Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
RACCONTA DI: Si tratta di una pop-biopic: Paolo Sorrentino racconta un momento cruciale della vita politica di Giulio Andreotti, quando diede vita al suo settimo e ultimo governo. Il periodo fra il ’91 e il
SCHEDA: Anno 2007 Durata 1 h E
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POSTER E TITOLO: Dall’oscurità fuoriesce un uomo, il volto, visibile solo in minima parte, è una maschera di cera auto-modellatasi sul grottesco, la cui cifra è l’impenetrabilità; egli sta appoggiato a una balaustra e congiunge le mani, come se si trovasse all’interno di un confessionale per pregare e per rivelare segreti e peccati inconfessabili alla luce del sole. Chi si nasconde dietro “il divo” del titolo? Sappiamo trattarsi di Giulio Andreotti, ma l’ identità di lui sfugge a qualsiasi definizione e allo spettatore torna alla memoria, unica analogia proponibile, l’usuraio del precedente film di Sorrentino L’amico di famiglia: il poster fa di fatto pensare a un demone/sfinge e a un monarca o a un boss mafioso che dietro i rituali paravento della repubblica esercita nell’ombra un potere assoluto e senza fasti. Da dove viene, cosa lo muove? La penombra in cui è immerso non dà risposte, la persona si incarna nel gesto simbolico, illuminato dalla luce di un riflettore( la macchina da presa?).
Nella prima parte di Come d’incanto, il filmetto Disney diretto da Lima, la graziosissima Amy Adams, vestita di uno spumeggiante abitino da sposa bianco o di una tenda strappata a una finestra, attorniata da topolini e uccellini, volteggiando e intonando sdolcinate canzoncine, si trova nella necessità di comporre un dizionarietto fiabesco-reale ad uso e consumo di chi come lei, venendo da un luogo color pastello, solare e tratteggiato da un delicato lapis, si trova a viaggiare in una città di marciapiedi, traffico caotico e pioggia a catinelle: le varie voci trovano una corrispondenza approssimativa, in certi casi non la trovano affatto e l’abbecedario frustrato è la cosa più innocuamente divertente della love story fra una coppia regale di origini favolistiche, Amy Adams e James Marsden, e una di professionisti urbani glamour, Cowey Morgan e il sex symbol di Grey’s Anatomy, Patrick Dempsey.
I due universi, pur ignorandosi, sono del resto paralleli, popolati nelle medesime proporzioni da buoni e da malvagi, per quanto Cartoonia sia dominata dal cuore, New York dalla ragione, la prima sia piena di Principi azzurri e principessine destinati a convolare a giuste nozze e a vivere per sempre felici e contenti, la seconda al contrario di avvocati divorzisti abbandonati dalla moglie: al centro del globo l’amore casto e romantico fa da calamita ai destini, ne sbianca le eterogeneità caratteriali e dimensionali ed alla fine i bei sentimenti sono ovunque una rassicurante ricetta per bandire il male e la sete di dominio, almeno quando sono facilmente riconoscibili incarnandosi nella dark da operetta Susan Sarandon.
Cosi il compromesso fra la favola lineare a lieto fine del sottosuolo e gli intrighi complicati imbastiti in superficie produce una contaminazione fra generi, situazioni, personaggi e scenari, portata avanti con una certa grazia, finalizzata però all’intento di attutire attriti di tono e di neutralizzare la potenzialità buffonesca della discrasia. La spruzzata d’ironia comunque compare qua e là, tutte le volte che si dimentica che il bacio salvifico è in procinto di arrivare per resuscitare da morte prematura la smancerosa eroina e cacciare nell’inferno l’irrispettoso drago.
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RACCONTA DI: Siamo nel magico mondo delle fiabe: da qui la principessa Giselle è innamorata del principe Edward, ma la malvagia madre di lui, a lei ostile, attraverso un incantesimo la getta nella Manhattan di oggi. La belle fanciulla al contatto con la metropoli è spaventata, ma incontra un avvocato affascinante che l’aiuterà a cavarsela.
LOCANDINA E TITOLO: Il poster contamina la tradizionale panoramica su Manhattan con l’atmosfera e i personaggi tipici delle favole: la mescolanza è frutto, come suggerisce il titolo, di un incantesimo ma l’azzurro predominante suggerisce che a prevalere sul prosaico reale è il fascino del fiabesco
CUORE: il tombino che consente il passaggio fra Cartoonia e New York
SCHEDA: Titolo Originale Enchanted USA 2007 Produzione ANDALASIA PRODUCTIONS, STEINER STUDIOS, WALT DISNEYFEATURE ANIMATION, JAMES BAXTER ANIMATION Distribuzione BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA Data uscita 07-12-2007 Durata 1h e 41’Genere ANIMAZIONERegia Kevin Lima Attori Amy Adams Giselle Patrick Dempsey Robert James Marsden Principe Edward Timothy Spall Nathaniel Rachel Covey Morgan Susan Sarandon Regina Narissa Idina Menzel Nancy John Rothman Carl Matt Servitto Artie Elizabeth Mathis Tess Paige O'Hara Trish Michaela Conlin May Isiah Whitlock Jr. Stephen Joseph Siravo Tony Soggetto Bill Kelly Sceneggiatura Bill Kelly Fotografia Don Burgess Musiche Alan Menken Stephen Schwartz Le canzoni "That's How You Know" e "Happy Working Song" (canatate da Amy Adams) e "So Close" (cantata da Jon McLaughlin) sono di Alan Menken e Stephen Schwartz. Montaggio Stephen A. Rotter Gregory Perler Scenografia Stuart Wurtzel Arredamento George DeTitta Jr. Costumi Mona May Effetti Thomas Schelesny Brennan Doyle Tippett Studio
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STELLE: ** contaminazione innocua fra favola e commedia. Il tutto ha una certa grazia e nella prima parte diverte.
VOTO/BILANCIO: 5
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1
2- coerenza logica, stile di regia: 4
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
Michael Gondry, enfant prodige di videoclip, autore di Se mi lasci ti cancello e de L’arte del sogno, adatta i suoi palcoscenici dalle architetture artigianalmente fantasmagoriche a un’idea di cinema come rito collettivo, panacea dei mali del mondo: un edificio fatiscente in procinto di essere demolito, un vecchio videostore, un paesaggio urbano devastato dalla presenza di una centrale nucleare, disagio e violenza giovanili, povertà ed emarginazione sono lo sfondo di sofferenze metropolitane trasformato in un centro effervescente di produzioni filmiche da una sbilenca coppia di amici, il saggio di colore, Mos Def, e lo sciroccato bianco contestatore, Jack Black, a cui si aggiunge il terzo incomodo di una lavandaia dotata di senso pratico, Melonie Diaz. E’ La soluzione strampalata della commedia classica, non certo una riabilitazione politico/ideologica: la metamorfosi di Passaic, cittadina del New Yersey, nella Hollywood dei poveri con registi attori e manager straccioni non nasce dalla rivoluzione dei pitocchi e neppure dalla protesta radicale, tutt’al contrario da una strenua difesa contro la tecnologia invadente di un sistema di valori e di un‘immaginario filmico acquiescenti, scaturiti dalla necessità di compensazione in miti consolatori.
“Il nostro passato appartiene a noi, possiamo cambiarlo se vogliamo” dice Mia Farrow, l’affezionata cliente del videonoleggio:
L’apologo di Gondry somatizza di fatto fin troppo chiaramente la sensazione diffusa che l’industria dello spettacolo di oggi abbia acquistato in perfezione formale ciò che ha perso in forza mitopoietica: la ruspa mandata dagli uffici legale delle major preoccupate per i diritti d’autore lesi stritola i film “maroccati” del laboratorio periferico dilettantesco, uccidendo la propria stessa linfa vitale e cioè la capacità, inventando neologismi, di rivitalizzare gli stereotipi di un linguaggio obsoleto. Il ripescaggio dei nastri da riavvolgere contro il consumo usa e getta dei DVD è anacronistico in superficie: nessuna tirannia è riuscita a sopprimere nei popoli il bisogno di essere leggenda e i primi passi del cinema sono già il suo futuro. Cambia l’abito, l’anima è la medesima, adolescente e vecchia di secoli: c’era una volta la gloria del jazz newyorsese, Fatts Wallers, nato e vissuto nel sobborgo di Paissac, qualcuno ha riscritto la biografia di lui, l’ha riversata in fotogrammi in bianco e nero e la proietta davanti alla gente del luogo commossa. Chissà però dove davvero è nato e vissuto l’aedo di Paissac, Fallets, e dove è nato e vissuto davvero Omero? Da nessuna parte ed ovunque…
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CUORE: La scena conclusiva: il futuro del cinema non può che guardare al passato per recuperare un’ anima autentica.
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STELLE**** il miracolo del cinema fatto a mano, con finale alla Frank Capra
VOTO/BILANCIO: 7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5
2- coerenza logica, stile di regia: 3.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
RACCONTA DI: Mike, commesso di una videoteca, si accorge che i VHS presi in prestito dall’amico Jerry sono irrecuperabili in quanto questi abita nei paraggi di una centrale nucleare che le ha smagnetizzate. Per rimediare al guaio, Jerry ha la brillante idea di rifare i film loro e di offrirli ai clienti: le pellicole artigianali riscuotono un enorme successo.
SCHEDA: Be Kind Rewind –USA 2007 Specifiche tecniche J-D-C SCOPE,
Fotografia Ellen Kuras Musiche Jean-Michel Bernard Montaggio Jeff Buchanan Scenografia Dan Leigh Arredamento Ron von Blomberg Costumi Rahel Afiley Kishu Chand
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POSTER E TITOLO: “Per favore riavvolgere il nastro” così recita il titolo, formando una specie di allegra curva sinusoide rossa: i vecchi VHS presi nei videonoleggi recavano sul dorso questa scritta, ma qui è come dire “permettete alla fantasia di rimettersi in moto, non consentitele di immobilizzarsi ”. Due individui bizzarri e stralunati cavalcano infatti, ridendo, a mo’ di scopa una cassetta tenendo in mano una cinepresa e volando nel bel mezzo di un cielo verde di cartapesta con grossolane stelle dorate: è l’avventura picaresca di un cinema laboratorio. Ed è il manifesto della poetica di Gondry: la settima arte è emancipazione artigianale dai vincoli della realtà, creatività è dare un’architettura e un corpo alle proprie fantasie. Il ritorno all’ormai rudimentale ed obsoleto nastro da riavvolgere è anche una lampante opposizione ai DVD e alle multisale, ove i film sono prodotti da consumare passivamente e da dimenticare rapidamente confusi tra il mare magnum di un’oggettistica informe.
I regimi totalitari e i tiranni hanno sempre imposto il dilemma morale a chi aspira a contribuire al benessere dell’uomo in società se sia più produttiva a tal fine la collaborazione silenziosa o la rivoluzione violenta: l’alternativa finisce però con il diventare un nodo scorsoio che strozza le coscienze, se in ballo è l’elementare sopravvivenza all’interno di un lager ove solo una sottile palizzata di legno separa dalla camera a gas o dal correre in circolo con le scarpe strette fino allo stramazzare cadaveri per terra. Il dubbio dilacerante se opporsi in nome della solidarietà o vivere da complici dei carnefici diventa tortura diversamente interiorizzata in personalità antitetiche, recintate e rimpinzate in un livido laboratorio, ne Il falsario, film concentrazionario atipico nel quale il regista austriaco Stefan Ruzowitzky, ricostruisce la cosiddetta “operazione Bernhard” messa in atto nel campo di Sachenhausen al fine di minare le economie delle potenze straniere e di rimpinguare le casse disastrate del Reich grazie a un gruppo di geniali falsari ebrei. L’anestetico alla sofferenza cosparso per le api laboriose e protette nelle celle confortevoli dell’alveare ammorba l’ambiente e l’aria putrida risveglia reazioni opposte: Salomon Sorowitsc ,solito all’estetica dell’imbroglio nelle alte sfere, schifato si adegua per salvare il salvabile, Burger, l’idealista si dibatte smanioso della teatralità di una morte eroica, il giovane pittore di Odessa fragile soccombe in ginocchio; e sullo sfondo grigio il servilismo delle comparse, coloro che, non disposti a morire per un principio, rendono possibile il sistema e il cui punto di vista trova eco nell’assoluta fedeltà a se stesso dell’ufficiale hitleriano tedesco.
La soluzione del rebus alla fine viene, come sappiamo, nel senso che
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RACCONTA DI: Il film è ispirato a una vicenda reale: nella Berlino del 1936, un abile falsario ebreo, giocatore d’azzardo e gigolò, Sorowitsch viene internato a Mauthausen. Dopo otto anni viene inviato a Sachsenhausen, dove è stato scelto assieme ad altri per stampare un’elevatissima somma di denaro falso, per inquinare le economie dei Paesi nemici e rimpinguare le casse del Reich: si pone così per i prigionieri la scelta fra assecondare i Nazisti e vivere all’interno del campo di concentramento in una posizione di privilegio e il non rendersi complice di uno sterminio di massa, sabotando il piano e contribuendo alla disfatta della Germania di Hitler
LOCANDINA E TITOLO: La locandina gioca sulla contrapposizione fra la situazione idillica e fascinosamente notturna della coppia in riva al mare della Costa azzurra e l’immagina del laboratorio in cui si stampano le false banconote: l’uomo e la donna si vedono di schiena, lo sguardo probabilmente perso nel vuoto e il pensiero alla loro serenità conquistata a un prezzo morale quasi insopportabile. Sulle spalle del protagonista del film, “Il falsario” appunto grava il peso della verità della coscienza ed l’opposizione inconciliabile è il dramma rappresentato nella pellicola.
CUORE: la frase detta dall’ufficiale hitleriano al falsario: “il primo dovere è la carità nei confronti di se stessi”. Il film cerca di scavare sul prezzo per la coscienza di tale carità-la scena della liberazione dal lager in cui i falsari esibiscono il tatuaggio sul braccio.
SCHEDA:
Die Fälscher AUSTRIA, GERMANIA 2007 Produzione AICHHOLZERFILMPRODUKTION,MAGNOLIAFILMPRODUKTION, BABELSBERG FILM GMBH, , STUDIO BABELSBERG MOTION PICTURES GMBH, BABELSBERG FILM ZDFDistribuzione LADY FILM (2008) Data uscita 25-01-2008 Durata 1h e
DA SEGNALARE- IN CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).
- OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.
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STELLE: ***il campo di concentramento dalla prospettiva privilegiata dei falsari complici obbligato dei carnefici: la continguità etica con li mare dilania e distrugge le coscienze
VOTO/BILANCIO:6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Nel Genesi sta scritto che Dio fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco e subissò quelle città e i loro abitanti, salvò Lot, ma la moglie di lui, essendosi voltata indietro, fu cambiata in una statua di sale. Perchè la donna si gira? Forse si tratta di curiosità, vizio muliebre secondo la tradizione misogina del testo biblico e pertanto meritevole di punizione, eppure è qualcosa di più: è l’ultimo barlume di coscienza concesso all’uomo sulla soglia del nulla, è la ribellione inconsapevole al destino prestabilito ed è la medesima prospettiva scelta da Matteo Garrone ( Primo amore, L’imbalsamatore) per solidificare su pellicola il magma campano/italico rimestato da Saviano in Gomorra. La moglie di Lot è parte dell’inferno, ne è testimonianza viva, avrebbe potuto fuggirne, non lo ha fatto e nel suo sguardo sgomento in procinto di spegnersi si riflette l’agonia di un Paese senza futuro: gli occhi della donna un secondo prima della metamorfosi in statua di sale coincidono con quelli dei protagonisti, con quelli del regista e con i nostri, spettatori qui e attori della vita civile, e la simbiosi implicita nel delirio visionario ed irrequieto di una macchina da presa incapace di equilibrio e distanza rispetto all’oggetto della rappresentazione fa di Gomorra l’enciclopedia tribale dell’Italia contemporanea.
La compatibilità ambientale evocata esclude così la partecipazione sentimentale di chi visita un inferno venendo da un altrove: il lungometraggio non racconta infatti né storie né personaggi, non porta avanti messaggi, non analizza contesti o cause, e, a guardare bene, non è neppure un film, piuttosto, assestandosi sull’ordinato nichilismo organizzato dai monarchi della Camorra, assembla spezzoni di vicende monche, labirinti di volti e gallerie, che si attorcigliano gli uni negli altri, getta bagliori improvvisi nella penombra verdolina di una lampada abbronzante su corpi massacrati, ammanta di una luce livida eco mostri, campagne e persino il Canal Grande, fa ascoltare canzonette sentimentali paradossalmente in rima con il crepitio della armi, amalgama nella rude “koine” d’uso ovunque dialetto ed inglese standard, contamina rituali d’iniziazione con miti hollywoodiani.
Negli arcana delle gerarchie del crimine o delle istituzioni non esistono di fatto più né centro né periferia e non ci sono nemmeno più segreti o mefistofeliche trame oscure: “funziona così” dice uno spigoloso Toni Servillo riferendosi al Sistema ed è la scabra definizione di un totalitarismo omnicomprensivo senza sottointesi o sfumature, mimetizzato e omologato da percentuali, cifre, scarti, calcoli perfettamente riusciti, un operaio del Nord contro una famiglia del Sud, Secondigliano, come la fabbrica di Torino o il liceo della provincia benestante.
Ma se l’animo umano è una distorsione, una somma non riuscita, un cavallo imbizzarrito, il terrore gli mette le briglie, a meno che non intervenga l’innocente aspirazione a vivere da “scissionista”. Ed appunto l’effimero ed inconsapevole rigetto di fronte alla cancellazione eterna della moglie di Lot il filo seguito da Garrone nell’estrapolare tasselli di alcuni percorsi esistenziali da risarcire con l’epica di un cinema di passione civile, cimelio degli anni d’oro di Rossellini e di Pasolini: l’azzurro di una goffa piscina sui tetti dei casermoni di Scampia, la miracolosa epifania della diva con l’abito creato dall’amore e dal sentimento di schiavi anonimi, il barlume del dubbio nel“vedremo” del piccolo killer, il no fermo di un giovane in carriera, il volo danzante di due ventenni, e i loro corpi raccolti da un ruspa e gettati in mare, tomba senza memoria di quel poco che ci resta prima di tornare ad essere statue di sale.
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CUORE: il termine “scissionista”.
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STELLE:*****E’ l’Italia di oggi: si dice cosi anche de “I promessi sposi” ma la scomparsa di Don Rodrigo non è granché consolante.
VOTO/BILANCIO:9
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.25
2- coerenza logica, stile di regia: 5
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.50
RACCONTA DI: Il film di Matteo Garrone, ispirato al best seller di Saviano, racconta attraverso cinque vicende esemplari il regno della camorra, nella provincia di Caserta, fra Aversa e Casal di Principe: è
SCHEDA: ITALIA 2008 Produzione DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA E SKY Distribuzione 01 DISTRIBUTION Data uscita 16-05-2008 durata 2h e
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POSTER E TITOLO: Il manifesto del film nel radicale rifiuto di oggetti, volti e colori, trasmette senza la tradizionale mediazione delle immagini il senso di disperazione: lo sgomento nasce dall’improvvisa cecità, dal sentirsi precipitati nel totale nulla ove passato, presente e futuro sono stati cancellati assieme con la coscienza: è l’aldilà in terra, popolato da larve mute e senza occhi, schiave di un Ade orripilante che non ha confini né di spazio né di tempo.
Forse dalla prigionia non si esce, ma una lanterna resta accesa: al centro del manifesto sprigiona calore il rosa del titolo “Gomorra” e il nome mitologico della città biblica punita dall’ira di Dio indica nel patrimonio sapienziale tesaurizzato nel testi antichi la possibilità di istaurare pardadigmi di morale e di giudizio e di plasmare nella prospettiva umana della parola-racconto-memoria la neutralità feroce del reale.
In Io sono leggenda di Francis Lawrence, celebrato autore di videoclip e regista di Constantine, l’antidoto al virus letale che ha sterminato l’umanità è disponibile fin da subito, senza bisogno che l’unico superstite newyorkese Will Smith si danni l’anima per trovarlo: è la consolante certezza dell’innocenza dell’uomo e della provvidenza di Dio. Se a un certo punto del suo cammino l’umanità dispone e crea distopie totalitarie e distruttive, non c’è colpa, è piuttosto il caso che fraintendo le intenzioni gioca brutti scherzi facilmente riparabili: la tragedia allora è costantemente sul punto di gettare la maschera e rivelarsi commedia, pura ipotesi d’intrattenimento tranquillizzante con sottofondo di pop-corn e bibita con le bollicine. Vero è che al giorno d’oggi la speranza è merce rara e ben venga, quando se ne trovano le ragioni oggettive, ma la giustapposizione posticcia di un ottimismo misticheggiante toglie alla pellicola il terreno sotto i piedi, svuotando dell’indispensabile elemento perturbante lo scenario apocalittico di una Manhattan deserta con i marciapiedi invasi dalle erbacce e dalle fiere: detto in altri termini la fonte letteraria, a cui il film si ispira, il classico di Richard Matheson del 1954, trasposto già sulla schermo da Ragona nel 1963 e Sagal nel 1971, viene contaminata con nientedimeno che Shrek il cartone animato le cui battute sono significativamente imparate a memoria da Will Smith.
La saldatura fra favola e incubo avviene meccanicamente, nel momento di massima allerta, quando cioè il protagonista sta per cadere vittima degli “infetti” e viene salvato dall’arrivo miracoloso di una donna e di un bambino, l’aiutante magico della situazione: i vampiri-zombie e l’omino verde sono filiazione dello stesso immaginario collettivo e la sensazione di aver accompagnato il protagonista in un viaggio surreale in compagnia di un cane all’interno di una città e di un cataclisma meramente immaginari, alla presenza muta di manichini in posa fra gli scaffali di una libreria, incredibilmente lustra, ne riceve conferma, cancellando definitivamente inquietudine e pietà. Una simulazione suggestiva di metropoli abbandonata a se stessa, una strambo tour ludico su e giù per le vie dell’ombelico del pianeta, con il sottofondo della voce di Bob Marley a evocare la leggenda dell’uomo.
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RACCONTA DI : Un virus letale ha trasformato New York e probabilmente l’intero pianeta in un cumulo di macerie popolata da mostri feroci “infetti”: lo scienziato Robert Neville non è stato contaminato ed è l’unico esemplare di uomo sopravvissuto e pertanto deve difendersi dai loro assalti potendo contare solo sull’aiuto di un cane. Egli nel frattempo cerca di comprendere i motivi della sua salvezza e se vi siano altri come lui.
LOCANDINA E TITOLO: La locandina rimanda al tipico scenario catastrofico: c’ è stata l’apocalisse e ora un cielo giallastro, infetto, avvolge le macerie di quella che un tempo era New York. Il ponte spezzato a metà, crescono erbacce, gli uomini sono scomparsi o nascosti chissà dove, o si sono trasformati in mostri feroci che hanno nella metropoli abbandonati il territorio di caccia ideale. Dell’homo sapiens, un tempo re del pianeta, è sopravvissuta solo la leggenda, e un ultimo segno nella figura vestita di nero che cammina guardinga accompagnata dal cane e nella canzone di Bob Marley “legend” da lui ascoltata. In un mondo sepolto e morto lui e l’animale rappresentano la forza eroica della vita: io sono leggenda appunto…
CUORE: la simulazione dell’apocalisse su New York VS Sherk
SCHEDA: I Am Legend USA 2007 Produzione WARNER BROS. PICTURES, HEYDAY PRODUCTIONS, ORIGINAL FILM, WEED ROAD PICTURES, 3 ARTS ENTERTAINMENT, HEYDAY FILMS, OVERBROOK ENTERTAINMENT, VILLAGE ROADSHOW PICTURES Distribuzione WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2008) Data uscita 11-01-2008 Durata 1h e
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STELLE: **la simulazione della catastrofe per le vie di New York è suggestiva: magari non dispiace farci un giretto.
VOTO/BILANCIO: 5-
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 1
2- coerenza logica, stile di regia: 2/3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
In Mongol, prima parte della trilogia dedicata a Temugin, più noto con il nome di Gengis Khan, da Sergey Bodrov, uno dei migliori talenti del cinema russo( Il prigioniero del Caucaso), l’impulso alla scoperta di un mondo nuovo viene dato all’eroe civilizzatore bambino in viaggio con il padre per andare in visita alle futura sposa dall’incantevole fanciulla bruna vestita di rosso di una piccola tribù che osa rivolgergli la parola per prima chiedendogli il nome e di scegliere lei come moglie al posto di quella destinatagli per motivi politici dal genitore: nel film di fatto la figura femminile nell’ attrice Khulan Chuluun, volto dalla bellezza miracolosa per noi sconosciuto, travalica il ruolo di mite comparsa adibita al riposo erotico del condottiero, in cui l’epica generalmente la confina; infatti è lei a liberare il guerriero mongolo non tanto dalla prigionia materiale quanto piuttosto da quella morale, consentendogli di riconoscere lucidamente la nudità affettiva ed ideale dell’universo di tradizioni obbligate o tradite ferocemente tribale e analfabeta in cui egli è nato e di cui è vittima assieme a tanti altri, compreso il nemico “fratello di sangue” Jamulka.
Mongol in realtà fa de La storia segreta dei Mongoli, il poema epico a cui Bodrov si è ispirato, il suggestivo sfondo paesaggistico di una vicenda simbolica del trapasso dell’umanità da un cupo Medioevo nomade e anarchico, dominato esclusivamente dalle armi, alla civiltà dei libri e della legge: l’emancipazione delle coscienze si ottiene e si impone a fin di bene con la forza bruta della scimitarra impugnata dal campione leggendario, tuttavia è l’interiorità della donna ad indicare la strada per il monastero sul monte, luogo sacro dove sono contenuti i volumi che consentono l’ascesa spirituale a un Dio, in qualunque modo si voglia chiamare l’indeuropeo signore del cielo luminoso venerato dal conquistatore Temugin, protettore della giustizia e vendicatore leale dei torti. Certo la personalità di Gengis Khan e i motivi effettivi del suo operato sfuggono allo spettatore e verosimilmente la metamorfosi da monarca sanguinario in Prometeo portatore di progresso nei territori selvaggi non ha giustificazioni razionali nella lettura degli eventi, ma da questa angolatura l’elissi e la sinuosità folgorante degli squarci temporaleschi sulle crudeltà barbariche sono ben più efficaci della distensione del racconto esaustivo e fedele ai documenti.
Ad avere la meglio sono dunque le ombre, eppure traspare la sofferta umanità di Tamugin dalla compatibilità sentimentale con il contesto nel quale Bodrov lo immerge: egli non è uno dei tanti colossi di celluloide con la stigmate emarginante dell’eccezionalità, novelli Superman resuscitati proditoriamente dalla mummificazione dei manuali di scuola per gli schermi, bensì condivide fino in fondo il martirio del popolo di cui sarà salvatore. Gengis Khan è la combinazione di un insieme di fattori, su cui Mongol rinuncia a fare luce, lasciando però emergere quanto i popoli abbiano bisogno di eroi, al fine di imprimere una direzione di marcia al loro cammino, si chiamino Tamugin, Alessandro Magno o Cesare, coraggiosi parafulmini alle angosce e alle ambizioni delle genti.
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CUORE: Tamugin bambino legato alla ruota di un carro e Tamugin adulto in prigione VS il monastero sulla montagna con i libri.
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STELLE:****la battaglia sotto i bagliori del fulmine è da antologia, a cui si aggiungono i paesaggi e il mondo barbarico salvato da un Gengis Khan prometeo.
VOTO/BILANCIO: 7+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.25
2- coerenza logica, stile di regia: 5
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
RACCONTA DI: La pellicola racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’ascesa al potere di Temudzhin, nato nel 1162, conosciuto più comunemente come Gengis Khan, che riunendo tutte le tribù mongole costruì un grande impero conquistando gran parte dell’Asia. “Mongol” costituisce la prima parte di una trilogia
SCHEDA: Origine GERMANIA, KAZAKHISTAN, MONGOLIA, RUSSIA 2007 Produzione ANDREEVSKY FLAG FILM COMPANY, KINOFABRIKA, KINOKOMPANIYA CTB, X-FILME CREATIVE POOL Data uscita 09-05-2008 Genere STORICO Durata 2h.Regia Sergej Bodrov Attori Tadanobu Asano Temugin Khulan Chuluun Börte Sun Honglei Jamukha Aliya Oelun Bao Di Todoen Tegen Ao Charkhu Deng Ba Te Er Daritai You Er Sorgan-Shira Sai Xing Ga Chiledu Odnyam Odsuren Giovane Temugin Bayertsetseg Erdenebat Giovane Börte Amarbold Tuvshinbayar Giovane Jamukha Ba Sen Esugei Amadu Mamadakov Targutai Sun Ben Hou Monaco He Qi Dai Sechen Ba Yin Mercante con anello d'oro Ji Ri Mu Tu Boorchu Sceneggiatura Arif Aliyev Sergej Bodrov Fotografia Sergei Trofimov Rogier Stoffers Musiche Tuomas Kantelinen Montaggio Zach Staenberg Valdís Óskarsdóttir Scenografia Dashi Namdakov Arredamento An Xin Wei Costumi Karin Lohr Effetti Optical Art Cinemateka
DA SEGNALARE - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO
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POSTER E TITOLO: Una luce abbagliante dall’alto illumina la testa dell’eroico e solitario condottiero di eserciti e protegge la sua sacra missione: si tratta evidentemente di un’ investitura a cui fa pensare anche l’espressione ieratica dell’uomo. Egli si mostra come soldato e monaco insieme, le scimitarre nella mano formano una croce in un rituale sacro o in un solenne giuramento, il bagliore del suo sguardo catturerà il mondo, ne farà un suo dominio. Il titolo in rosso sangue specifica trattarsi del sanguinario Gengis Kahn, feroce signore dell’impero dei Mongoli, di cui la pellicola vuole raccontare oltre alle epiche gesta anche la lotta per emergere in un contesto ostile: dall’alone magico azzurrino dello sfondo è infatti escluso un piccolo riquadro in basso, probabile richiamo alle tragedie familiari, ombre coraggiosamente fugate ma sempre presenti nella memoria di lui. Insomma una biografia riadatta a una pagina di cinema, ove, come è facile aspettarsi, mitico spettacolare e leggendario fanno da filtro parziale alla realtà storica.
“L’America non è stata mai innocente” introduce cosi il suo American Tabloid, il cantore delle cloache torbide di Los Angeles, James Elloy, autore de La dalia nera, portata sugli schermi da Brian de Palma: il cinema torna agli anni
Nel considerare l’industria dello spettacolo responsabile di cattiva educazione si resta nel solco nel luogo comune, tuttavia la pellicola meritoriamente si concentra non tanto sulla diagnosi quanto sui sintomi del male e sulla distorsione delle coscienze operata dai miraggi della Babilonia statunitense e aprendo il sipario su una “storia maledetta” di molti decenni fa, soverchiando l’inerzia dei fatti meramente documentati, ne orchestra soprattutto il contesto umano in una galleria di personalità dolenti, prigioniere delle proprie ossessioni illusorie, mettendo al centro del coro a raccogliere i cocci dispersi di un universo in frantumi la figura di Adrian Brody, un malinconico e disincantato erede di Philph Marlowe. Un perdente nato con ancora addosso la cicatrice di una rasoiata riportata per difendere i cancelli della mecca dall’assalto degli scioperanti, nel cui sguardo disilluso”la terra di Hollywood” trova lo specchio ideale ai suoi tanti fantasmi e delitti: una scia di sangue macchia le pareti del santuario dell’idolo, ma la vittima immolata non muore mai una volta sola e in uno solo modo e se si vuole darle un nome, qual è quello giusto? Marylin Monroe, James Dean, Heath Ledger…
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RACCONTA DI : Siamo a Hollywood negli anni ’50. Louis Sim, detective privato, viene incaricato di fare luce sul presunto suicidio di George Reeves, noto per aver interpretato Superman, dalla madre dell’attore; per far questo deve frugare nella vita artistica e sentimentale del divo…
LOCANDINA E TITOLO: La locandina del film, dove domina l’ocra tipica delle ricostruzioni d’epoca, muove dall’intento di riprodurre l’atmosfera del sottobosco della Hollywood degli anni 50 e per molti versi richiama The black dahlia di De Palma e il mondo poetico di Ellroy. Significativa più del trio in alto, evidente riferimento ai protagonisti della storia, è la figura rimpicciolita nella parte inferiore, un uomo visto solo di spalle, che indossa un costume da superman, una comparsa invisibile nel fastoso scenario: la terra di Hollywood del titolo(Hollywoodland era il nome che compariva dal 1923 al
CUORE: la sequenza ripetuta in cui Adrian Brody immagina ossessivamente la scena dell’omicidio in modo sempre diverso: in qualunque modo si siano svolti i fatti, il senso da essi ricavabile non muta.
SCHEDA: Origine USA 2006 Produzione BACK LOT PICTURES, FOCUS FEATURES Distribuzione BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA (2007) Data uscita 23-03-2007 Durata 2h e 6’Genere THRILLER Specifiche tecniche
DA SEGNALARE:COPPA VOLPI PER
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STELLE: *** impeccabile divagazione su un supposto omicidio di un attore americano avvenuto nel giugno del
VOTO/BILANCIO: 6/7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile di regia: 3.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4
Jason Schwartzman e Natalie Portman si incontrano in una elegantissima stanza di un albergo parigino di lusso, inscenano un colloquio vagamente surreale, forse riflesso di una passione nevrotica e incontenibile, lei si tormenta tenendo fra le labbra uno stuzzicadenti, si spogliano, fanno l’amore e alla fine lui la prende per mano e la porta a contemplare dal balcone il panorama della città al crepuscolo: è il prologo, intitolato Hotel Chevalier, dell’ultima fatica di Wes Anderson, Il treno per il Darjeeling. Che succede dopo? Si potrebbe sospettare che l’avventura in India in cui Schwartzman si trova catapultato assieme ai due fratelli, Adrian Brody e Owen Wilson, rimasti orfani del padre, sia una sua fantasia di scrittore di libri, ispirati alla realtà( è significativamente co-sceneggiatore del film), oppure che si tratti di un’esperienza rivissuta malinconicamente nel ricordo, o un apologo raccontato all’amante, al fine di dimostrarle che la stabilità dei sentimenti è un’utopia realizzabile in un altrove arcaico, ai confini estremi del mondo. E’ certo comunque il legame di stretta parentela nello studiato equilibrio della pellicola fra l’apparente impeccabilità della metropoli europea e dei suoi raffinati interni e il caos del polveroso agglomerato urbano asiatico dove, nella prima sequenza dopo l’introduzione francese, un manager in giacca e cravatta corre inutilmente in taxi alla stazione ferroviaria per prendere il treno. L’opposizione dialettica fra un Occidente abbiente, pragmatico e razionale, e un Oriente straccione, spirituale e cerimonioso, è un luogo comune delle letteratura e del cinema europei e statunitensi, ma ne Il treno per il Darjeeling il confronto è con l’universo scombinato e stralunato tipico dell’autore de I Tennenbaum: nel civilizzato ovest le persone hanno smarrito la bussola, i treni si perdono, le Porsche rosse fiammanti non partono più, facce ed anime sono ammaccate per le ferite riportate negli anni, le madri fuggono dai figli per inseguire chissà quale dio, gli innamorati non sanno amarsi, i fratelli non si fidano l’uno dell’altro e si fanno dispetti con lo spray al pepe; dunque un’umanità senza appigli e in costante ricerca di un salvagente per non affogare, piume sospinte a caso dal vento, dialoghi muti a luci spente, volti imbambolati e attoniti sulla cui imbarazzante e patologica inespressività la macchina da presa di Anderson insiste spietata.
Il percorso dei lunari fratelli Whitman è così uno stravagante tour nelle zone impervie del pianeta giacché quello che riescono a vedere da estranei in un Paese sconosciuto è un riflesso speculare di se stessi e della loro esistenza monche: sul pittoresco Darjeeling limited ci sono regole ferree da rispettare per non essere piantati in posti sperduti, si respira ovunque nell’aria aromatizzata dalle spezie il senso del sacro, in rispettoso silenzio si accompagna al funerale, dopo essersi purificati nel fiume, un bambino tragicamente defunto.
Il rigore della ritualità e i colori accesi non rappresentano però un antimondo edenico, bensì la suggestiva e folcloristica copertura smaltata di durezze materiali e morali appena percettibili nell’ombra: dagli occhi del bellissimo viso d’avorio della hostess fasciata di verde seta scendono lacrime di dolore, l’incorruttibile capotreno ruba i serpenti, la regione è infestata da tigri assassine. L’occasione di riabilitazione e di riscoperta basta per far volare la piuma contro vento, eppure non è che un India illusoria ed è illusoria la saggezza trovata per strada: vero è solo il rimpianto… le valigie Vuitton costipate di oggetti, abbandonate a terra, la fotografia della Ville Lumière al tramonto, e quel sospiro melodico di Joe Dassen, Oh Champs Elisées, mentre il convoglio corre veloce a perdersi nel deserto.
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CUORE: la canzone di Joe Dassin sui titoli di coda-la piuma in volo
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STELLE:*** Tre fratelli, orfani e nevrotici, sale su un pittoresco treno in India e fa un tour più alla scoperta di se stessi che del continente indiano: insomma un classico alla maniera però dell’autore de I Tenenbaum. Alcuni critici parlano di poesia, altri di artificio e forzature.
VOTO/BILANCIO: 6.50
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 3.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3
RACCONTA DI: Francis Whitman quando muore il padre, invita i due fratelli, Peter e Jack, a compiere con lui un viaggio in India a rivedere la madre, diventata suora laica, per tentare di ricostruire il legame affettivo fra loro, spezzatosi per circostanze varie. Questi accettano e si trovano a vivere un avventura bislacca e straordinaria.
SCHEDA: The Darjeeling Limited USA 2007 Produzione WES ANDERSON, SCOTT RUDIN, ROMAN COPPOLA, LYDIA DEAN PILCHER PER AMERICAN EMPIRICAL PICTURES, CINE MOSAIC, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS Distribuzione 20TH CENTURY FOX ITALIA (2008) Data uscita 02-05-2008 Durata 1h e
DA SEGNALARE- LEONCINO D'ORO ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007). IL PROLOGO DEL FILM E' COSTITUITO DAL CORTOMETRAGGIO 'HOTEL CHEVALIER' DELLO STESSO REGISTA
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POSTER E TITOLO: Il poster fotografa i tre protagonisti del film nel bel mezzo di un pittoresco itinerario su un convoglio giocattolo verso una destinazione indicata nel cartello giallo in rosso vivo come se fosse non una regione dell’India ma un regno da fiaba: i colori sovraccarichi costituiscono il clima di un viaggio straordinario oltre i confini dell’abitudine. Dal vagone in coda si affacciano i fratelli per compiere una sorta di rituale magico, consacrato a qualche bizzarra divinità esotica e allo spirito di un defunto da seppellire: uno tiene un’urna in mano, l’altro porta attorno al collo una ghirlanda bianca e rossa, quello in mezzo, tiene le mani giunte in preghiera. Essi probabilmente vengono dal mondo reale e almeno in parte continuano a restarci: il titolo originale della pellicola, The Darjeeling Limited, infatti è il nome del treno indiano diretto al Rajasthan e ai suoi templi. Ma dalla prospettiva borghese e pragmatica occidentale( il confronto fra razionalismo occidentale depauperante e l’irrazionalità orientale vivificante è un luogo comune nella letteratura e nel cinema europeo e statunitense) si tratta di un continente lontano, geograficamente e culturalmente, connotato da spiritualismo e misticismo, e l’esperienza estraniante al limiti del metafisico consente il superamento delle barriere convenzionali e il salvifico smarrimento della propria identità in una personalità libera e multiforme, dove ogni tipo di conflitto si ricompone nella bislacca cerimonia famigliare raffigurata dal manifesto.