nel Bope, innamorato della borghese benestante insulta gli studenti che manifestano per l’uccisione di uno di loro e tacciono invece per la morte di un poliziotto fa venire in mente “l’avete facce di figli di papà…avete lo stesso occhio cattivo” di una celebre poesia di Pier Paolo Pasolini, Il P.C.I ai giovani. La medesima diffidenza nei confronti dell’intellettualismo borghese dello scrittore italiano permea il lungometraggio, ma, nel riflettere impulsivamente la crisi degli strumenti tradizionali per affrontare i mali del mondo, vi si traduce in animosità manichea: in un “sistema” corrotto il senso del dovere resta integro solamente nel nevrotico eroismo dei due campioni, l’uno successore dell’altro nel compito di condottiero del manipolo di duri, che, dopo un ripugnante apprendistato, rivisitazione in chiave barocca di Full Metal Jacket, imparano a sacrificare se stessi per svolgere la loro missione ovvero la battaglia corpo a corpo contro la criminalità o meglio la microcriminalità suburbana; le cause del male non sono removibili, non vale la pena indagarle, meglio rispolverare la rozza ideologia del far-west e caricare sulle spalle del pistolero giustiziere con macchie perdonabili la vendetta dei miserabili delle baraccopoli.
Nel documentare il nervo scoperto di una società allo sbando Padhila sciocca facendo assomigliare l’inferno della favela a un quadro dipinto da un imitatore di Caravaggio: luci e ombre, e volti deformati dall’angoscia e l’urlo scomposto di rabbia al posto dell’anima.
------------------------------------
CUORE: L’educazione ripugnante della “tropa de elite”: : tenere una mina in mano per non addormentarsi-mangiare il rancio a terra misto a vomito, rivisitazione in chiave barocca di Full Metal Jacket
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE: *** quadro iperrealistico di una favela di Rio de Janeiro: molto azione, poca anima. Interessante assaggio comunque del nuovo cinema brasiliano.
VOTO/BILANCIO: 5+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia: 2.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Rio del Janeiro, 1997. Il capitano Nascimento comanda una squadra speciale, il Bope. e ha l’incarico di riportare ordine in una favela dominata dagli spacciatori di droga.
SCHEDA: Tropa de elite Durata 1h e
-----------------------------------------------------------------------
POSTER E TITOLO: Colori, immagini, posture delle figure umane sono quelle di un film di guerra: in primo piano armi, un uomo in divisa, i volti assorbiti nella battaglia. Protagonista delle pellicola, ne è conferma il titolo, è infatti la squadra speciale di polizia brasiliana, vista nel suo operato quotidiano e nella sua visione del mondo.
RACCONTA DI: Siamo nel Brasile del 1970, l’anno in cui la squadra di calcio del paese deve affrontare la finale dei mondiali di calcio: le dittature si impadroniscono del Sud America, il mondo è sconvolto dalla guerra del Vietnam. Il dodicenne Mauro, quando i suoi genitori, militanti di sinistra, devono lasciare il paese per motivi politici, si trasferisce a San Paolo a casa di suo nonno, che però muore. A prendersi cura di lui sarà allora Shlomo, l’ebreo responsabile della sinagoga, che gli consentirà di entrare in contatto con un universo multietnico e multiculturale, con cui condividerà la sua passione per il calcio e non solo.
SCHEDA: Ano
-----------------------------------------------------------------------
POSTER E TITOLO: Il bambino del poster è stato abbandonato nel bel mezzo di uno spiazzo deserto: i suoi genitori, recita il titolo sono andati in vacanza chissà dove. Egli tiene una valigia troppo pesante e la tinta delle pietre del selciato sminuzzato evocano una realtà di sangue e oppressione, ed egli pare paralizzato al centro, prigioniero di una tela di ragno: tiene un pallone sotto il braccio e guarda sgomento al cielo, in attesa di un possibile liberatore che lo riporti al suoi giochi e al suo universo di fanciullo.
La coppia Jonathan Dayton & Valerie Faris, noti registi di video musicali, orchestra in Little Miss Sunshine una sorta di sitcom ambulante, dove imprevisti di ogni genere mettono in seria difficoltà gli strampalati componenti della famiglia Hoover e provocano la risata benevolmente crudele dello spettatore: tuttavia lo schema alla Medico in famiglia viene rispettato esclusivamente nel racconto degli incidenti durante il viaggio per le strade d’America, giacché l’eccentricità dei componenti il piccolo gruppo sul pulmino bicolore da hippie fuori moda, parenti seri dei Simpson, sconfina con gli aspetti più tragici dell’esistenza umana riassumibili nella parola “perdente”. Il termine si adatta infatti a tutti i personaggi, nel senso che ciascuno di loro ha un obiettivo irrinunciabile da perseguire e proprio in esso subisce una clamorosa sconfitta: non è un caso che il pater familias, Greg Kinnear voglia insegnare, ovviamente senza riscuotere successo alcuno, al prossimo a lasciarsi alle spalle l’abitudine a perdere, la stessa abitudine a perdere connaturata a un sistema, ove la competizione è l’unico modello di confronto fra individui e la vita ridotta a una serie di traguardi da superare sempre e comunque avvilisce le personalità e la creatività, costringendo a una precoce afasia un sedicenne sensibile e un colto docente universitario a uccidersi.
Cosi il grottesco conformismo delle Barbie bambine che si esibiscono al concorso di bellezza “Little Miss Sunshine” si contrappongono alla feconda solitudine di Marcel Proust: le prime ricopiano il mondo cosi com’è in tutta la sua volgare ineleganza, l’altro lo crea sorprendendolo e infrangendone le convenzioni. Emarginazione e rifiuti, spiega al nipote adolescente in crisi lo zio, il maggior esperto di Proust sulla piazza appena reduce da un tentativo fallito di suicidio, Steve Carell, hanno consentito il miracolo della “Recherche”: gli anni felici non insegnano niente, e, se gli uomini lo capissero, forse soffrirebbero meno, anzi ricaverebbero da frustrazioni e buchi nell’acqua una paradossale serenità. Ed ecco appunto gli Hoover a cui si adatta perfettamente il detto” piove sempre sul bagnato”: il furgoncino si guasta, il nonno muore, il ragazzo scopre di essere daltonico e, la più grave delle sventure, hanno la coscienza di essere destinati a vivere da sconfitti rassegnati nel peggiore degli universi possibile. A salvarli c’è però la bambina Abigail che, pur cicciotella e occhialuta, si vede degna di diventare reginetta di bellezza: è lei a trascinare sul palcoscenico, dopo un memorabile spogliarello, in un vortice di ballo ed allegria la sua sfigata famiglia ed è lei a ricordare all’accademico zio che si perdono le gare, ma il tempo non si perde mai.
-------------------------------------------------------
RACCONTA DI: Il film racconta le avventure negli Stati Uniti dei giorni nostri a bordo di un pulmino Volkswagen di una famiglia, composta da strambi individui: essi devono accompagnare la bambina Olive di sette anni a un concorso di bellezza “Little Miss Sunshine”.
LOCANDINA E TITOLO: Il titolo rappresenta l’occasione che fa da motore alla vicenda cioè il concorso di bellezza. La locandina fa vedere tutti i componenti della famiglia, i medesimi ripresi nelle fotografie piccole in alto, mentre scompostamente corrono verso un vecchio pulmino Volswagen. Lo sfondo giallo/arancione costituendo l’unico contesto sostituisce la strada e il paesaggio: è una sorta di colonna sonora, che restituisce l’atmosfera giocosa e malinconica insieme con cui si svolge il viaggio.
CUORE: la danza degli Hoover sul palcoscenico del “Little Miss Sunshine”.
SCHEDA: Durata 1h e
DA SEGNALARE: OSCAR 2007: MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA (ALAN ARKIN E SCENEGGIATURA ORIGINALE.
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE:**** allegro road movie in cui si racconta la rivincita ideale di una famiglia di sfigati.
VOTO/BILANCIO: 7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo:4
2- coerenza logica, stile di regia: 2,25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
Mentre nell’emiciclo parlamentare si sta per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, Giulio Andreotti strappa l’ultima pagina del giallo Mondadori che sta leggendo, quella dove si svela il nome dell’assassino: il delitto resta senza colpevole, l’ordine cosmico conserva i suoi segreti, perché la perversità dei suoi meccanismi continui a rimanere ignorata e l’innocenza illusoria degli uomini possa mantenere in equilibrio uno stato e una società. Il divo di Sorrentino affronta
Quando il Presidente dilata gli occhi di colpo, cosa lo sorprende e quale stato d’animo manifesta? “Non lo so” risponde la fedele segretaria Enea/ Degli Esposti a un’aristocratica Fanny Ardant affascinata dall’uomo. L’impenetrabilità è una costante della statua- sfinge Andreotti: egli non mostra mai sentimenti ed emozioni se non a parole, neppure quando la moglie sentendo Renato Zero cantare “ I migliori anni della nostra vita” gli afferra la mano e lo guarda a lungo, come ansiosa di sottrarre con il contatto fisico il marito all’algido dominio delle apparenze. La sua imperscrutabilità tormentosa è la stessa che governa da sempre
------------------------------------
CUORE: Il fantasma di Aldo Moro-
La sequenza in cui Servillo/Andreotti spiega come il male sia necessario per servire il bene.
---------------------------------------------------------------------------------------------------
STELLE:*****finalmente il cinema italiano si fa Storia.
VOTO/BILANCIO:8.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5
2- coerenza logica, stile di regia: 4.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3.50