Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
RACCONTA DI: La vicenda è collocata nell’Iran degli scià prima e degli Ayatollà poi: Marijane è una bambina di nove anni dotata di spirito critico e anticonformista costretta a vivere in un Paese caratterizzato da una società rigidamente asservita a regole arcaiche e al fondamentalismo religioso. I genitore colti e benestanti preoccupati per lei, decidono di mandarla a studiare in Austria, da cui, lei farà ritorno, al termine della scuola, decisa a lottare per cambiare la situazione in patria..
NOTE DI MERITO:
- PREMIO DELLA GIURIA (EX-AEQUO CON "STELLET LICHT" DI CARLOS REYGADAS) AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).
- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE.
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Fiorellini o stelline sbilenchi, bianchi e azzurri, cospargono come fosse un prato o il cielo lo sfondo del poster, che riprende la graphic novel, un’autobiografia a fumetti di Marijane Satrapi, da cui la pellicola è tratta, ed evocano un’urgenza insopprimibile di gioco, di fantasia e di allegria: il disegno nei suo colori tenui e decisi pare lo sfogo incontenibile dell’anima della giovane fumatrice dall’aria assorta e fiera, quasi impertinente, visibile nella parte inferiore. Dal fumo della sigaretta scaturisce il ricordo o il sogno di una vita familiare improntata al sereno dialogo e all’affetto solidale ostacolata forse dalla metropoli grigiastra che dall’ampia vetrata fa irruzione nell’interno caldo e confortevole. Il salotto alto-borghese, sobriamente elegante, espressione del benessere economico, del buon gusto e del cosmopolismo delle persone che lo abitano, risulta così un’isola racchiusa in un utopico cristallo, impossibilitata a trasmettere l’universo di valori positivi che lo anima al di fuori delle sue mura…
“La verità vi prego sull’amore” chiede a un anonimo lettore il poeta inglese W.H. Auden in una poesia composta negli anni
Una parete di vetro infrangibile separa i sani dai malati, e la coppia disintegrata dall’innalzarsi della barriera miracolosamente nelle persona dei due ospiti della clinica, di cui uno muto e costretto su una sedia a rotelle, si ricostruisce al di là di essa inventandosi un linguaggio e un vissuto “altri”: in Away from her Sara Polley forza il protagonista maschile, l’infermiera solidale, la moglie del supposto “rivale” nonché il pubblico a rimanere pudicamente al di qua del muro di cristallo e a cercare di afferrare, attraverso la trasparenza, la vita segreta delle cose, per ricordare il titolo di un suo film. Un uomo e una donna sciano affiancati sulla neve fresca, due solchi lieve destinati a scomparire con la stagione nuova, una casa le cui luci si spengono al crepuscolo prima che faccia notte: la verità, vi prego, sull’amore….
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TITOLO: definisce la condizione di distanza fisica e psicologica del protagonista della pellicola, ma è anche il punto di partenza per la rinascita e la rifondazione di un legame coniugale ormai impossibile.
CUORE: Il libro di Auden sull’Islanda-le traccie degli sci sulla neve-le luci della casa che si spengono una per una al crepuscolo.
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STELLE: ****pellegrinaggio ovattato nel morbo di Alzheimer di una coppia di anziani innamorati in un Canada polare
VOTO/BILANCIO: 7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.25
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
SCHEDA:
Away from Her CANADA 2006 Produzione THE FILM FARM, FOUNDRY FILMS INC., PULLING FOCUS PICTURES Distribuzione VIDEA CDE (2007) Data uscita 15-02-2008 Durata 1h e
Note - PRESENTATO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007) NELLA SEZIONE 'PANORAMA SPECIAL'.
- GOLDEN GLOBE
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA E SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.
RACCONTA DI: Il film è tratto da un racconto della scrittrice canadese Alice Munro. Gli anziani coniugi Fiona e Grant Anderson, dopo 50 anni di vita coniugale, si trovano a dovere affrontare la tragedia del morbo di Alzheimer da cui la donna è affetta e per la quale deve essere ricoverata in clinica. Lui, ligio alle terapia, le sta lontano per molto tempo, e quando infine la va a trovare si accorge che lei ha scordato tutto del loro passato e che ha stretto un legame con un altro ospite della clinica, un uomo costretto su una sedia a rotelle e per di più muto. Quando la moglie di quest’ ultimo lo porta via Fiona cade vittima di una profonda depressione e Grant decide di aiutarla….
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Il film inizierà alla fine dell’idillio, quando la passione diventa necessità di sostenere e di essere sostenuti: la coppia di coniugi d’età avanzata è infatti avvolta in una nebbia accecante, la malattia e l’oblio che inizia con l’inghiottire una parte del corpo di lei. Cosa potrà sopravvivere alla cancellazione imminente? Dallo sguardo assente e lontano dell’uomo non si intravede speranza, ma la donna si aggrappa a lui, lo stringe a sé, sorride teneramente persa in un suo mondo, ricorda o sogna….
Tim Burton ama per ragioni di poetica l’anima nera dell’horror e sicuramente non la trova più nelle estremizzazione fini a se stesse dei cosiddetti “torture porn”, oggi di moda, quali i due Hostel o i tre Saw, ove il male a puntate è deprivato di motivazioni e di poesia: la genesi della violenza è l’iniquità sociale della città dell’uomo, nella quale si concretizza il cuore di tenebra degli individui e l’ossessività omicida del serial killer è una perversa ricerca di giustizia riabilitante. Dunque Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street nel contaminare generi antitetici come il feuilleton, il romanzo gotico, l’horror, il musical e il film in costume è l’ espressione nostalgica di un mondo e di un cinema, dove i contorni siano netti, i buoni oltraggiati si distinguano dai cattivi sopraffattori e le gole sgozzate e i fiumi di sangue derivino da emozioni compresse a lungo: le canzoni, i duetti e i volteggi di danza costituiscono il filo d’Arianna per non rischiare di perdere l’orientamento e la speranza in un labirinto grottesco e raccapricciante popolato da cannibali, da cinici violatori di vergini pure e assassini autorizzati di fanciulli condannati al patibolo.
“Tutti meritano di essere uccisi” intona Todd/Deep abitando la terra, una cloaca cupa ed immutabile nei secoli, l’ inferno perfettamente esemplificato nella miserabile e repellente Londra dickensiana affollata di scarafaggi e di trovatelli ubriachi di gin, intinta nella geniale fantasia di Dante Ferretti: il grand giugnol metropolitano sfregia irreparabilmente le identità, un lucore biancastro paralizza in un truce incantesimo chiome e volti, l’ innamorato romantico sogna l’amore affilando i rasoi per la strage, la dolce cuoca pensa a tenere passeggiate in riva al mare infarcendo i pasticci di carne umana, l’azzurro all’orizzonte è illusione momentanea di una mente criminale, e infine la fiaba aspira a una morale, ma non riesce ad averne una davvero risolutiva, poiché l’innocenza di oggi è preludio alla dannazione di domani.
Riecheggia nell’insistita malvagità rappresentativa del lungometraggio la tensione irrisolta di un ideale di giustizia irrealizzabile ed è difficile non cogliere in questo una diagnosi moralistica sulla crisi di valori che affigge le manifestazioni della cultura contemporanea nonché l’accentuarsi del pessimismo dell’autore: gli emarginati di Tim Burton sono altrove architetti di edifici mentali/ materiali( Edward mani di forbice, Batman, Bigh fish, La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere), sontuosamente alternativi in un al di là interiore alla soffocante mediocrità del reale, in Sweeney Todd la brutalità urbana invade, senza possibilità di scampo, l’al di là sotterraneo di Todd e l’autonomia canora dell’omicida non è più libera creatività bensì desiderio disperato di annientamento totale. Nel virtuosistico ripescaggio del giallo anonimo d’epoca vittoriana ispirato a una vicenda reale svoltasi nella Londra di fine ‘700 e del noto musical di fine anni ’70 il regista ha cosi sacrificato la fiducia nell’estro dell’artista, per quanto nell’acqua limacciosa qualche scampolo galleggi ancora: cardellini ed allodole cantano chiusi in gabbia contemplando le stelle e il cielo, noi cantiamo per nascondere la vergogna di peccati innominabili….
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TITOLO: Il film, suggerisce il titolo, assumerà le forme di una biografia: il termine diabolico barbiere pone l’accento sulla mostruosità dell’individuo oggetto della rappresentazione, ma anche suggerisce la chiave ironico favolistica con cui è necessario rivisitarne gli orrori, nella trasfigurazione dal personaggio reale a quello simulato della finzione spettacolare.
CUORE: La sequenza in cui Todd e la signora Lovett cantano volteggiando e la donna esemplifica all’uomo le caratteristiche dei tipi umani ridotti a carne per infarcire il pasticcio
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STELLE: **** horror/musical gotico firmato dal virtuosismo di un Tim Burton truculento e pessimista: canzoni melodiche, fiumi di sangue e salsicce di carne umana.
VOTO/BILANCIO: 7/8
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci- il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 5
2- coerenza logica, stile di regia: 5
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 2
SCHEDA:
Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street USA 2007 Produzione DREAMWORKS SKG, MACDONALD/PARKES PRODUCTIONS, WARNER BROS. PICTURES, THE ZANUCK COMPANY Distribuzione WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2008) Data uscita 22-02-2008 Genere MUSICAL Durata 1h e
Note - CHRISTOPHER LEE ERA STATO ANNUNCIATO PER IL RUOLO DEL GENTILUOMO FANTASMA, POI ELIMINATO DALLA SCENEGGIATURA DEFINITIVA.
- GOLDEN GLOBE 2008 PER MIGLIOR FILM COMMEDIA/MUSICALE E MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA. ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR REGIA E ATTRICE PROTAGONISTA.
- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA, SCENOGRAFIA E COSTUMI.
RACCONTA DI: Nella Londra vittoriana, un uomo viene accusato di omicidio ingiustamente, messo in prigione e allontanata dalla moglie e dalla figlia: torna con l’intenzione di vendicarsi, si fa chiamare Sweeney Todd, apre un salone di barbiere in Fleet Street, e con la complicità di una donna, che nel negozio sotto di lui cucina torte, mette a segno un piano diabolico. Fonte del film è un celebre musical che entusiasmò Broadway negli anni
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Il poster ci permette di penetrare l’intimità di una soffitta, caratterizzata da un ordine e da un decoro innaturali, causati dall’assenza di colori e da un vuoto assoluto: il solitario re di questo stravagante reame, collocato sopra i tetti della città, il cui trono è costituito da una poltrona da barbiere, ci guarda torvamente, brandisce minaccioso contro di noi un rasoio, come se fossimo degli intrusi venuti lì a spiare i suoi segreti. Ma se siamo invasori, in quale dimensione abbiamo siamo finiti magari per sbaglio? A quanto pare, dentro una bizzarra favola di una vecchia stampa d’epoca vittoriana: una patina bluastra illividisce l’ambiente, la monumentalità di Londra, visibile dalla vetrata, e quasi si ispessisce attorno alla burattinesca figura in uniforme impeccabile di Figaro, a ricordare i tanti stralunati eroi del regista a cominciare dal protagonista di Edward mani di forbice, sulla cui identità è inevitabile sospendere il giudizio? Colpa e innocenza, male e bene sono tutti termini con i quali accerchiamo definendole situazioni reali, ma il fantastico non ammette confini e lì Tim Burton ha sempre cercato i materiali per i suoi film.
Il petrolio ammorba il cielo e la terra, e per averne la certezza analisi e studi sono superflui: i segni della malattia contagiosa sono ben visibili nel nero sporco, nell’odore quasi escrementizio e nel suo aver dimorato ,mostro sepolto, per secoli nelle viscere del pianeta. Paul Thomas Anderson, autore di Boogie Nights, di Magnolia e del più recente e meno felice, Ubriaco d' amore ha intriso There Will Be Blood ( in italiano Il petroliere) nella materialità fangosa dell’oro nero e i residui oleosi avviluppano, sottraendo loro luce ed aria, spazi esterni ed interni ma soprattutto volti gesti e persino parole: forse la scienza ci mostrerà fonti alternative per salvarci dall’inquinamento ambientale, per quello etico invece non c’è salvezza alcuna, da quando l’umanità ha ceduto l’anima al demonio in cambio della ricchezza, la caligine buia dell’inferno si è impadronita del mondo.
La parabola discendente del minatore Daniel Plainview/Daniel Day-Lewis scolpisce e deforma progressivamente i lineamenti del suo viso: la durezza del pugilatore diventa il delirio dell’alcolista e l’idealismo cinico ed ingenuo si trasforma nel vaneggiamento del folle. La macchina da presa asseconda le allucinazioni dei personaggi, li imprigiona nell’universo soffocante delle loro stesse visioni, eppure non ne chiarisce fino in fondo le ragioni e giustamente, perché il filtro moralistico gira a vuoto, quando bisogna capire dov’è il regno di Dio e dove quello di Satana. Da questo punto di vista There Will be Blood sovverte, svelandone l’ambiguo intrecciarsi, i due capisaldi del pragmatismo a stelle e strisce, Bibbia e dollaro: quale fondamento ha il dogma di una divinità da obbedire, per realizzarne i disegni, in quanto benevola creatrice e guida? Dio è una superstizione e i missionari sono falsi profeti, dicono gridando l’ateo e il credente abbandonato arrivati al momento del duello fatale: la perversione materiale e spirituale è l’ordine del cosmo e
Anderson estrapola dal ponderoso romanzo Oil di Sinclair del 1927, la prima parte e ne tradisce completamento l’intento politico di denuncia, non più attuale del resto in quei termini: Il petroliere è piuttosto un’analisi acuminata sulla presenza invasiva della corruzione nel farsi di una Nazione e dei suoi miti. La vicenda di Daniel Plainview svoltasi in un periodo fondamentale all’inizio del ‘900 della Storia statunitense, è la concretizzazione del sogno americano realizzatosi però in forma di incubo: la degenerazione ha snaturato paesaggi e famiglie. La torre petrolifera bruciando ha distrutto le meravigliose pianure libere conquistate dagli audaci pistoleri raccontati da John Ford, e nelle strade anonime della metropoli non c’è più traccia dei loro sentieri: There Will be Blood salta allora decenni di cinema, guarda al passato remoto e aspira a marcare la soglia di trapasso fra l’epica eroica del western e il conflitto insolubile del dramma tragico; il ritmo sussultorio della musica di Johnny Greenwood dei Radiohead riecheggia il rimpianto per la melodia perduta dell’età dell’oro ed è la civiltà, chimera irridente nel cuore fragile degli uomini.
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TITOLO: Quello originale significa “scorrerà del sangue” è sintetizza con efficacia il senso della vicenda, che si rivelerà appieno nella sequenza conclusiva dove davvero ci sarà del sangue: le divisione presenti nella Storia non hanno fondamento, male e violenza dominano un universo retto forse da un Dio carnefice che ha nell’oro nero il suo strumento privilegiato.
CUORE: la sequenza conclusiva – Le scene in cui Daniel svela la sua visione cinica e disperata della vita.
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STELLE: *****epica e caliginosa trasfigurazione del sogno americano.
VOTO/BILANCIO: 8 +
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci e il voto 6/10 che rappresenta la sufficienza è la risultante di un 10 raggiunto complessivamente sommando le tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4.50
2- coerenza logica, stile di regia: 4.50
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3.50
SCHEDA:
There Will Be Blood USA 2007 Produzione GHOULARDI FILM COMPANY, PARAMOUNT VANTAGE, MIRAMAX FILMS, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS Distribuzione BUENAVISTA INTERNATIONAL ITALIA (2008) Data uscita 15-02-2008 Durata 2h e
PARLA DI: Il film è ispirato al romanzo “Oil” di Upton Sinclair, in cui si racconta la biografia del magnate Edward L. Doheny, vissuto negli Stati Uniti fra il 1856 e il 1935. La pellicola è infatti la storia del minatore Daniel Plainview che scavando l’argento trova il petrolio e ossessionato dalla ricchezza perde ideali ed affetti.
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Il poster allude sinistramente al “ci sarà sangue” del titolo originale: il cielo nuvoloso è una vampa di fuoco, il pozzo di petrolio domina il paesaggio e il suo spirito demoniaco emerge nella capacità di trasfigurare la natura libera e di farla diventare una sorta di inferno, dove si aggirano solitari uomini ombra e dove si svolge l’ennesimo scontro epico fra bene e male, a cui sopravvive solo il deserto e l’ombra solitaria di chi ha vinto la sfida. E’ sicuramente il vincitore il titano che a destra del manifesto vive in simbiosi cromatica con il nero del manifesto: egli ha volto rude, da pistolero, e porta nelle rughe i segni devastanti di una lotta senza quartiere per emergere. Egli viene ripreso nel momento in cui si volta a guardare non sappiamo cosa o chi, forse il diavolo venuto a pretendere il compenso pattuito ovvero l’anima che gli è stata ceduto in cambio dell’”oro nero”.
Non c’è dubbio! Cloverfield di Reeves, astuta operazione commerciale messa in atto da J.J. Abrams, produttore di Alias e Lost, nel rimescolare alla rinfusa in maniera dilettantesca gli ingredienti tipici del filone catastrofico non ha praticamente nulla per essere definito un film riuscito, eppure paradossalmente lo è, in quanto insinua nello spettatore un’angoscia sottopelle, difficilmente razionalizzabile e rapportabile alla vicenda, vista mille volte, della lotta di una comunità in miniatura solidale contro un lucertolone distruttore di città o allo stile raffazzonato con cui essa è rappresentata. Paura e inquietudine hanno origine piuttosto dalla sensazione di essere sbalzati, insieme agli sbalorditi attori improvvisati delle pellicola, nel precipizio di un mondo futuro ove non esistono più spazio e tempo ed immagini tremolanti su uno schermo mobile, disorganicamente assemblate, hanno sostituito
Il reperto segretato testimonia allora l’ultima notte della metropoli civile, nella quale una golpe di cartapesta ha trasformato gli esseri umani in propaggini di sé stessi, automi di un canovaccio, abborracciato e scopiazzato qua e là, in folle corsa in una città fantasma invasa da mostriciattoli di celluloide per salvare la fanciulla amata prigioniera delle macerie. Cloverfield potrebbe aspirare a rappresentare un manifesto programmatico, nell’esemplificare la morte della democrazia della parola e dell’”autore”, espressione di un pensiero molteplice e professionalmente competente, e l’inizio del totalitarismo anarchico del video, esibizione circense di corpi in movimento, e da questo punto di vista è degno, al di là dei meriti di forma non eccelsi, dell’ l’etichetta di primo caso cinematografico del 2008: il giudizio insindacabile della massa branco seleziona all’interno di ogni atto umano, compreso quello creativo, ciò che, impressionando sensi ed istinti, rientra nei parametri ristretti del filmabile e condanna all’oblio ciò che necessità di una presa di distanza e di una riflessione. Persino le anacronistiche distinzioni fra il vero e il non vero, fra fisica e metafisica, fra realtà ed artificio, fra persona e personaggio si annullano in una rudimentale equazione: la ripresa della videocamera sigilla una verità immodificabile, ne fa dogma infallibile, filtro totalizzante dell’esperienza umana. E alla fin fine quando il serpentone si mangia il videoamatore con la telecamerina, rimaneggiamento iperbolico quanto mai opportuno di una sequenza storica de IL grande boccone del 1901( dove dalle fauci spalancata di un uomo venivano inghiottiti macchina da presa e operatore) e poi li risputa fuori vengono i brividi davvero….
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TITOLO: “Cloverfield” significa alla lettera campo di trifogli e nei titoli di testa si spiega che si tratta del nome in codice dato all’area nota un tempo come Central Park. In realtà esso è il nome del boulevard di Santa Monica in cui si trovano gli uffici della Bad Robot di Abrams ed è stato utilizzato inizialmente come codice per il film e poi non è stato cambiato. Del resto la parola contiene l’anagramma di “video” che della pellicola è la parola chiave: è la video camera di uno dei ragazzi protagonisti a raccontare la storia dell’ultima notte di New York
CUORE: la sequenza in cui il lucertolone mangia la videocamera e poi la risputa fuori. Fa venire in mente una sequenza storica de Il grande boccone, del 1901, una pietra miliare della storia del cinema.
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STELLE: ***il lucertolone fa ridere, il film è brutto, le riprese fanno venire il mal di mare, eppure inquieta…
VOTO/BILANCIO: 5/6
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 2
2- coerenza logica, stile di regia: 2
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5
SCHEDA:
USA 2008 Produzione J.J. ABRAMS E BRYAN BURK PER BAD ROBOT Distribuzione UNIVERSAL Data uscita 01-02-2008 Durata 1h e 25’Genere DISTASTER MOVIE Specifiche tecniche PANASONIC AG-HVX200, SONY CINEALTA F23, THOMSON VIPER FILMSTREAM CAMERA,
Josh Hakian Kevin Blank Double Negative Tippett Studio
PARLA DI: La storia trae spunto da un filmato ritrovato nel quale un gruppo di ragazzi ha ripreso l’assalto alla loro città New York di una misteriosa creatura gigantesca che massacra tutto ciò che incontra sulla sua strada
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La fotografia livida del poster richiama il tipico scenario surreale del filone catastrofico: la statua della libertà con la testa mozzata, il cielo minaccioso, il fumo fra i grattacieli, il bagliore di un incendio, insomma l’agonia della metropoli simbolo dell’Occidente, significativo richiamo all’11 settembre. Di anomalo però si vede la data di uscita impressa in fondo a destra con il numero del giorno che precede quello del mese: 1-18-2008( il particolare in Italia sfugge perché si è preferito 1/02/08 pensando all’uscita nelle nostre sale a Febbraio) Ai cultori della seria televisiva Lost viene in mente 108 ovvero il numero del risultato dell’equazione di Valenzetti lì citata. La pellicola è prodotta infatti da J.J. Abrams lo stesso di Lost ed è evidente l’intento di strizzare l’occhio ai numerosissimi fan del telefilm. Ci troveremo quindi immersi nella medesima atmosfera angosciante e claustrofobica: un gruppo di persone, abbandonate la vita normale, è costretto a rifondare una comunità ristretta sulla necessità di sopravvivere, impugnando le armi contro l’ignoto che uscito dall’isola sperduta in mezzo all’Oceano ora ha invaso la città.
Poeti e cantautori italiani hanno dedicato alle piazze versi e canzoni e una piazzetta appartata di Roma è il centro nevralgico di Caos calmo ispirato a un romanzo di Veronesi, diretto da Grimaldi e interpretato da Nanni Moretti: un crocicchio fisico ed ideale ove si congiungono i gridi in frotta e il “lieto rumore” dei fanciulli all’uscita di una scuola elementare come nel Sabato del villaggio e gli affanni degli adulti, genitori in attesa, una madre che porta a spasso un bambino down, una ragazza bellissima e misteriosa che tutti i giorni passeggia con il cane. Uno luogo ossimorico dunque, di quieta desolazione e di gioiosa innocenza insieme, dalla soglia del quale fa irruzione, senza esservi invitato, il caos del mondo contemporaneo nella persona del protagonista del film, Pietro/Moretti, un importante dirigente di un’industria televisiva in lutto per la morte improvvisa della moglie, il quale ne fa un angolo d’elezione, metaforica stazione d’arrivo e di partenza di ogni riflessione sul senso della vita: egli, decidendo di starsene seduto lì su una panchina per l’intera giornata, elenca le compagnie aree su cui ha volato e le vie in cui ha abitato e segnala con la smorfia del bel volto da intellettuale maturo e con il tono di voce che avrebbero, se parlassero, cuore e anima, la mancanza di un ubi consistam ed avverte la povertà asfittica di una società materialistica, all’interno della quale neppure la “casta” dei privilegiati, sospinta dall’ossessione del carrierismo, conosce più la distinzione fra l’essere felici e il non esserlo.
La miseria dei ricchi dalle buone letture nasce dal bisogno di interrogarsi sui sentimenti e il campanello d’allarme squilla quando frugando nel proprio animo non emerge nient’altro che l’indifferenza, la medesima immarcescibile descritta da Moravia più o meno un secolo fa: il salvataggio in mare di una sconosciuta, probabilmente odiata dal marito, e la perdita inattesa della moglie, forse non amata da lui, rappresentano, scorrendo su binari paralleli, l’occasione per Pietro/ Moretti di riconoscere in sè la minaccia di un’aridità incombente. Il recupero di un’identità autentica passa allora attraverso l’accettazione del dolore e l’assunzione di responsabilità etiche di fronte alle atrocità della Storia e alle colpe personali dovute a distrazione o viltà: se un rivolo di sangue macchia il volto di una donna ed evoca le sofferenze eterne dell’umanità, Auschiwtz e la morte grottesca di migliaia di persone, cadaveri gettati a terra in mezzo ai meloni, è salute e non malattia da sottoporre a trattamenti terapeutici perdere i sensi e piangere.
Il percorso di palingenesi individuale include la presa di distanza dall’ambiente di cui si è parte e qui scatta l’osmosi fra Moretti, sceneggiatore del film e Grimaldi, salutare per la saldatura alla pellicola non del tutto felice della fonte letteraria, una sorta di diario intimo incentrato su pensieri e sensazioni: includendo nel suo sguardo il contesto, il Michele Apicella, icona del cinema italiano, poeta satirico, fustigatore di costumi, pur offrendo notevoli spiragli al consolatorio buonismo familistico, stigmatizza lo spirito dell’epoca e non è un caso che la vicenda sia collocata in un network, si parli di fusioni, si alluda a un oscura trama di corruzione, di spostamenti di azioni e si mostrino le querimonie di dirigenti rimossi o promossi per vaghe strategie politico-aziendali. Il Caimano non è scomparso all’orizzonte, le tragedie lo rimuovono semplicemente, ne sfumano il potere condizionante, eppure invade l’eden verdeggiante anche lui, in pompa magna, con tanto di Rolls e con la monumentalità di Roman Polanski: ne esce sconfitto naturalmente giacché equilibrio interiore e saggezza una volta conquistati sulla propria pelle non sono scompaginabili, a patto però di ammettere che la realtà è uno sciocco palindromo, sintetizzabile in una buffa frase” i topi non hanno nipoti” che se letta al contrario non cambia.
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TITOLO: L’espressione ossimorica del titolo esprime la condizione esistenziale di smarrimento e nel contempo di rigenerazione in cui si trova a vivere il protagonista.
CUORE: la frase palindromo “i topi non hanno nipoti” che può essere letta all’incontrario-
La scena in cui Pietro/ Moretti vede il sangue uscire dal naso di una donna sconosciuta, pensa ad Auschitwitz al corpo della moglie morte per terra tra i meloni, sviene e poi piange.
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STELLE: *** Moretti dà l’anima all’elaborazione di un lutto. La piazza è caos calmo e salvezza dagli “indifferenti” che dai tempi di Alberto Moravia sono rimasti gli stessi.
VOTO/BILANCIO: 6 +
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4.25
SCHEDA:
Durata 112 ITALIA 2007 Produzione DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA, PORTOBELLO PICTURES E PHOENIX FILM INVESTMENT Distribuzione 01 DISTRIBUTION (2008) Data uscita 08-02-2008 Durata 1h e 52’Genere DRAMMA ETICO Specifiche tecniche
PARLA DI: Pietro Paladini perde la moglie, proprio mentre si tuffa nel mare per salvare una donna sconosciuta e resta solo con una figlia di dieci anni. La sua reazione alla tragedia è sorprendentemente tranquilla: osserva dal finestrino della sua auto la città, attende tutti i giorni seduto su una panchina l’uscita di scuola della sua bambina, ascolta le angosce e i problemi degli altri…
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Il poster fotografa un uomo, ripreso di spalle, in una situazione di assoluto immobilismo mollemente adagiato su una panchina: egli sta immerso in un bianco angosciante, quasi vi annega, ed è ridotto a un’ ombra evanescente, in bilico fra vita e morte. L’unico residuo di esistenza dal naufragio esistenziale sono la striscia azzurrognola per terra e le mani illuminate dal colore della pelle. Dettagli che consentono comunque una chiave di lettura antitetica: nei momenti di totale pausa dalla quotidianità si prova liberazione e sollievo ed allora si alzano gli occhi al cielo e si vedono le cose da lontano e dall’alto. E la via per la saggezza, l’atarassia, ovvero l’assenza di turbamenti di cui parlavano le filosofie antiche, felicemente tradotta nel lungometraggio con “caos calmo”?
Una studentessa universitaria chiede al docente di letteratura comparata, uno dei due fratelli protagonisti di La famiglia Savage, di Tamara Jenkins, lumi sulla distinzione fra i due termini “narrazione” e “trama”, parole chiave usate dal medesimo per sintetizzare in uno schema alla lavagna le caratteristiche del teatro di Bertold Brecht: la risposta non arriva dal professore, costretto a lasciare la classe per una telefonata improvvisa, eppur guardando allo svolgimento del dramma familiare raccontato dal film si intuisce quanto la questione lessicale inerente la teoria letteraria lasciata in sospeso in realtà sia la chiave di lettura della storia raccontata dal lungometraggio. La “trama” sono gli eventi di un’esistenza nudi e crudi, quelli disposti dal caso attorno a noi, quelli che trascinandoci ovunque ci fanno sentire automi privi di volontà, e che possono trasformarsi in “narrazione” rivelatrice e salvifica quando un qualche tragico evento ci costringe a una sosta prolungata davanti allo specchio o nell’astrazione pura di un palcoscenico: il teatro è terapia perché è un antidoto all’apatia esistenziale o sociale ed è probabilmente la dedizione ad esso e ai suoi miti a consentire ai Savage se non un impossibile lieto fine almeno il riscatto di una coscienza critica individuale di fronte al dolore ineludibile della malattia del genitore.
Wendy e Jon rappresentano esemplarmente del resto lo smarrimento ideologico e la disistima di sé di una classe intellettuale medio borghese rimasta orfana, dopo 11 settembre, di un sistema di valori e non integrata in un ruolo e in un mestiere ben definiti: case e sentimenti in disordine, abbigliamenti e corpi trasandati, attività precarie per sbarcare il lunario, saggi incompleti e commedie mai rappresentate, pigrizia e nevrosi, sterile contemplazione del proprio ombelico testimoniano di un’abulia dolente in quanto vissuta come senso di colpa ed inadeguatezza da parte di una categoria di persone incapaci di razionalizzare in comportamenti coerenti ed equilibrio emotivo l’epidermica contestazione a uno stile di vita vincente ormai quasi ovunque..
La demenza senile del padre, poco amato e lontano prima, inchioda il torpore dei figli mettendoli davanti alla responsabilità di una scelta: una spinta propulsiva verso un giudizio etico nei confronti di un mondo che ipocritamente ghettizza la paralisi mentale o fisica irreversibile e la trasforma in business. Alla fine del tragitto attraverso lo squallore, patinato o meno, delle case di riposo Wendy e Jon arrivano all’arcaica massima di saggezza dell’apprendimento tramite il dolore: il contatto ravvicinato con l’infermità e la perdita nobilita l’uomo e gli consente di trarre il meglio da se stesso e dagli altri. Ottimismo un po’ di maniera certo, anzi speranzosamente didattico appunto come un dramma di Bertold Brecht.
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TITOLO: I “Savage” è il cognome della famiglia raccontata dal film, ma “savage” in inglese significa selvaggio ed è un allusione alla condizione esistenziale e materiale di un nucleo formato da un madre e da un padre che hanno abbandonato e da due figli che sono fuggiti…la malattia e il dolore consentiranno ai sopravvissuti di ritrovare unità e solidarietà.
CUORE: il corpo del vecchio padre malato “didattico” come un dramma di Bertold Brecht
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STELLE:****un padre malato di demenza senile, figli allo sbando, ospizi e l’ottimismo del “nonostante tutto”.
VOTO/BILANCIO: 6/7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3
2- coerenza logica, stile di regia: 3
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 4/5
SCHEDA:
The Savages USA 2007 Produzione FOX SEARCHLIGHT PICTURES, LONE STAR FILM GROUP, THIS IS THAT PRODUCTIONS, AD HOMINEM ENTERPRISES Distribuzione 20TH CENTURY FOX ITALIA (2008) Data uscita 25-01-2008 Durata 1 h e
Note - FILM D'APERTURA AL 25MO TORINO FILM FESTIVAL (2007).- PHILIP SEYMOUR HOFFMAN E' STATO CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA DI FILM CAMMEDIA/MUSICALE.- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA E SCENEGGIATURA ORIGINALE
PARLA DI: Due fratelli, Wendy e Jon Savage abbandonata la famiglia non si frequentano più: lei vive nell’East Village, ha una relazione sentimentale frustrante con un uomo sposato e nonostante le ambizioni di autrice teatrale fa lavori precari; lui è un docente universitario costretto a fare i conti con la propria nevrosi. La demenza senile del padre li obbliga a tornare a casa e fare i conti con il passato.
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Il poster è una cartolina natalizia, anzi il disegno di un pittore naif oppure di un bambino che con ingenuità realistica fa il ritratto di una famiglia, non necessariamente la sua: la neve, gli alberi di un parco spogli, i tetti bianchi delle villette all’orizzonte, e le figure umane attorno alla panchina. I colori tenui, i volti e i corpi regolari, però non fanno pensare all’idillio: in giro non c’è nessuno, la gente probabilmente si gode il tepore delle case, e i componenti del piccolo gruppo sono distanti l’uno dall’altro, la testa pelata del vecchio è voltata, e l’uomo e la donna in piedi non si guardano e nessuno di loro parla. Situazione di disagio e sofferenza che il film intende raccontare in chiave naturalistica.
“E se esistesse Dio?” si domanda in Sogni e delitti uno dei sicari incaricati di compiere un omicidio per eliminare un testimone scomodo, prima di oltrepassare definitivamente il confine che divide il bene dal male: ma deve essersi anche chiesto se sia stato Dio a suggerire a lui e al fratello di dare il nome alla barca appena comprata “Cassandra’s dream” ( Il sogno di Cassandra), ispirandosi a un cavallo da corsa considerato vincente. Cassandra era infatti la sacerdotessa condannata da Apollo a predire il vero, senza essere mai creduta: le sue allucinazione erano deliranti prefigurazioni di sciagure terribili, stragi di bambini mangiati dai padri, omicidi efferati di congiunti massacrati a colpi d’ascia, avvertimenti della divinità destinati a non essere colti dall’insipienza e dalla presunzione dell’uomo di essere l’artefice del proprio destino. E l’epilogo della vicenda dei due fratelli, il fragile ed insicuro Jan e l’ambizioso e decisionista Terry, convinti dalla zio miliardario e malavitoso, a diventare assassini dimostra quanto i capricci del caso vanifichino i progetti umani: eppure basterebbe prestare attenzione ai segni di cui la realtà è disseminata, quali la voce dell’attrice, fidanzata sexy di Terry e reincarnazione dell’antica profetessa del mito greco quando dal palcoscenico enuncia sinistramente a mo’ di oracolo come nello svolgersi delle cose del mondo non sia possibile intravedere nient’altro che ironia. Tuttavia fragilità, libidine e avidità depistano l’animo e non consentono saggezza illuminante: il destino cieco si fa beffe del libero arbitrio e della sacralità della giustizia e, se il percorso è accidentato, affetti e amore sono un bagaglio inutilizzabile e addirittura ingombrante.
Descritta così la cupa vicenda di Sogni e delitti di Woody Allen, ultima più essenziale puntata di una trilogia di cui fanno parte Match Point e Scoop, parrebbe una tragedia di Sofocle; in realtà siamo nella Londra contemporanea, dove le aspirazioni all’eroismo non hanno più il supporto di una coscienza e dunque sconfinano nella meschina difesa degli interessi di bottega e nel ridicolo e inconcludente piagnisteo del nevrotico: la metropoli, con il cielo plumbeo e piovigginoso, la contorsione delle stradine e le radure nascoste, dove si tramano complotti e delitti, diventa nella pellicola uno spazio metafisico esemplare, un labirinto ove i malvagi impuniti si mimetizzano, ammirati, in mezzo a una massa rassegnata, velleitaria o smarrita nei vizi e l’odio per se stessi accomuna le identità difformi o speculari.
Giunto all’età di 71 anni, irrevocabile dopo l’11 settembre la magia di Manhattan, il cineasta neyworkese non crede più nel potere consolatorio del cinema e quindi non vale più la pena di sfondare lo schermo per parlare allo sconosciuto pubblico: gli intrecci hanno in sé la loro eloquenza persuasiva, azioni e parole sono testimonianze pure di quanto persino l’inventiva creatrice del demiurgo artista sia ingannevole, come la bellezza femminile. Dietro il velo delle apparenze c’è l’insignificanza del niente: da lì qualcuno ride persino del nostro silenzio..
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TITOLO: “Cassandra’s dream”, il sogno di Cassandra, è il nome che i due fratelli assassini danno alla loro barca, ispirandosi a un cavallo da corsa dato per vincente: il nome Cassandra fa venire in mente la profetessa condannata, secondo il mito greco, da Apollo a predire la verità senza essere mai creduta e i suoi sogni erano deliri. Evidente allusione alla vicenda del film, che avrà il suo tragico epilogo proprio sull’imbarcazione: gli uomini non ascoltano presagi e avvertimenti funesti e illudendosi di poter essere i protagonisti del proprio destino vanno incontro alla rovina
CUORE: L’evocazione di Cassandra reincarnatisi nella finzione scenica in Angela che recitando svela a mo’ di oracolo dal palcoscenico come l’essenza della vita umana sia l’ironia.
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STELLE: ****una tragedia greca nella Londra contemporanea
VOTO/BILANCIO: 7+
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5 (il voto10/10 che nella prassi scolastica simboleggia l’eccellenza è la risultante del massimo nelle tre voci)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 4
2- coerenza logica, stile di regia: 4.25
3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3.25
SCHEDA:
Cassandra's Dream Produzione IBERVILLE PRODUCTIONS LIMITED, WOLVERINE PRODUCTIONS LIMITED Distribuzione FILMAURO (2008) Data uscita 01-02-2008 durata 1h e
Musiche Philip Glass Montaggio Alisa Lepselter Scenografia Maria Djurkovic Arredamento Tatiana Macdonald Costumi Jill Taylor Effetti Martin Hobbs Effects Associates Limited The Moving Picture Company
PARLA DI: E’ l’ultimo capitolo di una trilogia londinese del regista newyorkese: qui due fratelli, Jan, giocatore di poker incallito e indebitato, e Terry, vorrebbero essere ricchi per conquistare Angela, una giovane aspirante attrice in cerca di successo. Trovano uno zio disposto a concedere loro una grossa somma di denaro, a patto che accettino di uccidere per lui…
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Sullo sfondo cupo del poster trionfano le angoscianti geometrie e la luce estraniante sui volti da essa abbagliati e intrappolati nella figura del domino e nel gioco a tre, intrusione scompaginante nell’armoniosità della coppia: la vita si svolge secondo schemi in sé perfetti, triangoli, quadrati, rettangoli, persino ammirevoli e riproducibili nella forme accattivanti dell’arte, ma essi si risolvono per l’uomo in casualità beffarda, in prigionia inevitabile. Traspare dunque dall’algido intrecciarsi di linee del manifesto il radicato nichilismo ricavabile dai noir di Woody Allen ambientati a Londra: l’eleganza, i teatri, le bellezze architettoniche, l’amalgama di tradizione e futuro della capitale inglese sono le capricciose evoluzioni del destino e le sue menzogna per ammaliare i suoi burattini, ovvero gli essere umani.