Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Il gineceo ritratto da Labaki è un altrove ove palpita in mezzo ai profumi e al colore del caramello usato per la ceretta la rivoluzione sommersa di un fantasticare ininterrotto su chiome dipinte o tagliate costretto nei penetrali di tempi inviolabili da fondamentalismi e maschilismo d’Oriente e sobillato dalle sirene provenienti da Occidente.
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TITOLO: Il film intende raccontare il mondo femminile di Beirut e per questo assume nel titolo un oggetto che ne simboleggi la condizione e il tono dolce amaro con cui deve essere descritto: il caramello viene preparato nei saloni di bellezza per fare la “ceretta” , rimanda quindi alla sensualità e dolcezza di un gineceso ma anche al gesto brutale con cui si estirpano i peli dalla carne delle donne.
CUORE: i fogli di carta e le multe raccolti dalla sorella svanita di Zia Rose che li crede lettere d’amore.
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STELLE: ****il gineceo al caramello della Beirut, dove si muore dimostrando contro le interruzioni di corrente elettrica.
VOTO/BILANCIO: 7
criteri soggettivi di valutazione(minimo 1-massimo 5) ( il voto 10/10 che nella prassi scolastica rappresenta l’utopistica perfezione è la risultante del massimo ottenuto in ciascuna voce)
Voci: 1-originalità di situazioni, personaggi e visione del mondo: 3.50
2- coerenza logica, stile e soluzioni di regia: 3/4
3-leggerezza, ritmo: 4
SCHEDA:
Sukkar banat FRANCIA, LIBANO 2007 Produzione LES FILMS DES TOURNELLES, LES FILMS DE BEYROUTH, ROISSY FILMS, SUNNYLAND, ARTE FRANCE CINÉMA Distribuzione LADY FILM Data uscita 21-12-2007 Genere COMMEDIA SOCIALE/SENTIMENTALE durata 1h e
PARLA DI: Siamo nella Beirut dei nostri giorni in un salone di bellezza, dove passano le loro giornate lavorando e confidandosi donne di diversa età: Lavale è innamorata di un uomo sposata; Nisrine musulmana sta per sposarsi ed è terrorizzata all’idea che il marito scopra che lei non è più vergine; Rima è attratta dalle donne ed è innamorata di una cliente, Jamale ha paura di invecchiare; Rose ha speso la sua vita solo nell’occuparsi della sorella maggiore inferma di mente.
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Il poster allude al microcosmo profumato e sensuale dove, lontana dagli sguardi indiscreti, si svolge nell’ombra la vita intima delle protagoniste del film: la tenda velo, l’abito aderente, vivace, e la finestra con le tapparelle abbassate attraverso cui la donna vista di spalle, guarda in strada, rimandano a un universo privato, gineceo o harem segregato ed emarginato dal dibattito politico sociale ed impossibilitato ad incidervi che trova però in una sorta di narcisismo interiore obbligato e lucidamente consapevole le risorse per crearsi una dimensione di esistenza “altra”, impenetrabile da chi non ne è parte. Il motivo è tradizionale: nella Beirut contemporanea, dove è ambientata la pellicola, si ripresenta l’arcaica separazione dei sessi, di cui le civiltà occidentali conservano ancora residui.
“'La mia unica esperienza di contatto solitario con la natura risale alla mia gioventù, quando vivevo sulla riva dell'oceano e facevo il surfer' ha detto l’attore Sean Penn, regista e sceneggiatore di Into the Wild ed è la nostalgia ed il rimpianto per una stagione di vita irripetibile lo struggimento che afferra il cuore dello spettatore nell’assistere nel film all’epopea naturista di Chris McCandless, detto significativamente Alex supertramp: ad alimentare i superpoteri del ragazzo interpretato con il giusto candore da Emile Hirsch sono infatti le illusioni della gioventù, vissute senza compromessi e fino alle estreme conseguenze nella certezza di non poter stare al mondo senza trovare un senso all’esistere.
La pellicola di fatto rievoca le gesta del giovane protagonista con una sobrietà quasi da documentario, dando piuttosto la parola ai suggestivi scenari paesaggistici, alle pagine del diario, ai pensieri della sorella e imprigionando i volti in un’afflizione dignitosamente rattenuta: ne viene fuori la ricostruzione policentrica di una personalità sfaccettata, in cui ciò che per gli altri diventa mito, per la persona che lo ispira è dolore insuperabile o addirittura nevrosi.
L’utopia intellettualistica dello stato di natura contrapposto alla civiltà avvelenatrice, motivo letterario topico, in Into The Wild commuove perché non ha le radici nella volontà di autoaffermazione di chi fa o vorrebbe fare le rivoluzioni, bensì nel malessere psichico, nella disperata ricerca di un’alternativa meramente individuale a una realtà immodificabile di violenza ipocritamente celata da un desolante benessere: l’urgenza di una verità ossessiona Alex, per questo ripercorre le medesime strade fatte da altri prima di lui in particolar modo dagli scrittori letti e venerati per la coerenza ideologica e per il coraggio di misurarsi con il “selvaggio”, Tolstoj e il Jack London de Il richiamo della foresta; cambia nome ed identità, vagabonda per l’America, caccia per nutrirsi, sfida le rapide del Colarado in Kayak, vede l’emarginazione e la miseria delle città e ne scappa di disorientato, incontra una coppia di hippies, un’adolescente e un pensionato, ne colma per breve tempo i vuoti affettivi e poi si allontana per realizzare infine il sogno di essere totalmente libero nella neve dell’agognata Alaska. Un romanzo di formazione dunque di una volontaria rinascita, la cui scansione in tappe ha il senso di rimarcare il graduale passaggio di Alex dall’entusiasmo ingenuo dell’infanzia alla coscienza lucida e disincantata dell’età adulta.
L’esistenza scarnificata e decontaminata dalle “cose” svela il raggelante cuore dell’”essere”: la purezza ascetica dell’eremita cela un’anima da carnefice idealista, i cieli tersi e la vastità incantevole delle terra dichiarano nel corpo massacrato di un’alce uccisa e nell’alterigia verdeggiante dei boschi i veleni di Natura matrigna. “La felicità va condivisa con gli altri” dice Alex a se stesso, giunto alla fine dell’ avventura ed è proprio questo a renderla il più della volte irrealizzabile: ogni uomo porta in sé il ricordo di un figlio per sempre perduto….
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TITOLO: Il wild del titolo non è un luogo geografico ma uno stato d’animo, una situazione di assoluta libertà e disponibilità fisica e psicologica a essere ovunque e a esplorare le zone meno conosciute e codificate della condizione umana. Ed precisamente tale apertura alla ricchezza della vita e del mondo che il film intende raccontare trasponendo sullo schermo l’avventura umana del giovane supertramp
CUORE: il corpo dell’alce dilaniato e la frase scritta da Alex” la felicità va condivisa con altri”
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STELLE: ****la struggente rievocazione di una giovinezza dispersa fra le rapide del Colarado in kayak e le nevi dell’Alaska
VOTO: 8
SCHEDA:
USA 2007 Produzione PARAMOUNT VANTAGE, RIVER ROAD FILMS, ART LINSON PRODUCTIONS, INTO THE WILD, RIVER ROAD ENTERTAINMENT Distribuzione BIM Data uscita 25-01-2008 Genere AVVENTURA Durata 2h e
PARLA DI: Il lungometraggio dell’attore Sean Pean è la trasposizione sullo schermo di un libro di Krakauer, Nelle notti estreme, un testo “cult”, ma la storia raccontata è vera: Christopher MacCandless, un giovane benestante, dopo aver ottenuto una laurea a pieni voti nei primi ani '90, decide di abbandonare la famiglia e mettersi a vagabondare per gli States, facendosi chiamare Alex Supertramp( supercamminatore)
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E’ un America color pastello depurata dalle incrostazioni della contemporaneità a guardarci dalla locandina: un vecchio autobus bicolore, il cielo azzurro, gli alberi, un giovane seduto sul tetto, il quale dorme nel sacco a pelo, non porta con sé bagaglio ingombrante, vive viaggiando e cercando attraverso la libera contemplazione, la sintonia con
Quando il vecchio boss del quartiere popolare newyorkese di Harlem, nell’ultima fatica di Ridley Scott, American gangster, distribuisce il tacchino alla folla di miserabili, i mediocri tendono la mano appagati, supplicano di averne ancora, l’eroe solitario invece non muove un muscolo del volto, studia, impara e comprende come la maggior parte degli uomini nasca per essere irreggimentata in cambio di un tozzo di pane e di conseguenza il mondo possa facilmente rimpicciolirsi fino a diventare il regno dei forti: di cibo e dollari si nutrono i gregari, di etica e volontà di dominio i superuomini, grazie al coraggio dei quali, anche quando gli imperi crollano e non si trova più da nessuna parte il cuore delle cose, l’uomo fra civiltà e barbarie sopravvive al proprio crepuscolo.
Nella New York degli anni
Il lungometraggio, appiattendo il contesto effervescente dell’epoca negli schermi televisivi, cerca piuttosto linfa vitale nella cronaca giornalistica( fonte del film sono i libri e gli articoli del giornalista Jackobson) declinata secondo gli stilemi patologici del gangster movie a cominciare dalle bianche dimore e dai sontuosi pranzi in famiglia che ricordano Il padrino: le luci delle insegne rischiarano ad intermittenza le vie lastricate dell’inferno metropolitano e ne scolpiscono l’anima, schiave nude raffinano in gabbie chiuse la polverina magica per alimentare gli zombie e l’introspezione psicologica si arrende alle soglie di una redenzione, viste le premesse, obbligata, ricompensa magari di Dio alla preghiera di mamma in chiesa.
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TITOLO: Il film, ispirato agli articoli e ai libri del giornalista Jackobson, racconta la storia vera di Lucas, diventato collaboratore di giustizia, dopo aver soppiantato la mafia italoamericana nel commercio dell’eroina ad Harlem. Il titolo fa riferimento al fatto che la vicenda è anche pretesto per delineare un ritratto dell’America di quegli anni: infatti dagli schermi televisivi si sentono le ripercussioni nella società americana della guerra del Vietnam, si sente parlare Nixon…
CUORE: il colloquio nel parlatorio del tribunale fra Frank e Ritchie in cui i due trovano un’intesa.
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STELLE: *** due campioni duellano contro la metropoli corrotta: azione, colori cupi, un po’ di psicologia e d’etica.
VOTO: 6/7
SCHEDA:
Durata 157 USA 2007 Produzione UNIVERSAL PICTURES, IMAGINE ENTERTAINMENT, SCOTT FREE PRODUCTIONS, RELATIVITY MEDIA Distribuzione UNIVERSAL (2008) Data uscita 18-01-2008 Durata 2h e 37’Genere GANGSTER MOVIE Tratto da articolo "The Return of Superfly" di Mark Jacobson pubblicato sul 'New York Magazine' (Agosto, 2000) Regia Ridley Scott Attori Denzel Washington Frank Lucas Russell Crowe Detective Richie Roberts Cuba Gooding Jr. Nicky Barnes Josh Brolin Detective Trupo Jones John Ortiz Javy Rivera Ted Levine Toback Yul Vazquez Detective Alphonse Abruzzo Norman Reedus Detective Norman Reily Robert Funaro McCann Leesa Rowland Angie Dickinson KaDee Strickland Sheilah Common Turner Lucas Malcolm Goodwin Jimmy Zee Jack Fitz Hugh Hefner Adrian Washington Detective Reynolds Jon Polito Rossi Roger Guenveur Smith Nate Soggetto Mark Jacobson (articolo) Steven Zaillian Sceneggiatura Steven Zaillian Fotografia Harris Savides Musiche Marc Streitenfeld Montaggio Pietro Scalia Scenografia Arthur Max Arredamento Sonja Klaus Leslie E. Rollins Beth A. Rubino Costumi Janty Yates Effetti Invisible Effects Gray Matter FX
Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E ATTORE PROTAGONISTA.
PARLA DI: Siamo a New York nei primi anni 70’: Lucas, gangster di colore, inserisce nella bare dei soldati statunitensi morti in Vietnam la droga provenient e dal sud-est asiatico per spacciarla ad Harlem; il detective della narcotici Richie Robert, ebreo ha il compito di sventare il traffico di stupefacenti, e per smascherare un gruppo di suoi colleghi corrotti si allea con Lucas.
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Due uomini, l’uno l’opposto dell’altro, anzi l’uno simile all’altro: il nero indossa un abito borghese di ottimo taglio, i capelli ordinati a spazzola, il bianco al contrario è mal vestito, porta gli occhiali scuri e ha la chioma scompigliata, eppure, se si li guarda attentamente, la dissomiglianza caratteriale e probabilmente di ruolo/mestiere non ne condiziona l’indole. L’espressione dei volti e lo sguardo denunciano la natura di eroi integerrimi difensori di un’ etica, lottatori coraggiosi in un universo, simboleggiato dallo sfondo nero, in cui niente e nessuno pare avere più la forza per opporsi al vuoto. Vengono in mente i film migliori di Ridley Scott, I duellanti, Blade Runner, Il gladiatore, Le crociate in cui si incrociano i destini di antagonisti speculari:
“Il nero non è un colore. Il nero significa assenza di emozioni” dice il Dottor Loomis a Michael Meyrs, l’effeminato bambino biondo che ha massacrato la sera di Halloween in casa il patrigno, la sorella e il di lei fidanzato con una maschera sul volto e che ora seduto nel parlatorio dell’ospedale psichiatrico di massima sicurezza ne indossa una, rudimentale, nera: non c’è serial Killer senza rituale ossessivo e il mostro di Carpenter risuscitato da Zombie in Halloween-the beginning contempla la volontaria decapitazione dell’identità umana e l’assunzione, tramite il travestimento, di una natura animalesca, claunesca e metamorfica, visualizzazione grottesca degli istinti più brutali e truci dell’animo umano; il notturno demoniaco incarnatosi secondo la mitologia greca nella figura di Dioniso, di cui parla Nietzesche, liberatore, ispiratore di orge di sesso e sangue e a cui era legata l’origine dello spettacolo tragico, in cui gli attori si avvalevano di maschere: esse erano nella società primitive un oggetto profilattico in quanto proteggevano chi la portava e nel contempo erano uno strumento magico, in quanto consentivano di alienarsi da sé e di passare a un’altra personalità.
Il remake-prequel di Zombie trova appunto la sua vena più studiatamente bizzarra nell’ assecondare l’illusione dello spettatore, raccontandogli l’infanzia infelice dello psicopatico folle fra madre prostitute, patrigni sboccati e bulli, che il male vero possa sedersi nel lettino dello psicanalista e quindi trovare delle spiegazioni razionali e nello stesso tempo lo mette di fronte alla dimostrazione inoppugnabile che se non c’è malattia, sono inapplicabili le terapie: le reazioni spropositate di Mayers sono segni di un’umanità bloccata a uno stadio ferino, ove albergano la vendetta e la difesa del proprio territorio, cioè residui indomabili e incontrollabili dalla civiltà e dal progresso scientifico eterni come è eterno l’uomo.
Mayers vuole conoscere solo il linguaggio muto e l’istinto puro della belva braccata e predatrice: dilania le carni di chi lo offende, va a riprendersi la sorella, immagine evocata da una foto di lei bambina. E fin qui Halloween-the beginnig potrebbe rappresentare il lato elegiaco delle epopee grandguignolesche delle famiglie maledette dei film precedenti dell’autore, La casa dai 1000 corpi o di La casa del diavolo. Purtroppo però, dopo la fuga del protagonista dal manicomio, la pellicola si risolve in una monotona peregrinazione nei luoghi comuni del genere e fra la folla anonimia l’imperscrutabilità del mistero si impigrisce.
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TITOLO: Nel titolo il film rivela la sua intenzione di rifare il film del 1978 di Carpenter, aggiungendovi una sorta di premessa, ovvero il racconto dell’adolescenza del mostro.
CUORE: le maschere dello psicopatico e la fotografia del medesimo bambino con in braccio la sorellina.
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STELLE: **a parte le maschere, una peregrinazione nei luoghi comuni dell’horror, anche un po’ noiosa.
VOTO: 5+
SCHEDA:
USA 2007 Produzione THE WEINSTEIN COMPANY, NIGHTFALL PRODUCTIONS, SPECTACLE ENTERTAINMENT GROUP, TRANCAS INTERNATIONAL FILMS Distribuzione LUCKY RED Data uscita 04-01-2008 durata 1h e 50’Genere HORROR Specifiche tecniche ARRIFLEX, SUPER 35 (3-PERF) STAMPATO A
PARLA DI: Rob Zombie, dopo i successi di La casa dei mille corpi e La casa del diavolo, si cimenta nel rifacimento di una pietra miliare del genere horror, Halloween-la notte delle streghe, diretto nel 1978 da Carpenter. Il film è una sorta di remake-prequel, in quanto racconta anche l’antefatto della fatidica notte di Halloween in cui Michael Meyers, il folle protagonista, scatena la sua furia omicida nella pacifica cittadina dell’Illinois: da un contesto familiare insano germoglia il male, attecchisce nell’anima dello psicopatico e gli esiti sono terrificanti.
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Nel poster un incendio devastante costituisce lo sfondo: il fuoco brucia, invade case e bosco e plasma la parte di universo con cui viene a contatto. Il volto demonico che giganteggia nel quadro porta in sé l’angoscia dell’inferno: al suo interno infatti galleggiano fantasmi, le anime dei dannati torturate da pene eterne. L’ombra nera chiomata che cammina con un coltello in mano e con una testa mozzata è allora un missionario del diavolo, suo compito è quello di cospargere sulla terra i semi del male puro.
Ne La graine e la mulet( in italiano Cous Cous) di Abdellatif Kechiche, considerato il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, paesaggi urbani e soprattutto volti, sorpresi e spiati dalla macchina da presa, rivelano l’anima di una città: porti e cantieri in via di dismissione, desolate periferie notturne popolate da giovani balordi e il fascino malinconico di una “piccola Venezia” nel Sud della Francia, intrecci fra politica e banche, cortesia ipocrita, fatica, sudore, lotta per la sopravvivenza, sesso sordido per noia, simpatie timide fra adolescenti, forza di carattere e fragilità, matrimoni spezzati e amori tristi, mogli tradite in lacrime e figlie coraggiose, indifferenza e solidarietà, sono gli ingredienti base amalgamando i quali fuoriesce il piatto povero ma dai sapori forti preparato dal regista franco-tunisino. Il cous cous di pesce si prepara, dicono i ricettari, mescolando i grani della semola e il muggine, un pesce non pregiato più comunemente noto con il nome di cefalo: cibi solidi e umili, terra e mare che, messi insieme a cuocere in una pentola, riassumono la costrizione del lavoro e la fantasia consolatrice e vivificante della libera creazione, la miseria e la nobiltà della vita umana.
Nel lungometraggio non emerge di conseguenza una visione filosofica o politica delle realtà quanto il sapore di un’esistenza negata e proprio per questo ostinatamente conquistata: la banalità rude del vero caratterizza le rughe del sessantenne introverso Slimane, il protagonista maghebino, e ha plasmato i caratteri della sua litigiosa famiglia allargata. Non eroi o eccezioni ma uomini e donne, vecchi e ragazzi, uguali a tutti gli altri, con la forma mentis e il linguaggio tipici della classe sociale cui appartengono: il licenziamento dal cantieri navale del dignitoso patriarca e il tentativo di aprire un ristorante etnico su un barcone in disuso non aprono la strada a un improbabile riscatto, Kechiche conosce troppo bene il mondo operaio degli immigrati per edulcorarne disagi e sofferenze con le fittizie illusioni della commedia gastronomica oggi di moda e per questo sfuma poeticamente la conclusione della storia, lasciando lo spettatore nell’incertezza sull’esito dell’impresa commerciale. La sensibilità di regista di talento del resto lo porta a interpretare il tipico percorso ad ostacoli della commedia non alla stregua di un ludico trionfo sulla sfortuna bensì come un’avventura contro il “malocchio” destino, una delle tante che accomunano un nucleo familiare, che si raccontano mille volte nelle ricorrenze quando ci si ritrova fra parenti e si celebrano le gesta epiche consegnate alla memoria del gruppo tramite la secolare tradizione orale: il locale viene aperto, diversi incidenti fanno andare storta la serata importante dell’inaugurazione e il superamento delle tensioni salva forse la situazione. Nelle famiglie disfunzionali contemporanee l’ideale dell’ostrica continua a nidificare, per lo più le disgrazie appianano provvisoriamente asti e disaccordi, per la semplice ragione che nessuno ama o odia qualcun altro in assoluto e che l’uomo è bontà e malvagità nello stesso tempo. Ma è proprio la normale incoerenza della gente comune che Le graine et le mulet vuole rappresentare e Kechiche aggiornando la vecchia tecnica veristica dell’eclissi dell’autore occulta con arte se stesso: un coro di donne tagliando le verdure spettegola e sproloquia, se si tace e ci si nasconde si sente la musica…
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TITOLO: Le graine e le mulet sono gli ingredienti con cui si prepara il cous cous, ovvero i grani di semola e il muliggine, pesce comunemente noto come cefalo. E’ un’ allusione alla vicenda in quanto il ristorante del protagonista dovrà servire il cous cous di pesce, ma è soprattutto una metafora della situazione e dei personaggi che il film intende rappresentare: i grani delle semola, materia grezza, germogliano e il muliggine, che vive sul fondo del mare, è capace di grandi salti. I protagoniste del film sono dei vinti, ovvero appartengono a un classe sociale marginalizzata dal progresso, eppure si sentono vivi o fanno di tutto per sentirsi tali…
CUORE: la danza del ventre interminabile della figliastra di Slimane per distrarre gli invitati all’inaugurazione del ristorante: fatica e musica, sudore sulla fronte e energia vitale…
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STELLE:****la poesia e la fatica di essere poveri
VOTO: 8
SCHEDA:
La graine et le mulet FRANCIA 2007 Produzione CLAUDE BERRI PER PATHE' RENN PRODUCTIONS Distribuzione LUCKY RED Data uscita 11-02-2008 Durata 2 h e
Note - GIRATO A BORDO DI UNA NAVE NEL PORTO DI SETE DA OTTOBRE A DICEMBRE 2006.
- ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA (EX-AEQUO CON "IO NON SONO QUI" DI TODD HAYNES), PREMIO MARCELLO MASTRIANNI AD HAFSIA HERZI COME MIGLIOR ATTRICE EMERGENTE, PREMIO
PARLA DI: Nella Francia dei nostri giorni, a Sète, una cittadina vicino Marsiglia, Beij, un sessantenne di origine magheribina, non regge più la fatica di lavorare al porto ma è costretto a continuare a farlo dalle difficoltà economiche e dalla necessità di non abbandonare, nonostante i disaccordi passati, la sua famiglia allargata. Quando viene licenziato però inizia a coltivare il sogno di aprire un ristorante a conduzione familiare su un barcone in disuso e riesce gradualmente a coinvolgere familiari e parenti…
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Il manifesto mette in rilievo due aspetti di una vicenda a cui in nessun altro modo si allude: la coralità e la gioiosità liberatoria. Nella parte inferiore sono fotografati sei volti e fra loro si nota una sorta di climax ascendente: il primo a destra ha l’espressione vagamente corrucciata, poi i visi diventano via via più distesi e gli ultimi due ridono a crepapelle. Si tratta di una raffigurazione esemplare delle peripezie tipiche della commedia classica: il motore della vicenda è una situazione/ostacolo che i personaggi riescono a mutare in un’ occasione di allegria. Anche l’immagine della giovane donna danzante rimanda a un’idea di armonia e di festa: la bellezza del corpo in movimento, l’orchestra che suona, danno luce a tutto il poster e saranno la nota dominante della pellicola.
L’anima di un uomo che non ama i luoghi bui cosa racchiude? La paura di essere assalito dalle ombre di un passato di rimorsi o quella di sentirsi attratto dall’oscurità impenetrabile, da dove emerge l’anelito, inesprimibile alla luce del giorno, a possedere e a essere posseduti, a diventare vittime o carnefici e a smarrire per sempre la via del ritorno sui sentieri rassicuranti della ragione? Il terrore o il desiderio di precipitare nel baratro delle pulsioni incontrollabili è di fatto la molla sotterranea che sospinge controcorrente i protagonisti di Lussuria-seduzione e tradimento, l’ultimo film di Ang Lee, il quale, dopo Tempesta di giacchio, Ragione e sentimento, I segreti di Brockeback Mountain aspira alla precisione millimetrica del chirurgo impassibile per incidere le zone più virulente delle patologie dell’eros, concepito come malattia devastante: la violenza degli accadimenti storici, quali i conflitti e le occupazioni militari, o la durezza delle convenzioni sociali offrono a ciò che in condizioni di pacifica normalità resterebbe ben sepolto l’occasione per manifestarsi; una volta abbattuti gli argini, resistono le apparenze e talora neppure queste. Non a caso la pellicola relega ad oleografia di contorno
L’arte stessa è spiraglio di luce illusorio: sullo schermo nella sala scura ove si rifugia spesso la giovane spia sofferente si riflette, pur provvisoriamente rasserenata dalla purezza dei fotogrammi in bianco e nero, la torbida ambiguità della vita umana. Significativa la citazione de Il sospetto di Hitchcock, evocato a far da controcanto: l’angoscia alimenta l’amore autentico, il torturato si lega indissolubilmente al torturatore, la vittima gode appieno sacrificandovisi e l’orgasmo si confonde con il sangue; il masochismo innato si realizza indifferentemente nell’idealismo del patriota, nella dedizione alla giusta causa del rivoluzionario e nella devozione della passione assoluta.
“Se, Jie”, lussuria, attenzione, recita il titolo ed è l’unica nota ironica del lungometraggio, giacché il lussurioso/lussureggiante sia nelle scene d’intimità ma soprattutto nei dettagli quali gli abiti aderenti, le mantelle, i capellini e le sbavature del rossetto di Wong su tazze e tovaglioli risponde piuttosto al bisogno di armonizzare in una sorta di estenuata e sensuale versione dark dell’ estetismo dannunziano le disarmoniche perversioni delle scelte individuali: il gioco illusionistico funziona ad oltranza per più di due ore e il contenitore esonda. Nelle fenditure trapela comunque la travagliata formazione di una giovane priva di famiglia appena uscita dall’adolescenza, fiore troppo delicato per non essere reciso dal contatto con il cuore di tenebra: la lotta per la sopravvivenza in un Paese distrutto dalla guerra la rende forte, ma l’ educazione sentimentale si realizza tramite la conoscenza dell’altro sesso e a perdere Wong è prima l’egoismo del padre assente, poi il fanatismo velleitario del militante della Resistenza, e infine la seduzione corruttrice del sadico collaborazionista. Se scontato è l’esito della battaglia, ne I segreti di Brockeback Mountain rimaneva la consolazione di una giacca da mandriano chiusa nell’armadio di una miserabile roulotte, in Lussuria il magnifico diamante lasciato sulla scrivania del carnefice non sarà la dolcezza di un ricordo…
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TITOLO: “Se, Jie”, attenzione lussuria, è il titolo originale del lungometraggio con il quale si allude alla tematica portante: a determinare i rapporti umani e gli accadimenti storici, qui sullo sfondo, non sono moventi razionali o ideali, ma oscuri fattori psichici, in particolar modo sadismo e masochismo innati.
CUORE: La confessione di Wong ai compagni nella quale spiega le sensazioni contrastanti suscitate in lei dagli amplessi con Yee, il collaborazionista che dovrebbe tradire,a cui fanno da efficace contraltare le partite di Mahjong
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Particolarmente adatto a: per chi ama le atmosfere dannunziane con in più il sottofondo storico.
stelle: *** estenuante, ma, tutto sommato, coinvolgente.( francamente ridicoli i clamori sulle scene di sesso)
voto: 6.50
scheda:
Se jie CINA, USA 2007 Produzione FOCUS FEATURES, RIVER ROAD ENTERTAINMENT Distribuzione BIM (2008) Data uscita 04-01-2008 Durata 2h e 36’Genere MELODRAMMA Tratto da romanzo omonimo di Eileen Chang Regia Ang Lee Attori Tony Leung Chiu Wai Sig. Yee Tang Wei Wang Jiazhi/sig.ra Mak Joan Chen Sig.ra Yee Wang Leehom Kuang Yu-Min
Note - LEONE D'ORO PER MIGLIOR FILM E OSELLA PER
PARLA DI:L’ultimo film di Ang Lee, Leone d’oro alla 64.ma mostra di Venezia, è ambientato nella Shanghai del 1942 durante gli anni dell’occupazione giapponese. Wang Hu Ling, una bellissima aspirante attrice, fa parte della Resistenza e per spiarne le mosse, assumendo un’identità falsa, diventa l’amante del collaborazionista Sig. Yee; però la relazione finisce con il coinvolgerla.
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Il manifesto insiste sulla fisicità del legame fra l’uomo e la donna: l’eros è forza sconvolgente, materiale e totalizzante, una tirannia che sottrae gli essere umani a convenzione e ruoli prestabiliti. I due amanti sono raffigurati in una posizione quasi animalesca più brutale che tenera ed è impossibile non pensare all’amplesso sotto la tenda dei due cowboy di I segreti di Brokeback Mountain o alla memorabile sequenza in cui l’uno mettendosi alle sue spalle abbraccia l’altro semiaddormentato: a colui che ama davvero non è consentita mai la pacifica contemplazione del viso della persona amata. Anche qui la giovane è vista di schiena, con la faccia voltata verso l’uomo; l’unico residuo di civiltà è il rosso fuoco del rossetto di lei, ma il dettaglio richiama l’incendio della passione che dall’anima trapassa sulle labbra sensuali, segnando l’identificazione assoluta fra corporale e spirituale e nel contempo una tragica inconciliabilità fra i medesimi.
La parte inferiore del manifesto con le orme sanguigne sullo sfondo giallo è forse un’allusione al contesto storico: i vincoli amorosi sono alimentati dalla violenza e quanto più la società è loro ostile tanto più essi sono distruttivi e non lasciano respiro in chi ne è posseduto. E’ del resto questa impossibilità di essere ragione e sentimento insieme il filo conduttore dei film più importanti del regista.