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giovedì, 31 gennaio 2008

CARAMEL: COMPARSE IN ALMODOVAR

Caramel_03

La Beirut raccontata in Caramel, esordio rivelazione della 37enne Nadine Labake, qui regista sceneggiatrice ed attrice, è un luogo reale, ma lo è come possono esserlo città e Paesi che gli abitanti devono travestire da isole incantate per sopravviverci: le continue interruzioni di corrente elettrica causano sanguinose dimostrazioni di protesta nella capitale libanese, riferiscono i telegiornali, eppure nell’istituto di bellezza di Layale, Nisrine e Rima, quando manca la luce, il buio diventa un velo magico da cui contemplare i capelli neri dell’amata sussurrandole nel pensiero le parole mai dette; le strada fatiscenti e sporche immerse nella  spazzatura e nel traffico caotico traboccano di pezzi di carta e di multe gettate per terra dagli automobilisti che una vecchia svampita raccoglie come fossero fiori e colleziona credendole messaggi inviategli da chissà quale lontano spasimante; la giovane donna innamorata di un uomo sposato trasforma la squallida stanzetta d’una topaia d’albergo a ore in un talamo dorato per accogliervi l’amante. Per essere a Beirut, bisogna dunque fingere di essere da un'altra parte, a Parigi o a Madrid, farsi chiamare “Mademoiselle Pompidou” o magari vivere tutte insieme, strampalate comparse, in uno scintillante melodramma improvvisato dall’estro di Almodovar: la pellicola si adegua, asseconda il potere liberatorio dell’immaginario e stilizza figure femminili in coro, senza eccedere nell’omaggiare accomodanti stereotipi.  

 Il gineceo ritratto da Labaki è un altrove ove palpita in mezzo ai profumi e al colore del caramello usato per la ceretta la rivoluzione sommersa di un fantasticare ininterrotto su chiome  dipinte o tagliate costretto nei penetrali di tempi inviolabili da fondamentalismi e maschilismo d’Oriente e sobillato dalle sirene provenienti da Occidente.

 

 

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TITOLO: Il film intende raccontare il mondo femminile di Beirut e per questo assume nel titolo un oggetto che ne simboleggi la condizione e il tono dolce amaro con cui deve essere descritto: il caramello viene preparato nei saloni di bellezza per fare la “ceretta” , rimanda quindi alla sensualità e dolcezza di un gineceso ma anche al gesto brutale con cui si estirpano i peli dalla carne delle donne.

CUORE: i fogli di carta e le multe raccolti dalla sorella svanita di Zia Rose che li crede lettere d’amore.

 

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STELLE: ****il gineceo al caramello della Beirut, dove si muore dimostrando contro le interruzioni di corrente elettrica.

VOTO/BILANCIO: 7

criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5) ( il voto 10/10 che nella prassi scolastica rappresenta l’utopistica perfezione è la risultante del massimo ottenuto in ciascuna voce)

Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50

         2- coerenza logica, stile e soluzioni di regia: 3/4

         3-leggerezza, ritmo: 4

 

 

 

SCHEDA:

Sukkar banat FRANCIA, LIBANO 2007 Produzione  LES FILMS DES TOURNELLES, LES FILMS DE BEYROUTH, ROISSY FILMS, SUNNYLAND, ARTE FRANCE CINÉMA Distribuzione  LADY FILM  Data uscita  21-12-2007  Genere  COMMEDIA SOCIALE/SENTIMENTALE durata 1h e 9’ Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Regia Nadine  Labaki   Attori Nadine  Labaki  Layale Yasmine  Al Masri  Nisrine Joanna  Moukarzel  Rima Gisèle  Aouad  Jamale Adel  Karam  Youssef Siham  Haddad  Rose Aziza  Semaan  Lili Fatme  Safa  Siham Dimitri  Stancofski  Charles Fadia  Stella  Christine Ismail  Antar  Bassam Sceneggiatura Nadine  Labaki   Jihad  Hojeily   Rodney  Al Haddad   Fotografia Yves  Sehnaoui   Musiche Khaled  Mouzanar   Montaggio Laure  Gardette   Scenografia Cynthia  Zahar   Costumi Caroline  Labaki   Effetti Yann  Larochette   Bertrand  de Saint Seine  

 

martedì, 29 gennaio 2008

CARAMEL: IL MANIFESTO PROMETTE

Caramle_locandina

PARLA DI: Siamo nella Beirut dei nostri giorni in un salone di bellezza, dove passano le loro giornate lavorando e confidandosi donne di diversa età: Lavale è innamorata di un uomo sposata; Nisrine musulmana sta per sposarsi ed è terrorizzata all’idea che il marito scopra che lei non è più vergine; Rima è attratta dalle donne ed è innamorata di una cliente, Jamale ha paura di invecchiare; Rose ha speso la sua vita solo nell’occuparsi della sorella maggiore inferma di mente.

 

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Il poster allude al microcosmo profumato e sensuale dove, lontana dagli sguardi indiscreti, si svolge nell’ombra la vita intima delle protagoniste del film: la tenda velo, l’abito aderente, vivace, e la finestra con le tapparelle abbassate attraverso cui la donna vista di spalle, guarda in strada, rimandano a un universo privato, gineceo o harem segregato ed emarginato dal dibattito politico sociale ed impossibilitato ad incidervi che trova però in una sorta di narcisismo interiore obbligato e lucidamente consapevole le risorse per crearsi una dimensione di esistenza “altra”, impenetrabile da chi non ne è parte. Il motivo è tradizionale: nella Beirut contemporanea, dove è ambientata la pellicola, si ripresenta l’arcaica separazione dei sessi, di cui le civiltà occidentali conservano ancora residui.

postato da: spilluzzicando alle ore 08:45 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 28 gennaio 2008

INTO THE WILD: L'EREMITA CARNEFICE

Intothewild_04

“'La mia unica esperienza di contatto solitario con la natura risale alla mia gioventù, quando vivevo sulla riva dell'oceano e facevo il surfer' ha detto l’attore Sean Penn, regista e sceneggiatore di Into the Wild  ed è la nostalgia ed il rimpianto per una stagione di vita irripetibile lo struggimento che afferra il cuore dello spettatore nell’assistere nel film all’epopea naturista di Chris McCandless, detto significativamente Alex supertramp: ad alimentare i superpoteri del  ragazzo interpretato con il giusto candore da Emile Hirsch sono infatti le illusioni della gioventù, vissute senza compromessi e fino alle estreme conseguenze nella certezza di non poter stare al mondo senza trovare un senso all’esistere.

 La pellicola di fatto rievoca le gesta del giovane protagonista con una sobrietà quasi da documentario, dando piuttosto la parola ai suggestivi scenari paesaggistici, alle pagine  del diario, ai pensieri della sorella e imprigionando i volti in un’afflizione dignitosamente rattenuta: ne viene fuori la ricostruzione policentrica di una personalità sfaccettata, in cui ciò che per gli altri diventa mito, per la persona che lo ispira è dolore insuperabile o addirittura nevrosi.

 L’utopia intellettualistica dello stato di natura contrapposto alla civiltà avvelenatrice, motivo letterario topico,  in Into The Wild commuove perché non ha le radici nella volontà di autoaffermazione di chi fa o vorrebbe fare le rivoluzioni, bensì nel malessere psichico, nella disperata ricerca di un’alternativa meramente individuale a una realtà immodificabile di violenza ipocritamente celata da un desolante benessere: l’urgenza di una verità ossessiona Alex, per questo  ripercorre le medesime strade fatte da altri prima di lui in particolar modo dagli scrittori letti e venerati per la coerenza ideologica e per il coraggio di misurarsi con il “selvaggio”, Tolstoj e il Jack London de Il richiamo della foresta; cambia nome ed identità,  vagabonda per l’America, caccia per nutrirsi, sfida le rapide del Colarado in Kayak, vede l’emarginazione e la miseria delle città e ne scappa di disorientato, incontra una coppia di hippies, un’adolescente e un pensionato, ne colma per breve tempo i vuoti affettivi e poi si allontana per realizzare infine il sogno di essere totalmente libero nella neve dell’agognata Alaska. Un romanzo di formazione dunque di una volontaria rinascita, la cui scansione in tappe ha il senso di rimarcare il graduale passaggio di Alex dall’entusiasmo ingenuo dell’infanzia alla coscienza lucida e disincantata dell’età adulta.

 L’esistenza scarnificata e decontaminata dalle “cose” svela il raggelante cuore dell’”essere”: la purezza ascetica dell’eremita cela un’anima da carnefice idealista, i cieli tersi e la vastità incantevole delle terra dichiarano nel corpo massacrato di un’alce uccisa e nell’alterigia verdeggiante dei boschi  i veleni di Natura matrigna. “La felicità va condivisa con gli altri” dice Alex a se stesso, giunto alla fine dell’ avventura ed è proprio questo a renderla il più della volte irrealizzabile: ogni uomo porta in sé il ricordo di un figlio per sempre perduto….

 

 

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TITOLO: Il wild del titolo non è un luogo geografico ma uno stato d’animo, una situazione di assoluta libertà e disponibilità fisica e psicologica a essere ovunque e a esplorare le zone meno conosciute e codificate della condizione umana. Ed precisamente tale apertura alla ricchezza della vita e del mondo che il film intende raccontare trasponendo sullo schermo l’avventura umana del giovane supertramp

CUORE:  il corpo dell’alce dilaniato e la frase scritta da Alex” la felicità va condivisa con altri”

 

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 STELLE: ****la struggente rievocazione di una giovinezza dispersa fra le rapide del Colarado in kayak e le nevi dell’Alaska

VOTO: 8

SCHEDA:

USA 2007  Produzione  PARAMOUNT VANTAGE, RIVER ROAD FILMS, ART LINSON PRODUCTIONS, INTO THE WILD, RIVER ROAD ENTERTAINMENT  Distribuzione  BIM  Data uscita  25-01-2008  Genere  AVVENTURA  Durata 2h e 28’ Specifiche tecniche  35 MM (1:2.35)  Tratto da  ispirato al romanzo "Nelle terre estreme" di Jon Krakauer (ed. Rizzoli)  Regia Sean  Penn   Attori Emile  Hirsch  Christopher McCandless Marcia Gay  Harden  Billie McCandless William  Hurt  Walt McCandless Jena  Malone  Carine McCandless Catherine  Keener  Jan Burres Brian  Dierker  Rainey Vince  Vaughn  Wayne Westerberg Kristen  Stewart  Tracy Hal  Holbrook  Ron Franz Zach  Galifianakis  Kevin Thure  Lindhardt  Thomas Steven  Wiig  Ranger Steve Koehler Bryce  Walters  Chris McCandless a 4 anni Haley  Ramm  Carine giovane Signe Egholm  OlsenFidanzata di Thomas Kyle  Kwon  Ted Turner Robin  Mathews  Gail Borah Soggetto Jon  Krakauer  (romanzo) Sceneggiatura Sean  Penn   Fotografia Eric  Gautier   Musiche Michael  Brook   Eddie  Vedder   Kaki  King   La canzone "Guaranteed" è di Eddie Vedder.     Montaggio Jay Lash  Cassidy   Scenografia Derek R.  Hill   Arredamento Christopher  Neely   Danielle  Berman   Costumi Mary Claire  Hannan   Effetti Donald  Frazee   Marty  Taylor   Entity FX  

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 10:50 | link | commenti (1)
categorie: film, cinema e utopia, cinema e miti biografie
giovedì, 24 gennaio 2008

INTO THE WILD: IL MANIFESTO PROMETTE

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PARLA DI: Il lungometraggio dell’attore Sean Pean è la trasposizione sullo schermo di un libro di Krakauer, Nelle notti estreme, un testo “cult”, ma la storia raccontata è vera: Christopher MacCandless, un giovane benestante, dopo aver ottenuto una laurea a pieni voti nei primi ani '90, decide di abbandonare la famiglia e mettersi a vagabondare per gli States, facendosi chiamare Alex Supertramp( supercamminatore)

 

 

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E’ un America color pastello depurata dalle incrostazioni della contemporaneità a guardarci dalla locandina: un vecchio autobus bicolore, il cielo azzurro, gli alberi, un giovane seduto  sul tetto, il quale dorme nel sacco a pelo, non porta con sé  bagaglio ingombrante, vive viaggiando e cercando attraverso la libera contemplazione, la sintonia con la Natura.  L’esistenza umana, lontana dalle città evolute e gerarchizzate,  è un’ avventura, un percorso esplorativo: la strada è del resto uno dei miti fondanti l’ identità  degli Stati Uniti. L’invito del manifesto, rivolto soprattutto alla giovani generazioni, è esplicito e il protagonista del film viene considerato un modello da imitare: avendo il coraggio di rifiutare le comodità del progresso e tornando ad essere pionieri possiamo essere parte della  bellezza del cosmo. E a questo punto a essere chiamato in causa è anche l’artificiosità surrettiziamente morale di tanto cinema attuale: la salute etica di un Paese sta piuttosto nella capacità di recuperare tradizioni e cultura propri e per questo Into the Wild pare essere soprattutto un omaggio a classici quali Sulla Strada di Kerouac e a vecchi western, Il cacciatori del Missouri, il grande cielo, che lo sfondo paesaggistico del poster ricorda.

postato da: spilluzzicando alle ore 09:47 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 21 gennaio 2008

AMERICAN GANGSTER: IL CUORE INTROVABILE DELLE COSE

Americangangster_04

Quando il vecchio boss del quartiere popolare newyorkese di Harlem, nell’ultima fatica di Ridley Scott, American gangster,  distribuisce il tacchino alla folla di miserabili, i mediocri tendono la mano appagati, supplicano di averne ancora, l’eroe solitario invece non muove un muscolo del volto, studia, impara e comprende come la maggior parte degli uomini nasca per essere irreggimentata in cambio di un tozzo di pane e di conseguenza il mondo possa  facilmente rimpicciolirsi fino a diventare il regno dei forti: di cibo e dollari si nutrono i gregari, di etica e volontà di dominio i superuomini, grazie al coraggio dei quali, anche quando gli imperi crollano e non si trova più da nessuna parte il cuore delle cose, l’uomo fra civiltà e barbarie sopravvive al proprio crepuscolo.  La Storia è il fondale livido di un palcoscenico dove gladiatori invincibili e integri spiccano sulla massa bruta e priva di coscienza: visione sicuramente poco analitica, distante dalla sofferta inattualità del paradiso raccontata da Scorseze, eppure spettacolarmente  redditizia. In American Gangster l’idealismo  sotteso alle precedenti pellicole dell’autore de I duellanti rivela  appieno la sua natura ambigua nella sfumata nevrosi speculare dei due protagonisti: causa ultima degli eventi è l’azione scaturita dal bisogno innato negli individui eccezionali di emergere, sfidando leggi e comportamenti prevalenti nella giungla della metropoli, fatte per assicurare l’asservimento degli schiavi, la maggioranza, agli interessi di un’ aristocrazia di iene, priva di etica.

 Nella New York degli anni 70’ dagli inverni color ocra, ricreata dalla fotografia di Savides, la tirannia patriarcale ed “onesta” di Frank Lucas, fondata sulla purezza della  Blue Magic, la droga importata dal Vietnam nella bare dei soldati americani morti in guerra,  ha la genesi in un territorio dove il bianco sconfina con il nero e non esistono alternative fra  fare  torti e  subirli: il collerico criminale di colore coltiva l’utopica speranza di trovare una qualche cuore alle cose, risarcendo la famiglia da povertà ed emarginazione e facendo convivere bene e male nello stesso condominio, consapevole del fatto che le rivoluzioni si impongono e si pagano con il sangue. Il suo destino incrocia inevitabilmente quello del persecutore, Ritchie Roberts, un poliziotto ebreo tanto fedele alla divisa quando infedele  alla moglie e al figlio: nel cuore del guardiano/gendarme la sete di giustizia non ha molte parole per definirsi e il senso del dovere si mescola all’anarchia erotica e al desiderio di vendicarsi dei corrotti, coloro cioè che hanno fatto sprofondare nel baratro  la città e il Paese. 

 Il lungometraggio, appiattendo il contesto effervescente dell’epoca negli schermi televisivi,  cerca piuttosto linfa vitale  nella cronaca giornalistica( fonte del film sono i libri e gli articoli del giornalista Jackobson)  declinata secondo gli stilemi patologici del gangster movie a cominciare dalle bianche dimore e dai sontuosi pranzi in famiglia che ricordano Il padrino: le luci  delle insegne rischiarano ad intermittenza le vie lastricate dell’inferno metropolitano e ne scolpiscono l’anima,  schiave nude raffinano in gabbie chiuse la polverina magica per alimentare gli zombie e l’introspezione  psicologica si arrende alle  soglie di una redenzione, viste le premesse, obbligata, ricompensa magari di Dio alla preghiera di mamma in chiesa.

 

 

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TITOLO: Il film, ispirato agli articoli e ai libri del giornalista Jackobson, racconta la storia vera di Lucas, diventato collaboratore di giustizia, dopo aver  soppiantato la mafia italoamericana nel commercio dell’eroina ad Harlem. Il titolo fa riferimento al fatto che la vicenda è anche pretesto per delineare  un ritratto dell’America di quegli anni: infatti dagli schermi televisivi si sentono le ripercussioni nella società americana della guerra del Vietnam, si sente parlare Nixon…

CUORE: il colloquio nel parlatorio del tribunale fra Frank e Ritchie in cui i due trovano un’intesa.

 

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 STELLE: *** due campioni duellano contro la metropoli corrotta: azione, colori cupi, un po’ di psicologia e d’etica.

VOTO: 6/7

SCHEDA:

Durata  157    USA  2007 Produzione  UNIVERSAL PICTURES, IMAGINE ENTERTAINMENT, SCOTT FREE PRODUCTIONS, RELATIVITY MEDIA Distribuzione  UNIVERSAL (2008)  Data uscita  18-01-2008  Durata 2h e 37’Genere GANGSTER MOVIE  Tratto da  articolo "The Return of Superfly" di Mark Jacobson pubblicato sul 'New York Magazine' (Agosto, 2000)  Regia Ridley  Scott   Attori Denzel  Washington  Frank Lucas Russell  Crowe  Detective Richie Roberts Cuba  Gooding Jr.  Nicky Barnes Josh  Brolin  Detective Trupo   Jones John  Ortiz  Javy Rivera Ted  Levine  Toback Yul  Vazquez  Detective Alphonse Abruzzo Norman  Reedus  Detective Norman Reily Robert  Funaro  McCann Leesa  Rowland  Angie Dickinson KaDee  Strickland  Sheilah Common     Turner Lucas Malcolm  Goodwin  Jimmy Zee Jack  Fitz  Hugh Hefner Adrian  Washington  Detective Reynolds Jon  Polito  Rossi Roger  Guenveur Smith  Nate Soggetto Mark  Jacobson  (articolo) Steven  Zaillian   Sceneggiatura Steven  Zaillian   Fotografia Harris  Savides   Musiche Marc  Streitenfeld   Montaggio Pietro  Scalia   Scenografia Arthur  Max   Arredamento Sonja  Klaus   Leslie E.  Rollins   Beth A.  Rubino   Costumi Janty  Yates   Effetti  Invisible Effects   Gray Matter FX  

Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E ATTORE PROTAGONISTA.

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 10:31 | link | commenti (3)
categorie: cinema, film, cinema e storia
giovedì, 17 gennaio 2008

AMERICAN GANGSTER: IL MANIFESTO PROMETTE...

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PARLA DI: Siamo a New York nei primi anni 70’: Lucas, gangster di colore, inserisce nella bare dei soldati statunitensi morti in Vietnam la droga provenient e dal sud-est asiatico per spacciarla ad Harlem; il detective della narcotici Richie Robert, ebreo ha il compito di sventare il traffico di stupefacenti, e per smascherare un gruppo di suoi colleghi corrotti si allea con Lucas. 

 

 

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 Due uomini, l’uno l’opposto dell’altro, anzi l’uno simile all’altro: il nero indossa un abito borghese di ottimo taglio, i capelli ordinati a spazzola, il bianco al contrario è mal vestito, porta gli occhiali scuri e ha la chioma scompigliata, eppure, se si li guarda attentamente, la dissomiglianza caratteriale e probabilmente di ruolo/mestiere non ne condiziona l’indole. L’espressione dei volti e lo sguardo denunciano  la natura di eroi integerrimi difensori di un’ etica, lottatori coraggiosi in un universo, simboleggiato dallo sfondo nero, in cui niente e nessuno pare avere più la forza per opporsi al vuoto.  Vengono in mente i film migliori di Ridley Scott, I duellanti, Blade Runner, Il gladiatore, Le crociate  in cui si incrociano i destini di antagonisti speculari: la Storia dell’umanità è la pista di un circo, ove i forti duellano fra loro e gli inermi, la maggioranza, guardano seduti sui gradini dell’arena, si schierano da una parte o dall’altra, schiamazzano, applaudono…

postato da: spilluzzicando alle ore 09:56 | link | commenti (3)
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 16 gennaio 2008

HALLOWEEN-THE BEGINNING: IL MISTERO SI IMPIGRISCE

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“Il nero non è un colore. Il nero significa assenza di emozioni” dice il Dottor Loomis a Michael Meyrs, l’effeminato bambino biondo che ha massacrato la sera di Halloween in casa il patrigno, la sorella e il di lei fidanzato con una maschera sul volto e che ora seduto nel parlatorio dell’ospedale psichiatrico di massima sicurezza ne indossa una, rudimentale, nera: non c’è serial Killer senza rituale ossessivo e il mostro di Carpenter risuscitato da Zombie in Halloween-the beginning contempla la volontaria decapitazione dell’identità umana e l’assunzione, tramite il travestimento, di una natura animalesca, claunesca e metamorfica, visualizzazione grottesca degli istinti più brutali e truci dell’animo umano; il notturno demoniaco incarnatosi secondo la mitologia greca nella figura di  Dioniso, di cui parla Nietzesche, liberatore, ispiratore di orge di sesso e sangue e a cui era legata l’origine dello spettacolo tragico, in cui gli attori si avvalevano di maschere: esse erano nella società primitive un oggetto profilattico in quanto proteggevano chi la portava e nel contempo erano uno strumento magico, in quanto consentivano di alienarsi da sé e di passare a un’altra personalità.

  Il remake-prequel di Zombie trova appunto la sua vena più studiatamente bizzarra nell’ assecondare l’illusione dello spettatore, raccontandogli l’infanzia infelice dello psicopatico folle fra madre prostitute, patrigni sboccati e bulli, che il male vero possa sedersi nel lettino dello psicanalista e  quindi trovare delle spiegazioni razionali e nello stesso tempo lo mette di fronte alla dimostrazione inoppugnabile che se non c’è malattia, sono inapplicabili le terapie: le reazioni spropositate di Mayers sono segni  di un’umanità bloccata a uno stadio ferino, ove albergano la vendetta e la difesa del proprio territorio, cioè  residui indomabili e incontrollabili dalla civiltà e dal progresso scientifico eterni come  è eterno l’uomo. 

 Mayers vuole conoscere solo il linguaggio muto e l’istinto puro della belva braccata e predatrice: dilania le carni di chi lo offende, va a riprendersi la sorella, immagine  evocata da una foto di lei bambina. E fin qui Halloween-the beginnig potrebbe rappresentare il lato elegiaco delle epopee grandguignolesche delle famiglie maledette dei film precedenti dell’autore, La casa dai 1000 corpi o di La casa del diavolo. Purtroppo però, dopo la fuga del protagonista dal manicomio, la pellicola si risolve in una monotona peregrinazione nei luoghi comuni del genere e fra la folla anonimia l’imperscrutabilità del mistero si impigrisce.   

 

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TITOLO: Nel titolo il film rivela la sua intenzione di rifare il film del 1978 di Carpenter, aggiungendovi una sorta di premessa, ovvero il racconto dell’adolescenza del mostro.

CUORE: le maschere dello psicopatico e la fotografia del medesimo bambino con in braccio la sorellina.

 

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 STELLE: **a parte le maschere, una peregrinazione nei luoghi comuni dell’horror, anche un po’ noiosa.

VOTO: 5+

SCHEDA:

 

USA 2007 Produzione  THE WEINSTEIN COMPANY, NIGHTFALL PRODUCTIONS, SPECTACLE ENTERTAINMENT GROUP, TRANCAS INTERNATIONAL FILMS  Distribuzione  LUCKY RED  Data uscita  04-01-2008  durata 1h e 50’Genere  HORROR  Specifiche tecniche ARRIFLEX, SUPER 35 (3-PERF) STAMPATO A 35 MM (1:2.35) - TECHNICOLOR  Tratto da  personaggi ideati nel 1978 da John Carpenter e Debra Hill  Regia Rob  Zombie   Attori Malcolm  McDowell  Dottor Samuel Loomis Tyler  Mane  Michael Myers Daeg  Faerch  Michael Myers, a 10 anni Sheri  Moon  (Sheri Moon Zombie) Deborah Myers Brad  Dourif  Sceriffo Brackett Danny  Trejo  Ismael Cruz Scout  Taylor-Compton  Laurie Strode Danielle  Harris  Annie Brackett Kirstina  Klebe  Lynda Hanna  Hall  Judith Myers William  Forsythe  Ronnie White Richard  Lynch Chambers Udo  Kier  Morgan Walker Clint  Howard  Dottor Koplenson Lew  Temple  Noel Kluggs Tom  Towles  Larry Redgrave Bill  Moseley  Zach 'Z-Man' Garrett Leslie  Easterbrook  Patty Frost Steve  Boyles  Stan Payne Sid  Haig  Chester Chesterfield Micky  Dolenz  Derek Allen Sybil  Danning  Infermiera Wynn Soggetto Debra  Hill  (personaggi) John  Carpenter  (personaggi) Sceneggiatura Rob  Zombie   Fotografia Phil  Parmet   Musiche Tyler  Bates   Montaggio Glenn  Garland   Scenografia Anthony  Tremblay   Arredamento Lori  Mazuer   Costumi Mary E.  McLeod  (Mary McLeod)  Effetti Sam  Dabbs   Jamie  Baxter   Mark  Byers   Mark R.  Byers   Nicholas  Kim   

 

 

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 09:38 | link | commenti
categorie: cinema, film, horror e societa, cinema e psicologia
martedì, 15 gennaio 2008

HALLOWEEN-THE BEGINNING: IL MANIFESTO PROMETTE...

Halloween

PARLA DI: Rob Zombie, dopo i successi di La casa dei mille  corpi e La casa del diavolo, si cimenta nel rifacimento di una pietra miliare del genere horror, Halloween-la notte delle streghe, diretto nel 1978 da Carpenter. Il film è una sorta di remake-prequel, in quanto racconta anche l’antefatto della fatidica notte di Halloween in cui Michael Meyers, il folle protagonista, scatena la sua furia omicida nella pacifica cittadina dell’Illinois: da un contesto familiare insano germoglia il male, attecchisce nell’anima dello psicopatico e gli esiti sono terrificanti.

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Nel poster un incendio devastante costituisce lo sfondo: il fuoco brucia, invade case e bosco e plasma la parte di universo con cui viene a contatto. Il volto demonico che giganteggia nel quadro porta in sé l’angoscia dell’inferno: al suo interno infatti galleggiano fantasmi, le anime dei dannati torturate da pene eterne. L’ombra nera chiomata che cammina con un coltello in mano e con una testa mozzata è allora un missionario del diavolo, suo compito è quello di cospargere sulla terra i semi del male puro.

postato da: spilluzzicando alle ore 08:38 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 14 gennaio 2008

COUS COUS: MISERIA E NOBILTA'

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Ne La graine e la mulet( in italiano Cous Cous) di Abdellatif Kechiche, considerato il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, paesaggi urbani e soprattutto volti, sorpresi e spiati dalla macchina da presa, rivelano l’anima di una città: porti e cantieri in via di dismissione, desolate periferie notturne popolate da giovani balordi e il fascino malinconico di una “piccola Venezia” nel Sud della Francia, intrecci fra politica e banche, cortesia ipocrita,  fatica, sudore, lotta per la sopravvivenza, sesso sordido per noia, simpatie timide fra adolescenti, forza di carattere e fragilità, matrimoni spezzati e amori tristi,  mogli tradite in lacrime e figlie coraggiose, indifferenza e solidarietà, sono gli ingredienti base amalgamando i quali fuoriesce il piatto povero ma dai sapori forti preparato dal regista franco-tunisino. Il cous cous di pesce si prepara, dicono i ricettari,  mescolando i grani della semola e il muggine, un pesce non pregiato più comunemente noto con il nome di cefalo: cibi solidi e umili, terra e mare che, messi insieme a cuocere in una pentola, riassumono la costrizione del lavoro e la fantasia consolatrice e vivificante della libera creazione, la miseria e la nobiltà della vita umana. 

 Nel lungometraggio non emerge di conseguenza una visione filosofica o politica delle realtà quanto il sapore di un’esistenza negata e proprio per questo ostinatamente conquistata: la banalità rude del vero caratterizza le rughe del sessantenne introverso Slimane, il protagonista maghebino, e ha plasmato i caratteri della sua  litigiosa famiglia allargata. Non eroi o eccezioni ma uomini e donne, vecchi e ragazzi,  uguali a tutti gli altri, con la forma mentis e il linguaggio tipici della classe sociale cui appartengono: il licenziamento dal cantieri navale del dignitoso patriarca e il tentativo di aprire un ristorante etnico su un barcone in disuso non aprono la strada a un improbabile riscatto, Kechiche conosce troppo bene il mondo operaio degli immigrati per edulcorarne disagi e sofferenze con le fittizie illusioni della commedia gastronomica oggi di moda e per questo sfuma poeticamente la conclusione della storia, lasciando lo spettatore nell’incertezza sull’esito dell’impresa commerciale. La  sensibilità di regista di talento del resto lo porta a interpretare il tipico percorso ad ostacoli della commedia non alla stregua di un ludico trionfo sulla sfortuna bensì come un’avventura contro il “malocchio” destino, una delle tante che accomunano un nucleo familiare, che si raccontano mille volte nelle ricorrenze quando ci si ritrova fra parenti e si celebrano le gesta epiche consegnate alla memoria del gruppo tramite la secolare tradizione orale: il locale viene aperto, diversi incidenti fanno andare storta la serata importante dell’inaugurazione e il superamento delle tensioni salva forse la situazione. Nelle famiglie disfunzionali contemporanee l’ideale dell’ostrica continua a nidificare, per lo più le disgrazie appianano provvisoriamente asti e disaccordi, per la semplice ragione che nessuno ama o odia qualcun altro in assoluto e che l’uomo è bontà e malvagità nello stesso tempo. Ma è proprio la normale incoerenza della gente comune che Le graine et le mulet vuole rappresentare e Kechiche aggiornando la vecchia tecnica veristica dell’eclissi dell’autore occulta con arte se stesso: un coro di donne tagliando le verdure spettegola e sproloquia, se si tace e ci si nasconde si sente la musica…

 

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TITOLO: Le graine e le mulet sono gli ingredienti con cui si prepara il cous cous, ovvero i grani di semola e il muliggine, pesce comunemente noto come cefalo. E’  un’ allusione alla vicenda in quanto il ristorante del protagonista dovrà servire il cous cous di pesce, ma è soprattutto una metafora della situazione e dei personaggi che il film intende rappresentare: i grani delle semola, materia grezza, germogliano e il muliggine, che vive sul fondo del mare,  è capace di grandi salti.  I protagoniste del film sono dei vinti, ovvero appartengono a un classe sociale marginalizzata dal progresso, eppure si sentono vivi o fanno di tutto per sentirsi tali…

CUORE: la danza  del ventre interminabile della figliastra di Slimane per distrarre gli invitati all’inaugurazione del ristorante: fatica e musica, sudore sulla fronte e energia vitale…

 

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 STELLE:****la poesia e la fatica di essere poveri

VOTO: 8

SCHEDA:

La graine et le mulet  FRANCIA 2007 Produzione  CLAUDE BERRI PER PATHE' RENN PRODUCTIONS  Distribuzione  LUCKY RED  Data uscita  11-02-2008  Durata  2 h e 31’  Genere  COMMEDIA  Regia Abdellatif  Kechiche  (Abdel Kechiche)  Attori Habib  Boufares  Slimane Hafsia  Herzi  Rym Faridah  Benkhetache  Karima Abdelhamid  Aktouche  Hamid Bouraouïa  Marzouk  Souad Alice  Houri  Julia Cyril  Favre  Sergueï Leila  D'Issernio  Lilia Abdelkader  Djeloulli  Kader Bruno  Lochet  Mario Olivier  Loustau  Jose Sami  Zitouni  Majid Sabrina  Ouazani  Olfa Mohamed  Benabdeslem  Riadh Hatika  Karaoui  Latifa Nadia  Taouil  Sarah Henri  Rodriguez  Henri Soggetto Dominique  Arce   Sceneggiatura Abdellatif  Kechiche   Ghalya  Lacroix  (dialoghi) Fotografia Lubomir  Bakchev   Montaggio Ghalya  Lacroix   Camille  Toubkis   Scenografia Benoît  Barouh   Costumi Maria  Beloso Hall  

 Note - GIRATO A BORDO DI UNA NAVE NEL PORTO DI SETE DA OTTOBRE A DICEMBRE 2006.

- ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA (EX-AEQUO CON "IO NON SONO QUI" DI TODD HAYNES), PREMIO MARCELLO MASTRIANNI AD HAFSIA HERZI COME MIGLIOR ATTRICE EMERGENTE, PREMIO LA NAVICELLA-VENEZIA CINEMA, PREMIO FIPRESCI, MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA SIGNIS, PREMIO ARCAGIOVANI E PREMIO NAZARENO TADDEI.

 

 

 

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categorie: cinema, film, alimentazione e cinema, cinema e lavoro
giovedì, 10 gennaio 2008

COUS COUS: IL MANIFESTO PROMETTE

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PARLA DI: Nella Francia dei nostri giorni, a Sète, una cittadina vicino Marsiglia, Beij, un sessantenne di origine magheribina, non regge più la fatica di lavorare al porto ma è  costretto a continuare a farlo dalle difficoltà economiche e dalla  necessità di non abbandonare, nonostante i disaccordi passati, la sua famiglia allargata. Quando viene licenziato però inizia a coltivare il sogno di aprire un ristorante a conduzione familiare su un barcone in disuso e  riesce gradualmente a coinvolgere  familiari e parenti…

 

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Il manifesto mette in rilievo due aspetti di una vicenda a cui in nessun altro modo si allude: la coralità e la  gioiosità liberatoria. Nella parte inferiore sono fotografati sei volti e fra loro si nota una sorta di climax ascendente: il primo a destra ha l’espressione vagamente corrucciata, poi  i visi diventano via via  più distesi e  gli ultimi due ridono a crepapelle. Si tratta di una raffigurazione esemplare delle peripezie tipiche della commedia classica: il motore della vicenda è una situazione/ostacolo che i personaggi riescono a mutare in un’ occasione di allegria. Anche l’immagine  della giovane donna danzante rimanda a un’idea di armonia e di festa:  la bellezza del corpo in movimento, l’orchestra  che suona, danno luce a  tutto il poster e saranno  la nota dominante della pellicola.

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categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 07 gennaio 2008

LUSSURIA: L'ANELLO SULLA SCRIVANIA

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L’anima di un uomo che non ama i luoghi bui cosa racchiude? La paura di essere assalito dalle ombre di un passato di rimorsi o quella di sentirsi attratto dall’oscurità impenetrabile, da dove emerge l’anelito, inesprimibile alla luce del giorno, a possedere e a essere posseduti, a diventare vittime o carnefici e a smarrire per sempre la via del ritorno sui sentieri rassicuranti della ragione? Il terrore o il desiderio di precipitare nel baratro delle pulsioni incontrollabili è di fatto la molla sotterranea che sospinge controcorrente i protagonisti di Lussuria-seduzione e tradimento,  l’ultimo film di Ang Lee, il quale, dopo Tempesta di giacchio, Ragione e sentimento, I segreti di Brockeback Mountain  aspira alla precisione millimetrica del chirurgo impassibile per incidere le zone più virulente delle patologie dell’eros, concepito come malattia devastante: la violenza degli accadimenti storici, quali i conflitti e le occupazioni militari, o la durezza delle convenzioni sociali  offrono a ciò che in condizioni di pacifica normalità resterebbe ben sepolto l’occasione per manifestarsi; una volta abbattuti gli argini, resistono le apparenze e talora neppure queste.  Non a caso la pellicola relega ad oleografia di contorno  la Shanghai degli anni 40’ invasa dai Giapponesi ed inquadra  ossessivamente le donne sedute al tavolo imprigionate nelle regole del mahjong, immagine a cui fa da contraltare l’amplesso brutale ed animalesco fra i corpi nudi dei due amanti: acquiescenza e repressione degli istinti costituiscono l’unica alternativa al disordine sconvolgente e all’autodistruzione in un universo cupo dove esce dalla gabbia di ferro chi ha il coraggio di affrontare le minacce della foresta o chi dalle circostanze vi è costretto, purché il lieto fine a nessuno sia concesso.

 L’arte stessa è spiraglio di luce illusorio: sullo schermo  nella sala scura ove si rifugia spesso la giovane spia sofferente si riflette, pur provvisoriamente rasserenata dalla purezza dei fotogrammi in bianco e nero,  la torbida ambiguità della vita umana. Significativa la citazione de Il sospetto di Hitchcock, evocato a far da controcanto: l’angoscia alimenta l’amore autentico, il torturato si lega indissolubilmente al torturatore, la vittima gode appieno sacrificandovisi e l’orgasmo si confonde con il sangue; il masochismo innato si realizza indifferentemente nell’idealismo del patriota, nella dedizione alla giusta causa del rivoluzionario e nella devozione della passione assoluta.

  “Se, Jie”, lussuria, attenzione, recita il titolo ed è l’unica nota ironica del lungometraggio, giacché il lussurioso/lussureggiante sia nelle scene d’intimità ma soprattutto nei dettagli quali gli abiti aderenti, le mantelle, i capellini e le sbavature del rossetto di Wong su tazze e tovaglioli risponde piuttosto al bisogno di armonizzare in una sorta di estenuata e sensuale versione dark dell’ estetismo dannunziano le disarmoniche perversioni delle scelte individuali: il gioco illusionistico funziona ad oltranza per più di due ore e il contenitore esonda. Nelle fenditure trapela comunque  la travagliata formazione di una giovane priva di famiglia appena uscita dall’adolescenza, fiore troppo delicato per non essere reciso dal contatto con il cuore di tenebra: la lotta per la sopravvivenza in un Paese distrutto dalla guerra  la rende forte, ma l’ educazione sentimentale si realizza tramite la conoscenza dell’altro sesso e a perdere Wong è prima l’egoismo del padre assente, poi il fanatismo velleitario del militante della Resistenza, e infine la seduzione corruttrice del sadico collaborazionista. Se scontato è l’esito della battaglia, ne I segreti di Brockeback Mountain rimaneva la consolazione di una giacca da mandriano chiusa nell’armadio di una miserabile roulotte, in Lussuria il magnifico diamante lasciato sulla scrivania del carnefice non sarà  la dolcezza di un ricordo… 

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TITOLO: “Se, Jie”, attenzione lussuria, è il titolo originale del lungometraggio con il quale si allude alla tematica portante: a determinare i rapporti umani e gli accadimenti storici, qui sullo sfondo, non sono moventi razionali o ideali, ma oscuri fattori psichici, in particolar modo sadismo e masochismo innati.

CUORE: La confessione di Wong ai compagni nella quale spiega le sensazioni contrastanti suscitate in lei dagli amplessi  con Yee, il collaborazionista che dovrebbe tradire,a cui fanno da efficace contraltare le partite di Mahjong

 

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Particolarmente adatto a: per chi ama le atmosfere dannunziane con in più il sottofondo storico.

stelle: *** estenuante, ma, tutto sommato, coinvolgente.( francamente ridicoli i clamori sulle scene di sesso)

voto: 6.50

 

scheda:

  Se jie  CINA, USA  2007 Produzione  FOCUS FEATURES, RIVER ROAD ENTERTAINMENT  Distribuzione  BIM (2008)  Data uscita  04-01-2008  Durata 2h e 36’Genere  MELODRAMMA  Tratto da  romanzo omonimo di Eileen Chang  Regia Ang  Lee   Attori Tony  Leung Chiu Wai  Sig. Yee Tang  Wei  Wang Jiazhi/sig.ra Mak Joan  Chen  Sig.ra Yee Wang  Leehom  Kuang Yu-Min Chu  Chih-ying   Johnson  Yuen   Anupam  Kher   Soggetto Eileen  Chang  (racconto)Sceneggiatura Wang  Hui-Ling   James  Schamus   Fotografia Rodrigo  Prieto   Musiche Alexandre  Desplat   Montaggio Tim  Squyres   Pan  Lai   Scenografia Pan  Lai   Costumi Pan  Lai   Fung Shan  Lui   Effetti Brendan  Taylor   Mr. X Inc.  

Note - LEONE D'ORO PER MIGLIOR FILM E OSELLA PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007).

 

postato da: spilluzzicando alle ore 10:33 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, cinema ed eros
giovedì, 03 gennaio 2008

LUSSURIA: IL POSTER PROMETTE...

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PARLA DI:L’ultimo film di Ang Lee, Leone d’oro alla 64.ma mostra di Venezia, è ambientato nella Shanghai del 1942 durante gli anni dell’occupazione giapponese. Wang Hu Ling, una bellissima aspirante attrice, fa parte della Resistenza e per spiarne le mosse, assumendo un’identità falsa, diventa l’amante del collaborazionista Sig. Yee; però la relazione finisce con il coinvolgerla.

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Il manifesto insiste  sulla fisicità del legame fra l’uomo e la donna: l’eros è forza sconvolgente, materiale e totalizzante, una tirannia che sottrae gli essere umani a convenzione e ruoli prestabiliti. I due amanti  sono raffigurati in una posizione quasi animalesca più brutale che tenera ed è impossibile non pensare all’amplesso sotto la tenda dei due cowboy di I segreti di Brokeback Mountain o alla memorabile sequenza in cui l’uno mettendosi alle sue spalle abbraccia l’altro semiaddormentato: a colui che ama davvero non è consentita mai la pacifica contemplazione del viso della persona amata. Anche qui la giovane è vista di schiena, con la faccia voltata verso l’uomo; l’unico residuo di civiltà è il rosso fuoco del rossetto di lei, ma il dettaglio richiama  l’incendio della passione che dall’anima trapassa sulle labbra sensuali, segnando l’identificazione assoluta fra corporale e spirituale e nel contempo una tragica inconciliabilità fra i medesimi.

La parte inferiore del manifesto con le orme sanguigne sullo sfondo giallo è forse un’allusione al contesto storico: i vincoli amorosi sono alimentati dalla violenza e quanto più la società è loro ostile tanto più essi sono distruttivi e non lasciano respiro in chi ne è posseduto. E’ del resto questa impossibilità di essere ragione e sentimento insieme  il filo conduttore dei film più importanti  del regista.

postato da: spilluzzicando alle ore 10:17 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, manifesto film