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giovedì, 27 dicembre 2007

LEONI PER AGNELLI: IL SARCASMO DEGLI OROLOGI

Lionsforlambs_01

In Leone per agnelli ci si aspetta di trovare l’ennesima  presa di posizione netta contro la politica estera dell’attuale Amministrazione Statunitense con tanto di assunzione della guerra nel Vietman da un lato e l’idealismo Kennedyano dall’altro come immarcescibili paradigmi. Tuttavia Redford, il settantunenne cantore della sinistra americana,  rivolge il suo accorato richiamo non a chi le idee le ha già chiare, bensì a chi le ha  confuse, come lui suppone essere nelle giovani generazioni, probabilmente non del tutto a torto, se si ha in mente l’adolescenza apatica e innamorata esclusivamente dello skateboard ritratta con ben altra abilità di introspezione in Paranoid Park di Van Sant: certo cinema degli anni 70, in cui il biondo attore era il sexy eroe idealista, schierava i combattivi campioni per le strade a lottare contro i giganti, ora essi sono invecchiati, hanno i capelli tinti, il viso stropicciato, la giacca di velluto lisa, eppure seduti dietro una cattedra o una cinepresa non rinunciano alla missione di convertire il mondo e a tal fine impartiscono lezioni di  saggezza, nutriti dalla convinzione che, se il sistema e “i leoni” che lo dominano sono irrecuperabili, gli “agnelli” hanno il dovere di fare “qualcosa” per modificare le cose e non mortificare nella passività della resa la coscienza di liberi individui.

 Coerentemente con tale assunto illuministico le inquadrature insistono sugli orologi appesi alle pareti, espediente elementare ma efficace per mettere in rilievo la coincidenza cronologica dei tre episodi, ove l’ostentata sincronia implica la compresenza nello stesso momento storico fra le ragioni di un passato immodificabile e quelle di un futuro possibile, incarnate le prime negli adulti con ruoli di responsabilità, la giornalista, il politico e il docente, le seconde in chi, uscito appena dalle aule scolastiche, ha l’obbligo di concretizzare la formazione ricevuta in una scelta responsabile. Si recepisce  di conseguenza nel disagio sotto pelle di Meryl Streep,intervistatrice del senatore rampante e cinico, e di Redford, professore della West Coast University, il senso di colpa dell’intellettuale diventato  indifferente alle sorti del pianeta: il modo in cui viene recepito nel bene e nel male l’esercizio bellico è il sintomo più vistoso di una classe dirigente, cinica o senza più coraggio, che ha abdicato al compito fondamentale di essere  modello educativo esemplare ed è  la medesima società senza padri e maestri appena percepibile fra le ombre di Paranoid Park.

La pellicola d’altronde, sceneggiata da Carnahan, intrisa di fiducia pedagogica nelle teorie e nella parola,  concede spazio verbale ai punti di vista speculari, li fa almeno in parte interagire, astraendoli da situazioni reali: più che un film dunque l’imitazione di un dialogo platonico, nel quale la drammatizzazione delle convinzioni, al di là degli schemi ideologici rappresentati, affoga nel troppo facile e retorico appello ai sentimenti l’inconciliabilità eterna fra l’ottimismo dei principi e il pessimismo dei sudditi (  ricordate o recuperate se non l’ avete visto Flags of our Fathers di Eastwood!). Ed è per questa ragione che neppure chi ne ha ideato l’orchestrazione pare aver intuito quanto sarcasmo vi sia nella conclusione di Leone per Agnelli.

 

 

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COSI COMINCIA: La storia ha come sfondo la guerra in Medio Oriente condotta attualmente dagli Stati Uniti e ha tre scenari:  in un ufficio del Congresso a Washington un Senatore ambizioso concede un intervista a una giornalista su una nuova strategia da adottare in Irak contemporaneamente alla West Coast University un professore, Malley,  ha un colloquio con uno studente dotato ma privo di passione civile perché disincantato sulle sorti del suo Paese; nel frattempo due ex studenti di Malley, i migliori,  combattono al fronte…

 

TITOLO: Redford parlando con il suo studente gli ricorda che nella Prima guerra mondiale i soldati inglesi erano veri e propri leoni, comandati però da generali incapaci e vili, come appunto agnelli. Il senso del titolo cosi è chiaro: le giovani generazioni devono comunque essere leoni cioè combattere per una causa ideale, nonostante l’irrecuperabilità delle classi dirigente. E ‘ nella loro coscienza il futuro di un Paese.

 

 

CUORE: Il colloquio fra Malley e lo studente dotato  e disincantato- gli orologi che mettono in evidenza la sincronia degli episodi.

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: ama il cinema d’impegno e le pellicole a tesi.

STELLE: *** accorato appello verbale ai giovani ad impegnarsi attivamente nella vita civile.

VOTO: 6+

SCHEDA:

Lions for Lambs  USA 2007 Produzione  MATTHEW MICHAEL CARNAHAN, ROBERT REDFORD, TRACY FALCO, ANDREW HAUPTMAN PER UNITED ARTISTS, ANDELL ENTERTAINMENT E WILDWOOD ENTERPRISES  Distribuzione  20TH CENTURY FOX ITALIA  Datauscita  21-12-2007  Durata  95  Genere  DRAMMA ETICO  Specifiche tecniche  PANAVISION, 35 MM (1:2.35)  Regia Robert  Redford   Attori Robert  Redford  Dottor Stephen Malley Meryl  Streep  Janine Roth Tom  Cruise  Senatore Jasper Irving Michael  Peña  Ernest Derek  Luke  Arian Peter  Berg  Wirey Pink Andrew  Garfield  Todd John  Brently Reynolds  Skinny Louise  Linton  Sig.na M. Soggetto Matthew Michael Carnahan   Sceneggiatura Matthew Michael  Carnahan   Fotografia Philippe  Rousselot   Musiche Mark  Isham   Montaggio Joe  Hutshing   Scenografia Jan  Roelfs   Arredamento Leslie A.  Pope   Costumi Mary  Zophres   Effetti  Industrial Light & Magic (ILM)   Tweak Films

Note - PRODUTTORI ESECUTIVI: TOME CRUISE E PAULA WAGNER.

- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 11:28 | link | commenti (3)
categorie: cinema, film, cinema e politica, cinema ed etica
martedì, 25 dicembre 2007

LEONI PER AGNELLI: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

Leoni_per_agnelli

Il poster nella sua estrema sobrietà fa da introduzione a un film severo, rigoroso negli intenti: nessun colore,  tre fotografie in bianco e nero al centro, come se si trattasse di un documentario/reportage, i cui protagonisti non sono personaggi di fantasia, ma persone reali inchiodate alla gravità e alla responsabilità di un ruolo. La pellicola non ha quindi un protagonista e neppure una storia, ma la finzione sarà finalizzata allo schema didattico:  un dibattito a tre voci su questioni che toccano il cuore di tutti.

   

postato da: spilluzzicando alle ore 09:54 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 24 dicembre 2007

L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD: PIOVE COME PIOVE

Theassassinationofjessejames_06

Nel western di Andrew Dominik, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, ispirato a un libro di Hansen, il sole non si vede quasi mai, nevica invece o piove a dirotto: sono scomparsi i canyon e le pianure dorate e verdeggianti, tipici del genere, e un cielo sovraccarico  di nubi in corsa sovrasta spazi aperti ed immensi di un bianco abbagliante attraverso i quali i mitici pistoleri si aprono  sentieri angusti e vi camminano a fatica, gravati dal peso di un’identità eroica smarrita ed irrecuperabile; Jesse James, il leggendario fuorilegge, strizza le palpebre per proteggere gli occhi fragili e incapaci di sostenere la visione della realtà, conta le stelle di notte e non sono mai le stesse,  singhiozza la testa appoggiata al cavallo, volta la schiena all’assassino, e la sua morte, replicata all’infinito, è simbolico suicidio di aura banditesca, ormai a portata di circo Barnum e di una prosaica società borghese, adagiata sulle poltroncine del teatro.  

 L’avventura e la gloria del resto sono il ricordo di un passato libresco, vivo nei giornaletti colorati tenuti sotto il letto dell’adolescente innamorato prima e omicida poi del suo eroe: la sfibrata epopea così per accendersi necessita della spinta propulsiva di un altro film, I giorni del cielo di Malick, ma già ad attendere il treno da razziare è uno spettro notturno immobile sui binari avvolto dal fumo; e l’ovatta crepuscolare diffondendosi ovunque più che sospenderlo   deprime il giudizio sul neo Robin Hood americano e sul codardo Robert Ford, icone in crisi ed individui in preda a fantasmi personali.

Di fatto in The Assassination of Jesse James l’interiorizzazione del pistolero, chiave di lettura contemporanea di un genere classico, si concreta in una estenuante e cupa imbalsamazione: comparse comprimari e protagonisti, prigionieri di un ingessante silenzio, vagano qua e là sforzandosi di afferrare l’ombra di se stessi  nella pregnanza di un aforisma  e il senso del dramma svapora dimenticato nella dilatazione  compiaciuta fino a riemergere nell’ultima parte, che, se non fosse così ellittica, sarebbe la più interessante.

 Insomma  un’introduzione lunga ed ambiziosa, la cui laboriosa stesura ha sfiancato l’autore, obbligandolo all’epitome del saggio originario. Se dunque questa è l’impressione, è lecito però interrogarsi sulla versione originale di ben cinque ore  e sulle sforbiciate imposte da Brad Pitt attore e  produttore.

 

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COSI COMINCIA: Tratto da un racconto di Hansen il film racconta il complicato rapporto  fra Jesse James, noto fuorilegge Americano, mitizzato come una sorta di Robin Hood  dall’immaginario del Paese, e un giovane suo ammiratore, Robert Ford: siamo nel 1888 e il 34enne bandito, su cui pende una generosa taglia,  sta progettando la prossima rapina accoglie nella sua banda uno dei fratelli Ford….

TITOLO: Molto lungo rimanda al cuore del film ovvero all’omicidio della figura leggendaria ad opera di un giovane che lo ammirava. L’attributo  “codardo” fa riferimento al fatto che Jesse volta le spalle a Robert e al giudizio con cui il mondo che aveva idolatrato il bandito bollò il giovane. La pellicola si propone di far luce sull’evento più che di dare giudizi definitivi.

CUORE: L’assassinio di Jesse James raccontato con esasperante lentezza e poi duplicato ambiguamente e approssimativamente nei teatri.

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ama contemplare paesaggi suggestivi senza muoversi dalla poltroncina

STELLE:* western ingessato ed interminabile, potenzialmente affascinante.

VOTO: 5-

SCHEDA:

The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford  USA 2007 Produzione  WARNER BROS. PICTURES, JESSE FILMS INC., SCOTT FREE PRODUCTIONS, PLAN    B ENTERTAINMENT, ALBERTA FILM ENTERTAINMENT, VIRTUAL STUDIOS  Distribuzione  WARNER BROS. PICTURES ITALIA  Data uscita  21-12-2007  Durata  155  Genere   WESTERN  Specifiche tecniche  ARRIFLEX CAMERAS, SUPER 35 STAMPATO A 35 MM (1:2.35)  Tratto da  romanzo omonimo di Ron Hansen  Regia Andrew  Dominik   Attori Brad  Pitt  Jesse James Mary-Louise  Parker  Zeralda James Zooey  Deschanel  Dorothy Evans Casey  Affleck  Robert Ford Sam  Rockwell  Charley Ford Jeremy  Renner  Wood Hite Sam  Shepard  Frank James Ted  Levine  Sceriffo James Timberlake Garret  Dillahunt  Ed Miller Paul  Schneider  Dick Liddil Michael  Parks  Henry Craig Pat  Healy  Wilbur Ford Brooklynn  Proulx  Mary James Meredith  Henderson  Nellie Russell Kailin  See  Sarah Hite Soggetto Ron  Hansen   Sceneggiatura Andrew  Dominik   Fotografia Roger  Deakins   Musiche Nick  Cave   Warren  Ellis   Montaggio Dylan  Tichenor   Scenografia Patricia  Norris   Arredamento Janice  Blackie-Goodine   Costumi Patricia  Norris   Effetti Dick  Edwards   James  Paradis   Tinsley Transfers Inc.   Hatch Production  

 

 

 

 

venerdì, 21 dicembre 2007

L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD

Lassassinio_di_jesse_james

Il manifesto pare sorprendere il mitico personaggio del bandito pistolero in un momento di crisi e di abbandono: l’uomo  è sommerso nella parte inferiore del corpo dalle spighe, alle  spalle lo scheletro nero di un albero, un tempo rigoglioso; la mestizia del  volto, la disillusione rispetto agli eventi esterni, rappresentati dal treno in viaggio o fermo sui binari, trova corrispondenza nel senso di morte che contamina la classicità del paesaggio western. Gli stati d’animo  faranno da filtro probabilmente alle gesta epiche e vedremo una pellicola più d’atmosfera che d’azione.  Uno psico-western? 

postato da: spilluzzicando alle ore 12:11 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 19 dicembre 2007

IRINA PALM: EUFEMISMI

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A proposito della commedia del regista belga Sam Garbarski, Irina Palm, rivelazione del FilmFest. è proprio il caso di chiamare in causa la “leggerezza”, qualità che Italo Calvino attribuiva alle opere letterarie che comunicavano messaggi profondi e sovversivi del senso comune senza prendere a pugni il lettore anzi sollevandolo dalla ambasce quotidiane con la levità aggraziata di un sorriso: l’accattivante vicenda della nonna cinquantenne che per salvare il nipotino malato immola virtù e rispettabilità borghesi all’interno di un sordido localino a luci rosse del quartiere londinese di Soho colpisce ad alzo zero pregiudizi ed ipocrisie diffuse  e la pellicola anche quando pare, verso la conclusione, smussare i contrasti non commette mai l’errore di edulcorare la cattiveria o di neutralizzare la trasgressione motivandola con il patetismo dell’indigenza o prospettando un lieto ritorno a un sospirato ordine dopo una  esclusione vergognosa e sofferta.

 In realtà a scandali in famiglia e a genitori anziani più emancipati, audaci ed anticonformisti dei figli siamo abituati da tempo, ma Irina Palm ha l’imperdonabile sfrontatezza di scalare  la vetta del politicamente scorretto nel considerare il mercimonio sessuale alla stregua di un’esperienza vivificante, addirittura riabilitante: il personaggio interpretato con gusto dalla ribelle  cantante pop Faithfull più che realtà verosimile è una paradossale provocazione  in quanto con imbarazzato stupore prima, con coscienza ed orgoglio poi, dà e riceve ed il piacere elargito per vil denaro nella più turpe delle forme e nello squallore dell’anonimato di un sexy shop diventa terapia etica per la folla di sconosciuti che, la donna e lo spettatore intuiscono,  alla  fenditura della parete affidano assieme all’organo genitale le proprie frustrazione e il desiderio/sogno di essere accarezzati da mani fatate.

 Irina non è una dea sexy, piuttosto è una antiCirce materna e benefattrice che trasforma gli uomini, toccandoli e permettendo loro orgasmi ideali, da animali libidinosi in creature volanti e se stessa da carampana in…pifferaio magico.  Eufemismi? Si, ma non si inventerebbe eufemismi, se i termini appropriati spesso non dicessero bugie.

 

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COSI COMINCIA: Siamo nella Londra dei giorni nostri. Maggie, una vedova di mezza età, costretta a trovare i soldi necessari per sottoporre il nipotino malato gravemente a una cura in Australia, entra in un locale a luci rosse di Soho e  decide di accettare il lavoro come “hostess”, dove però la parola hostess è solamente un eufemismo

TITOLO: è il nome della protagonista che ne definisce le qualità: il tocco magico che trasforma la sordida esperienza sessuale nel sordido sexy shop in una sorta di terapia tonificante e consolatoria per la folla di anonimi tristi che Maggie accarezza.

CUORE: è il nome d’arte di Maggie: Irina Palm

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi frequenta sexy shop sentendosi in colpa.

STELLE:****anticonvenzionale, tonificante, come la palma magica di Irina

VOTO: 7

SCHEDA:

Origine  BELGIO, FRANCIA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA, LUSSEMBURGO 2007  Produzione  ENTRE CHIEN ET LOUP, IPSO FACTO, LIAISON CINÉMATOGRAPHIQUE, PALLAS FILM, SAMSA FILM S.A.R.L., HALLE/SAALE, ATELIERS DE BAERE, RTBF TELEVISION, FUTURE FILMS LTD., CANAL+  Distribuzione  TEODORA FILM  Data uscita  06-12-2007  Genere: COMMEDIA  Specifiche tecniche  35 MM (1:1.66) Durata 103’ Regia Sam  Garbarski   Attori Marianne  Faithfull  Maggie/Irina Palm Miki  Manojlovic  Miki Kevin  Bishop  Tom Siobhán  Hewlett  Sarah Corey  Burke  Olly Dorka  Gryllus  Luisa Jenny  Agutter  Jane Meg Wynn  Owen (Meg Wynn-Owen) Julia Flip  Webster  Edith Susan  Hitch  Beth Jonathan  Coyne  Dave Tim  Plester  Franck Malina  Ebert  Dunia Jules  Werner  Medico Ann  Queensberry  Signora anziana Tony  O'Brien  Negoziante June  Bailey  Signora anziana Soggetto Philippe  Blasband Sceneggiatura Philippe  Blasband   Martin  Herron   Fotografia Christophe  Beaucarne   Musiche Ghinzu      Montaggio Ludo  Troch   Scenografia Véronique  Sacrez   Arredamento Marc-Philippe  Guerig   Costumi Anushia  Nieradzik  

 

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 11:56 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e sessualitĂ 
martedì, 18 dicembre 2007

IRINA PALM: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

Irina_palm

Una donna di mezza età guarda all’interno di un foro praticato in un muro:, il grigio azzurro sporco e il rosso accesso, richiamo a una sessualità ostentata, svelano l’ambiente sordido di un locale a luci rosse  e lo scopo dell’apertura è facilmente intuibile. La prospettiva però è sorprendente, e ha poco a che fare con il sesso:  l’espressione del volto proteso verso l’apertura nella parete suggeriscono la disponibilità di chi ha già percorso una buona parte di vita, di fronte alla violenza del destino,  a mettersi in discussione, a oltrepassare i confini, a cui la normalità borghese costringe, per esplorare una nuova dimensione di esistenza e scoprire una parte finora sconosciuta di se stessi.

postato da: spilluzzicando alle ore 09:01 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 17 dicembre 2007

LA PROMESSA DELL'ASSASSINO: DELITTI E PERDONO

Easternpromises_04

Sarà stata la logica di mercato a spingere un autore come Cronenberg a piegarsi in Eastern Promises agli stilemi del noir, ma la ragione più profonda ha piuttosto a che fare con il sentimento di disfacimento fisico ed etico di Crash, di Spider o di History of Violence, per limitarci alle opere più recenti: l’animo umano è preda di un demone maligno, l’invasamento determina sfracello e autodistruzione e la Storia la si può metaforizzare nello scontro violento fra due automobili in corsa e nella membra dilaniate delle vittime( Crash) o nella lotta devastante di due uomini nudi avvolti dal fumo di una sauna( Eastern Promises), allegorie tanto estreme da comportare l’abolizione/vanificazione di qualunque accadimento.

 La conclusione di History of Violence è però emblematica di un’apertura verso una prospettiva meno scarna: una famiglia comune pranza a tavola, nella mente del padre silenzioso un passato di omicidi e stragi, a significare che la normalità della pace borghese è precaria conquista, le lacrime e il sangue sono merce di scambio, ma qual è il prezzo della virtù?  Se  alternative al trionfo del male sono inimmaginabili, il bene sopravvive ancora e vale la pena di trovare la forma adeguata per raccontarne la favola? Scavando in questa direzione Cronemberg approda alla religiosità agnostica di Eastern Promises: una Londra fetida e cosmopolita riscopre la sua vocazione di palcoscenico macabro per drammi elisabettiani ed a imporre regia, cromatismi fangosi e scenografie fastosamente sanguigne con mense imbandite al suono di “Ociciornia” è il clan russo  Vory V Zakone"( “ladri nella legge”), ma la corte del re, lo spietato criminale Semyon, inizia a essere contaminata nella persona dell’erede al trono, il figlio Kirill, dal virus dell’amore e del dubbio, per quanto la potenziale e nevrotica conversione abbia per fragili numi tutelari l’odio per il padre rivale, il bel corpo istoriato e l’algida ambiguità conturbante della guardia del corpo, Mortensen, e infine l’incantesimo/miracolo di una bambina orfana chiamata appunto Cristina, in memoria di Cristo.

 La vicenda collocata nel periodo natalizio nella sua essenzialità e nella lucidità di sguardo  assume il valore simbolico di un’ultima disperata possibilità di riscatto concessa a un’umanità prigioniera della selva oscura del delitto dal destino e la missione salvifica è affidata all’innocenza di una neonata nata  n seguito a uno stupro nonché al pervicace idealismo di una giovane ostetrica, aiutata/ostacolata dalla strano autista del clan: qualunque sia l’esito della battaglia, la consapevolezza ha reso irrecuperabili idillio e utopia; i tatuaggi marchiano e lacerano la pelle, dannazione eterna e incancellabile di schiavi e schiavisti, stigmate degli orrori commosse e subiti nei secoli;  dal sottosuolo si ode  fievole il pianto di rimorso della belva pentita e la parola “perdono” rivolta chissà a chi…

 

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COSI COMINCIA:  Nella Londra dei giorni nostri l’esistenza di Nikolai, uomo di fiducia di Semyon, proprietario di un ristorante di lusso ma in realtà potente boss della mafia russa cambia quando incontra il giorno di Natale Anna, una giovane ostetrica anche lei russa, che vorrebbe cercare la famiglia di una bambina,  la cui madre è morta durante il parto; lui decide di aiutarla ma le loro indagini portano alla luce verità sgradite alla fratellanza criminale di cui Nikolai fa parte…

 

TITOLO: Il titolo originale, Eastern Promises, ( le promesse dell’est) fa riferimento alla tratta delle schiave, ovvero alla fanciulle dei Paesi dell’est immigrante in Occidente e schiavizzate dalle organizzazione mafiose. La vicenda dunque comunissima viene trasformata da Cronenberg in una parabola, da cui traspare con chiarezza il suo mondo concettuale. 

 

CUORE: la sequenza in cui il figlio del boss tiene in mano il fagotto con la neonata: ha intenzione di gettarla nel Tamigi piange e chiede “perdono”

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama il noir e chi si è appassionato con I Fratelli Karamazov

STELLE:*****male e bene, lacrime e sangue, degno di Dostoevskji e noir perfetto.

VOTO: 9

SCHEDA:

 Eastern Promises  CANADA, GRAN BRETAGNA, USA  2007 Produzione  SERENDIPITY POINT FILMS, BBC FILMS, FOCUS FEATURES, KUDOS PICTURES, SCION FILMS  Distribuzione  EAGLE PICTURES  Data uscita  14-12-2007  Genere THRILLER  Durata 100’Specifiche tecniche  35 MM  Regia David  Cronenberg   Attori Viggo  Mortensen  Nikolai Luzhin Naomi  Watts  Anna Khitrova Vincent  Cassel  Kirill Armin  Mueller-Stahl  Semyon Sinéad  Cusack  Helen Donald  Sumpter  Yuri Josef  Altin  Ekrem Raza  Jaffrey  Dottor Aziz Sarah-Jeanne  Labrosse  Tatiana Aleksandar  Mikic  Soyka Mina E.  Mina  Sig. Azim Michael  Sarne  Valery Nabokov Jerzy  Skolimowski  Stepan Khitrov Mia  Soteriou  Moglie di Azim Tereza  Srbova  Kirilenko Sceneggiatura Steven  Knight  (Steve Knight)  Fotografia Peter  Suschitzky   Musiche Howard  Shore   Montaggio Ronald  Sanders   Scenografia Carol  Spier   Costumi Denise  Cronenberg   Effetti Manex  Efrem   Aaron  Weintraub   Mr. X Inc.  

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 11:29 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, cinema ed etica, cinema e religione
venerdì, 14 dicembre 2007

LA PROMESSA DELL'ASSASSINO: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

La_promessa_dellassassino

Nel poster lo sguardo allarmato cade subito sulla mano e sui tatuaggi che paiono scolpirsi sulla pelle e corroderla, privandola della tinta naturale: il colore cinereo rimanda a una minaccia di morte così come l’ineluttabilità del giuramento espresso dal sovrapporsi delle dita sul braccio teso, il nero totalizzante sullo sfondo e la parcellizzazione estraniante del corpo umano. Le stigmate effigiate sulla carne sono del resto la firma/sigillo di Cronenberg, un simbolo dello sfracello fisico/psichico quale viene raccontato in tutta la sua filmografia da Crash a .A history of violence. Si ha l’impressione comunque di essere fermi davanti a una tetra scultura  in cui l’artista abbia voluto rappresentare l’invincibilità e nello stesso tempo l’ambigua sacralità del male. Forse è questo il senso profondo della storia che ci verrà raccontata nel film, a cui si allude con le due figure raffigurate nel riquadro in basso: l’esistenza è una fenditura di luce in un universo oscuro e uomini e donne, vivendo le loro storie, si dibattono angosciosamente in uno spazio angusto prima di cadere nel baratro.  

postato da: spilluzzicando alle ore 09:15 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 12 dicembre 2007

LASCIA PERDERE, JOHNNY: IN MEMORIA DI NONNA SPERANZA

Lasciaperderejohnny_01

Dopo la visione dell’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Fabrizio Bentivoglio, viene da interrogarsi sui motivi per i quali la ricostruzione storica nel cinema italiano sia quasi sempre offuscata da una vena autobiografica: gli autori rimpiangono la giovinezza, tracciano bilanci, eludono la complessità sfuggente dell’oggi e l’Italia degli anni dell’ultima metà del secolo appena trascorso se ne sta sempre lì nella stampa a colori pastello, appesa alle pareti del salotto buono di Nonna Speranza fra gli oggetti con il monito “salve, ricordo”, e ritratti all’interno se ne stanno immobili per non guastare la posa le figurine buffe ed immarcescibili dell’immaginario nazionale, non all’altezza né del vizio né della virtù, ed è sempre lì al centro del quadretto l’eterna signorina Felicità mentre sogna il ritorno del poeta fuggiasco e lo vede con gli occhi della mente camminare nella neve, venirla a riprendere per rapirla alla  grigia vita di provincia.

  Lascia perdere, Johnny è un’opera non sgradevole nella sincerità d’ispirazione, ma nasce  già vecchia, accodandosi  sotto forma di una pagina di diario tratta dai racconti di Fausto Masolella compositore e membro degli Avion Travel, a una tradizione che stenta a rimodellarsi secondo una prospettiva più coraggiosa e meno scontata:  iniziamo in un sud solare ed allegro da farsa popolare, arriviamo in un Nord elegiaco e nebbioso e infine in un paesaggio evanescente e fiabesco che ricorda Fellini;  il breve tragitto è animato da visi già conosciuti, e prevede fermate in tutti i luoghi noti.

  I complessini e le saghe paesane, lo scintillio degli studi televisivi,( si rende omaggio a “Senza rete”) le melodie strappalacrime, il blu luccicante del mare di Capri e le speranze, il buio lattiginoso della piazza di Rho e le illusioni perdute, delineano lo spazio asfittico in cui si svolge l’apprendistato musicale ed umano dell’adolescente Faustino, battezzato Johnny da uno sorte beffarda e distratta, parente dell’idealista velleitario di tante opere di Virzì: tuttavia Bentivoglio, Cantarello, Juculiano e Santella, sceneggiatori della pellicola, hanno accontentato più la memoria che l’orchestrazione drammaturgica e hanno avvolto la variegata umanità di Lascia perdere, Johnny! in un fumoso limbo lirico/sentimentale, riducendola ad  epifanie evocatrici  di desideri timidi ed inespressi dell’attonito esordiente. E alla fine prima di imbarcarsi per l’avventura in lidi lontani l’unico monito da tenere a mente lo proferisce un bidello impazzito incontrato per caso allo stazione: “Se ti chiamano al mare vai, se ti chiamano in montagna non andare, se ti chiamano in campagna, fa’ come c..ti pare.”.

 

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COSI COMINCIA:  Siamo a Caserta nel 1976. Il diciottenne Faustino, figlio di madre vedova, fa parte della scalcagnata  orchestra diretta da un trombettista bidello, Domenico Falasco e  per evitare il servizio militare avrebbe bisogno di un lavoro vero;  l’arrivo in città di Augusto Riverberi, famoso per il suo legame con Ornella Vanoni, sembra rappresentare un’occasione per lui e la scalcinata band

TITOLO: “Lascia perdere Johnny! E’ la frase che viene detta dal famoso Augusto Riverberi a Faustino mentre sul letto tiene in mano la chitarra e suona, forse sognando un’ avvenire.  L’espressione esprime la classica visione dolcemente e suggestivamente pessimistica cara a tanta tradizione italiana. Il protagonista per altro si chiama Faustino e ad apostrofarlo  Johnny è appunto Riverberi che pare quasi canzonarlo. 

CUORE: la sequenza in cui Augusto Riverberi ascolta Johnny suonare con la chitarra, scuote la testa e gli dice “lascia perdere Johnny”.

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ama le malinconiche storie di formazione che non formano.

 STELLE: **la melodia dolce e senza rete del ricordo

VOTO: 5+

SCHEDA:

ITALIA  2007 Produzione  DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM E SKY  Distribuzione  MEDUSA  Data uscita  30-11-2007  Durata 104’ Genere STORIA DI FORMAZIONE Specifiche tecniche  35 MM  Regia Fabrizio  Bentivoglio   Valia  Santella  (collaborazione) Attori Antimo  Merolillo  Faustino Ernesto  Mahieux  Raffaele Niro Lina  Sastri  Vincenza Roberto  De Francesco  Autore Luigi  Montini  Discografico Flavio  Bonacci  Carlo Tagnin Ugo  Fangareggi  Pietro Tagnin Daria  D'Antonio  Franca Marrocco Peppe  Servillo  Gerry Como Fabrizio  Bentivoglio  Riverberi Valeria  Golino  Annamaria Toni  Servillo  Maestro Falasco Soggetto Umberto  Contarello   Filippo  Gravino   Guido  Iuculano   Fabrizio  Bentivoglio   Sceneggiatura Umberto  Contarello   Filippo  Gravino   Guido  Iuculano   Fabrizio  Bentivoglio   Valia  Santella  (collaborazione) Fotografia Luca  Bigazzi   Musiche Fausto  Mesolella   Montaggio Esmeralda  Calabria   Scenografia Giancarlo  Basili   Costumi Ortensia  De Francesco   Effetti Pablo Mariano  Picabea  

martedì, 11 dicembre 2007

LASCIA PERDERE, JOHNNY!: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

Lascia_perdere_johnny

A colpire l’occhio è il colore della sfondo: si tratta di un blu/verde pastello punteggiato da piccole lampadine giallo, rosso, verde e viola che richiamano le luci di un palcoscenico trasformato in un delicato scenario da fiaba dal giovane stralunato che vi si affaccia a lato. La delicata trasfigurazione cromatica evoca un clima trasognato di illusioni effimere, in cui si avvolge il ragazzo, evidentemente il protagonista del film. A definirne la bonaria ingenuità contribuisce altresì l’aspetto mitemente stravagante: l’espressione del volto e i capelli lunghi, la scarpa bianca adagiata sulle spalle della giacca da sera sformata, la camicia rosa fuori dai calzoni e il modo di impugnare la chitarra fanno pensare a uno dei tanti sprovveduti adolescenti di provincia, prigionieri del mito della musica e dei musicisti.

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categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 10 dicembre 2007

PARANOID PARK: NOSTALGIE

Paranoidpark_04

Gus Vant Sant ha avuto la geniale idea di evocare le ondate emotive dello stordito ed angelico adolescente, personaggio unico  del suo ultimo film, Paranoid Park, con la musica, il Nino Rota di Giulietta degli spiriti, Amarcord, Beethoven, il cantautore americano Elioth Smith, morto suicida a 34 anni, e molti altri. Non si tratta però di un commento, bensì di una sostituzione, come se il teen-ager non fosse in grado di esprimere da solo stati d’animo e sentimenti, ma ne provasse lo stesso un nostalgico desiderio: sennonché la pellicola spiazza o inquieta, perché l’osservazione al microscopio messa in atto dal regista sull’universo giovanile cui si sente attratto in uno sorta di romantica venerazione, non ci offre nessuna chiave di lettura.

 Si cita Dostoevskji( si trattava semplicemente di una battuta del regista), ma che c’entra il Raskolnikov di Delitto e castigo?  Il delitto c’è ma è avvenuto accidentalmente, il ragazzo che lo ha commesso non si denuncia, e, mentre il lungometraggio scorre sotto i nostri occhi, non c’è traccia  di rimorso, di dubbi, di messa in discussione di valori, proprio come se l’omicidio non avesse tutta questa importanza e il sedicenne di Portland, i genitori, gli insegnanti, gli amici e la ragazza fossero ombre vive in un assurdo incantesimo o in sogno inafferrabile e pertanto angosciante. Poi però, dando una logica  non meramente cronologica al puzzle zigzagante di sequenze spesso mute messo insieme dal regista, si arriva diritti a quella scritta“Parnoid Park” ossessivamente ripetuta sul foglio di quaderno, elaborata a mo’ di graffito con estrema fatica e lentezza quasi artigianale dalla mano di chi, abituato alla tastiera di un computer, non sa più tenere fra le dita una matita: nella  realtà visibile se ne nasconde un’altra, rivela Alex, il protagonista in uno dei rari momenti di lucidità, ed in questa dimensione impercettibile non si cammina, non si è rifiuti emarginati dalla società o semplici ectoplasmi gettati dal caso in una stanza qualsiasi, bensì si volteggia sulla skateboard e si respira la bellezza poetica e la verità ispiratrice di un corpo in movimento. Compiere l’assassinio è il peccato di chi vorrebbe danzare e vive irreggimentato nel banco di un’aula scolastica o fra le vetrine di un centro commerciale.. 

 Considerare l’arte un’alternativa alla prosaica vita borghese è stato da sempre presuntuosa autolegittimazione dell’intellettuale esteta rinchiuso nella torre d’avorio e indifferente o ribella agli accadimenti storici, però il Punk Park, più noto con il nome di Paranoid Park, esiste davvero a Portland ed era fra gli anni 80’ e i 90’ popolato da gente vera, homeless e ragazzi di strada, e nel viso acerbo e chiuso, nel  modo di esprimersi e di agire il protagonista della pellicola, docile e ben educato,  non rivela la stigmate dell’eccezionalità contestatrice, anzi si tratta di un comunissimo studente di scuola superiore introverso alle prese con il dramma assai diffuso dell’apatia e della diffidenza comunicativa cui lo condanna una società gravemente deficitaria nell’ educare i giovani a diventare individui autonomi e responsabili e a trasformare una libera volontà in parole e comportamenti coerenti: la coscienza dell’uomo necessita di un linguaggio, in assenza del quale, il vecchio conflitto fra l’io giudicante e il mondo degenera nel panico inconcludente di chi è travolto dagli eventi e cerca protezione in un eden fittizio.

 Van Sant è maestro nello sperimentare forme nuove al fine di dare una concretizzazione visiva non artefatta all’eterogeneità in fibrillazione perenne di una personalità in germoglio, priva di direzioni: quando si hanno le ali per volare in skateboard del resto del futuro se ne fa a meno, ed  è follia da tutti condivisa ignorare dove si va così di corsa. 

 

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COSI COMINCIA:  Alex, un adolescene appassionato di skateboard, a Portland uccide senza volerlo un agente di sicurezza e fugge spaventato… 

TITOLO: Il Paranoid Park è un luogo reale di Porltand, noto anche con il nome di Punk Park, dove fra la metà degli anni ’80 e gli anni 90’, si rifugiavano barboni ed emarginati. Nel film rappresenta l’antimondo poetico per un gruppo di adolescenti, di cui il protagonista fa parte, che vivono con disagio il rapporto con la società. Il delitto rappresenta in fondo l’inconciliabile conflitto fra la realtà e il sogno, da cui il giovane è costretto a uscire per diventare adulto.

CUORE: La scritta “Paranoid Park” sul foglio di quaderno di Alex: il ragazzo quando usa la matita sembra un artigiano…

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi cerca lumi sull’universo adolescenziale.

STELLE: ****spiazzante radiografia di un adolescente: vediamo il mondo, inconcluso e informe, esattamente come lo vede lui volteggiando in sketeboard

VOTO: 8+

SCHEDA:

FRANCIA, USA  2007 Produzione  MK2 PRODUCTIONS  Distribuzione  LUCKY RED  Data uscita  07-12-2007  durato 1h e25’GenereDRAMMA PSICOLOGICO  Tratto da  romanzo omonimo di Blake Nelson  Regia Gus  Van Sant   Attori Gabe  Nevins  Alex Daniel  Liu  Detective Richard Lu Taylor  Momsen  Jennifer Jake  Miller  Jared Lauren  McKinney  Macy Winfield  Jackson  ChristianJoe  Schweitzer  Paul Grace  Carter  Madre di Alex Scott Patrick  Green  Scratch Jay 'Smay'  Williamson  Padre di Alex John Michael  Burrowes  Guardia di Sicurezza Soggetto Blake  Nelson  (romanzo) Sceneggiatura Gus  Van Sant   Fotografia Christopher  Doyle   Kathy  Li   Montaggio Gus  Van Sant   Scenografia John  Pearson-Denning   Arredamento Sean  Fong Costumi Chapin  Simpson   Effetti Solomon  Burbridge   Jalal  Jemison  

Note - IL REGISTA GUS VAN SANT HA ORGANIZZATO ATTRAVERSO INTERNET IL CASTING DEL FILM.

- PREMIO DEL 60MO ANNIVERSARIO AL FESTIVAL DI CANNES (2007).

 

 

venerdì, 07 dicembre 2007

PARANOID PARK: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL MANIFESTO

Paranoid_park

E’ la raffigurazione inquietante dell’universo giovanile dei paesi benestanti e della sua impermeabilità alla società contemporanea: il volto semicoperto dal cappuccio, i capelli in disordine, la piega della labbra in un espressione indecifrabile, incerta fra l’arroganza e il dubbio, e la caparbietà ostinata  nel  rinchiudersi dentro un involucro proteggente. Un pulcino di cui non si sa se aver paura o tenerezza, o una creatura aliena, osservata a distanza ravvicinata, di cui la pellicola probabilmente non intende tradire lo sguardo sul mondo e la prospettiva.

 Il manifesto denuncia così esemplarmente  l’ennesimo viaggio d’esplorazione compiuto  dal regista statunitense nel disagio adolescenziale.

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categorie: cinema, film, manifesto film
giovedì, 06 dicembre 2007

1408: LA STANZA A DIECI TESCHI

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La conclusione di 1408 del regista svedese, emigrato a Hollywood, Mikael Hafstrom, ispirato a un racconto di Stephen King,  è forse fuorviante, in quanto pare che il finale visibile in sala sia molto più accomodante rispetto a quello del DVD statunitense, tuttavia illustra comunque  il prevedibile approdo dopo il viaggio nelle caverne tenebrose della psiche: ha detto Roberto Benigni in Tv di voler vivere mille anni, per soddisfare la curiosità di scoprire quanto di ancora misterioso e inesplorato l’animo degli uomini racchiude in sé, eppure chi come l’autore di It  si è calato fino in fondo nei recessi dell’inconscio ne ha tratto più conferme che novità e del resto lo stesso Freud, il padre della psicanalisi, ha tradotto in teoria scientifica quanto il mito Greco aveva già elaborato in forma di racconto. Non è strano così che le opere appartenenti al genere horror abbiano un’inquietante ripetitività e precisamente nella mancanza di singolarità consiste la singolarità di 1408, per quanto la cosa possa sembrare paradossale in un’epoca in cui il dogma dello stupefacente per lo stupefacente è la versione aggiornata dell’antico canone dell’ arte per l’arte: la pellicola da nessun punto di vista presenta scarti rispetto alle convenzioni dell’horror, anzi nella sua rigorosa sobrietà potrebbe perfino essere un archetipo, un modello da cui trarre ispirazioni per infinite varianti, un po’ come i racconti della camera chiusa di Edgar Allan Poe.

 Il merito però è soprattutto della fonte letteraria, di cui il regista indubbiamente riesce a recuperare la nuda classicità: il protagonista del film, Mike Eslin, fortunato scrittore di guide su case infestate, è l’eroe tipo dei romanzi di King, un Edipo campione presuntuoso della razionalità, che ignora gli avvertimenti mandati dalla divinità, le radio parlanti e le automobili animate, i quadri appesi alle pareti, il numero magico sulla chiave della porta, il vecchio albergo tetramente elegante sperduto fra le montagne o nel cuore della metropoli, la maschera del clown, oracoli inviati dal male o da un imperscrutabile e metamorfico bene ad invadere microcosmo e macrocosmo e inascoltati dall’orgoglio umano; la vendetta del demone è allora terrificante e si concretizza nella devastazione delle mente, nel delirio, nella colpa irrimediabile e nell’ossessione del rimorso. L’anima si attorciglia su se stessa, traccia cunicoli e sotterranei, dove ospitare fantasmi e spettri maligni, da cui è attratta: il fascino del male è certezza e la nostra instabilità ne è la prova più evidente.  

 Hafstrom aderisce al mondo concettuale di King, addirittura lo depura dalle incrostazione di una paranormalità iperbolica e lo imprigiona  nel verosimile cataclisma interiore del disturbato ospite dell’hotel: la stanza 1408( si legge quattordici zero otto) diventa paradigma clinico di un inferno manicomiale reale, in cui la soppressione del confine fra il dentro e il fuori e lo straripamento incontrollabile del primo sul secondo definisce il morbo della follia, plasmandone le coordinate spazio-temporali. L’incubo  di un’idiota che prende sul serio il  niente:  Shakespeare già lo metteva in scena.

 

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COSI COMINCIA:  Mike Enslin va in giro per gli Stati Uniti d’America screditando i fenomeni paranormali avvenuti in luoghi considerati maledetti e vi scrive sopra best-seller. Un giorno gli arriva una cartolina che lo informa dell’esistenza di una stanza leggendaria nell’Hotel Dolphin a New York, la 1408, decide di accettare la sfida….

 

TITOLO: E il numero della stanza d’hotel dove si svolge la vicenda: il numero del resto è per tradizione un simbolo inquietante, il segno tangibile di un universo invisibile e ostile all’uomo.

CUORE: la stanza

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai cultori di King

STELLE: ***l’incubo della/stanza chiusa

VOTO: 6/7

SCHEDA:

USA  2007 Produzione  DIMENSION FILMS, DI BONAVENTURA PICTURES  Distribuzione  KEYFILMS  Data uscita  23-11-2007  Genere  HORROR Specifiche tecniche  35 MM (1:2.35) data: 1h e  44’  Tratto da  racconto omonimo contenuto nella raccolta "Tutto è fatidico" di Stephen King (ed. Sperling & Kupfer, 2002)  Regia Mikael  Håfström   Attori John  Cusack  Mike Enslin Samuel L.  Jackson  Gerald Olin Mary  McCormack  Lily Enslin Jasmine Jessica  Anthony  Katie Enslin Tony  Shalhoub  Sam Farrell Paul  Kasey  Kevin O'Malley Margot  Leicester  Sig.ra Innkeeper Paul  Birchard  Sig. Innkeeper William H.  Armstrong  Clay Soggetto Stephen  King  (racconto) Sceneggiatura Scott  Alexander   Matt  Greenberg   Larry  Karaszewski   Fotografia Benoît  Delhomme   Musiche Gabriel  Yared   Montaggio Peter  Boyle (II)   Scenografia Andrew  Laws Arredamento Marina  Morris   Daniel B.  Clancy   Costumi Natalie  Ward   Effetti The Moving Picture Company   Rainmaker Animation & Visual Effects    Baseblack   The Senate Visual Effects Limited   

 

 

 

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categorie: cinema, film, cinema delle stanze chisue
martedì, 04 dicembre 2007

1408: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

1408

Il male cerca ossessivamente accessi  per arrivare a catturare gli uomini, sottraendoli alla loro normalità quotidiana,  e trova il modo di mimetizzarsi in oggetti comuni come in questo caso un’innocua vecchia chiave di camera d’albergo: il manifesto raffigura però il processo degenerativo già in uno stadio avanzato, quando già la realtà ha subito la metamorfosi, in seguito alla quale più nulla è riconoscibile e quindi in qualche misura rassicurante. Due volti sconvolti dalla follia o dalla malvagità si affacciano da un abisso tenebroso, troncati a metà dalla chiave tramutata in un fendente omicida: il numero 1408 pare un messaggio d’avvertimento, cifrato e pertanto incomprensibile, un beffardo gioco fra il demone maligno e le sue vittime…Il poster è, in ultima analisi, una visualizzazione riassuntiva dell’universo allucinato e febbrile di King.

postato da: spilluzzicando alle ore 14:03 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 03 dicembre 2007

NELLA VALLE DI ELAH: LE FAVOLE CAPOVOLTE DEI PADRI

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Il regista canadese Paul Haggis, premio Oscar per Crash, sceneggiatore di Million Dollar Baby, di Flags of Our Fathers, e di Lettere da Iwo Jima, in Nella valle di Elah, inizia il  film, come uno storiografo antico, là dove Clint Eastwood finiva il suo dittico sul celebre episodio della Seconda guerra mondiale: la bandiera a stelle e strisce nella cittadina di provincia che apre e chiude, capovolta, il lungometraggio è la medesima innalzata sul colle dell’isoletta del Pacifico ad immortalare un atto eroico mai avvenuto, portata in Vietnam, in Iraq, in ogni angolo del pianeta e persino sulla Luna, a segnare fieramente la continuità di una tradizione  di pionieri conquistatori. Ma all’ombra dei simboli/simulacri vi sono le generazioni umane, che di padre in figlio si trasmettono conoscenze e valori ed è questa, non il pacifismo tradito, la tematica delle pellicola di Haggis: Nella valle di Elah parla con sobria energia  di un’ educazione mancata, anzi di molte educazioni mancate da parte   di un Paese incapace di imparare dal passato e di preparare un futuro di progresso etico  ai posteri.

 All’origine di ogni individuo, c’è un bambino che ha paura di dormire al buio, vuole la porta aperta da cui filtri un po’ di luce: le tenebre sono popolate di mostri, vinti i quali si diventa adulti. Compito dei genitori è allora tenere per mano i figli, farli diventare adulti maturi e non segnati irreparabilmente dal trauma: un popolo tradisce se stesso, quando anziché insegnare a sconfiggere i giganti, consegna loro i figli e li fa divorare. Il protagonista, veterano e patriota convinto,  chino sul letto di un fanciullo, rivive la propria illusione leggendo il passo della Bibbia in cui si narra come il giovinetto Davide vinca il gigante Golia armato di una fionda e si oltraggiano con  l’oblio i mille coetanei del ragazzo inviato dal re Saul morti nell’impossibile impresa nella valle di Elah: i miracoli non si ripetono mai ed ingannano se vengono assunti, in buona o cattiva fede, a regola di esistenza. Dice il giovanissimo Marine di ritorno dagli orrori dell’Iraq, te lo raccontano come fosse una favola, dove tu sei il buono che parte per sconfiggere i cattivi: nella cinica mercificazione della morale della fiaba si radica il baratro  di chi dovrebbe difendere la civiltà di una Patria amata e ne riflette al contrario la degenerazione.  

 Solo il senso di colpa consente il  ripristino della verità e il dovere dei genitori è riscoprire il senso della propria missione: il padre nella ricerca di un riscatto ha al fianco una detective-madre, che supplisce alla fragilità delle tante donne in fuga, figure dolenti in pianto sui cadaveri scempiati dei soldati o straziate dalla follia omicida del compagno reduce.

  Allievo di Eastwood, Haggis contamina generi e decostruisce, pur senza deviare da una rigorosa classicità: in tal modo l’appendice graduale e mai strabordante di contenuti etici ed allegorici a  una vicenda realmente accaduta non presenta forzature didascaliche o predicozzi moraleggianti, anzi i molti ambigui silenzi su coperture ed insabbiamenti, sulla ragioni della politica e sulla personalità dello scomparso hanno il merito di sottrarre le problematiche sollevate ai luoghi comuni delle discussioni teoriche. E’ infatti assai lontana dall’ovvio la raffigurazione del Paese invasore come una mera estensione del paese invaso: fotografie e riprese attraversano gli oceani, metaforizzano l’identificazione di un qui intatto con un là in macerie, entrambi periferie degradate nel corpo o nell’anima di un globo senza più fari al centro per illuminarlo.    

 

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COSI COMINCIA: Mike di ritorno dall’Irak scompare misteriosamente e il padre Hank, veterano dell’esercito, vuole cercarlo e recandosi nella zona dove Mike è stato visto per l’ultima volta coinvolge nelle indagini la riluttante detective della polizia Emily Sander

TITOLO: è tratto da un passo della Bibbia: la valle di Ellah è quella dove il giovinetto Davide sconfigge il gigante Golia. Ma prima di lui, quando giovani, di cui il sacro testo tace, sono morti nell’impossibile sfida? Chiara l’allegoria: a sacrificare vita o anima sono le giovani generazioni e questo finisce con il ritorcersi in termini di degrado morale in una Nazione, qualunque siano gli esiti o i motivi della guerra. 

CUORE: il passo della Bibbia letto da Hank al figlio di Emily

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: gli amanti del cinema americano classico

STELLE: ****siamo dalle parti di Clint Eastwood: la devastazioni psicologica della guerra all’interno della  pacifica provincia statunitense.

VOTO: 7.50

SCHEDA:

In the Valley of Elah  USA2007 Produzione  SUMMIT ENTERTAINMENT, SAMUELS MEDIA, NALA FILMS, BLACKFRIARS BRIDGE FILMS  Distribuzione  MIKADO  Data uscita  30-11-2007  Durata  2h   Genere  DRAMMATICO, GUERRA  Regia Paul  Haggis   Attori Tommy Lee  Jones  Hank Deerfield Charlize  Theron  Detective Emily Sanders James  Franco  Sergente Dan Carnelli Susan  Sarandon  Joan Deerfield Josh  Brolin  Buchwald Jonathan  Tucker  Mike Deerfield Jason  Patric  Tenente Kirklander Frances  Fisher  Evie Rick  Gonzalez  Gabriel Barry  Corbin  Arnold Bickman Brad William  Henke  Chuck Wayne  Duvall  Detective Nugent Brent  Briscoe  Detective Hodge Kathy  Lamkin  Carleen Soggetto Paul  Haggis   Mark  Boal   Sceneggiatura Paul  Haggis   Fotografia Roger  Deakins   Montaggio Jo  Francis   Scenografia Laurence  Bennett   Arredamento Linda Lee  Sutton   Costumi Lisa  Jensen   Effetti Great Fx