appunti di cinema

Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente

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venerdì, 30 maggio 2008

IL DIVO(1): IL POSTER PROMETTE

Locandina_il_divo

RACCONTA DI: Si tratta di una pop-biopic: Paolo Sorrentino racconta un momento cruciale della vita politica di Giulio Andreotti, quando diede vita al suo settimo e ultimo governo. Il periodo fra il ’91 e il 95’ coincise con episodi particolarmente drammatici per L’Italia.

SCHEDA: Anno  2007  Durata  1 h E 50’  Origine  ITALIA  Genere  BIOGRAFICO  Specifiche tecniche  35 MM  Produzione  FRANCESCA CIMA, NICOLA GIULIANO, ANDREA OCCHIPINTI, ARTURO PAGLIA E ISABELLA COCUZZA PER INDIGO FILM, LUCKY RED, PARCO FILM  Distribuzione  LUCKY RED  Data uscita  28-05-2008  Regia Paolo  Sorrentino   Attori Toni  Servillo  Giulio Andreotti Anna  Bonaiuto  Livia Andreotti Piera  Degli Esposti  Sig.ra Enea, segretaria di Andreotti Paolo  Graziosi  Aldo Moro Giulio  Bosetti  Eugenio Scalfari Flavio  Bucci  Franco Evangelisti Carlo  Buccirosso  Paolo Cirino Pomicino Giorgio  Colangeli  Salvo Lima Alberto  Cracco  Don Mario Lorenzo  Gioielli  Mino Pecorelli Gianfelice  Imparato  Vincenzo Scotti Massimo  Popolizio  Vittorio Sbardella Aldo  Ralli  Giuseppe Ciarrapico Giovanni  Vettorazzo  Magistrato Scarpinato Fanny  Ardant   Michele  Placido   Soggetto Paolo  Sorrentino   Sceneggiatura Paolo  Sorrentino   Fotografia Luca  Bigazzi   Musiche Teho  Teardo   Montaggio Cristiano  Travaglioli   Scenografia Lino  Fiorito   Costumi Daniela  Ciancio   Effetti Leonardo  Cruciano   Nicola  Sganga 

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POSTER E TITOLO: Dall’oscurità fuoriesce un uomo, il volto, visibile solo in minima parte, è una maschera di cera auto-modellatasi sul grottesco, la cui cifra è l’impenetrabilità; egli sta appoggiato a una balaustra e congiunge le mani, come se si trovasse all’interno di un confessionale  per pregare e per rivelare segreti e peccati inconfessabili alla luce del sole. Chi si nasconde dietro “il divo” del titolo? Sappiamo trattarsi di Giulio Andreotti, ma l’ identità di lui sfugge a qualsiasi definizione e allo spettatore torna alla memoria, unica analogia proponibile,  l’usuraio del precedente film di Sorrentino L’amico di famiglia: il poster  fa di fatto pensare a un demone/sfinge e a un monarca o a un boss mafioso che dietro i rituali paravento della repubblica esercita nell’ombra un potere assoluto e senza fasti. Da dove viene, cosa lo muove? La penombra in cui è immerso non dà risposte, la persona si incarna nel gesto simbolico, illuminato dalla luce di un riflettore( la macchina da presa?).


postato da: spilluzzicando alle ore 09:29 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 28 maggio 2008

COME D'INCANTO (DVD): ABBECEDARI FRUSTRATI

Loc_come_dincanto

Nella prima parte di Come d’incanto, il filmetto Disney diretto da Lima, la graziosissima Amy Adams, vestita di uno spumeggiante abitino da sposa bianco o di una tenda strappata a una finestra, attorniata da topolini e uccellini, volteggiando e intonando sdolcinate canzoncine, si trova nella necessità di comporre un dizionarietto fiabesco-reale ad uso e consumo di chi come lei, venendo da un luogo color pastello, solare e tratteggiato da un delicato lapis, si trova a viaggiare in una città di marciapiedi, traffico caotico e pioggia a catinelle:  le varie voci trovano una corrispondenza approssimativa, in certi casi non la trovano affatto e l’abbecedario frustrato è la cosa più innocuamente divertente della love story fra una coppia regale di origini favolistiche, Amy Adams e James Marsden, e una di professionisti urbani glamour, Cowey Morgan e il sex symbol di Grey’s Anatomy, Patrick Dempsey.

 I due universi, pur ignorandosi,  sono del resto paralleli, popolati nelle medesime proporzioni  da buoni e da malvagi, per quanto  Cartoonia sia dominata dal cuore, New York dalla ragione, la prima sia piena di Principi azzurri e principessine destinati a convolare a giuste nozze e a vivere per sempre felici e contenti, la seconda al contrario di avvocati divorzisti abbandonati dalla moglie: al centro del globo l’amore casto e romantico fa da calamita ai destini, ne sbianca le eterogeneità caratteriali e dimensionali ed alla fine i bei sentimenti sono ovunque una rassicurante ricetta per bandire il male e la sete di dominio, almeno quando sono facilmente riconoscibili incarnandosi nella dark da operetta Susan Sarandon.

 Cosi il compromesso fra la favola lineare a lieto fine del sottosuolo e gli intrighi complicati imbastiti in superficie produce una contaminazione fra generi, situazioni, personaggi e scenari, portata avanti con una certa grazia, finalizzata però all’intento di attutire attriti di tono e di neutralizzare la potenzialità buffonesca della discrasia. La spruzzata d’ironia comunque compare qua e là, tutte le volte che si dimentica che il bacio salvifico è in procinto di  arrivare per resuscitare da morte prematura la smancerosa eroina e cacciare nell’inferno l’irrispettoso drago.   

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RACCONTA DI: Siamo nel magico mondo delle fiabe: da qui la principessa Giselle è innamorata del principe Edward, ma la malvagia madre di lui, a lei ostile, attraverso un incantesimo la getta nella Manhattan di oggi. La belle fanciulla al contatto con la metropoli è  spaventata, ma incontra un avvocato affascinante che l’aiuterà a cavarsela.

LOCANDINA E TITOLO: Il poster contamina la tradizionale panoramica su Manhattan con l’atmosfera  e i personaggi tipici delle favole: la mescolanza è frutto, come suggerisce il titolo, di un incantesimo ma l’azzurro predominante suggerisce che a prevalere sul prosaico reale è il fascino del fiabesco

CUORE: il tombino che consente il passaggio fra Cartoonia e New York

 

SCHEDA: Titolo Originale  Enchanted USA 2007 Produzione  ANDALASIA PRODUCTIONS, STEINER STUDIOS, WALT DISNEYFEATURE ANIMATION, JAMES BAXTER ANIMATION  Distribuzione  BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA  Data uscita  07-12-2007  Durata 1h e 41’Genere  ANIMAZIONERegia Kevin  Lima   Attori Amy  Adams  Giselle Patrick  Dempsey  Robert James  Marsden  Principe Edward Timothy  Spall  Nathaniel Rachel  Covey  Morgan Susan  Sarandon  Regina Narissa Idina  Menzel  Nancy John  Rothman  Carl Matt  Servitto  Artie Elizabeth  Mathis  Tess Paige  O'Hara  Trish Michaela  Conlin  May Isiah  Whitlock Jr.  Stephen Joseph  Siravo  Tony Soggetto Bill  Kelly   Sceneggiatura Bill  Kelly   Fotografia Don  Burgess   Musiche Alan  Menken   Stephen  Schwartz   Le canzoni "That's How You Know" e "Happy Working Song" (canatate da Amy Adams) e "So Close" (cantata da Jon McLaughlin) sono di Alan Menken e Stephen Schwartz.     Montaggio Stephen A.  Rotter   Gregory  Perler   Scenografia Stuart  Wurtzel   Arredamento George  DeTitta Jr.   Costumi Mona  May   Effetti Thomas  Schelesny   Brennan  Doyle   Tippett Studio  

 

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STELLE: ** contaminazione innocua fra favola e commedia. Il tutto ha una certa grazia e nella prima parte diverte.

VOTO/BILANCIO: 5

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1

         2- coerenza logica, stile di regia: 4

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3


postato da: spilluzzicando alle ore 09:24 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e favola
lunedì, 26 maggio 2008

BE KIND REWIND-GLI ACCHIAPPAFILM(2): MIRACOLO A PASSAIC

Bekindrewind_04

Michael Gondry, enfant prodige di videoclip, autore di Se mi lasci ti cancello e de L’arte del sogno,  adatta i suoi palcoscenici dalle architetture artigianalmente fantasmagoriche a un’idea di cinema come rito collettivo, panacea dei mali del mondo: un edificio fatiscente in procinto di essere demolito, un vecchio videostore, un paesaggio urbano devastato dalla presenza di una centrale nucleare, disagio e violenza giovanili, povertà ed emarginazione sono lo sfondo di sofferenze metropolitane trasformato in un centro effervescente di produzioni filmiche da una sbilenca coppia di amici, il saggio di colore, Mos Def, e lo sciroccato bianco contestatore, Jack Black,  a cui si aggiunge il terzo incomodo di una lavandaia dotata di senso pratico, Melonie Diaz. E’ La soluzione strampalata della commedia classica, non certo una riabilitazione politico/ideologica: la metamorfosi di Passaic, cittadina del New Yersey, nella Hollywood dei poveri con registi attori e manager straccioni non nasce dalla rivoluzione dei pitocchi e neppure dalla protesta radicale,  tutt’al contrario da una strenua difesa contro la  tecnologia invadente di un sistema di valori e di un‘immaginario filmico acquiescenti,  scaturiti dalla necessità di compensazione in miti consolatori.  

 “Il nostro passato appartiene a noi, possiamo cambiarlo se vogliamo” dice Mia Farrow, l’affezionata cliente del videonoleggio: la Storia è un sentiero che si biforca, vincitori e vinti prendono direzioni opposte, gli uni tengono i piedi da padroni ben saldati per terra, gli altri sopravvivono, abbandonando di tanto in tanto la baraccopoli a cavallo della scopa degli spazzini, come i barboni di Miracolo a Milano. Il miracolo in Be Kind Rewind è far uscire dagli schermi i fantasmi dei mostri, far si che la gente comune li incontri per strada e si confonda con loro, è concedere ad eroi e antieroi della celluoide l’invasione di campo e la via di fuga nella realtà: la rottura carnevalesca dell’illusione scenica si ferma sullo squarcio della parete divisoria fra persona e personaggio e le pellicola volutamente si inceppa in un elenco di titoli celebri e di sequenze grossolanamente rifatte con mezzi di fortuna e dall’imperfezione artefatta e dal sunto enciclopedico scaturisce la risata più consacrante che dissacrante ed è la morale della favola.

 L’apologo di Gondry somatizza di fatto fin troppo chiaramente la sensazione diffusa che l’industria dello spettacolo di oggi abbia acquistato in perfezione formale ciò che ha perso in forza mitopoietica: la ruspa mandata dagli uffici legale delle major  preoccupate per i diritti d’autore lesi stritola i film “maroccati” del laboratorio periferico dilettantesco, uccidendo la propria stessa linfa vitale e cioè la capacità, inventando neologismi, di rivitalizzare gli stereotipi di un linguaggio obsoleto. Il ripescaggio dei nastri da riavvolgere contro il consumo usa e getta dei DVD è anacronistico in superficie: nessuna tirannia è riuscita a sopprimere nei popoli il bisogno di essere  leggenda e i primi passi del cinema sono già il suo futuro. Cambia l’abito, l’anima è la medesima, adolescente e vecchia di secoli: c’era una volta la gloria del jazz newyorsese,  Fatts Wallers,  nato e vissuto nel sobborgo di Paissac, qualcuno ha riscritto la biografia di lui, l’ha riversata in fotogrammi in bianco e nero e la proietta davanti alla gente del luogo  commossa.  Chissà però dove davvero è nato e vissuto l’aedo di Paissac, Fallets, e dove è nato e vissuto davvero Omero? Da nessuna parte ed ovunque… 

        

 

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CUORE:  La scena conclusiva: il futuro del cinema non può che guardare al passato per recuperare un’ anima autentica.  

 

 

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STELLE**** il miracolo del cinema fatto a mano, con finale alla Frank Capra

VOTO/BILANCIO: 7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5

         2- coerenza logica, stile di regia: 3.25

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3


postato da: spilluzzicando alle ore 09:56 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e favola, cinema nel cinema
venerdì, 23 maggio 2008

BE KIND REWIND-GLI ACCHIAPPAFILM(1): IL POSTER PROMETTE

Locandina_be_kind_rewind

RACCONTA DI: Mike, commesso di una videoteca, si accorge che i VHS presi in prestito dall’amico Jerry sono irrecuperabili in quanto questi abita nei paraggi di una centrale nucleare che le ha smagnetizzate. Per rimediare al guaio, Jerry ha la brillante idea di rifare i film loro e di offrirli ai clienti: le pellicole artigianali riscuotono un enorme successo.

SCHEDA:  Be Kind Rewind –USA 2007 Specifiche tecniche  J-D-C SCOPE, 35 MM (1:2.35)  Produzione  PARTIZAN  Distribuzione  BIM (2008)  Data uscita  23-05-2008  Durata 1h e 38’Genere  COMMEDIA  Regia Michel  Gondry   Attori Jack  Black  Jerry Mos  Def  Mike Danny  Glover  Sig. Fletcher Mia  Farrow  Sig.na Falewicz Melonie  Diaz  Alma Paul  Dinello  Sig. Rooney Sigourney  Weaver  Sig.raLawson Irv  Gooch  Wilson Chandler  Parker  Craig Arjay  Smith  Manny Quinton  Aaron  Q Gio  Perez  Randy Basia  Rosas  Andrea Tomasz  Soltys  Carl Francisco  Fabian  Simon della copisteria McKinley  Page  Fratello McDuff Allie  Woods Jr.  Dottor Bent Karolina  Wydra  Gabrielle Bochenski Heather  Lawless  Sherry Frank  Heins  Patrick David  Slotkoff  Jack Matt  Walsh  Agente Julian Kishu  Chand  Sorella di Alma P.J.  Byrne  Sig. Baker Frank  Girardeau  Agente Gary Soggetto Michel  Gondry   Sceneggiatura Michel  Gondry  

Fotografia Ellen  Kuras   Musiche Jean-Michel  Bernard   Montaggio Jeff  Buchanan   Scenografia Dan  Leigh   Arredamento Ron  von Blomberg   Costumi Rahel  Afiley   Kishu  Chand  

 

 

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POSTER E TITOLO: “Per favore riavvolgere il nastro” così recita il titolo, formando una specie di allegra curva sinusoide rossa: i vecchi VHS presi nei videonoleggi recavano sul dorso questa scritta, ma qui è come dire “permettete alla fantasia di rimettersi in moto, non consentitele di immobilizzarsi ”. Due individui bizzarri e stralunati cavalcano infatti, ridendo,  a mo’ di scopa una cassetta tenendo in mano una cinepresa e volando nel bel mezzo di un cielo verde di cartapesta con grossolane stelle dorate: è l’avventura picaresca di un cinema laboratorio. Ed è il manifesto della poetica di Gondry: la settima arte è emancipazione artigianale  dai vincoli della realtà, creatività è dare un’architettura e un corpo alle proprie fantasie. Il ritorno all’ormai rudimentale ed obsoleto nastro da riavvolgere è anche una lampante opposizione ai DVD e alle multisale, ove i film sono prodotti da consumare passivamente e da dimenticare rapidamente confusi tra il mare magnum di un’oggettistica informe.  


postato da: spilluzzicando alle ore 09:07 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 21 maggio 2008

IL FALSARIO(DVD): L'INGRATITUDINE DEL TRUFFATORE REDENTO

Locandina_il_falsario

I regimi totalitari e i tiranni hanno sempre imposto il dilemma morale a chi aspira a contribuire al benessere dell’uomo in società se sia più produttiva a tal fine la collaborazione silenziosa o la rivoluzione violenta: l’alternativa finisce però con il diventare un nodo scorsoio che strozza le coscienze, se in ballo è l’elementare sopravvivenza all’interno di un lager ove solo una sottile palizzata di legno separa dalla camera a gas o dal correre in circolo con le scarpe strette fino allo stramazzare cadaveri per terra. Il dubbio dilacerante se opporsi in nome della solidarietà o vivere da complici dei carnefici  diventa tortura diversamente interiorizzata in personalità antitetiche, recintate e rimpinzate in un livido laboratorio, ne Il falsario, film concentrazionario atipico nel quale il regista austriaco Stefan Ruzowitzky, ricostruisce la cosiddetta “operazione Bernhard” messa in atto nel campo di Sachenhausen al fine di minare le economie delle potenze straniere e di rimpinguare le casse disastrate del Reich grazie a un gruppo di geniali falsari ebrei. L’anestetico alla sofferenza cosparso per le api laboriose e protette nelle celle confortevoli dell’alveare ammorba l’ambiente e l’aria putrida risveglia reazioni opposte: Salomon Sorowitsc ,solito all’estetica dell’imbroglio nelle alte sfere, schifato si adegua per salvare il salvabile, Burger, l’idealista si dibatte smanioso della teatralità di una morte eroica, il giovane pittore di Odessa fragile soccombe in ginocchio; e sullo sfondo grigio il servilismo delle comparse, coloro che, non disposti a morire per un principio, rendono possibile il sistema e il cui punto di vista trova eco nell’assoluta fedeltà a se stesso dell’ufficiale hitleriano tedesco.

 La soluzione del rebus alla fine viene, come sappiamo, nel senso che la Germania perse la guerra e a quanto pare i prigionieri dell’”operazione Bernhard”  con i loro ritardi contribuirono alla disfatta, ma “Il falsario” relega ai margini la retorica del bel risultato e scava  piuttosto con profondità diseguale sul prezzo devastante dalla continguità fisica e psichica con il male: il trauma lascia  stigmate tatuate sul braccio, truce passaporto da esibire per la riabilitazione e il perdono e neppure il truffatore redento alla bontà è grato alla lezione raffazzonata della Storia

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RACCONTA DI: Il film è ispirato a una vicenda reale: nella Berlino del 1936, un abile falsario ebreo, giocatore d’azzardo e gigolò, Sorowitsch viene internato a Mauthausen. Dopo otto anni viene inviato a Sachsenhausen, dove è stato scelto assieme ad altri per stampare un’elevatissima somma di denaro falso, per inquinare le economie dei Paesi nemici e rimpinguare le casse del Reich: si pone così per i prigionieri la scelta fra assecondare i Nazisti e vivere all’interno del campo di concentramento in una posizione di privilegio e il non rendersi complice di uno sterminio di massa, sabotando il piano e contribuendo alla disfatta della Germania di Hitler

LOCANDINA E TITOLO: La locandina gioca sulla contrapposizione fra la situazione idillica e fascinosamente notturna della coppia in riva al mare della Costa azzurra e l’immagina del laboratorio in cui si stampano le false banconote: l’uomo e la donna si vedono di schiena, lo sguardo probabilmente perso nel vuoto e il pensiero alla loro serenità conquistata a un prezzo morale quasi insopportabile. Sulle spalle del protagonista del film, “Il falsario” appunto grava il peso della verità della coscienza ed l’opposizione inconciliabile è il dramma rappresentato nella pellicola. 

CUORE: la frase detta dall’ufficiale hitleriano al falsario: “il primo dovere è la carità nei confronti di se stessi”. Il film cerca di scavare sul prezzo per la coscienza di tale carità-la scena della liberazione dal lager in cui i falsari esibiscono il tatuaggio sul braccio.

 

SCHEDA:

Die Fälscher  AUSTRIA, GERMANIA 2007 Produzione  AICHHOLZERFILMPRODUKTION,MAGNOLIAFILMPRODUKTION, BABELSBERG FILM GMBH, , STUDIO BABELSBERG MOTION PICTURES GMBH, BABELSBERG FILM ZDFDistribuzione  LADY FILM (2008)  Data uscita  25-01-2008  Durata  1h e 38’   Genere  DRAMMA ETICO  Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Tratto da  libro "Des Teufels Werkstatt" di Adolf Burger Regia Stefan  Ruzowitzky   Attori Karl Markovics  Salomon Sorowitsch August  Diehl  Adolf Burger Devid  Striesow  Friedrich Herzog Martin  Brambach  Holst August  Zirner  Dottor Klinger Marie  Bäumer  Aglaya Veit  Stübner  Atze Sebastian  Urzendowsky  Kolya Karloff Andreas  Schmidt  Zilinski Tilo  Prückner  Dottor Viktor Hahn Lenn  Kudrjawizki  Loszek Arndt  Schwering-Sohnrey  Hans Werner  Daehn  Rosenthal Dolores  Chaplin  Donna dai capelli rossi Soggetto Adolf  Burger  (libro) Sceneggiatura Stefan  Ruzowitzky   Fotografia Benedict  Neuenfels   Musiche Marius  Ruhland   Montaggio Britta  Nahler   Scenografia Isidor  Wimmer   Arredamento Gerhard  Krummeich   Christian  Krüger   Costumi Nicole  Fischnaller   Effetti Christian  Pundschus   Markus  Degen  

 DA SEGNALARE- IN CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).

- OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

 

 

 

 

 

 

 

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STELLE: ***il campo di concentramento dalla prospettiva privilegiata dei falsari complici obbligato dei carnefici: la continguità etica con li mare dilania e distrugge le coscienze

VOTO/BILANCIO:6.50

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 3.

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 09:17 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e storia, cinema e psicologia
lunedì, 19 maggio 2008

GOMORRA(2): STATUE DI SALE

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 Nel Genesi sta scritto che Dio fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco e subissò quelle città e i loro abitanti, salvò Lot, ma la moglie di lui, essendosi voltata indietro, fu cambiata in una statua di sale. Perchè la donna si gira? Forse si tratta di curiosità, vizio muliebre secondo la tradizione misogina del testo biblico e pertanto meritevole di punizione, eppure è qualcosa di più: è l’ultimo  barlume di coscienza concesso all’uomo sulla soglia del nulla, è la ribellione inconsapevole al destino prestabilito  ed è la medesima prospettiva scelta da Matteo Garrone ( Primo amore, L’imbalsamatore) per solidificare su pellicola il magma campano/italico rimestato da Saviano in Gomorra. La moglie di Lot è parte dell’inferno, ne è testimonianza viva, avrebbe potuto fuggirne, non lo ha fatto e nel suo sguardo sgomento in procinto di spegnersi si riflette l’agonia di un Paese senza futuro: gli occhi della donna un secondo prima della metamorfosi in statua di sale  coincidono con quelli dei protagonisti, con quelli del regista e con i nostri, spettatori qui e attori della vita civile, e la simbiosi implicita nel delirio visionario ed irrequieto di una macchina da presa incapace di equilibrio e distanza rispetto all’oggetto della rappresentazione fa di Gomorra l’enciclopedia tribale dell’Italia contemporanea.

  La compatibilità ambientale evocata esclude così la partecipazione sentimentale di chi visita un inferno venendo da un altrove: il lungometraggio non racconta infatti né storie né personaggi, non porta avanti messaggi, non analizza contesti o cause, e, a guardare bene, non è neppure un film, piuttosto, assestandosi sull’ordinato nichilismo organizzato dai monarchi della Camorra, assembla  spezzoni  di vicende monche, labirinti di volti e gallerie, che si attorcigliano gli uni negli altri, getta bagliori improvvisi nella penombra verdolina di una lampada abbronzante su corpi massacrati,  ammanta di una luce livida eco mostri, campagne e persino il Canal Grande,   fa ascoltare canzonette sentimentali  paradossalmente in rima con il crepitio della armi, amalgama nella rude “koine” d’uso ovunque dialetto ed inglese standard, contamina rituali d’iniziazione con miti hollywoodiani.

 Negli arcana delle gerarchie del crimine o delle istituzioni non esistono di fatto più né centro né periferia e non ci sono nemmeno più segreti o mefistofeliche trame oscure:  “funziona così” dice uno spigoloso Toni Servillo riferendosi al Sistema ed è la scabra definizione di un totalitarismo omnicomprensivo senza sottointesi o sfumature, mimetizzato e omologato da percentuali, cifre, scarti, calcoli perfettamente riusciti, un operaio del Nord contro una famiglia del Sud,  Secondigliano, come la fabbrica di Torino o il liceo della provincia benestante.

 Ma se l’animo umano  è una distorsione, una somma non riuscita, un cavallo imbizzarrito, il terrore gli mette le briglie, a meno che non intervenga l’innocente aspirazione a vivere da  “scissionista”. Ed appunto l’effimero ed inconsapevole rigetto di fronte alla cancellazione eterna   della moglie di Lot il filo seguito  da Garrone nell’estrapolare tasselli di alcuni percorsi esistenziali da risarcire con l’epica di un cinema di passione civile, cimelio degli anni d’oro di Rossellini e di Pasolini: l’azzurro di una goffa piscina sui tetti dei casermoni di Scampia, la miracolosa epifania della diva  con l’abito creato dall’amore e dal sentimento di schiavi anonimi,  il barlume del dubbio nel“vedremo” del piccolo killer, il no fermo di un giovane in carriera,  il volo danzante di due ventenni, e i loro corpi raccolti da un ruspa e gettati in mare, tomba senza memoria  di quel poco che ci resta prima di tornare ad essere statue di sale.

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CUORE: il termine “scissionista”.

 

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STELLE:*****E’ l’Italia di oggi: si dice cosi anche de “I promessi sposi” ma la scomparsa di Don Rodrigo non è granché consolante.

VOTO/BILANCIO:9

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.25

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50

 

 

 

 

 


venerdì, 16 maggio 2008

GOMORRA(1): IL POSTER PROMETTE

Locandina_gomorra

RACCONTA DI: Il film di Matteo Garrone, ispirato al best seller di Saviano, racconta  attraverso cinque vicende esemplari il regno della camorra, nella provincia di Caserta, fra Aversa e Casal di Principe: è la Gomorra contemporanea.

 

SCHEDA:  ITALIA 2008 Produzione  DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA E SKY  Distribuzione  01 DISTRIBUTION  Data uscita  16-05-2008 durata 2h e 15’ Genere  DRAMMA SOCIALE  Specifiche tecniche  35 MM  Tratto da  romazo omonimo di Roberto Saviano (Arnoldo Mondadori Editore)  Regia Matteo  Garrone   Attori Toni  Servillo   Gianfelice  Imparato   Maria  Nazionale   Salvatore  Cantalupo   Gigio  Morra   Salvatore  Abruzzese   Marco  Macor   Ciro  Petrone   Carmine  Paternoster   Soggetto Roberto  Saviano  (romanzo) Sceneggiatura Maurizio  Braucci   Ugo  Chiti   Gianni  Di Gregorio   Matteo  Garrone   Massimo  Gaudioso   Roberto  Saviano   Fotografia Marco  Onorato   Montaggio Marco  Spoletini   Scenografia Paolo  Bonfini   Costumi Alessandra  Cardini

 

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POSTER E TITOLO: Il manifesto del film nel radicale rifiuto di oggetti, volti e colori, trasmette senza la tradizionale mediazione delle immagini il senso di disperazione: lo sgomento nasce dall’improvvisa cecità, dal sentirsi precipitati nel totale nulla ove passato, presente e futuro sono stati cancellati assieme con la coscienza: è l’aldilà in terra, popolato da larve mute e senza occhi, schiave  di un Ade orripilante che non ha confini né di spazio né di tempo.

 Forse dalla prigionia non si esce, ma una lanterna resta accesa: al centro del manifesto sprigiona calore il rosa del titolo “Gomorra” e il nome mitologico della città biblica punita dall’ira di Dio indica nel patrimonio sapienziale tesaurizzato nel testi antichi  la possibilità di istaurare pardadigmi di morale e di giudizio e di plasmare nella prospettiva umana della parola-racconto-memoria la neutralità feroce del reale.  


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categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 14 maggio 2008

IO SONO LEGGENDA( DVD): SU E GIU' PER L'OMBELICO DEL MONDO

Locandina_io_sono_leggenda

In Io sono leggenda di Francis Lawrence, celebrato autore di videoclip e regista di Constantine, l’antidoto al virus letale che ha sterminato l’umanità è disponibile fin da subito, senza bisogno che l’unico superstite newyorkese Will Smith si danni l’anima per trovarlo: è la consolante certezza dell’innocenza dell’uomo e della provvidenza di Dio. Se a un certo punto del suo cammino l’umanità dispone e crea distopie totalitarie e distruttive, non c’è colpa, è piuttosto il caso che fraintendo le intenzioni gioca brutti scherzi facilmente riparabili: la tragedia  allora è costantemente sul punto di gettare la maschera e rivelarsi commedia, pura ipotesi d’intrattenimento tranquillizzante con sottofondo di pop-corn e bibita con le bollicine. Vero è che al giorno d’oggi la speranza è merce rara e ben venga, quando se ne trovano le ragioni oggettive, ma la giustapposizione posticcia di un ottimismo misticheggiante  toglie alla pellicola il terreno sotto i piedi, svuotando dell’indispensabile elemento perturbante lo scenario apocalittico di una Manhattan deserta con i marciapiedi invasi dalle erbacce e dalle fiere: detto in altri termini la fonte letteraria, a cui il film si ispira, il classico di Richard Matheson del 1954, trasposto già sulla schermo da Ragona nel 1963 e Sagal nel 1971, viene contaminata  con nientedimeno che Shrek il cartone animato le cui battute sono significativamente imparate a memoria da Will Smith. 

 La saldatura fra favola e incubo avviene meccanicamente, nel momento di massima allerta, quando cioè il protagonista sta per cadere vittima degli “infetti” e  viene salvato dall’arrivo miracoloso di una donna e di un bambino, l’aiutante magico della situazione: i vampiri-zombie e l’omino verde sono filiazione dello stesso immaginario collettivo e la sensazione di aver accompagnato il protagonista  in un viaggio surreale in compagnia di un cane all’interno di una città e di un cataclisma meramente immaginari, alla presenza muta di manichini in posa  fra gli scaffali di una libreria, incredibilmente lustra, ne riceve conferma, cancellando definitivamente inquietudine e pietà. Una simulazione suggestiva di metropoli abbandonata a se stessa,  una strambo tour ludico su e giù per le vie dell’ombelico del pianeta, con il sottofondo della voce di Bob Marley a evocare la leggenda dell’uomo.  

 

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RACCONTA DI :  Un virus letale ha trasformato New York e probabilmente l’intero pianeta in un cumulo di macerie popolata da mostri feroci “infetti”: lo scienziato Robert Neville non è stato contaminato ed è l’unico esemplare di uomo sopravvissuto e pertanto deve difendersi dai loro assalti potendo contare solo sull’aiuto di un cane.  Egli nel frattempo cerca di comprendere i motivi della sua salvezza e se vi siano altri come lui.

LOCANDINA E TITOLO: La locandina rimanda al tipico scenario catastrofico: c’ è stata l’apocalisse e ora un cielo giallastro, infetto, avvolge le macerie di quella che un tempo era New York. Il ponte spezzato a metà, crescono erbacce, gli uomini sono scomparsi o nascosti chissà dove, o si sono trasformati in mostri feroci che hanno nella metropoli abbandonati il territorio di caccia ideale. Dell’homo sapiens, un tempo re del pianeta, è sopravvissuta solo la leggenda, e  un ultimo segno nella  figura vestita di nero che cammina guardinga accompagnata dal cane e nella  canzone di Bob Marley “legend” da lui ascoltata. In un mondo sepolto e morto lui e l’animale rappresentano la forza eroica della vita: io sono leggenda appunto…

CUORE: la simulazione dell’apocalisse su New York VS Sherk

 

SCHEDA: I Am Legend USA 2007 Produzione  WARNER BROS. PICTURES, HEYDAY PRODUCTIONS, ORIGINAL FILM, WEED ROAD PICTURES, 3 ARTS ENTERTAINMENT, HEYDAY FILMS, OVERBROOK ENTERTAINMENT, VILLAGE ROADSHOW PICTURES  Distribuzione  WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2008)  Data uscita  11-01-2008  Durata 1h e  40’  Genere FANTASCIENTIFICOSpecifiche tecniche  ARRIFLEX, PANAVISION, SUPER 35 STAMPATO A 35 MM (1:2.35)  Tratto da  romanzo omonimo di Richard Matheson  Regia Francis  Lawrence   Attori Will  Smith  Robert Neville Alice  Braga  Anna Charlie  Tahan  Ethan Salli  Richardson  Zoe Willow  Smith  Marley Dash  Mihok  Uomo Alpha Emma  Thompson  Dott.ssa Alice Krippin (non accreditata) Darrell  Foster  Mike Soggetto Richard  Matheson  (romanzo) John William  Corrington  (sceneggiatura del 1971) Joyce Hopper  Corrington  (Joyce Corrington) (sceneggiatura del 1971) Sceneggiatura Mark  Protosevich   Akiva  Goldsman   Fotografia Andrew  Lesnie   Musiche James Newton  Howard   Montaggio Wayne  Wahrman   Scenografia Naomi  Shohan   Arredamento George  DeTitta Jr.   Costumi Michael  Kaplan   Effetti Patrick Tatopoulos Design Inc.   New Deal Studios   Quantum Creation FX   Gentle Giant Studios Inc.   Aiuto regia Joanna  Numata  Donna Alpha

 

 

 

 

 

 

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STELLE: **la simulazione della catastrofe per le vie di New York  è suggestiva: magari non dispiace farci un giretto. 

VOTO/BILANCIO: 5-

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1

         2- coerenza logica, stile di regia: 2/3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4

 

 


lunedì, 12 maggio 2008

MONGOL (2): CORAGGIOSI PARAFULMINI

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In Mongol, prima parte della trilogia dedicata a Temugin, più noto con il nome di Gengis Khan, da Sergey Bodrov, uno dei migliori talenti del cinema russo( Il prigioniero del Caucaso), l’impulso alla scoperta di un mondo nuovo viene dato all’eroe civilizzatore bambino in viaggio con il padre per andare in visita alle futura sposa dall’incantevole fanciulla bruna vestita di rosso di una piccola tribù che osa rivolgergli la parola per prima chiedendogli il nome e di scegliere lei come moglie al posto di quella destinatagli per motivi politici dal genitore: nel film di fatto la figura femminile  nell’ attrice Khulan Chuluun, volto dalla bellezza miracolosa per noi sconosciuto, travalica  il ruolo di mite comparsa adibita al riposo erotico del condottiero, in cui l’epica generalmente la confina;  infatti è lei a liberare  il guerriero mongolo non tanto dalla prigionia materiale quanto piuttosto da quella morale, consentendogli di riconoscere lucidamente  la nudità affettiva ed ideale dell’universo di tradizioni obbligate o tradite ferocemente tribale e analfabeta in cui egli è nato e di cui è vittima assieme a tanti altri, compreso il nemico “fratello di sangue” Jamulka.

  Mongol  in realtà fa de La storia segreta dei Mongoli,  il poema epico a cui Bodrov si è ispirato, il suggestivo sfondo paesaggistico di una vicenda simbolica del trapasso dell’umanità da un cupo Medioevo nomade e anarchico, dominato esclusivamente dalle armi, alla civiltà dei libri e della legge: l’emancipazione delle coscienze si ottiene e si impone a fin di bene  con la forza bruta della scimitarra impugnata dal campione leggendario,  tuttavia è l’interiorità della donna ad indicare la strada per il monastero  sul monte, luogo sacro dove sono contenuti i volumi che consentono l’ascesa spirituale a un Dio, in qualunque modo si voglia chiamare l’indeuropeo signore del cielo luminoso venerato dal conquistatore Temugin, protettore della giustizia e vendicatore leale dei torti. Certo la personalità di Gengis Khan e i motivi effettivi del suo operato sfuggono allo spettatore e verosimilmente la metamorfosi da monarca sanguinario in Prometeo portatore di progresso nei  territori selvaggi non ha giustificazioni razionali nella lettura degli eventi, ma da questa angolatura l’elissi e la sinuosità folgorante degli squarci temporaleschi sulle crudeltà barbariche sono ben più efficaci della distensione del racconto esaustivo e fedele ai documenti.

 Ad avere la meglio sono dunque le ombre,  eppure traspare la sofferta umanità di Tamugin  dalla compatibilità sentimentale con il contesto nel quale Bodrov lo immerge: egli non è uno dei tanti colossi di celluloide con la stigmate emarginante dell’eccezionalità, novelli Superman resuscitati proditoriamente dalla mummificazione dei manuali di scuola per gli schermi,  bensì condivide fino in fondo il martirio del popolo di cui sarà salvatore. Gengis Khan è la combinazione di un insieme di fattori, su cui Mongol rinuncia a fare luce, lasciando però emergere quanto i popoli abbiano bisogno di eroi, al fine di imprimere una direzione di marcia al loro cammino, si chiamino Tamugin, Alessandro Magno o Cesare, coraggiosi parafulmini alle angosce e alle ambizioni delle genti.

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CUORE: Tamugin bambino legato alla ruota di un carro e Tamugin adulto in prigione VS il monastero sulla montagna con i libri.

 

 

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STELLE:****la battaglia sotto i bagliori del fulmine è da antologia, a cui si aggiungono i paesaggi e il mondo barbarico salvato da un Gengis Khan prometeo.

VOTO/BILANCIO: 7+

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.25

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

 

 

 

 

 


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categorie: cinema, film, cinema e storia, il cinema degli eroi
venerdì, 09 maggio 2008

MONGOL(1): IL POSTER PROMETTE

Locandina_mongol

RACCONTA DI: La pellicola racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’ascesa al potere di Temudzhin, nato nel 1162, conosciuto più comunemente come Gengis Khan, che riunendo tutte le tribù mongole costruì un grande impero conquistando gran parte dell’Asia. “Mongol” costituisce la prima parte di una trilogia

SCHEDA: Origine  GERMANIA, KAZAKHISTAN, MONGOLIA, RUSSIA 2007 Produzione  ANDREEVSKY FLAG FILM COMPANY, KINOFABRIKA, KINOKOMPANIYA CTB, X-FILME CREATIVE POOL  Data uscita  09-05-2008  Genere STORICO  Durata 2h.Regia Sergej  Bodrov   Attori Tadanobu  Asano  Temugin Khulan  Chuluun  Börte Sun  Honglei  Jamukha Aliya     Oelun Bao  Di  Todoen Tegen  Ao  Charkhu Deng Ba Te  Er  Daritai You  Er  Sorgan-Shira Sai  Xing Ga  Chiledu Odnyam  Odsuren  Giovane Temugin Bayertsetseg  Erdenebat  Giovane Börte Amarbold  Tuvshinbayar  Giovane Jamukha Ba  Sen  Esugei Amadu  Mamadakov  Targutai Sun  Ben Hou  Monaco He  Qi  Dai Sechen Ba  Yin  Mercante con anello d'oro Ji Ri  Mu Tu  Boorchu Sceneggiatura Arif  Aliyev   Sergej  Bodrov   Fotografia Sergei  Trofimov   Rogier  Stoffers   Musiche Tuomas  Kantelinen   Montaggio Zach  Staenberg   Valdís  Óskarsdóttir   Scenografia Dashi  Namdakov   Arredamento An  Xin Wei   Costumi Karin  Lohr   Effetti Optical Art   Cinemateka  

DA SEGNALARE - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO

 

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POSTER E TITOLO:  Una luce abbagliante dall’alto illumina la testa dell’eroico e solitario condottiero di eserciti e protegge la sua sacra missione: si tratta evidentemente di un’ investitura a cui fa pensare anche l’espressione ieratica dell’uomo. Egli si mostra come soldato e monaco insieme, le scimitarre nella mano formano una croce in un rituale sacro o in un solenne giuramento, il bagliore del suo sguardo catturerà il mondo, ne farà un suo dominio. Il titolo in rosso sangue specifica trattarsi del sanguinario Gengis Kahn, feroce signore dell’impero dei Mongoli, di cui la pellicola vuole raccontare oltre alle  epiche gesta anche la lotta per emergere in un contesto ostile: dall’alone magico azzurrino dello sfondo è infatti escluso un piccolo riquadro in basso, probabile richiamo alle tragedie familiari, ombre coraggiosamente fugate ma sempre presenti nella memoria di lui. Insomma una biografia riadatta a una pagina di cinema, ove, come è facile aspettarsi, mitico spettacolare e leggendario fanno da filtro parziale alla realtà storica.       


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categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 07 maggio 2008

HOLLYWOODLAND(DVD): INNOCENTE AMERICA!

Locan_hollywoodland

“L’America non è stata mai innocente” introduce cosi il suo American Tabloid, il cantore delle cloache torbide di Los Angeles, James Elloy, autore de La dalia nera, portata sugli schermi da Brian de Palma: il cinema torna agli anni 50’, ne ricostruisce puntigliosamente eventi di cronaca, arredi, abbigliamenti e clima, nel tentavo di smascherare i falsi miti di una supposta età dell’oro e leggendo quel periodo storico, colmo di contraddizioni e tensioni, con il filtro di una storiografia moralistica, tesa a individuare le radici della decadenza dei valori nella tradizionale avidità dell’oro. Hollywoodland dell’esordiente nel lungometraggio Allen Coulter, regista di molti episodi de I Soprano e di Sex and city, non è particolarmente originale da questo punto di vista, se la chiave per comprendere il senso dell’indagine sulla supposta morte per suicidio, avvenuta nel giugno del 59’, dell’attore George Reeves, Superman idolo dei ragazzini sui teleschermi dal 52’ al 58’, qui interpretato da un Ben Affleck, sorprendente per la compatibilità fisica ed ideale con il personaggio, sta nella sequenza in cui un bambino, assistendo alle performance dell’uomo in tuta, dice allo stupito campione  di volergli sparare per vedere la pallottola rimbalzare: l’eroico difensore della giustizia è dunque un corruttore di giovani, giacché instilla in loro la convinzione che solo la forza erculea del soldato invitto possa riparare i  torti e ripristinare i diritti e che uccidere è gioco facile.

 Nel considerare l’industria dello spettacolo responsabile di cattiva educazione si resta nel solco nel luogo comune, tuttavia la pellicola meritoriamente si concentra non tanto sulla diagnosi quanto sui sintomi del male e sulla distorsione delle coscienze operata dai miraggi della Babilonia statunitense e aprendo il sipario su una “storia maledetta” di molti decenni fa, soverchiando l’inerzia dei fatti meramente documentati, ne orchestra soprattutto il contesto umano in una galleria di personalità dolenti, prigioniere delle proprie ossessioni illusorie, mettendo al centro del coro a raccogliere i cocci dispersi di un universo in frantumi la figura di Adrian Brody, un malinconico e disincantato erede di Philph Marlowe. Un perdente nato con ancora addosso la cicatrice di una rasoiata riportata per difendere i cancelli della mecca dall’assalto degli scioperanti, nel cui sguardo disilluso”la terra di Hollywood” trova lo specchio ideale ai suoi tanti fantasmi e delitti: una scia di sangue macchia le pareti del santuario dell’idolo, ma la vittima immolata non muore mai una volta sola e in uno solo modo e se si vuole  darle un nome, qual è quello giusto? Marylin Monroe, James Dean, Heath Ledger…

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RACCONTA DI : Siamo a Hollywood negli anni ’50. Louis Sim, detective privato, viene incaricato di fare luce sul presunto suicidio di George Reeves, noto per aver interpretato Superman, dalla madre dell’attore; per far questo deve frugare nella vita artistica e sentimentale del divo…

LOCANDINA E TITOLO: La locandina del film, dove domina l’ocra tipica delle ricostruzioni d’epoca, muove dall’intento di riprodurre l’atmosfera  del sottobosco della Hollywood degli anni 50 e per molti versi richiama The black dahlia di De Palma e il mondo poetico di Ellroy. Significativa più del trio in alto, evidente riferimento ai protagonisti della storia,  è la figura rimpicciolita nella parte inferiore, un uomo visto solo di spalle, che indossa un costume da superman, una comparsa invisibile nel fastoso scenario: la terra di Hollywood del titolo(Hollywoodland era il nome che compariva dal 1923 al 1949 in una famosa serie di cartelli una parte dei quali è visibile ancora oggi su una collina di Los Angeles,) è un universo artificioso e distruttivo, un mondo a parte, l’altra faccia di un immaginario collettivo scintillante, che plasma fantasmi sulle ceneri di uomini in carne ed ossa.

CUORE: la sequenza ripetuta in cui Adrian Brody immagina ossessivamente la scena dell’omicidio in modo sempre diverso: in qualunque modo si siano svolti i fatti, il senso da essi ricavabile non muta.

 

SCHEDA: Origine  USA 2006 Produzione  BACK LOT PICTURES, FOCUS FEATURES  Distribuzione  BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA (2007)  Data uscita  23-03-2007  Durata 2h e 6’Genere  THRILLER  Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Regia Allen  Coulter   Attori Adrien  Brody  Louis Simo Ben  Affleck  George Reeves Diane  Lane  Toni Mannix Bob  Hoskins  Eddie Mannix Lois  Smith  Helen Bessolo Robin  Tunney  Leonore Lemmon Larry  Cedar  Chester Sinclair Jeffrey  DeMunn  Art Weissman Brad William  Henke  Russell Molly  Parker  Laurie Simo Caroline  Dhavernas  Kit Holliday Joe  Spano  Howard Strickling Kathleen  Robertson  Carol Van Ronkel Zach  Mills  Evan Simo Dash  Mihok  Sergente Jack Patterson Erin  Gooderham  Jackie Stander Jeff  Teravainen  Lester Koenig Jason  Spevack  Kenneth Giles Eric  Weinthal  Barney Sarecky Donald  Burda  Rick Harris Veronica  Watt  Rita Hayworth Channing  Mitchell  (Cameron Mitchell Jr.) Earl Wilson David J.  MacNeil  Agente Korby Phillip  MacKenzie  Bill Bliss Ayumi Izuka  Sig.na Yoshida Lorry  Ayers  Phyllis Coates/Lois Lane Joseph  Adam  Jack Larson/Jimmy Olsen Dendrie  Taylor  Sig.ra Sinclair Seamus  Dever  Phillip Steve  Adams  Robert Maxwell Richard  Fancy  Alford 'Rip' Van Ronkel Soggetto Paul  Bernbaum   Sceneggiatura Paul  Bernbaum   Fotografia Jonathan  Freeman   Musiche Marcelo  Zarvos   Montaggio Michael  Berenbaum   Scenografia Leslie  McDonald   Arredamento Odetta  Stoddard   Costumi Julie  Weiss   Effetti Chris  Bailey   David  Reaume   Dennis  Berardi   Evan  Jacobs   Mr. X Inc.  

DA SEGNALARE:COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE A BEN AFFLECK ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

 

 

 

 

 

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STELLE: *** impeccabile divagazione su un supposto omicidio di un attore americano avvenuto nel giugno del 59’. Certo i retroscena scandalistici di Hollywood/ Babilonia si sono già visti molte volte.

VOTO/BILANCIO: 6/7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 3.25

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4

 

 


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categorie: cinema, film, cinema e mito di los angeles
lunedì, 05 maggio 2008

IL TRENO PER IL DARJEELING(2): OH CHAMPS ELISEES

Thedarjeelinglimited_05

Jason Schwartzman e Natalie Portman si incontrano in una elegantissima stanza di un albergo parigino di lusso, inscenano  un colloquio vagamente surreale, forse riflesso di una passione nevrotica e incontenibile, lei si tormenta tenendo fra le labbra uno stuzzicadenti, si spogliano, fanno l’amore e alla fine lui la prende per mano e la porta a contemplare dal balcone il panorama della città al crepuscolo: è il prologo, intitolato Hotel Chevalier,  dell’ultima fatica di Wes Anderson, Il treno per il Darjeeling. Che succede dopo? Si potrebbe sospettare che l’avventura in India in cui Schwartzman si trova catapultato assieme ai due fratelli, Adrian Brody e Owen Wilson,  rimasti orfani del padre, sia una sua fantasia di scrittore di libri, ispirati alla realtà( è significativamente co-sceneggiatore del film), oppure che si tratti di un’esperienza  rivissuta malinconicamente nel ricordo, o un apologo raccontato all’amante, al fine di dimostrarle che la stabilità dei sentimenti è un’utopia realizzabile  in un altrove arcaico, ai confini estremi del mondo. E’ certo comunque il legame di stretta parentela nello studiato equilibrio della pellicola fra l’apparente impeccabilità della metropoli europea e dei suoi raffinati interni e il caos del polveroso agglomerato urbano asiatico dove, nella prima sequenza dopo l’introduzione francese, un manager in giacca e cravatta corre inutilmente in taxi alla stazione ferroviaria per prendere il treno.  L’opposizione dialettica fra un Occidente abbiente, pragmatico e razionale, e un Oriente straccione, spirituale e cerimonioso, è un luogo comune delle letteratura e del cinema europei e statunitensi, ma ne Il treno per il Darjeeling il confronto è con l’universo scombinato e stralunato tipico dell’autore de I Tennenbaum: nel civilizzato ovest le persone hanno smarrito la bussola, i treni si perdono, le Porsche rosse fiammanti non partono più, facce ed  anime sono  ammaccate per le ferite riportate negli anni, le madri fuggono dai figli per inseguire chissà quale dio, gli innamorati non sanno amarsi, i fratelli non si fidano l’uno dell’altro e si fanno dispetti con lo spray al pepe; dunque un’umanità senza appigli e in costante ricerca di un salvagente per non affogare, piume sospinte a caso dal vento, dialoghi muti a luci spente, volti imbambolati e attoniti sulla cui imbarazzante e patologica inespressività la macchina da presa di Anderson insiste spietata.

 Il percorso dei lunari fratelli Whitman è così uno stravagante tour nelle zone impervie del pianeta giacché quello che riescono a vedere da estranei in un Paese sconosciuto è un riflesso speculare di se stessi e della loro esistenza monche: sul pittoresco Darjeeling limited ci sono regole ferree da rispettare per non essere piantati in posti sperduti, si respira ovunque nell’aria aromatizzata dalle spezie il senso del sacro, in rispettoso silenzio si accompagna al funerale, dopo essersi purificati nel fiume, un bambino tragicamente defunto.

 Il rigore della ritualità e i colori accesi non rappresentano però un antimondo edenico, bensì la suggestiva e folcloristica copertura smaltata di durezze materiali e morali appena percettibili nell’ombra: dagli occhi del bellissimo viso d’avorio della hostess fasciata di verde seta scendono lacrime di dolore, l’incorruttibile capotreno ruba i serpenti, la regione è infestata da tigri assassine. L’occasione di riabilitazione e di riscoperta basta per far volare la piuma contro vento, eppure non è che un India illusoria ed è illusoria  la saggezza trovata per strada: vero è solo  il rimpianto… le valigie Vuitton costipate di oggetti, abbandonate a terra, la fotografia della Ville Lumière al tramonto, e quel sospiro melodico di Joe Dassen, Oh Champs Elisées, mentre il convoglio corre veloce a perdersi nel deserto.

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CUORE: la canzone di Joe Dassin sui titoli di coda-la piuma in volo

 

 

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STELLE:***  Tre fratelli, orfani e nevrotici, sale su un pittoresco treno in India e fa un tour più alla scoperta di se stessi che del continente indiano: insomma un classico alla maniera però dell’autore de I Tenenbaum. Alcuni critici parlano di poesia, altri di artificio e forzature.

VOTO/BILANCIO: 6.50

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4

         2- coerenza logica, stile di regia: 3.50

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

 

 

 

 

 


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categorie: cinema, film, cinema dellesotico, cinema di viaggio
venerdì, 02 maggio 2008

IL TRENO PER IL DARJEELING(1): IL POSTER PROMETTE

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RACCONTA DI: Francis Whitman quando muore il padre,  invita i  due fratelli, Peter e Jack, a compiere con lui un viaggio in India a rivedere la madre, diventata suora laica,  per tentare di ricostruire il legame affettivo fra loro, spezzatosi per circostanze varie. Questi accettano e si trovano a vivere un avventura bislacca e straordinaria.

SCHEDA: The Darjeeling Limited  USA 2007 Produzione  WES ANDERSON, SCOTT RUDIN, ROMAN COPPOLA, LYDIA DEAN PILCHER PER AMERICAN EMPIRICAL PICTURES, CINE MOSAIC, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS  Distribuzione  20TH CENTURY FOX ITALIA (2008)  Data uscita  02-05-2008  Durata  1h e 31’  Genere ROAD MOVIE Specifiche tecniche  35 MM  Regia Wes  Anderson   Attori Owen  Wilson  Francis Whitman Adrien  Brody  Peter Whitman Jason  Schwartzman  Jack Whitman Anjelica  Huston  Patricia Whitman, la madre Natalie  Portman  Ex fidanzata di Jack Amara  Karan  Rita Trudy  Matthys  Signora tedesca sul treno Camilla  Rutherford  Alice Soggetto Wes  Anderson   Jason  Schwartzman   Roman  Coppola   Sceneggiatura Wes  Anderson   Jason  Schwartzman   Roman  Coppola   Fotografia Robert D.  Yeoman   Montaggio Andrew  Weisblum   Scenografia Mark  Friedberg   Arredamento Aradhana  Seth   Suzanne  Caplan Merwanji   Costumi Milena  Canonero   Effetti Henrik  Fett  

 DA SEGNALARE- LEONCINO D'ORO ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007). IL PROLOGO DEL FILM E' COSTITUITO DAL CORTOMETRAGGIO 'HOTEL CHEVALIER' DELLO STESSO REGISTA

 

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POSTER E TITOLO: Il poster fotografa i tre protagonisti del film nel bel mezzo di un pittoresco itinerario su un convoglio giocattolo verso una destinazione indicata nel cartello giallo in rosso vivo come se fosse non una regione dell’India ma un regno da fiaba: i colori sovraccarichi costituiscono il clima di un viaggio straordinario oltre i confini dell’abitudine. Dal vagone in coda si affacciano i fratelli per compiere una sorta di rituale magico, consacrato a qualche bizzarra divinità esotica e allo spirito di un defunto da seppellire: uno tiene un’urna in mano, l’altro porta attorno al collo una ghirlanda bianca e rossa, quello in mezzo, tiene le mani giunte in preghiera. Essi probabilmente vengono dal mondo reale e almeno in parte continuano a restarci: il titolo originale della pellicola, The Darjeeling Limited, infatti  è il nome del treno indiano diretto al Rajasthan e ai suoi templi. Ma dalla prospettiva borghese e pragmatica occidentale( il confronto fra razionalismo occidentale depauperante e l’irrazionalità orientale vivificante è un luogo comune nella letteratura e nel cinema europeo e statunitense) si tratta di un continente lontano, geograficamente e culturalmente, connotato da spiritualismo e misticismo, e l’esperienza estraniante al limiti del metafisico consente il superamento delle barriere convenzionali e il salvifico smarrimento della propria identità in una personalità libera e multiforme, dove ogni tipo di conflitto si ricompone nella bislacca cerimonia famigliare raffigurata dal manifesto.