Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
In Leone per agnelli ci si aspetta di trovare l’ennesima presa di posizione netta contro la politica estera dell’attuale Amministrazione Statunitense con tanto di assunzione della guerra nel Vietman da un lato e l’idealismo Kennedyano dall’altro come immarcescibili paradigmi. Tuttavia Redford, il settantunenne cantore della sinistra americana, rivolge il suo accorato richiamo non a chi le idee le ha già chiare, bensì a chi le ha confuse, come lui suppone essere nelle giovani generazioni, probabilmente non del tutto a torto, se si ha in mente l’adolescenza apatica e innamorata esclusivamente dello skateboard ritratta con ben altra abilità di introspezione in Paranoid Park di Van Sant: certo cinema degli anni
Coerentemente con tale assunto illuministico le inquadrature insistono sugli orologi appesi alle pareti, espediente elementare ma efficace per mettere in rilievo la coincidenza cronologica dei tre episodi, ove l’ostentata sincronia implica la compresenza nello stesso momento storico fra le ragioni di un passato immodificabile e quelle di un futuro possibile, incarnate le prime negli adulti con ruoli di responsabilità, la giornalista, il politico e il docente, le seconde in chi, uscito appena dalle aule scolastiche, ha l’obbligo di concretizzare la formazione ricevuta in una scelta responsabile. Si recepisce di conseguenza nel disagio sotto pelle di Meryl Streep,intervistatrice del senatore rampante e cinico, e di Redford, professore della West Coast University, il senso di colpa dell’intellettuale diventato indifferente alle sorti del pianeta: il modo in cui viene recepito nel bene e nel male l’esercizio bellico è il sintomo più vistoso di una classe dirigente, cinica o senza più coraggio, che ha abdicato al compito fondamentale di essere modello educativo esemplare ed è la medesima società senza padri e maestri appena percepibile fra le ombre di Paranoid Park.
La pellicola d’altronde, sceneggiata da Carnahan, intrisa di fiducia pedagogica nelle teorie e nella parola, concede spazio verbale ai punti di vista speculari, li fa almeno in parte interagire, astraendoli da situazioni reali: più che un film dunque l’imitazione di un dialogo platonico, nel quale la drammatizzazione delle convinzioni, al di là degli schemi ideologici rappresentati, affoga nel troppo facile e retorico appello ai sentimenti l’inconciliabilità eterna fra l’ottimismo dei principi e il pessimismo dei sudditi ( ricordate o recuperate se non l’ avete visto Flags of our Fathers di Eastwood!). Ed è per questa ragione che neppure chi ne ha ideato l’orchestrazione pare aver intuito quanto sarcasmo vi sia nella conclusione di Leone per Agnelli.
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COSI COMINCIA: La storia ha come sfondo la guerra in Medio Oriente condotta attualmente dagli Stati Uniti e ha tre scenari: in un ufficio del Congresso a Washington un Senatore ambizioso concede un intervista a una giornalista su una nuova strategia da adottare in Irak contemporaneamente alla West Coast University un professore, Malley, ha un colloquio con uno studente dotato ma privo di passione civile perché disincantato sulle sorti del suo Paese; nel frattempo due ex studenti di Malley, i migliori, combattono al fronte…
TITOLO: Redford parlando con il suo studente gli ricorda che nella Prima guerra mondiale i soldati inglesi erano veri e propri leoni, comandati però da generali incapaci e vili, come appunto agnelli. Il senso del titolo cosi è chiaro: le giovani generazioni devono comunque essere leoni cioè combattere per una causa ideale, nonostante l’irrecuperabilità delle classi dirigente. E ‘ nella loro coscienza il futuro di un Paese.
CUORE: Il colloquio fra Malley e lo studente dotato e disincantato- gli orologi che mettono in evidenza la sincronia degli episodi.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: ama il cinema d’impegno e le pellicole a tesi.
STELLE: *** accorato appello verbale ai giovani ad impegnarsi attivamente nella vita civile.
VOTO: 6+
SCHEDA:
Lions for Lambs USA 2007 Produzione MATTHEW MICHAEL CARNAHAN, ROBERT REDFORD, TRACY FALCO, ANDREW HAUPTMAN PER UNITED ARTISTS, ANDELL ENTERTAINMENT E WILDWOOD ENTERPRISES Distribuzione 20TH CENTURY FOX ITALIA Datauscita 21-12-2007 Durata 95 Genere DRAMMA ETICO Specifiche tecniche PANAVISION,
Note - PRODUTTORI ESECUTIVI: TOME CRUISE E PAULA WAGNER.
- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.
Il poster nella sua estrema sobrietà fa da introduzione a un film severo, rigoroso negli intenti: nessun colore, tre fotografie in bianco e nero al centro, come se si trattasse di un documentario/reportage, i cui protagonisti non sono personaggi di fantasia, ma persone reali inchiodate alla gravità e alla responsabilità di un ruolo. La pellicola non ha quindi un protagonista e neppure una storia, ma la finzione sarà finalizzata allo schema didattico: un dibattito a tre voci su questioni che toccano il cuore di tutti.
Nel western di Andrew Dominik, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, ispirato a un libro di Hansen, il sole non si vede quasi mai, nevica invece o piove a dirotto: sono scomparsi i canyon e le pianure dorate e verdeggianti, tipici del genere, e un cielo sovraccarico di nubi in corsa sovrasta spazi aperti ed immensi di un bianco abbagliante attraverso i quali i mitici pistoleri si aprono sentieri angusti e vi camminano a fatica, gravati dal peso di un’identità eroica smarrita ed irrecuperabile; Jesse James, il leggendario fuorilegge, strizza le palpebre per proteggere gli occhi fragili e incapaci di sostenere la visione della realtà, conta le stelle di notte e non sono mai le stesse, singhiozza la testa appoggiata al cavallo, volta la schiena all’assassino, e la sua morte, replicata all’infinito, è simbolico suicidio di aura banditesca, ormai a portata di circo Barnum e di una prosaica società borghese, adagiata sulle poltroncine del teatro.
L’avventura e la gloria del resto sono il ricordo di un passato libresco, vivo nei giornaletti colorati tenuti sotto il letto dell’adolescente innamorato prima e omicida poi del suo eroe: la sfibrata epopea così per accendersi necessita della spinta propulsiva di un altro film, I giorni del cielo di Malick, ma già ad attendere il treno da razziare è uno spettro notturno immobile sui binari avvolto dal fumo; e l’ovatta crepuscolare diffondendosi ovunque più che sospenderlo deprime il giudizio sul neo Robin Hood americano e sul codardo Robert Ford, icone in crisi ed individui in preda a fantasmi personali.
Di fatto in The Assassination of Jesse James l’interiorizzazione del pistolero, chiave di lettura contemporanea di un genere classico, si concreta in una estenuante e cupa imbalsamazione: comparse comprimari e protagonisti, prigionieri di un ingessante silenzio, vagano qua e là sforzandosi di afferrare l’ombra di se stessi nella pregnanza di un aforisma e il senso del dramma svapora dimenticato nella dilatazione compiaciuta fino a riemergere nell’ultima parte, che, se non fosse così ellittica, sarebbe la più interessante.
Insomma un’introduzione lunga ed ambiziosa, la cui laboriosa stesura ha sfiancato l’autore, obbligandolo all’epitome del saggio originario. Se dunque questa è l’impressione, è lecito però interrogarsi sulla versione originale di ben cinque ore e sulle sforbiciate imposte da Brad Pitt attore e produttore.
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COSI COMINCIA: Tratto da un racconto di Hansen il film racconta il complicato rapporto fra Jesse James, noto fuorilegge Americano, mitizzato come una sorta di Robin Hood dall’immaginario del Paese, e un giovane suo ammiratore, Robert Ford: siamo nel 1888 e il 34enne bandito, su cui pende una generosa taglia, sta progettando la prossima rapina accoglie nella sua banda uno dei fratelli Ford….
TITOLO: Molto lungo rimanda al cuore del film ovvero all’omicidio della figura leggendaria ad opera di un giovane che lo ammirava. L’attributo “codardo” fa riferimento al fatto che Jesse volta le spalle a Robert e al giudizio con cui il mondo che aveva idolatrato il bandito bollò il giovane. La pellicola si propone di far luce sull’evento più che di dare giudizi definitivi.
CUORE: L’assassinio di Jesse James raccontato con esasperante lentezza e poi duplicato ambiguamente e approssimativamente nei teatri.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ama contemplare paesaggi suggestivi senza muoversi dalla poltroncina
STELLE:* western ingessato ed interminabile, potenzialmente affascinante.
VOTO: 5-
SCHEDA:
The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford USA 2007 Produzione WARNER BROS. PICTURES, JESSE FILMS INC., SCOTT FREE PRODUCTIONS, PLAN B ENTERTAINMENT, ALBERTA FILM ENTERTAINMENT, VIRTUAL STUDIOS Distribuzione WARNER BROS. PICTURES ITALIA Data uscita 21-12-2007 Durata 155 Genere WESTERN Specifiche tecniche ARRIFLEX CAMERAS, SUPER 35 STAMPATO A
Il manifesto pare sorprendere il mitico personaggio del bandito pistolero in un momento di crisi e di abbandono: l’uomo è sommerso nella parte inferiore del corpo dalle spighe, alle spalle lo scheletro nero di un albero, un tempo rigoglioso; la mestizia del volto, la disillusione rispetto agli eventi esterni, rappresentati dal treno in viaggio o fermo sui binari, trova corrispondenza nel senso di morte che contamina la classicità del paesaggio western. Gli stati d’animo faranno da filtro probabilmente alle gesta epiche e vedremo una pellicola più d’atmosfera che d’azione. Uno psico-western?
A proposito della commedia del regista belga Sam Garbarski, Irina Palm, rivelazione del FilmFest. è proprio il caso di chiamare in causa la “leggerezza”, qualità che Italo Calvino attribuiva alle opere letterarie che comunicavano messaggi profondi e sovversivi del senso comune senza prendere a pugni il lettore anzi sollevandolo dalla ambasce quotidiane con la levità aggraziata di un sorriso: l’accattivante vicenda della nonna cinquantenne che per salvare il nipotino malato immola virtù e rispettabilità borghesi all’interno di un sordido localino a luci rosse del quartiere londinese di Soho colpisce ad alzo zero pregiudizi ed ipocrisie diffuse e la pellicola anche quando pare, verso la conclusione, smussare i contrasti non commette mai l’errore di edulcorare la cattiveria o di neutralizzare la trasgressione motivandola con il patetismo dell’indigenza o prospettando un lieto ritorno a un sospirato ordine dopo una esclusione vergognosa e sofferta.
In realtà a scandali in famiglia e a genitori anziani più emancipati, audaci ed anticonformisti dei figli siamo abituati da tempo, ma Irina Palm ha l’imperdonabile sfrontatezza di scalare la vetta del politicamente scorretto nel considerare il mercimonio sessuale alla stregua di un’esperienza vivificante, addirittura riabilitante: il personaggio interpretato con gusto dalla ribelle cantante pop Faithfull più che realtà verosimile è una paradossale provocazione in quanto con imbarazzato stupore prima, con coscienza ed orgoglio poi, dà e riceve ed il piacere elargito per vil denaro nella più turpe delle forme e nello squallore dell’anonimato di un sexy shop diventa terapia etica per la folla di sconosciuti che, la donna e lo spettatore intuiscono, alla fenditura della parete affidano assieme all’organo genitale le proprie frustrazione e il desiderio/sogno di essere accarezzati da mani fatate.
Irina non è una dea sexy, piuttosto è una antiCirce materna e benefattrice che trasforma gli uomini, toccandoli e permettendo loro orgasmi ideali, da animali libidinosi in creature volanti e se stessa da carampana in…pifferaio magico. Eufemismi? Si, ma non si inventerebbe eufemismi, se i termini appropriati spesso non dicessero bugie.
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COSI COMINCIA: Siamo nella Londra dei giorni nostri. Maggie, una vedova di mezza età, costretta a trovare i soldi necessari per sottoporre il nipotino malato gravemente a una cura in Australia, entra in un locale a luci rosse di Soho e decide di accettare il lavoro come “hostess”, dove però la parola hostess è solamente un eufemismo
TITOLO: è il nome della protagonista che ne definisce le qualità: il tocco magico che trasforma la sordida esperienza sessuale nel sordido sexy shop in una sorta di terapia tonificante e consolatoria per la folla di anonimi tristi che Maggie accarezza.
CUORE: è il nome d’arte di Maggie: Irina Palm
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi frequenta sexy shop sentendosi in colpa.
STELLE:****anticonvenzionale, tonificante, come la palma magica di Irina
VOTO: 7
SCHEDA:
Origine BELGIO, FRANCIA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA, LUSSEMBURGO 2007 Produzione ENTRE CHIEN ET LOUP, IPSO FACTO, LIAISON CINÉMATOGRAPHIQUE, PALLAS FILM, SAMSA FILM S.A.R.L., HALLE/SAALE, ATELIERS DE BAERE, RTBF TELEVISION, FUTURE FILMS LTD., CANAL+ Distribuzione TEODORA FILM Data uscita 06-12-2007 Genere: COMMEDIA Specifiche tecniche
Una donna di mezza età guarda all’interno di un foro praticato in un muro:, il grigio azzurro sporco e il rosso accesso, richiamo a una sessualità ostentata, svelano l’ambiente sordido di un locale a luci rosse e lo scopo dell’apertura è facilmente intuibile. La prospettiva però è sorprendente, e ha poco a che fare con il sesso: l’espressione del volto proteso verso l’apertura nella parete suggeriscono la disponibilità di chi ha già percorso una buona parte di vita, di fronte alla violenza del destino, a mettersi in discussione, a oltrepassare i confini, a cui la normalità borghese costringe, per esplorare una nuova dimensione di esistenza e scoprire una parte finora sconosciuta di se stessi.
Sarà stata la logica di mercato a spingere un autore come Cronenberg a piegarsi in Eastern Promises agli stilemi del noir, ma la ragione più profonda ha piuttosto a che fare con il sentimento di disfacimento fisico ed etico di Crash, di Spider o di History of Violence, per limitarci alle opere più recenti: l’animo umano è preda di un demone maligno, l’invasamento determina sfracello e autodistruzione e
La conclusione di History of Violence è però emblematica di un’apertura verso una prospettiva meno scarna: una famiglia comune pranza a tavola, nella mente del padre silenzioso un passato di omicidi e stragi, a significare che la normalità della pace borghese è precaria conquista, le lacrime e il sangue sono merce di scambio, ma qual è il prezzo della virtù? Se alternative al trionfo del male sono inimmaginabili, il bene sopravvive ancora e vale la pena di trovare la forma adeguata per raccontarne la favola? Scavando in questa direzione Cronemberg approda alla religiosità agnostica di Eastern Promises: una Londra fetida e cosmopolita riscopre la sua vocazione di palcoscenico macabro per drammi elisabettiani ed a imporre regia, cromatismi fangosi e scenografie fastosamente sanguigne con mense imbandite al suono di “Ociciornia” è il clan russo “Vory V Zakone"( “ladri nella legge”), ma la corte del re, lo spietato criminale Semyon, inizia a essere contaminata nella persona dell’erede al trono, il figlio Kirill, dal virus dell’amore e del dubbio, per quanto la potenziale e nevrotica conversione abbia per fragili numi tutelari l’odio per il padre rivale, il bel corpo istoriato e l’algida ambiguità conturbante della guardia del corpo, Mortensen, e infine l’incantesimo/miracolo di una bambina orfana chiamata appunto Cristina, in memoria di Cristo.
La vicenda collocata nel periodo natalizio nella sua essenzialità e nella lucidità di sguardo assume il valore simbolico di un’ultima disperata possibilità di riscatto concessa a un’umanità prigioniera della selva oscura del delitto dal destino e la missione salvifica è affidata all’innocenza di una neonata nata n seguito a uno stupro nonché al pervicace idealismo di una giovane ostetrica, aiutata/ostacolata dalla strano autista del clan: qualunque sia l’esito della battaglia, la consapevolezza ha reso irrecuperabili idillio e utopia; i tatuaggi marchiano e lacerano la pelle, dannazione eterna e incancellabile di schiavi e schiavisti, stigmate degli orrori commosse e subiti nei secoli; dal sottosuolo si ode fievole il pianto di rimorso della belva pentita e la parola “perdono” rivolta chissà a chi…
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COSI COMINCIA: Nella Londra dei giorni nostri l’esistenza di Nikolai, uomo di fiducia di Semyon, proprietario di un ristorante di lusso ma in realtà potente boss della mafia russa cambia quando incontra il giorno di Natale Anna, una giovane ostetrica anche lei russa, che vorrebbe cercare la famiglia di una bambina, la cui madre è morta durante il parto; lui decide di aiutarla ma le loro indagini portano alla luce verità sgradite alla fratellanza criminale di cui Nikolai fa parte…
TITOLO: Il titolo originale, Eastern Promises, ( le promesse dell’est) fa riferimento alla tratta delle schiave, ovvero alla fanciulle dei Paesi dell’est immigrante in Occidente e schiavizzate dalle organizzazione mafiose. La vicenda dunque comunissima viene trasformata da Cronenberg in una parabola, da cui traspare con chiarezza il suo mondo concettuale.
CUORE: la sequenza in cui il figlio del boss tiene in mano il fagotto con la neonata: ha intenzione di gettarla nel Tamigi piange e chiede “perdono”
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama il noir e chi si è appassionato con I Fratelli Karamazov
STELLE:*****male e bene, lacrime e sangue, degno di Dostoevskji e noir perfetto.
VOTO: 9
SCHEDA:
Eastern Promises CANADA, GRAN BRETAGNA, USA 2007 Produzione SERENDIPITY POINT FILMS, BBC FILMS, FOCUS FEATURES, KUDOS PICTURES, SCION FILMS Distribuzione EAGLE PICTURES Data uscita 14-12-2007 Genere THRILLER Durata 100’Specifiche tecniche
Nel poster lo sguardo allarmato cade subito sulla mano e sui tatuaggi che paiono scolpirsi sulla pelle e corroderla, privandola della tinta naturale: il colore cinereo rimanda a una minaccia di morte così come l’ineluttabilità del giuramento espresso dal sovrapporsi delle dita sul braccio teso, il nero totalizzante sullo sfondo e la parcellizzazione estraniante del corpo umano. Le stigmate effigiate sulla carne sono del resto la firma/sigillo di Cronenberg, un simbolo dello sfracello fisico/psichico quale viene raccontato in tutta la sua filmografia da Crash a .A history of violence. Si ha l’impressione comunque di essere fermi davanti a una tetra scultura in cui l’artista abbia voluto rappresentare l’invincibilità e nello stesso tempo l’ambigua sacralità del male. Forse è questo il senso profondo della storia che ci verrà raccontata nel film, a cui si allude con le due figure raffigurate nel riquadro in basso: l’esistenza è una fenditura di luce in un universo oscuro e uomini e donne, vivendo le loro storie, si dibattono angosciosamente in uno spazio angusto prima di cadere nel baratro.
Dopo la visione dell’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Fabrizio Bentivoglio, viene da interrogarsi sui motivi per i quali la ricostruzione storica nel cinema italiano sia quasi sempre offuscata da una vena autobiografica: gli autori rimpiangono la giovinezza, tracciano bilanci, eludono la complessità sfuggente dell’oggi e l’Italia degli anni dell’ultima metà del secolo appena trascorso se ne sta sempre lì nella stampa a colori pastello, appesa alle pareti del salotto buono di Nonna Speranza fra gli oggetti con il monito “salve, ricordo”, e ritratti all’interno se ne stanno immobili per non guastare la posa le figurine buffe ed immarcescibili dell’immaginario nazionale, non all’altezza né del vizio né della virtù, ed è sempre lì al centro del quadretto l’eterna signorina Felicità mentre sogna il ritorno del poeta fuggiasco e lo vede con gli occhi della mente camminare nella neve, venirla a riprendere per rapirla alla grigia vita di provincia.
Lascia perdere, Johnny è un’opera non sgradevole nella sincerità d’ispirazione, ma nasce già vecchia, accodandosi sotto forma di una pagina di diario tratta dai racconti di Fausto Masolella compositore e membro degli Avion Travel, a una tradizione che stenta a rimodellarsi secondo una prospettiva più coraggiosa e meno scontata: iniziamo in un sud solare ed allegro da farsa popolare, arriviamo in un Nord elegiaco e nebbioso e infine in un paesaggio evanescente e fiabesco che ricorda Fellini; il breve tragitto è animato da visi già conosciuti, e prevede fermate in tutti i luoghi noti.
I complessini e le saghe paesane, lo scintillio degli studi televisivi,( si rende omaggio a “Senza rete”) le melodie strappalacrime, il blu luccicante del mare di Capri e le speranze, il buio lattiginoso della piazza di Rho e le illusioni perdute, delineano lo spazio asfittico in cui si svolge l’apprendistato musicale ed umano dell’adolescente Faustino, battezzato Johnny da uno sorte beffarda e distratta, parente dell’idealista velleitario di tante opere di Virzì: tuttavia Bentivoglio, Cantarello, Juculiano e Santella, sceneggiatori della pellicola, hanno accontentato più la memoria che l’orchestrazione drammaturgica e hanno avvolto la variegata umanità di Lascia perdere, Johnny! in un fumoso limbo lirico/sentimentale, riducendola ad epifanie evocatrici di desideri timidi ed inespressi dell’attonito esordiente. E alla fine prima di imbarcarsi per l’avventura in lidi lontani l’unico monito da tenere a mente lo proferisce un bidello impazzito incontrato per caso allo stazione: “Se ti chiamano al mare vai, se ti chiamano in montagna non andare, se ti chiamano in campagna, fa’ come c..ti pare.”.
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COSI COMINCIA: Siamo a Caserta nel 1976. Il diciottenne Faustino, figlio di madre vedova, fa parte della scalcagnata orchestra diretta da un trombettista bidello, Domenico Falasco e per evitare il servizio militare avrebbe bisogno di un lavoro vero; l’arrivo in città di Augusto Riverberi, famoso per il suo legame con Ornella Vanoni, sembra rappresentare un’occasione per lui e la scalcinata band
TITOLO: “Lascia perdere Johnny! E’ la frase che viene detta dal famoso Augusto Riverberi a Faustino mentre sul letto tiene in mano la chitarra e suona, forse sognando un’ avvenire. L’espressione esprime la classica visione dolcemente e suggestivamente pessimistica cara a tanta tradizione italiana. Il protagonista per altro si chiama Faustino e ad apostrofarlo Johnny è appunto Riverberi che pare quasi canzonarlo.
CUORE: la sequenza in cui Augusto Riverberi ascolta Johnny suonare con la chitarra, scuote la testa e gli dice “lascia perdere Johnny”.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ama le malinconiche storie di formazione che non formano.
STELLE: **la melodia dolce e senza rete del ricordo
VOTO: 5+
SCHEDA:
ITALIA 2007 Produzione DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM E SKY Distribuzione MEDUSA Data uscita 30-11-2007 Durata
A colpire l’occhio è il colore della sfondo: si tratta di un blu/verde pastello punteggiato da piccole lampadine giallo, rosso, verde e viola che richiamano le luci di un palcoscenico trasformato in un delicato scenario da fiaba dal giovane stralunato che vi si affaccia a lato. La delicata trasfigurazione cromatica evoca un clima trasognato di illusioni effimere, in cui si avvolge il ragazzo, evidentemente il protagonista del film. A definirne la bonaria ingenuità contribuisce altresì l’aspetto mitemente stravagante: l’espressione del volto e i capelli lunghi, la scarpa bianca adagiata sulle spalle della giacca da sera sformata, la camicia rosa fuori dai calzoni e il modo di impugnare la chitarra fanno pensare a uno dei tanti sprovveduti adolescenti di provincia, prigionieri del mito della musica e dei musicisti.
Gus Vant Sant ha avuto la geniale idea di evocare le ondate emotive dello stordito ed angelico adolescente, personaggio unico del suo ultimo film, Paranoid Park, con la musica, il Nino Rota di Giulietta degli spiriti, Amarcord, Beethoven, il cantautore americano Elioth Smith, morto suicida a 34 anni, e molti altri. Non si tratta però di un commento, bensì di una sostituzione, come se il teen-ager non fosse in grado di esprimere da solo stati d’animo e sentimenti, ma ne provasse lo stesso un nostalgico desiderio: sennonché la pellicola spiazza o inquieta, perché l’osservazione al microscopio messa in atto dal regista sull’universo giovanile cui si sente attratto in uno sorta di romantica venerazione, non ci offre nessuna chiave di lettura.
Si cita Dostoevskji( si trattava semplicemente di una battuta del regista), ma che c’entra il Raskolnikov di Delitto e castigo? Il delitto c’è ma è avvenuto accidentalmente, il ragazzo che lo ha commesso non si denuncia, e, mentre il lungometraggio scorre sotto i nostri occhi, non c’è traccia di rimorso, di dubbi, di messa in discussione di valori, proprio come se l’omicidio non avesse tutta questa importanza e il sedicenne di Portland, i genitori, gli insegnanti, gli amici e la ragazza fossero ombre vive in un assurdo incantesimo o in sogno inafferrabile e pertanto angosciante. Poi però, dando una logica non meramente cronologica al puzzle zigzagante di sequenze spesso mute messo insieme dal regista, si arriva diritti a quella scritta“Parnoid Park” ossessivamente ripetuta sul foglio di quaderno, elaborata a mo’ di graffito con estrema fatica e lentezza quasi artigianale dalla mano di chi, abituato alla tastiera di un computer, non sa più tenere fra le dita una matita: nella realtà visibile se ne nasconde un’altra, rivela Alex, il protagonista in uno dei rari momenti di lucidità, ed in questa dimensione impercettibile non si cammina, non si è rifiuti emarginati dalla società o semplici ectoplasmi gettati dal caso in una stanza qualsiasi, bensì si volteggia sulla skateboard e si respira la bellezza poetica e la verità ispiratrice di un corpo in movimento. Compiere l’assassinio è il peccato di chi vorrebbe danzare e vive irreggimentato nel banco di un’aula scolastica o fra le vetrine di un centro commerciale..
Considerare l’arte un’alternativa alla prosaica vita borghese è stato da sempre presuntuosa autolegittimazione dell’intellettuale esteta rinchiuso nella torre d’avorio e indifferente o ribella agli accadimenti storici, però il Punk Park, più noto con il nome di Paranoid Park, esiste davvero a Portland ed era fra gli anni
Van Sant è maestro nello sperimentare forme nuove al fine di dare una concretizzazione visiva non artefatta all’eterogeneità in fibrillazione perenne di una personalità in germoglio, priva di direzioni: quando si hanno le ali per volare in skateboard del resto del futuro se ne fa a meno, ed è follia da tutti condivisa ignorare dove si va così di corsa.
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COSI COMINCIA: Alex, un adolescene appassionato di skateboard, a Portland uccide senza volerlo un agente di sicurezza e fugge spaventato…
TITOLO: Il Paranoid Park è un luogo reale di Porltand, noto anche con il nome di Punk Park, dove fra la metà degli anni ’80 e gli anni
CUORE: La scritta “Paranoid Park” sul foglio di quaderno di Alex: il ragazzo quando usa la matita sembra un artigiano…
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi cerca lumi sull’universo adolescenziale.
STELLE: ****spiazzante radiografia di un adolescente: vediamo il mondo, inconcluso e informe, esattamente come lo vede lui volteggiando in sketeboard
VOTO: 8+
SCHEDA:
FRANCIA, USA 2007 Produzione MK2 PRODUCTIONS Distribuzione LUCKY RED Data uscita 07-12-2007 durato 1h e25’GenereDRAMMA PSICOLOGICO Tratto da romanzo omonimo di Blake Nelson Regia Gus Van Sant Attori Gabe Nevins Alex Daniel Liu Detective Richard Lu Taylor Momsen Jennifer Jake Miller Jared Lauren McKinney Macy Winfield Jackson ChristianJoe Schweitzer Paul Grace Carter Madre di Alex Scott Patrick Green Scratch Jay 'Smay' Williamson Padre di Alex John Michael Burrowes Guardia di Sicurezza Soggetto Blake Nelson (romanzo) Sceneggiatura Gus Van Sant Fotografia Christopher Doyle Kathy Li Montaggio Gus Van Sant Scenografia John Pearson-Denning Arredamento Sean Fong Costumi Chapin Simpson Effetti Solomon Burbridge Jalal Jemison
Note - IL REGISTA GUS VAN SANT HA ORGANIZZATO ATTRAVERSO INTERNET IL CASTING DEL FILM.
- PREMIO DEL 60MO ANNIVERSARIO AL FESTIVAL DI CANNES (2007).
E’ la raffigurazione inquietante dell’universo giovanile dei paesi benestanti e della sua impermeabilità alla società contemporanea: il volto semicoperto dal cappuccio, i capelli in disordine, la piega della labbra in un espressione indecifrabile, incerta fra l’arroganza e il dubbio, e la caparbietà ostinata nel rinchiudersi dentro un involucro proteggente. Un pulcino di cui non si sa se aver paura o tenerezza, o una creatura aliena, osservata a distanza ravvicinata, di cui la pellicola probabilmente non intende tradire lo sguardo sul mondo e la prospettiva.
Il manifesto denuncia così esemplarmente l’ennesimo viaggio d’esplorazione compiuto dal regista statunitense nel disagio adolescenziale.
La conclusione di 1408 del regista svedese, emigrato a Hollywood, Mikael Hafstrom, ispirato a un racconto di Stephen King, è forse fuorviante, in quanto pare che il finale visibile in sala sia molto più accomodante rispetto a quello del DVD statunitense, tuttavia illustra comunque il prevedibile approdo dopo il viaggio nelle caverne tenebrose della psiche: ha detto Roberto Benigni in Tv di voler vivere mille anni, per soddisfare la curiosità di scoprire quanto di ancora misterioso e inesplorato l’animo degli uomini racchiude in sé, eppure chi come l’autore di It si è calato fino in fondo nei recessi dell’inconscio ne ha tratto più conferme che novità e del resto lo stesso Freud, il padre della psicanalisi, ha tradotto in teoria scientifica quanto il mito Greco aveva già elaborato in forma di racconto. Non è strano così che le opere appartenenti al genere horror abbiano un’inquietante ripetitività e precisamente nella mancanza di singolarità consiste la singolarità di 1408, per quanto la cosa possa sembrare paradossale in un’epoca in cui il dogma dello stupefacente per lo stupefacente è la versione aggiornata dell’antico canone dell’ arte per l’arte: la pellicola da nessun punto di vista presenta scarti rispetto alle convenzioni dell’horror, anzi nella sua rigorosa sobrietà potrebbe perfino essere un archetipo, un modello da cui trarre ispirazioni per infinite varianti, un po’ come i racconti della camera chiusa di Edgar Allan Poe.
Il merito però è soprattutto della fonte letteraria, di cui il regista indubbiamente riesce a recuperare la nuda classicità: il protagonista del film, Mike Eslin, fortunato scrittore di guide su case infestate, è l’eroe tipo dei romanzi di King, un Edipo campione presuntuoso della razionalità, che ignora gli avvertimenti mandati dalla divinità, le radio parlanti e le automobili animate, i quadri appesi alle pareti, il numero magico sulla chiave della porta, il vecchio albergo tetramente elegante sperduto fra le montagne o nel cuore della metropoli, la maschera del clown, oracoli inviati dal male o da un imperscrutabile e metamorfico bene ad invadere microcosmo e macrocosmo e inascoltati dall’orgoglio umano; la vendetta del demone è allora terrificante e si concretizza nella devastazione delle mente, nel delirio, nella colpa irrimediabile e nell’ossessione del rimorso. L’anima si attorciglia su se stessa, traccia cunicoli e sotterranei, dove ospitare fantasmi e spettri maligni, da cui è attratta: il fascino del male è certezza e la nostra instabilità ne è la prova più evidente.
Hafstrom aderisce al mondo concettuale di King, addirittura lo depura dalle incrostazione di una paranormalità iperbolica e lo imprigiona nel verosimile cataclisma interiore del disturbato ospite dell’hotel: la stanza 1408( si legge quattordici zero otto) diventa paradigma clinico di un inferno manicomiale reale, in cui la soppressione del confine fra il dentro e il fuori e lo straripamento incontrollabile del primo sul secondo definisce il morbo della follia, plasmandone le coordinate spazio-temporali. L’incubo di un’idiota che prende sul serio il niente: Shakespeare già lo metteva in scena.
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COSI COMINCIA: Mike Enslin va in giro per gli Stati Uniti d’America screditando i fenomeni paranormali avvenuti in luoghi considerati maledetti e vi scrive sopra best-seller. Un giorno gli arriva una cartolina che lo informa dell’esistenza di una stanza leggendaria nell’Hotel Dolphin a New York, la 1408, decide di accettare la sfida….
TITOLO: E il numero della stanza d’hotel dove si svolge la vicenda: il numero del resto è per tradizione un simbolo inquietante, il segno tangibile di un universo invisibile e ostile all’uomo.
CUORE: la stanza
PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai cultori di King
STELLE: ***l’incubo della/stanza chiusa
VOTO: 6/7
SCHEDA:
USA 2007 Produzione DIMENSION FILMS, DI BONAVENTURA PICTURES Distribuzione KEYFILMS Data uscita 23-11-2007 Genere HORROR Specifiche tecniche
Il male cerca ossessivamente accessi per arrivare a catturare gli uomini, sottraendoli alla loro normalità quotidiana, e trova il modo di mimetizzarsi in oggetti comuni come in questo caso un’innocua vecchia chiave di camera d’albergo: il manifesto raffigura però il processo degenerativo già in uno stadio avanzato, quando già la realtà ha subito la metamorfosi, in seguito alla quale più nulla è riconoscibile e quindi in qualche misura rassicurante. Due volti sconvolti dalla follia o dalla malvagità si affacciano da un abisso tenebroso, troncati a metà dalla chiave tramutata in un fendente omicida: il numero 1408 pare un messaggio d’avvertimento, cifrato e pertanto incomprensibile, un beffardo gioco fra il demone maligno e le sue vittime…Il poster è, in ultima analisi, una visualizzazione riassuntiva dell’universo allucinato e febbrile di King.
Il regista canadese Paul Haggis, premio Oscar per Crash, sceneggiatore di Million Dollar Baby, di Flags of Our Fathers, e di Lettere da Iwo Jima, in Nella valle di Elah, inizia il film, come uno storiografo antico, là dove Clint Eastwood finiva il suo dittico sul celebre episodio della Seconda guerra mondiale: la bandiera a stelle e strisce nella cittadina di provincia che apre e chiude, capovolta, il lungometraggio è la medesima innalzata sul colle dell’isoletta del Pacifico ad immortalare un atto eroico mai avvenuto, portata in Vietnam, in Iraq, in ogni angolo del pianeta e persino sulla Luna, a segnare fieramente la continuità di una tradizione di pionieri conquistatori. Ma all’ombra dei simboli/simulacri vi sono le generazioni umane, che di padre in figlio si trasmettono conoscenze e valori ed è questa, non il pacifismo tradito, la tematica delle pellicola di Haggis: Nella valle di Elah parla con sobria energia di un’ educazione mancata, anzi di molte educazioni mancate da parte di un Paese incapace di imparare dal passato e di preparare un futuro di progresso etico ai posteri.
All’origine di ogni individuo, c’è un bambino che ha paura di dormire al buio, vuole la porta aperta da cui filtri un po’ di luce: le tenebre sono popolate di mostri, vinti i quali si diventa adulti. Compito dei genitori è allora tenere per mano i figli, farli diventare adulti maturi e non segnati irreparabilmente dal trauma: un popolo tradisce se stesso, quando anziché insegnare a sconfiggere i giganti, consegna loro i figli e li fa divorare. Il protagonista, veterano e patriota convinto, chino sul letto di un fanciullo, rivive la propria illusione leggendo il passo della Bibbia in cui si narra come il giovinetto Davide vinca il gigante Golia armato di una fionda e si oltraggiano con l’oblio i mille coetanei del ragazzo inviato dal re Saul morti nell’impossibile impresa nella valle di Elah: i miracoli non si ripetono mai ed ingannano se vengono assunti, in buona o cattiva fede, a regola di esistenza. Dice il giovanissimo Marine di ritorno dagli orrori dell’Iraq, te lo raccontano come fosse una favola, dove tu sei il buono che parte per sconfiggere i cattivi: nella cinica mercificazione della morale della fiaba si radica il baratro di chi dovrebbe difendere la civiltà di una Patria amata e ne riflette al contrario la degenerazione.
Solo il senso di colpa consente il ripristino della verità e il dovere dei genitori è riscoprire il senso della propria missione: il padre nella ricerca di un riscatto ha al fianco una detective-madre, che supplisce alla fragilità delle tante donne in fuga, figure dolenti in pianto sui cadaveri scempiati dei soldati o straziate dalla follia omicida del compagno reduce.
Allievo di Eastwood, Haggis contamina generi e decostruisce, pur senza deviare da una rigorosa classicità: in tal modo l’appendice graduale e mai strabordante di contenuti etici ed allegorici a una vicenda realmente accaduta non presenta forzature didascaliche o predicozzi moraleggianti, anzi i molti ambigui silenzi su coperture ed insabbiamenti, sulla ragioni della politica e sulla personalità dello scomparso hanno il merito di sottrarre le problematiche sollevate ai luoghi comuni delle discussioni teoriche. E’ infatti assai lontana dall’ovvio la raffigurazione del Paese invasore come una mera estensione del paese invaso: fotografie e riprese attraversano gli oceani, metaforizzano l’identificazione di un qui intatto con un là in macerie, entrambi periferie degradate nel corpo o nell’anima di un globo senza più fari al centro per illuminarlo.
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COSI COMINCIA: Mike di ritorno dall’Irak scompare misteriosamente e il padre Hank, veterano dell’esercito, vuole cercarlo e recandosi nella zona dove Mike è stato visto per l’ultima volta coinvolge nelle indagini la riluttante detective della polizia Emily Sander
TITOLO: è tratto da un passo della Bibbia: la valle di Ellah è quella dove il giovinetto Davide sconfigge il gigante Golia. Ma prima di lui, quando giovani, di cui il sacro testo tace, sono morti nell’impossibile sfida? Chiara l’allegoria: a sacrificare vita o anima sono le giovani generazioni e questo finisce con il ritorcersi in termini di degrado morale in una Nazione, qualunque siano gli esiti o i motivi della guerra.
CUORE: il passo della Bibbia letto da Hank al figlio di Emily
PARTICOLARMENTE ADATTO A: gli amanti del cinema americano classico
STELLE: ****siamo dalle parti di Clint Eastwood: la devastazioni psicologica della guerra all’interno della pacifica provincia statunitense.
VOTO: 7.50
SCHEDA:
In the Valley of Elah USA2007 Produzione SUMMIT ENTERTAINMENT, SAMUELS MEDIA, NALA FILMS, BLACKFRIARS BRIDGE FILMS Distribuzione MIKADO Data uscita 30-11-2007 Durata 2h Genere DRAMMATICO, GUERRA Regia Paul Haggis Attori Tommy Lee Jones Hank Deerfield Charlize Theron Detective Emily Sanders James Franco Sergente Dan Carnelli Susan Sarandon Joan Deerfield Josh Brolin Buchwald Jonathan Tucker Mike Deerfield Jason Patric Tenente Kirklander Frances Fisher Evie Rick Gonzalez Gabriel Barry Corbin Arnold Bickman Brad William Henke Chuck Wayne Duvall Detective Nugent Brent Briscoe Detective Hodge Kathy Lamkin Carleen Soggetto Paul Haggis Mark Boal Sceneggiatura Paul Haggis Fotografia Roger Deakins Montaggio Jo Francis Scenografia Laurence Bennett Arredamento Linda Lee Sutton Costumi Lisa Jensen Effetti Great Fx