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venerdì, 29 febbraio 2008

PERSEPOLIS(1): IL MANIFESTO PROMETTE

Locandina_persepolis

RACCONTA DI: La vicenda è collocata nell’Iran degli scià  prima e degli Ayatollà poi: Marijane è una  bambina di nove anni dotata di  spirito critico e anticonformista costretta a vivere in un Paese  caratterizzato da una società  rigidamente asservita a regole arcaiche e al fondamentalismo religioso. I genitore colti e benestanti  preoccupati per lei, decidono di mandarla a studiare in Austria, da cui, lei  farà ritorno, al termine  della scuola, decisa  a lottare per cambiare la situazione in patria..

NOTE DI MERITO:

- PREMIO DELLA GIURIA (EX-AEQUO CON "STELLET LICHT" DI CARLOS REYGADAS) AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE.

 

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Fiorellini o stelline sbilenchi, bianchi e azzurri, cospargono come fosse un prato o il cielo lo sfondo del poster, che riprende la graphic novel, un’autobiografia a fumetti di Marijane Satrapi, da cui la pellicola è tratta, ed evocano un’urgenza insopprimibile  di gioco, di fantasia e di allegria: il disegno nei suo colori tenui e decisi pare lo sfogo incontenibile dell’anima della giovane fumatrice dall’aria assorta e fiera, quasi impertinente, visibile nella parte inferiore. Dal fumo della sigaretta scaturisce il ricordo o il sogno di una vita familiare improntata al sereno  dialogo e all’affetto solidale ostacolata  forse dalla metropoli  grigiastra che dall’ampia  vetrata fa irruzione nell’interno caldo e confortevole. Il salotto alto-borghese, sobriamente elegante, espressione del benessere  economico, del buon gusto e del cosmopolismo delle persone che lo abitano,  risulta così un’isola racchiusa in un utopico cristallo,  impossibilitata a trasmettere l’universo di valori positivi che lo anima  al di fuori delle sue mura…

postato da: spilluzzicando alle ore 08:58 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 27 febbraio 2008

AWAY FROM HER ( 2): LA VERITA', VI PREGO, SULL'AMORE

Awayfromher_03_2

“La verità vi prego sull’amore” chiede a un anonimo lettore il poeta inglese W.H. Auden in una poesia composta negli anni 30’ del secolo scorso, ironizzando sulla convinzione diffusa di conoscere la natura e gli effetti sull’animo umano dell’attrazione erotica e sentimentale. Auden è anche l’autore del reportage sull’Islanda che Grant Anderson, l’intellettuale docente universitario in pensione, protagonista di Away from Her delle giovane attrice e regista Sara Polley, ispirato a un  mirabile racconto della  scrittrice canadese, Alice Munro, legge alla moglie Fiona, malata di Alzheimer, le porta in clinica, quando lei viene ricoverata e il libro, abbandonato a lungo su un comodino, ripreso in mano all’improvviso dalla donna segna il risveglio dal torpore di lei, il ripescaggio dal gorgo della malattia invincibile di un frammento dell’identità smarrita ed è come se il volumetto tenesse per mano i due coniugi e li accompagnasse in punta di piedi all’interno del loro stesso dramma. Grant e Fiona, abitanti  di uno spopolato ed immemore Canada terso e polare,  sono infatti spinti, loro malgrado, a compiere un viaggio analogo all’autore britannico all’interno del territorio inesplorato e selvaggio di una mente devastata e cancellata da un morbo irreversibile: l’Islanda la più giovane terra del pianeta, ancora in via di assestamento, racchiude il fascino inquietante di un universo vergine in cerca di un proprio anomalo equilibrio e per penetrarne i segreti occorrono gli occhi e la sapienza magica dei poeti. Saggezza di cui però gli altri non sono comunemente dotati e l’urgenza di sapere, destinata a rimanere inappagato, si paralizza di fronte a qualche bagliore improvviso, a una verità illusoria e casuale, cosicché l’impotenza conoscitiva degli affetti alimenta il disagio sottopelle dello spettatore partecipe: il tentativo di fare di Fiona/ Christie un oggetto di osservazione stabile viene eluso, la vediamo svanire gradualmente in uno straziante sorriso, racchiudersi all’interno di un guscio protettivo e inavvicinabile, sul suo bel viso aleggiano messaggi indecifrabili; il pellegrinaggio nel continente del dolore inizia con i percorsi noti indicati dalla letteratura medica ma si smarrisce in sentieri oscuri ove si affievoliscono giorno per giorno  vista, udito e memoria, fino a svanire.

 Una parete di vetro infrangibile separa i sani dai malati, e la coppia disintegrata dall’innalzarsi della barriera miracolosamente nelle persona dei due ospiti della clinica, di cui uno muto e costretto su una sedia a rotelle, si ricostruisce al di là di essa  inventandosi un linguaggio e un vissuto “altri”: in Away from her  Sara Polley forza il  protagonista maschile, l’infermiera solidale, la moglie del supposto “rivale” nonché il pubblico a  rimanere pudicamente al di qua del muro di cristallo e a  cercare di afferrare, attraverso la trasparenza, la vita  segreta delle cose, per ricordare il titolo di un suo film. Un uomo e una donna sciano affiancati sulla neve fresca, due solchi lieve destinati a scomparire con la stagione nuova, una casa le cui luci si spengono al crepuscolo prima che faccia notte: la verità, vi prego, sull’amore….

 

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TITOLO: definisce la condizione di distanza fisica e psicologica del protagonista della pellicola, ma è anche il punto di partenza per la rinascita e la rifondazione di un legame coniugale ormai impossibile.

CUORE: Il libro di Auden sull’Islanda-le traccie degli sci sulla neve-le luci della casa che si spengono una per una al crepuscolo.

 

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STELLE: ****pellegrinaggio ovattato nel morbo di Alzheimer di una coppia di anziani innamorati in un Canada polare

VOTO/BILANCIO: 7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.25

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:  5

 

 

 

SCHEDA:

Away from Her  CANADA 2006 Produzione  THE FILM FARM, FOUNDRY FILMS INC., PULLING FOCUS PICTURES  Distribuzione  VIDEA CDE (2007)  Data uscita  15-02-2008  Durata  1h e 50’  Genere  DRAMMA SENTIMENTALE Regia Sarah  Polley   Attori Julie Christie  Fiona Gordon  Pinsent  Grant Olympia  Dukakis  Marian Murphy  Aubrey  Michael Kristen  Thomson  Kristy Wendy  Crewson  Madeleine Alberta  Watson  Dottor Fischer Deanna  Dezmari  Veronica Clare  Coulter  Phoebe Hart Thomas  Hauff  William Hart Grace Lynn  Kung  Betty Lili  Francks  Theresa Andrew  Moodie  Liam Judy  Sinclair  Sig.ra Albright Tom  Harvey  Michael Carolyn  Hetherington  Eliza Stacey  Laberge  Fiona da giovane Soggetto Alice  Munro   Sceneggiatura Sarah  Polley   Fotografia Luc  Montpellier   Musiche Jonathan  Goldsmith   Montaggio David  Wharnsby   Scenografia Kathleen  Climie   Arredamento Mary  Kirkland   Costumi Debra  Hanson   Effetti Sam  Komaromi   Michael  Gagnon  (Michel Gagnon)  Performance Solutions   Technicolor Creative Services  

 Note - PRESENTATO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007) NELLA SEZIONE 'PANORAMA SPECIAL'.

- GOLDEN GLOBE 2008 A JULIE CHRISTIE COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA DI UN FILM DRAMMATICO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA E SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.

 

martedì, 26 febbraio 2008

AWAY FROM HER( 1): IL MANIFESTO PROMETTE

Loc_lontano_da_lei

RACCONTA DI: Il film è tratto da un racconto della scrittrice canadese Alice Munro. Gli anziani coniugi Fiona e Grant Anderson, dopo 50 anni di vita coniugale, si trovano a dovere affrontare la tragedia del morbo di Alzheimer da cui la donna è affetta e per la quale deve essere ricoverata in clinica. Lui, ligio alle terapia, le sta lontano per molto tempo, e quando infine la va a trovare si accorge che lei ha scordato tutto del loro passato e che ha stretto un legame con un altro ospite della clinica, un uomo costretto su una sedia a rotelle e per di più muto.  Quando la moglie di quest’ ultimo  lo porta via Fiona cade vittima di una profonda depressione e Grant decide di aiutarla….

 

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Il film inizierà alla fine dell’idillio, quando la passione diventa necessità di sostenere e di essere sostenuti: la coppia di coniugi  d’età avanzata è infatti avvolta in una nebbia accecante,  la malattia e l’oblio che inizia con l’inghiottire una parte del corpo di lei. Cosa potrà sopravvivere alla cancellazione imminente? Dallo sguardo assente e lontano dell’uomo non si intravede speranza, ma la donna si aggrappa a lui, lo stringe a sé, sorride teneramente persa in un suo mondo, ricorda o sogna….

postato da: spilluzzicando alle ore 08:44 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 25 febbraio 2008

SWEENEY TODD-IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET (2): SCAMPOLI

Sweeneytodd_04

Tim Burton ama per ragioni di poetica l’anima nera dell’horror e sicuramente non la trova più nelle estremizzazione fini a se stesse dei cosiddetti “torture porn”, oggi di moda, quali i due Hostel  o i tre Saw,  ove il male a puntate è deprivato di motivazioni e di poesia: la genesi della violenza è l’iniquità sociale della città dell’uomo, nella quale  si concretizza il cuore di tenebra degli individui e l’ossessività omicida del serial killer è una perversa ricerca di giustizia riabilitante. Dunque  Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street nel contaminare generi antitetici come il feuilleton, il romanzo gotico, l’horror, il musical e il film in costume è l’ espressione nostalgica di un mondo e di un cinema, dove i contorni siano netti, i buoni oltraggiati si distinguano dai cattivi sopraffattori e le gole sgozzate e i fiumi di sangue derivino da emozioni compresse a lungo: le canzoni, i duetti e i volteggi di danza costituiscono il filo d’Arianna per non rischiare di perdere l’orientamento e la speranza in un labirinto grottesco e raccapricciante popolato da cannibali, da cinici violatori di vergini pure e  assassini autorizzati di fanciulli condannati al patibolo.

 “Tutti meritano di essere uccisi” intona Todd/Deep abitando la terra, una cloaca cupa ed immutabile nei secoli, l’ inferno perfettamente esemplificato nella miserabile e repellente Londra dickensiana affollata di scarafaggi e di trovatelli ubriachi di gin, intinta nella geniale fantasia di Dante Ferretti: il grand giugnol metropolitano sfregia irreparabilmente le identità, un lucore biancastro paralizza in un truce incantesimo chiome e volti, l’ innamorato romantico sogna l’amore affilando i rasoi per la strage, la dolce cuoca pensa a tenere passeggiate in riva al mare infarcendo i pasticci di carne umana, l’azzurro all’orizzonte è illusione momentanea di una mente criminale, e infine la fiaba  aspira a una morale, ma non riesce ad averne una davvero risolutiva, poiché l’innocenza di oggi è preludio alla dannazione di domani.

  Riecheggia nell’insistita malvagità rappresentativa del lungometraggio la tensione irrisolta di un ideale di giustizia irrealizzabile ed è difficile non cogliere in questo una diagnosi moralistica sulla crisi di valori che affigge le manifestazioni della cultura contemporanea nonché l’accentuarsi del pessimismo dell’autore: gli emarginati di Tim Burton sono altrove architetti di edifici mentali/ materiali( Edward mani di forbice, Batman, Bigh fish, La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere), sontuosamente alternativi in un al di là interiore alla soffocante mediocrità del reale, in Sweeney Todd la brutalità urbana invade, senza possibilità di scampo, l’al di là sotterraneo di Todd e l’autonomia canora dell’omicida non è più libera creatività bensì desiderio disperato di annientamento totale. Nel virtuosistico ripescaggio del giallo anonimo d’epoca vittoriana ispirato a una vicenda reale svoltasi nella Londra di fine ‘700 e del noto musical di fine anni ’70 il regista ha cosi sacrificato la fiducia nell’estro dell’artista, per quanto nell’acqua limacciosa qualche scampolo galleggi ancora: cardellini ed allodole cantano chiusi in gabbia contemplando le stelle e il cielo, noi  cantiamo per nascondere la vergogna di peccati innominabili….

 

 

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TITOLO: Il film, suggerisce il titolo, assumerà le forme di una biografia: il termine diabolico barbiere pone l’accento sulla mostruosità dell’individuo oggetto della rappresentazione, ma anche suggerisce la chiave ironico favolistica con cui è necessario rivisitarne gli orrori, nella trasfigurazione dal personaggio reale a quello simulato della finzione spettacolare.

CUORE: La sequenza in cui Todd e la signora Lovett cantano volteggiando e la donna esemplifica all’uomo le caratteristiche dei tipi umani ridotti a carne per infarcire il pasticcio

 

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STELLE: **** horror/musical gotico firmato dal virtuosismo di un Tim Burton truculento e pessimista: canzoni melodiche, fiumi di sangue e salsicce di carne umana.

VOTO/BILANCIO: 7/8

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5

         2- coerenza logica, stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:  2

 

 

 

SCHEDA:

Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street  USA  2007 Produzione  DREAMWORKS SKG, MACDONALD/PARKES PRODUCTIONS, WARNER BROS. PICTURES, THE ZANUCK COMPANY  Distribuzione  WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2008)  Data uscita  22-02-2008  Genere  MUSICAL Durata 1h  e  57’ Specifiche tecniche  PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL, PANAVISION PANAFLEX PLATINUM, 35 MM (KODAK VISION2 200T 5217, VISION2 500T 5218) (1:1.85)  Tratto da  testo teatrale di Christopher Bond, ispirato a un racconto giallo vittorianmusical "Sweeney Todd: The Demon Barber Of Fleet Street" di Stephen Sondheim con testo di Hugh Wheeler  Regia Tim  Burton   Attori Johnny  Depp  Sweeney Todd Helena  Bonham Carter  Signora Lovett Alan  Rickman  Giudice Turpin Timothy  Spall  Beadle Bamford Sacha  Baron Cohen  Adolfo Pirelli, il barbiere rivale Jayne  Wisener  Johanna Jamie  Campbell Bower  Anthony Hope Ed  Sanders  Tobias Ragg Peter  Bowles  Fantasma Laura Michelle  Kelly Mendicante Anthony  Head  Fantasma Soggetto Christopher  Bond  (testo teatrale) Stephen  Sondheim  (musical) Hugh  Wheeler  (libretto del musical) Sceneggiatura John  Logan   Fotografia Dariusz  Wolski   Musiche Brani dal musical di Stephen Sondheim.     Montaggio Chris  Lebenzon   Scenografia Dante  Ferretti   Arredamento Francesca  Lo Schiavo   Costumi Colleen  Atwood   Effetti Chas  Jarrett   Jason  Leinster    Gentle Giant Studios Inc.   The Moving Picture Company  

 Note - CHRISTOPHER LEE ERA STATO ANNUNCIATO PER IL RUOLO DEL GENTILUOMO FANTASMA, POI ELIMINATO DALLA SCENEGGIATURA DEFINITIVA.

- GOLDEN GLOBE 2008 PER MIGLIOR FILM COMMEDIA/MUSICALE E MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA. ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR REGIA E ATTRICE PROTAGONISTA.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA, SCENOGRAFIA E COSTUMI.

 

giovedì, 21 febbraio 2008

SWEENEY TODD-IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET (1): IL MANIFESTO PROMETTE

Loca_sween_todd

RACCONTA DI: Nella Londra vittoriana, un uomo viene accusato di omicidio ingiustamente, messo in prigione e allontanata dalla moglie e dalla figlia: torna con l’intenzione di vendicarsi, si fa chiamare Sweeney Todd, apre un salone di barbiere in Fleet Street, e con la complicità di una donna, che nel negozio sotto di lui cucina torte, mette a segno un piano diabolico. Fonte del film è un celebre musical che entusiasmò Broadway negli anni 80’ e che era ispirato alla storia vera di un barbiere, nato nel 1756,  autore di numerosi omicidi.

 

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Il poster ci permette di penetrare l’intimità di una soffitta, caratterizzata da un ordine e da un decoro innaturali, causati dall’assenza di colori e da un vuoto assoluto: il solitario re di questo stravagante reame, collocato sopra i tetti della città, il cui trono è costituito da una poltrona da barbiere, ci guarda torvamente, brandisce minaccioso contro di noi un rasoio, come se  fossimo degli intrusi venuti lì a spiare i suoi segreti. Ma se siamo invasori, in quale dimensione abbiamo siamo finiti magari per sbaglio? A quanto pare, dentro una bizzarra favola di una vecchia stampa d’epoca vittoriana: una patina bluastra illividisce l’ambiente, la monumentalità di Londra, visibile dalla vetrata, e quasi si ispessisce attorno alla burattinesca figura in uniforme impeccabile di Figaro, a ricordare i tanti stralunati eroi del regista a cominciare dal protagonista di Edward mani di forbice, sulla cui identità è inevitabile sospendere il giudizio?  Colpa e innocenza, male e bene sono tutti termini con i quali accerchiamo definendole situazioni reali, ma il fantastico non ammette confini e  lì Tim Burton ha sempre cercato i materiali per i suoi film.

postato da: spilluzzicando alle ore 09:55 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 18 febbraio 2008

IL PETROLIERE(2): L'ULTIMO DEI WESTERN

Ilpetroliere_01

Il petrolio ammorba il cielo e la terra, e per averne la certezza analisi e studi sono superflui: i segni della malattia contagiosa sono ben visibili nel nero sporco, nell’odore quasi escrementizio e nel suo aver dimorato ,mostro sepolto, per secoli nelle viscere del pianeta. Paul Thomas Anderson, autore di Boogie Nights, di Magnolia e del più recente e meno felice, Ubriaco d' amore ha intriso There Will Be Blood ( in italiano Il petroliere) nella materialità fangosa dell’oro nero e i residui oleosi avviluppano, sottraendo loro luce ed aria,  spazi esterni ed interni ma soprattutto volti gesti e persino parole: forse la scienza ci mostrerà fonti alternative per salvarci dall’inquinamento ambientale, per quello etico invece non c’è salvezza alcuna, da quando l’umanità ha ceduto l’anima al demonio in cambio della ricchezza, la caligine buia dell’inferno si è impadronita del mondo.

 La parabola discendente del minatore Daniel Plainview/Daniel Day-Lewis scolpisce e deforma progressivamente i lineamenti del suo viso: la durezza del pugilatore diventa il delirio dell’alcolista e l’idealismo cinico ed ingenuo si trasforma nel vaneggiamento del folle. La macchina da presa asseconda le allucinazioni dei personaggi, li imprigiona nell’universo soffocante delle loro stesse visioni, eppure non ne chiarisce fino in fondo le ragioni e giustamente, perché il filtro moralistico gira a vuoto, quando bisogna capire dov’è il regno di Dio e dove quello di Satana. Da questo punto di vista There Will be Blood sovverte, svelandone l’ambiguo intrecciarsi,  i due capisaldi del pragmatismo a stelle e strisce, Bibbia e  dollaro: quale fondamento ha il dogma di una divinità da obbedire, per realizzarne i disegni, in quanto benevola creatrice e guida? Dio è una superstizione e i missionari sono falsi profeti, dicono gridando l’ateo e il credente abbandonato arrivati al momento del duello fatale: la perversione materiale e spirituale è l’ordine del cosmo e la Storia di popoli e individui, confondendosi,  dimostra quanto la distinzione fra buono e malvagio sia priva di fondamenti, giacché entrambi finiscono a terra imbrattati di sangue sul pavimento all’interno di una sontuosa villa, dopo essersi scambiati per anni a turno il ruolo di vittima e carnefice, di vincitore e di vinto.

 Anderson estrapola dal ponderoso romanzo Oil di Sinclair del 1927, la prima parte e ne tradisce completamento l’intento politico di denuncia, non più attuale del resto in quei termini: Il petroliere è piuttosto un’analisi acuminata sulla presenza invasiva della corruzione nel farsi di una Nazione e dei suoi miti. La vicenda di Daniel Plainview svoltasi in un periodo fondamentale all’inizio del ‘900 della Storia statunitense, è la concretizzazione del sogno americano realizzatosi però in forma di incubo: la degenerazione ha snaturato paesaggi e famiglie. La torre petrolifera bruciando ha distrutto le meravigliose pianure libere conquistate dagli audaci pistoleri raccontati da John Ford, e nelle strade anonime della metropoli non c’è più traccia dei loro sentieri: There Will be Blood salta allora decenni di cinema, guarda al passato remoto e aspira a marcare la soglia di trapasso fra l’epica eroica del western e il conflitto insolubile del dramma tragico; il ritmo sussultorio della musica di Johnny Greenwood dei Radiohead riecheggia il rimpianto per la melodia perduta dell’età dell’oro ed è la civiltà, chimera irridente nel cuore fragile degli uomini.

 

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TITOLO: Quello originale significa “scorrerà del sangue” è sintetizza con efficacia il senso della vicenda, che si rivelerà appieno nella sequenza conclusiva dove davvero ci sarà del sangue: le divisione presenti nella Storia non hanno fondamento, male e violenza dominano un universo retto forse da un Dio carnefice che ha nell’oro nero il suo strumento privilegiato.

CUORE: la sequenza conclusiva – Le scene in cui Daniel svela la sua visione cinica e  disperata della vita.

 

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STELLE: *****epica e caliginosa trasfigurazione del sogno americano.

VOTO/BILANCIO:  8 +

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci e il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.50

         2- coerenza logica, stile di regia: 4.50

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:  3.50

 

 

 

SCHEDA:

 There Will Be Blood  USA 2007 Produzione  GHOULARDI FILM COMPANY, PARAMOUNT VANTAGE, MIRAMAX FILMS, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS  Distribuzione  BUENAVISTA INTERNATIONAL ITALIA (2008)  Data uscita  15-02-2008  Durata  2h e 38’ Genere  DRAMMA ETICO Specifiche tecniche  PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL, PANAFLEX PLATINUM, 35 MM (1:2.35)  Tratto da  romanzo "Petrolio!" di Upton Sinclair  Regia Paul Thomas  Anderson   Attori Daniel  Day-Lewis  Daniel Plainview Paul  Dano  Eli Sunday Kevin J.  O'Connor  Henry Brands Ciarán  Hinds  Fletcher Hamilton Russell  Harvard  H.W. Ailman Coco  Leigh  Sig.ra Bankside Paul F.  Tompkins  Prescott Mary Elizabeth  Barrett  Fannie Clark David  Willis  Abel Sunday Rhonda  Reeves  Madre di Elizabeth Hope Elizabeth  Reeves  Elizabeth Colleen  Foy  Mary Sunday Hans R.  Howes  Bandy Soggetto Upton  Sinclair  (romanzo) Sceneggiatura Paul Thomas  Anderson   Fotografia Robert  Elswit   Musiche Jon  Brion   Montaggio Dylan  Tichenor   Tatiana S.  Riegel   Scenografia Jack  Fisk   Arredamento Jim  Erickson   Costumi Mark  Bridges   Effetti Steve  Cremin   Paul  Graff   Grady  Cofer    Industrial Light & Magic (ILM)  

venerdì, 15 febbraio 2008

IL PETROLIERE ( 1): IL MANIFESTO PROMETTE

Locandina_il_petroliere

 

PARLA DI: Il film è ispirato al romanzo “Oil” di Upton Sinclair, in cui si racconta la biografia del magnate Edward L. Doheny, vissuto negli Stati Uniti fra il 1856 e il 1935. La pellicola è infatti la storia del minatore Daniel Plainview che scavando l’argento trova il petrolio e ossessionato dalla ricchezza perde ideali ed affetti.

 

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Il poster allude sinistramente al “ci sarà sangue” del titolo originale: il cielo nuvoloso è una vampa di fuoco, il pozzo di petrolio domina il paesaggio e il suo spirito  demoniaco emerge nella capacità di trasfigurare la natura libera e di farla diventare una sorta di inferno, dove si aggirano solitari uomini ombra e dove si svolge l’ennesimo scontro epico fra bene e male, a cui sopravvive solo il deserto e l’ombra solitaria di chi ha vinto la sfida. E’ sicuramente il vincitore il titano che a destra del manifesto vive in simbiosi cromatica con il nero del manifesto: egli ha volto rude, da pistolero, e porta nelle rughe i segni devastanti di una lotta senza quartiere per emergere. Egli viene ripreso nel momento in cui si volta a guardare non sappiamo cosa o chi, forse  il diavolo venuto a pretendere il compenso pattuito ovvero  l’anima che gli è stata ceduto in cambio dell’”oro nero”.

postato da: spilluzzicando alle ore 09:32 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 13 febbraio 2008

CLOVERFIELD (2): IL GRANDE BOCCONE

Cloverfield_06

 Non c’è dubbio! Cloverfield di Reeves, astuta operazione commerciale messa in atto da J.J. Abrams, produttore di Alias e Lost, nel rimescolare alla rinfusa in maniera dilettantesca gli ingredienti tipici del filone catastrofico non ha praticamente nulla per essere definito un film riuscito, eppure paradossalmente lo è, in quanto insinua nello spettatore un’angoscia sottopelle, difficilmente razionalizzabile e rapportabile alla vicenda, vista mille volte, della lotta di una comunità in miniatura  solidale contro un lucertolone distruttore di città o allo stile raffazzonato con cui essa è rappresentata. Paura e inquietudine hanno origine piuttosto dalla sensazione di essere sbalzati, insieme agli sbalorditi attori improvvisati  delle pellicola, nel precipizio di un mondo futuro ove non esistono più spazio e tempo ed immagini tremolanti su uno schermo mobile, disorganicamente assemblate, hanno sostituito  la Storia e il racconto, ovvero l’intelligenza  degli eventi: i fatti nudi hanno avuto una fortuita sopravvivenza nei documenti archeologici, ma il panico ha soppresso definitivamente la ragione umana e con essa la possibilità di cercare ed interpretare le cause degli accadimenti e di stabilire una gerarchia logica in essi.

  Il reperto segretato testimonia allora l’ultima notte della metropoli civile, nella quale una golpe di cartapesta ha trasformato gli esseri umani in propaggini di sé stessi, automi di un canovaccio, abborracciato e scopiazzato qua e là, in folle corsa in una città fantasma invasa da mostriciattoli di celluloide per salvare la fanciulla amata prigioniera delle macerie. Cloverfield potrebbe aspirare a rappresentare un manifesto programmatico, nell’esemplificare la morte della democrazia della parola e dell’”autore”, espressione di un pensiero molteplice e professionalmente competente, e l’inizio del totalitarismo anarchico del video, esibizione circense di corpi in movimento, e  da questo punto di vista è degno, al di là dei meriti di forma non eccelsi, dell’ l’etichetta di primo caso cinematografico del 2008: il giudizio insindacabile della massa branco seleziona all’interno di ogni atto umano, compreso quello creativo, ciò che, impressionando sensi ed istinti, rientra nei parametri ristretti del filmabile e condanna all’oblio ciò che necessità di una presa di distanza e di una riflessione.  Persino le anacronistiche distinzioni  fra il vero e il non vero, fra fisica e metafisica,  fra realtà ed artificio, fra persona e personaggio si annullano in una rudimentale equazione: la ripresa della videocamera sigilla una verità immodificabile, ne fa dogma infallibile, filtro totalizzante dell’esperienza umana. E alla fin fine quando il serpentone si mangia il videoamatore con la telecamerina, rimaneggiamento iperbolico quanto mai opportuno di una sequenza storica de IL grande boccone del 1901( dove dalle  fauci spalancata di un uomo venivano inghiottiti macchina da presa e operatore) e poi li risputa fuori  vengono i brividi davvero….

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TITOLO: “Cloverfield” significa alla lettera campo di trifogli e nei titoli di testa si spiega che si tratta del nome in codice dato all’area nota un tempo come Central Park. In realtà esso è il nome del boulevard di Santa Monica in cui si trovano gli uffici della Bad Robot di Abrams ed è stato utilizzato inizialmente come codice per il film e poi non è stato cambiato. Del resto la parola contiene l’anagramma di “video” che della pellicola è la parola chiave: è la video camera di uno dei ragazzi protagonisti a raccontare la storia dell’ultima notte di New York

CUORE: la sequenza in cui il lucertolone mangia la videocamera e poi la risputa fuori. Fa venire in mente una sequenza storica de Il grande boccone, del 1901, una pietra miliare della storia del cinema.

 

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STELLE: ***il lucertolone fa ridere, il film è brutto, le riprese fanno venire il mal di mare, eppure inquieta…

VOTO/BILANCIO:  5/6

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2

         2- coerenza logica, stile di regia: 2

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

 

 

 

SCHEDA:

 

USA 2008 Produzione  J.J. ABRAMS E BRYAN BURK PER BAD ROBOT  Distribuzione  UNIVERSAL  Data uscita  01-02-2008  Durata 1h e 25’Genere DISTASTER MOVIE Specifiche tecniche  PANASONIC AG-HVX200, SONY CINEALTA F23, THOMSON VIPER FILMSTREAM CAMERA, 35 MM (1:1.85)  Regia Matt  Reeves   Attori Lizzy  Caplan  Marlena Diamond Jessica  Lucas  Lily Ford Michael  Stahl-David  Rob Hawkins Mike  Vogel  Jason Hawkins Odette  Yustman  Beth McIntyre T.J.  Miller  Hud Platt Margot  Farley  Jenn Theo  Rossi  Antonio Brian  Klugman  Charlie Kelvin  Yu  Clark Liza  Lapira  Heather Lili  Mirojnick  Lei Ben  Feldman  Travis Chris  Mulkey  Tenente Colonnello Graff Soggetto Drew  Goddard   Sceneggiatura Drew  Goddard   Fotografia Michael  Bonvillain   Musiche Il tema musicale "Roar - Cloverfield overture" è di Michael Giacchino.     Montaggio Kevin  Stitt   Scenografia Martin  Whist   Arredamento Robert  Greenfield   Costumi Ellen  Mirojnick   Effetti

Josh  Hakian   Kevin  Blank   Double Negative   Tippett Studio  

 

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martedì, 12 febbraio 2008

CLOVERFIELD (1): IL MANISTESTO PROMETTE..

Locandina_cloverfield

PARLA DI: La storia  trae spunto da un filmato ritrovato nel quale un gruppo di ragazzi ha ripreso l’assalto alla loro città New York di una misteriosa creatura gigantesca che massacra tutto ciò che incontra sulla sua strada

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La fotografia livida del poster richiama il tipico scenario surreale del filone catastrofico: la statua della libertà con la testa mozzata, il cielo minaccioso, il fumo fra i grattacieli, il bagliore di un incendio, insomma l’agonia della metropoli simbolo dell’Occidente, significativo richiamo all’11 settembre. Di anomalo però si vede la data di uscita impressa in fondo a destra con il numero del giorno che precede quello del mese: 1-18-2008( il particolare in Italia sfugge perché si è preferito 1/02/08 pensando all’uscita nelle nostre sale a Febbraio)  Ai cultori della seria televisiva Lost viene in mente 108 ovvero il numero del risultato dell’equazione di Valenzetti lì citata. La pellicola è prodotta infatti da J.J. Abrams lo stesso di Lost ed è evidente l’intento di strizzare l’occhio ai numerosissimi fan del telefilm.  Ci troveremo quindi immersi nella medesima atmosfera angosciante e claustrofobica: un gruppo di persone, abbandonate la vita normale, è costretto a rifondare una  comunità ristretta sulla necessità di sopravvivere, impugnando le armi contro l’ignoto  che uscito dall’isola sperduta  in mezzo all’Oceano ora ha invaso la città. 

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categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 11 febbraio 2008

CAOS CALMO(2): PIAZZA BELLA PIAZZA

Caoscalmo_06

Poeti e cantautori italiani hanno dedicato alle piazze versi e canzoni e una piazzetta  appartata di Roma è il centro nevralgico di Caos calmo  ispirato a un romanzo di Veronesi, diretto da Grimaldi e interpretato da Nanni Moretti: un crocicchio fisico ed ideale ove si congiungono i gridi in frotta e il “lieto rumore” dei fanciulli all’uscita di una scuola elementare come nel Sabato del villaggio  e gli affanni degli adulti, genitori in attesa, una madre che porta a spasso un bambino down, una  ragazza bellissima e misteriosa  che tutti i giorni passeggia con il cane. Uno luogo ossimorico dunque, di quieta desolazione e di gioiosa innocenza insieme, dalla soglia del quale fa irruzione, senza esservi invitato, il caos del mondo contemporaneo nella persona del protagonista del film, Pietro/Moretti, un importante dirigente di un’industria televisiva in lutto per la morte improvvisa della moglie, il quale ne fa un angolo d’elezione, metaforica stazione d’arrivo e di partenza di ogni riflessione sul senso della vita: egli, decidendo di starsene seduto lì su una panchina per l’intera giornata, elenca le compagnie aree su cui ha volato e le vie in cui ha abitato e segnala con la smorfia del bel volto da intellettuale maturo e con il tono di voce che avrebbero, se parlassero, cuore e anima, la mancanza di un ubi consistam ed avverte la povertà asfittica di una società materialistica, all’interno della quale neppure la “casta” dei privilegiati, sospinta dall’ossessione del carrierismo, conosce più la distinzione fra l’essere felici e il non esserlo.

La miseria dei ricchi dalle buone letture nasce dal bisogno di interrogarsi sui sentimenti e il campanello d’allarme squilla quando frugando nel proprio animo non emerge nient’altro che l’indifferenza, la medesima immarcescibile descritta da Moravia più o meno un secolo fa: il salvataggio in mare di una  sconosciuta, probabilmente odiata dal marito, e la perdita inattesa della moglie, forse non amata da lui,  rappresentano, scorrendo su binari paralleli, l’occasione per Pietro/ Moretti di riconoscere in sè la minaccia di un’aridità incombente. Il recupero di un’identità autentica  passa allora attraverso l’accettazione del dolore e l’assunzione di responsabilità etiche di fronte alle atrocità della Storia e alle  colpe personali dovute a distrazione o viltà: se un rivolo di sangue macchia il volto di una donna ed evoca le sofferenze eterne dell’umanità, Auschiwtz e la morte grottesca di migliaia di persone, cadaveri gettati a terra in mezzo ai meloni,  è salute  e non malattia da sottoporre a trattamenti terapeutici perdere i sensi e piangere.

 Il percorso di palingenesi individuale include la presa di distanza dall’ambiente di cui si è parte e qui scatta l’osmosi fra Moretti, sceneggiatore del film e Grimaldi, salutare per la saldatura alla pellicola non del tutto felice della fonte letteraria, una sorta di diario intimo incentrato su pensieri e sensazioni: includendo nel suo sguardo il contesto, il Michele Apicella, icona del cinema italiano, poeta satirico, fustigatore di costumi, pur offrendo notevoli spiragli al consolatorio buonismo familistico, stigmatizza lo spirito dell’epoca e non è un caso che la vicenda sia collocata in un network, si parli di fusioni, si alluda a un oscura trama di corruzione, di spostamenti di azioni e si mostrino le querimonie di dirigenti rimossi o promossi per vaghe strategie politico-aziendali. Il Caimano non è scomparso all’orizzonte, le tragedie lo rimuovono semplicemente, ne sfumano il potere condizionante, eppure invade l’eden verdeggiante  anche lui, in pompa magna, con tanto di Rolls e con la monumentalità di Roman Polanski: ne esce sconfitto naturalmente giacché equilibrio interiore e saggezza una volta conquistati sulla propria pelle non sono scompaginabili, a  patto però di ammettere che la realtà è uno sciocco palindromo, sintetizzabile in una buffa frase” i topi non hanno nipoti” che se letta al contrario non cambia.

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TITOLO: L’espressione ossimorica del titolo esprime la condizione esistenziale di smarrimento e nel contempo di rigenerazione in cui si trova a vivere il  protagonista. 

CUORE: la frase palindromo “i topi non hanno nipoti” che può essere letta all’incontrario-

La scena in cui Pietro/ Moretti vede il sangue uscire dal naso di una donna sconosciuta, pensa ad Auschitwitz al corpo della moglie morte per terra tra i meloni, sviene e poi piange.

 

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STELLE: *** Moretti dà l’anima all’elaborazione di un lutto. La piazza è caos calmo e  salvezza dagli “indifferenti” che dai tempi di Alberto Moravia sono rimasti gli stessi.

VOTO/BILANCIO: 6 +  

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo:  4.25

 

 

 

SCHEDA:

Durata  112    ITALIA  2007 Produzione  DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA, PORTOBELLO PICTURES E PHOENIX FILM INVESTMENT  Distribuzione  01 DISTRIBUTION (2008)  Data uscita  08-02-2008  Durata 1h e 52’Genere  DRAMMA ETICO  Specifiche tecniche  35 MM  Tratto da  romanzo omonimo di Sandro Veronesi (Ed. Bompiani)  Regia Antonello  Grimaldi   Attori Nanni  Moretti  Pietro Paladini Valeria  Golino  Marta Isabella  Ferrari  Eleonora Simoncini Alessandro  Gassman  Carlo Blu  Yoshimi Di Martino  (Blu Yoshimi) Claudia Hippolyte  Girardot  Jean-Claude Kasia  Smutniak  Jolanda Denis  Podalydès  Thierry Charles  Berling  Boesson Silvio  Orlando  Samuele Alba  Rohrwacher  Annalisa Manuela  Morabito  Maria Grazia Roberto  Nobile  Taramanni Babak  Karim  Mario Tatiana  Lepore  Mamma di Matteo Beatrice  Bruschi  Benedetta Cloris  Brosca  Psicoterapeuta Antonella  Attili  Maestra Gloria Sara  D'Amario  Francesca Stefano  Guglielmi  Matteo Anna  Gigante  Mamma Nestor  Saied  Marito Simoncini Dina  Braschi  Donna anziana al Gala Ester  Cavallari  Lara Anna  Gigante  Amica di Maria Grazia Valentina  Carnelutti  Amica di Maria Grazia Soggetto Sandro  Veronesi  (romanzo) Sceneggiatura Nanni  Moretti   Laura  Paolucci   Francesco  Piccolo   Fotografia Alessandro  Pesci   Musiche Paolo  Buonvino   Montaggio Angelo  Nicolini   Scenografia Giada  Calabria   Costumi Alexandra  Toesca  

 

venerdì, 08 febbraio 2008

CAOS CALMO( 1): IL MANIFESTO PROMETTE

Locandina_caos_calmo 

PARLA DI: Pietro Paladini perde la moglie, proprio mentre si tuffa nel mare per salvare una donna sconosciuta e resta solo con una figlia di dieci anni. La sua reazione alla tragedia è sorprendentemente tranquilla: osserva dal finestrino della sua auto la città, attende tutti i giorni seduto su una panchina l’uscita di scuola della sua bambina, ascolta le angosce e i problemi degli altri…

 

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Il poster fotografa un uomo, ripreso di spalle, in una situazione di assoluto immobilismo mollemente adagiato su una panchina: egli sta immerso in un bianco angosciante, quasi vi annega, ed è ridotto a un’ ombra evanescente, in bilico fra vita e morte. L’unico residuo di esistenza dal naufragio esistenziale sono la striscia azzurrognola per terra e le mani illuminate dal colore della pelle. Dettagli che consentono comunque una chiave di lettura antitetica:  nei momenti di totale pausa dalla quotidianità si prova liberazione e sollievo ed allora si alzano gli occhi al cielo e si vedono le cose da lontano e dall’alto. E la via per la saggezza, l’atarassia, ovvero l’assenza di turbamenti di cui parlavano le filosofie antiche, felicemente tradotta nel lungometraggio  con “caos calmo”? 

 

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mercoledì, 06 febbraio 2008

LA FAMIGLIA SAVAGE (2): TRAMA O NARRAZIONE?

Thesavages_05

Una studentessa universitaria chiede al docente di letteratura comparata, uno dei due fratelli protagonisti di La famiglia Savage, di Tamara Jenkins, lumi sulla distinzione fra i due termini “narrazione” e “trama”, parole chiave usate dal medesimo per sintetizzare in uno schema alla lavagna le caratteristiche del teatro di Bertold Brecht: la risposta non arriva  dal professore, costretto a lasciare la classe per una telefonata improvvisa, eppur guardando allo svolgimento del dramma familiare raccontato dal film si intuisce quanto la questione lessicale inerente la teoria letteraria lasciata in sospeso in realtà sia la chiave di lettura della storia raccontata dal lungometraggio. La “trama” sono gli eventi di un’esistenza nudi e crudi, quelli disposti dal caso attorno a noi, quelli che trascinandoci ovunque ci fanno sentire automi privi di volontà, e che possono trasformarsi in “narrazione” rivelatrice e salvifica quando un qualche tragico evento ci costringe a una sosta prolungata davanti allo specchio o nell’astrazione pura di un palcoscenico: il teatro è terapia perché è un antidoto all’apatia esistenziale o sociale ed è probabilmente la dedizione ad esso e ai suoi miti a consentire ai Savage se non un impossibile lieto fine almeno il riscatto di una coscienza critica individuale di fronte al dolore ineludibile della malattia del genitore.

 Wendy e Jon rappresentano esemplarmente del resto lo smarrimento ideologico e la disistima di sé di una classe intellettuale medio borghese rimasta orfana, dopo 11 settembre, di un sistema di valori e non integrata in un ruolo e in un mestiere ben definiti: case e sentimenti in disordine, abbigliamenti e corpi trasandati, attività precarie per sbarcare il lunario, saggi incompleti e commedie mai rappresentate, pigrizia e nevrosi, sterile contemplazione del proprio ombelico testimoniano di un’abulia dolente in quanto vissuta come senso di colpa ed inadeguatezza da parte di una categoria di persone incapaci di razionalizzare in comportamenti coerenti ed equilibrio emotivo l’epidermica contestazione a uno stile di vita vincente ormai quasi ovunque..

  La demenza senile del padre, poco amato e lontano prima, inchioda il torpore dei figli mettendoli davanti alla responsabilità di una scelta: una spinta propulsiva verso un giudizio etico nei confronti di un mondo che ipocritamente ghettizza la paralisi mentale o fisica irreversibile e la trasforma in business. Alla fine del tragitto attraverso lo squallore, patinato o meno, delle case di riposo Wendy e Jon arrivano all’arcaica massima di saggezza dell’apprendimento tramite il dolore: il contatto ravvicinato con l’infermità e la perdita  nobilita l’uomo e gli consente di trarre il meglio da se stesso e dagli altri. Ottimismo un po’ di maniera certo, anzi speranzosamente didattico appunto come un dramma di Bertold Brecht.

 

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TITOLO: I “Savage” è il cognome della famiglia raccontata dal film, ma “savage” in inglese significa selvaggio ed è un allusione alla condizione esistenziale e materiale di un nucleo formato da un madre e da un padre che hanno abbandonato e da due figli che sono fuggiti…la malattia e il dolore consentiranno ai sopravvissuti di ritrovare unità e solidarietà.

CUORE: il corpo del vecchio padre malato  “didattico” come un dramma di Bertold Brecht

 

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STELLE:****un padre malato di demenza senile, figli allo sbando, ospizi e l’ottimismo del “nonostante tutto”.

VOTO/BILANCIO: 6/7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3

         2- coerenza logica, stile di regia: 3

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4/5

 

 

 

SCHEDA:

The Savages  USA 2007 Produzione  FOX SEARCHLIGHT PICTURES, LONE STAR FILM GROUP, THIS IS THAT PRODUCTIONS, AD HOMINEM ENTERPRISES  Distribuzione  20TH CENTURY FOX ITALIA (2008)  Data uscita  25-01-2008  Durata  1 h e 54’   Genere  DRAMMA FAMILIARECOMMEDIA, DRAMMATICO  Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Regia Tamara  Jenkins   Attori Philip  Bosco  Lenny Savage Peter  Friedman  Larry Gbenga  Akinnagbe  Jimmy Cara  Seymour  Kasia Philip Seymour  Hoffman  Jon Savage Laura  Linney  Wendy Savage Hal  Blankenship  Burt Tonye  Patano  Sig.na Robinson Joan  Jaffe  Lizzie Michael  Blackson  Howard Sidné  Anderson  Simone Alyssa  Waldrip  Faith David  Zayas  Eduardo Guy  Boyd  Bill Margo  Martindale  Roz Salem  Ludwig  Sig. Sperry Debra  Monk  Nancy Sceneggiatura Tamara  Jenkins   Fotografia W. Mott  Hupfel III   Musiche Stephen  Trask   Montaggio Brian A.  Kates   Scenografia Jane Ann  Stewart   Arredamento Carrie  Stewart   Chris  Keating   Costumi David C.  Robinson   Effetti Donnie  Creighton   J.C.  Brotherhood  

Note - FILM D'APERTURA AL 25MO TORINO FILM FESTIVAL (2007).- PHILIP SEYMOUR HOFFMAN E' STATO CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA DI FILM CAMMEDIA/MUSICALE.- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA E SCENEGGIATURA ORIGINALE

 

martedì, 05 febbraio 2008

LA FAMIGLIA SAVAGE(1): IL MANIFESTO PROMETTE

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PARLA DI: Due fratelli, Wendy e Jon Savage abbandonata la famiglia non si frequentano più: lei vive nell’East Village,  ha una relazione sentimentale frustrante con un uomo sposato e nonostante le ambizioni di autrice teatrale fa lavori precari; lui è un docente universitario costretto a fare i conti con la propria nevrosi. La demenza senile del padre li obbliga a tornare a casa e fare i conti con il passato. 

 

 

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Il poster è una cartolina natalizia, anzi il disegno di un pittore naif oppure di un bambino  che con ingenuità realistica  fa il ritratto di una famiglia, non necessariamente la sua: la neve, gli alberi di un parco spogli, i tetti bianchi delle villette all’orizzonte, e le figure umane attorno alla panchina. I colori tenui, i volti e i corpi regolari, però non fanno pensare all’idillio: in giro non c’è nessuno, la gente probabilmente si gode il tepore delle case, e i componenti del piccolo gruppo sono distanti l’uno dall’altro, la testa pelata del vecchio è voltata, e l’uomo e la donna in piedi non si guardano e nessuno di loro parla. Situazione di disagio e sofferenza che il film intende raccontare in chiave naturalistica.

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categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 04 febbraio 2008

SOGNI E DELITTI( 2): L'IRONIA DEL SILENZIO

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“E se esistesse Dio?” si domanda in Sogni e delitti uno dei sicari incaricati di compiere un omicidio per eliminare un testimone scomodo, prima di oltrepassare definitivamente il confine che divide il bene dal male: ma deve essersi anche chiesto se sia stato Dio a suggerire a lui e al fratello di dare il nome alla barca appena comprata “Cassandra’s dream” ( Il sogno di Cassandra), ispirandosi a un cavallo da corsa considerato vincente. Cassandra era infatti la sacerdotessa condannata da Apollo a predire il vero, senza essere mai creduta: le sue allucinazione erano deliranti prefigurazioni di sciagure terribili, stragi di bambini mangiati dai padri, omicidi efferati di congiunti massacrati a colpi d’ascia, avvertimenti della divinità destinati a non essere colti dall’insipienza e dalla presunzione dell’uomo di essere l’artefice del proprio destino. E l’epilogo della vicenda dei due fratelli, il fragile ed insicuro Jan e l’ambizioso e decisionista Terry, convinti dalla zio miliardario e malavitoso, a diventare assassini dimostra quanto i capricci del caso vanifichino i progetti umani: eppure basterebbe prestare attenzione ai segni di cui la realtà è disseminata, quali la voce dell’attrice, fidanzata sexy di Terry e reincarnazione  dell’antica profetessa del mito greco quando dal palcoscenico enuncia sinistramente a mo’ di oracolo  come nello svolgersi delle cose del mondo non sia possibile intravedere nient’altro che ironia. Tuttavia fragilità, libidine e avidità depistano l’animo e non  consentono saggezza illuminante: il destino cieco si fa beffe del libero arbitrio e della sacralità della giustizia e, se il percorso è accidentato, affetti e amore sono un bagaglio inutilizzabile e addirittura ingombrante.

 Descritta così la cupa vicenda di Sogni e delitti di Woody Allen, ultima più essenziale puntata di una trilogia di cui fanno parte Match Point e Scoop, parrebbe una tragedia di Sofocle; in realtà siamo nella Londra contemporanea, dove le aspirazioni all’eroismo non hanno più il supporto di una coscienza e dunque sconfinano nella meschina difesa degli interessi di bottega e nel ridicolo e inconcludente piagnisteo del nevrotico: la metropoli, con il cielo plumbeo e piovigginoso, la contorsione delle stradine e le radure nascoste, dove si tramano complotti e delitti, diventa nella pellicola uno spazio metafisico esemplare, un labirinto ove i malvagi impuniti si mimetizzano, ammirati, in mezzo a una massa rassegnata, velleitaria o smarrita nei vizi e l’odio per se stessi accomuna le identità difformi o speculari.

 Giunto all’età di 71 anni, irrevocabile dopo l’11 settembre la magia di Manhattan, il cineasta neyworkese non crede più nel potere consolatorio del cinema e quindi non vale più la pena di sfondare lo schermo per parlare allo sconosciuto pubblico: gli intrecci hanno in sé la loro eloquenza persuasiva, azioni e parole sono testimonianze pure di quanto persino l’inventiva creatrice del demiurgo artista sia ingannevole, come la bellezza femminile. Dietro il velo delle apparenze c’è l’insignificanza del niente: da lì  qualcuno ride persino del nostro silenzio..

 

 

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TITOLO: “Cassandra’s dream”, il sogno di Cassandra, è il nome che i due fratelli assassini danno alla loro barca, ispirandosi a un cavallo da corsa dato per vincente: il nome  Cassandra fa venire in mente la profetessa condannata, secondo il mito greco, da Apollo a predire la verità senza essere mai creduta e i suoi sogni erano deliri. Evidente allusione alla vicenda del film, che avrà il suo tragico epilogo proprio sull’imbarcazione: gli uomini non ascoltano presagi e avvertimenti funesti e illudendosi di poter essere i protagonisti del proprio destino vanno incontro alla rovina

CUORE: L’evocazione di Cassandra reincarnatisi nella finzione scenica in Angela che recitando svela a mo’ di oracolo dal palcoscenico come l’essenza della vita umana sia l’ironia.

 

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STELLE: ****una tragedia greca nella Londra contemporanea

VOTO/BILANCIO: 7+

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza  è la risultante del massimo nelle tre voci)

 Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4

         2- coerenza logica, stile di regia: 4.25

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3.25

 

 

 

SCHEDA:

 Cassandra's Dream Produzione  IBERVILLE PRODUCTIONS LIMITED, WOLVERINE PRODUCTIONS LIMITED  Distribuzione  FILMAURO (2008)  Data uscita  01-02-2008 durata 1h e 48’  Genere  NOIR  Specifiche tecniche  PANAFLEX, 35 MM (1:1.85)  Regia Woody  Allen   Attori Ewan  McGregor  Ian Colin  Farrell  Terry Hayley  Atwell  Angela Stark John  Benfield  Padre Clare  Higgins  Madre Ashley  Medekwe  Lucy Andrew  Howard  Jerry Sally  Hawkins  Kate Keith  Smee  Collega di Terry Stephen  Noonan  Mel Dan  Carter  Fred Richard  Lintern  Direttore Jennifer  Higham  Helen Lee  Whitlock  Mike Emily  Gilchrist  Dora Tom  Wilkinson  Howard Philip  Davis  Martin Burns George  Richmond  Bernard Phyllis  Roberts  Madre di Burns Tamzin  Outhwaite  Ragazza di Burns Cate  Fowler  Madre di Angela David  Horovitch  Padre di Angela Tom  Fisher  Nigel Mark  Umbers  Eisley Franck  Viano  Giocatore di poker Paul  Davis  Giocatore di poker Allan  Ramsey  Giocatore di poker Hugh  Rathbone  Giocatore di poker Michael  Harm  Agente immobiliare Peter-Hugo  Daly  Proprietario della barca Matt  Bardock  Proprietario della Jaguar Paul  Gardner  Venditore di Bentley Jim  Carter  Capo del garage Soggetto Woody  Allen   SceneggiaturWoody  Allen   Fotografia Vilmos  Zsigmond  

Musiche Philip  Glass   Montaggio Alisa  Lepselter   Scenografia Maria  Djurkovic   Arredamento Tatiana  Macdonald   Costumi Jill  Taylor   Effetti Martin  Hobbs   Effects Associates Limited   The Moving Picture Company  

 

 

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categorie: cinema, film, cinema ed etica, cinema e cittĂ 
venerdì, 01 febbraio 2008

SOGNI E DELITTI(1): IL MANIFESTO PROMETTE

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PARLA DI: E’ l’ultimo capitolo di una trilogia londinese del regista newyorkese: qui  due fratelli, Jan, giocatore di poker incallito e indebitato, e Terry, vorrebbero essere ricchi per conquistare Angela, una giovane aspirante attrice in cerca di successo. Trovano uno zio disposto a concedere loro una grossa somma di denaro, a patto che accettino di uccidere per lui…

 

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Sullo sfondo cupo del poster trionfano le angoscianti geometrie e la luce estraniante sui  volti da essa abbagliati e intrappolati nella figura del domino e nel gioco a tre, intrusione scompaginante nell’armoniosità della coppia: la vita si svolge secondo schemi in sé perfetti, triangoli, quadrati, rettangoli,  persino ammirevoli e riproducibili nella forme accattivanti dell’arte, ma essi si risolvono per l’uomo in casualità beffarda, in prigionia inevitabile. Traspare dunque dall’algido intrecciarsi di linee del manifesto il radicato nichilismo ricavabile dai noir di Woody Allen ambientati a Londra: l’eleganza, i teatri, le bellezze architettoniche, l’amalgama di tradizione e futuro della capitale inglese sono le capricciose evoluzioni del destino e le sue menzogna per ammaliare i suoi burattini, ovvero gli essere umani.

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categorie: cinema, film, manifesto film