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giovedì, 29 novembre 2007

NELLA VALLE DI ELAH: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

Nella_valle_di_elah

Un uomo e una donna camminano armati in una zona di guerra illuminata a giorno,  sullo sfondo la bandiera e stelle e strisce, sproporzionata rispetto al resto del quadro e sbrindellata al bordo destro: il vessillo strappato, gonfiato e deformato da un vento impetuoso, fa pensare allo stupro perpetrato nei confronti dello spirito civile di una Nazione da una guerra, di cui essa stessa è responsabile, poiché l’accampamento americano alle spalle della coppia rimanda all’invasione/aggressione di un territorio straniero, trasformato dagli invasori quasi nello scenario irreale di un pianeta alieno. Il poster così suggerisce che il film non intende portare sullo schermo le ragioni scontate di un pacifismo tradito, mettendo sotto gli occhi dello spettatore gli orrori dei campi di battaglia: l’individuo raffigurato  indossa dimessi abiti borghesi, ha l’aria afflitta e risentita, tiene una torcia in mano e ha al suo fianco una giovane detective decisa ad aiutarlo, essi non devono combattere contro il nemico, bensì cercare senza andare  lontano dalla loro terra la verità, violando la quale un Paese oscura i propri valori e il proprio popolo.

postato da: spilluzzicando alle ore 09:57 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 26 novembre 2007

ACROSS THE UNIVERSE: FRAGOLE E SANGUE

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“ Essa lasciandomi piangendo forte mi disse: “Quanto ci è dato soffrire, mia Saffo: contro mia voglia io devo abbandonarti” e io le rispondevo con queste parole: “Va’ e stai bene, e di me ricordati, perché sai come ti amavo. E se non ricordi io voglio farti ricordare …molte corone di viole e di rose insieme sul capo accanto a me cingesti e molte ghirlande attorno al collo delicato…e sui morbidi letti liberavi il tuo desiderio… e né una danza né un tempio né un coro né suono di crotali c’era in cui noi fossimo assenti.”, si tratta di un celebre frammento in cui la poetessa greca Saffo ( VII-VI a. C.)rivolgendosi alla ragazza amata in procinto di allontanarsi  da lei  rievoca il loro passato felice: il canto e il suono dei crotali si interiorizza, diventa rimpianto di attimi di gioia irrimediabilmente perduti e tesaurizzati esclusivamente nell’elaborazione poetica. Analogamente in Across the Universe, la regista bostoniana Julie Taymor( Titus, Frida), per consegnare alle memoria dell’America i giorni lontani delle lotte per i diritti civili, della guerra del Vietnam, della controcultura hippy, dell’arte psichedelica, della musica e della figure mito, quali Jimi Hendrix, Joe Cocker e Janis Joplin lascia da parte la via scontata della ricostruzione calligrafica e nostalgica degli anni 60’ e, coerentemente con lo spirito d’avanguardia del periodo, abolisce la convenzionale subordinazione della colonna sonora all’intreccio, e fa della prima, 33 canzoni dei Beatles, l’epicentro emozionale da cui si dipartano, in forma di sinestesia, le scosse telluriche del canovaccio, una specie di rivisitazione in stile Greenweech newyorkese della boheme parigina: partendo da una livida Liverpool proletaria e dickensiana il giovane Jude attraversa l’Oceano alla ricerca del padre, si trova in un’America trasgressiva e solare, il centro di un universo  rutilante e immaginifico nel momento esatto in cui sta per implodere, provocando mutamenti irreversibili, in virtù dei quali il povero scaricatore di porto europeo svela talento di pittore, fa graffiti sui muri e conquista la ricca borghese bionda  sulle ali di una canzone dei Beatles intonata da un coro sui tetti di un grattacielo.

 Una favola dunque, disturbata dalle convulsioni esiziali della Storia, fragole e sangue per dirla con una nota metafora: fragole inchiodate a una tela bianca su una parete, da cui stillano gocce rosse, immagine chiave del lungometraggio, fanno davvero pensare al film del 1970 Fragole e sangue in  cui l’esordiente Hagmann, ispirandosi alle pagine di un diario, restituisce la cronaca della rivolta studentesca della Columbia University, nella quale l’ingenuo protagonista veniva bastonato  dalla polizia e perdeva la vita. In Across the Universe la Taymor e i suoi collaboratori, a distanza di tanto tempo, sembrano quasi voler integrare o correggere una conclusione mancata della vecchia pellicola e non è solo una questione di belle canzoni o di miracolosi effetti visivi: l’interiorizzazione del musical da un lato e la ricontestualizzazione di West side story dall’altro, dando valore assoluto di verità ai sentimenti e alle speranze  di una generazione sconfitta nelle aspirazioni ne consacrano l’immortalità, magari illusoria. Le leggi dello Stato impongono guerre, abbandoni e tradimenti, eppure la gioventù di sempre è ferma sotto il cielo, nel bel mezzo del cosmo, ad ascoltare All you need is love o il suono dei crotali.

 

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COSI COMINCIA: La storia si svolge negli Stati Uniti degli anni 60’. Jude arriva dalla natia Liverpool in America alla ricerca di suo padre e lì si innamora ricambiato di Lucy; i due giovani si trovano di fronte a una società in fermento, sono infatti gli anni del Vietnam, della contestazione pacifista, della controcultura hippy….

TITOLO: Evidente il riferimento a una canzone bellissima, cantata dal protagonista, mentre si trova nel bel mezzo della rivolta: la situazione si ripete per tutto il film. La musica e i motivi dei Beatles determinano le azioni, ma anche gli stati d’animo dei personaggi: si tratta di un musical particolare, quasi onirico, in quanto il palcoscenico destinato alla performance è l’interiorità e per questo il lungometraggio è costipato di sinestesie, ovvero della continua mescolanza di suoni e visioni.

CUORE: la sequenza in cui Jude inchioda su una tela bianca appesa a un parete delle fragole da cui scaturiscono gocce rosse

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai nostalgici.

STELLE: ****gli anni 60’ secondo i Beatles e la pop art.

VOTO:8

SCHEDA:

GRAN BRETAGNA, USA  2007 Produzione  REVOLUTION STUDIOS, TEAM TODD, GROSS ENTERTAINMENT  Distribuzione  SONY PICTURES RELEASING ITALIA Data uscita  23-11-2007  Durata 2h e 13’ Genere  MUSICALE.Specifiche tecniche  35 MM (1:2.35)  Regia Julie  Taymor   Attori Evan Rachel  Wood  Lucy Jim  Sturgess  Jude Joe  Anderson  Max Carrigan Dana  Fuchs  Sadie Martin Luther  McCoy  JoJo T.V.  Carpio  Prudence Spencer  Liff  Daniel Lisa  Hogg  Ragazza di Jude Nicholas  Lumley  Cyril Michael  Ryan  Phil Angela  Mounsey  Martha, madre di Jude Robert  Clohessy  Padre di Jude Ellen  Hornberger  Julia, sorella di Lucy Amanda  Cole  Emily Linda  Emond  Madre di Lucy Timothy T.  Mitchum  Fratello di Jo-Jo Elain  Graham  (Elain R. Graham) Madre di Jo-Jo Joe  Cocker  Vagabondo/protettore/hippie Bono  Dottor Robert Eddie  Izzard  Sig. Kite Soggetto Julie  Taymor   Dick  Clement   Ian  La Frenais Sceneggiatura Ian  La Frenais   Dick  Clement   Fotografia Bruno  Delbonnel   Musiche Elliot  Goldenthal   Montaggio Françoise  Bonnot   Scenografia Mark  Friedberg   Arredamento Ellen  Christiansen   Costumi Albert  Wolsky   Effetti Eden Fx   Emergency House Special Effects   Mokko Studio   FX Cartel  

 

 

 

venerdì, 23 novembre 2007

ACROSS THE UNIVERSE: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

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Ascoltando musica e amando si attraversa il cosmo: un uomo e una donna innamorati viaggiano fra le stelle avvolti dentro un cuore/fragola, le cui sfilacciature ai bordi, lo rendono simile alla foglia che lo sovrasta. La foglia è fragile ed il vento la fa volare: qui la navicella spaziale vola danzando nel cosmo ma a darle le ali è la melodia segreta dell’eros.

D’altro canto il poster pare il rutilante manifesto pubblicitario di una marca di cioccolatini o di profumi, evidente evocazione della maniera un po’ Kitch nella quale l’immaginario collettivo si raffigura la passione ricambiata.

 Motore della vicenda saranno dunque le canzoni, che forse daranno il ritmo allo storia raccontata, costituendone il filo emozionale: l’ingenuità vivida dei colori fa pensare comunque a un ‘epoca euforica di speranze e sogni ovvero agli anni 60’, di cui i Beatles furono gli aedi.

postato da: spilluzzicando alle ore 09:27 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 21 novembre 2007

AI CONFINI DEL PARADISO: FERETRI IN VIAGGIO

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Il 34enne regista turco nato in Germania Fatin Akin pare mosso nell’ideazione dei suoi film ( La sposa turca, Crossing the bridge) dall’utopica volontà di proporre una patria materiale ed ideale a quella parte di umanità, apolide più per costrizione che per vocazione, privatane da drammatiche circostanze storiche o familiari: le inquietudini politiche e sociali del globo si ripercuotono nella ossessiva ricerca di appartenenza e stabilità  che caratterizza a ovest come a est a nord come a sud la condizione diffusa di sradicamento degli immigrati a cui sono riconducibili fenomeni di diversa natura fra i  quali fondamentalismo e fanatico tradizionalismo. 

 In Auf anderen Seite(  dall’altra parte) l’autore includendo nel girone infernale degli erranti in cerca di fissa dimora  gli europei d’origine, benestanti e colti, sopprime le differenze fra ricchi e poveri del mondo e fra cristiani ed islamici in nome della solidarietà etica di chi avverte l’urgenza di ridefinire valori, stili di vita e rapporti intergenerazionali. Non è casuale che in una sequenza paradigmatica del lungometraggio un  turco, figlio in crisi,  riveli a una donna di mezza età tedesca, madre finalmente risolta, come il sacrificio di Isacco raccontato dalla Bibbia esista anche con variazioni minime nella versione mussulmana: Dio impone ad Abramo di uccidere l’unico figlio, questi obbedisce e viene ricompensato con la salvezza del fanciullo. Di fatto la pellicola di Akin riecheggia la sottile ambiguità del passo del Genesi in un intreccio però ondivago e ballerino, in cui le dinamiche dei conflitti scoperti o latenti  restano nell’ombra e scompaiono d’incanto, senza che lo spettatore riesca a coglierne l’evoluzione e, nella ricomposizione delle fratture, le cause intime: i genitori, inconsapevolmente, immolano i figli sull’altare dei loro dogmi o del loro egoistici bisogni di pace o rivincita sociale, i figli li ricambiano con altrettanta insensibilità e cecità e In Auf anderen Seite  abbiamo un nutrito campionario di incomprensioni reciproche il cui superamento ottimistico comporta un viaggio di esplorazione e di scoperta nelle ragioni degli altri che del resto  collimano con le proprie; il regista accomuna personaggi diversi, l’intellettuale, la prostituta, il vecchio gaudente e bisbetico, la borghese, la studentessa omosessuale, la terrorista, considerandoli manifestazione simboliche del disagio contemporaneo, ma non riesce ad impadronirsi di loro,  se li lascia scappare di mano e li ritrova cambiati.

 E’ certo comunque che Akin ha rielaborato la lezione del tedesco Fassbinder e del turco Guney in un universo concettuale personale imperniato sulla convinzione che globalità e cosmopolitismo obbligato amplifichino i molteplici malesseri esistenziali  del pianeta ma anche li riassorbiscano facilmente almeno in via teorica: nei porti delle città vanno su e giù le bare e nessuno si chiede dove vadano e da dove vengano.

 

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COSI COMINCIA: La storia si svolge fra la Germania e la Turchia nell’epoca contemporanea. Alì un vedovo turco che vive a Brema decide di far venire a vivere in casa sua per goderne i favori sessuali in esclusiva una conterranea Yeter, che fa la prostituta per mantenere la figlia Ayten agli studi. Quando Ali in un impeto di rabbia uccide la donna il figlio di lui, un docente universitario, si reca in Turchia per cercarne la figlia….

TITOLO: Il titolo tedesco “Dall’altra parte” allude alla situazione condivisa da tutti i personaggi del film: essi si trovano sempre dall’altra parte di qualcosa, o perché in fuga o perché incapaci di riconoscersi ed appartenervi. La pellicola vuole raccontarne infatti il percorso difficoltoso di riappropriazione dell’identità che porta  padri, madri e figli/e ad essere tali.

CUORE: il sacrificio di Isacco nella versione islamica raccontato da Nejat, figlio di Alì, a Susanne, madre di Ayten

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ricerca un ubi consistam

STELLE: **il regista ha talento e personalità, sa guardare il mondo globale contemporaneo, ma si è lasciato scappare di mano i tanti personaggi.

VOTO: 5.50

SCHEDA:

Yasamin kiyisinda  GERMANIA TURCHIA 2007 Produzione  ANKA FILM, CORAZÓN INTERNATIONAL, NDR, DORJE FILM FFA  Distribuzione  BIM  Data uscita  09-11-200 Durata  2 h e 2’  Genere  DRAMMA ETICO  Regia Fatih  Akin   Attori Nurgül  Yesilçay  Ayten Öztürk Baki  Davrak  Nejat Aksu Tuncel  Kurtiz  Ali Aksu Hanna  Schygulla  Susanne Staub Patrycia  Ziolkowska  Lotte Staub Nursel  Köse  Yeter Öztürk Yelda  Reynaud  Emine Sceneggiatura Fatih  Akin   Fotografia Rainer  Klausmann   Musiche Shantel   Montaggio Andrew  Bird   Scenografia Tamo  Kunz   Sirma  Bradley   Costumi Katrin  Aschendorf   Effetti Philipp  Schneider  

 

 

martedì, 20 novembre 2007

AI CONFINI DEL PARADISO: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

Ai_confini_del_paradiso

Una giovane donna affacciata sul ponte di una nave guarda il porto di una città, Istambul, sullo sfondo: il cielo è sereno, il mare calmo, e  il fatto che la ragazza sia voltata e guardi l’orizzonte lascia intuire il legame indissolubile fra la ragazza e il luogo, sia che si tratti dell’addio dell’esule o del ritorno dell’apolide ramingo o del raggiungimento di una meta agognata dall’inquieto in fuga per il mondo. Però il manifesto rimanda anche a un’idea di cosmopolitismo, volontario od obbligato, dove comunque è sempre più difficile riconoscersi in un’ appartenenza.

postato da: spilluzzicando alle ore 08:50 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 19 novembre 2007

MEDUSE: DOVE VANNO LE ANATRE IN CENTRAL PARK?

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 “Non mi piacciono la trame” commenta così Batya, una giovane cameriera in Meduse, i soliti filmini da album familiare mostrateli dall’amica  in cui non si vede altro che una bambina in riva allo stagno di uno zoo mentre dà del cibo alle anatre; così la coppia di giovani sposi costretti dall’invalidità della gamba di lei in una stanza squallida d’hotel ha cancellato dal ricordo il film visto insieme al primo appuntamento. Le trame infatti tradiscono: è la loro spietatezza a portare popoli e individui a schierarsi gli uni contro gli altri. La Storia è una gabbia con sbarre d’acciaio fatta da una molteplicità di trame convergenti in uno stesso punto dello spazio e del tempo e nella sua logica di verità non lascia speranza, a meno di non deviare dal percorso obbligato, a meno di non volgere lo sguardo altrove, mentre si è in marcia, e domandarsi, come il giovane Holden in fuga di Salinger: “Dove vanno le anatre in Central Park South quando il lago gela?” La stessa domanda sembrano esserla posta Etgar Keret e Shira Geffen, scrittori israeliani esordienti dietro la macchina da presa, volendo raccontare in Meduse un Paese dilaniato dalla guerra: dove vanno Tel Aviv e i suoi abitanti quando intorno a loro esplodono le bombe? Essi sopravvivono sospesi in una regione liminare fra realtà e sogno e solamente l’adozione di un linguaggio metaforico permette di sorprenderli, di arrivare a coglierne paure e desideri: ma chi sono davvero o meglio chi sono diventati gli Israeliani?  Sono fogli, trasformati in barchette di carta, sul tavolo di un commissariato di polizia, fragili meduse sospinte dal mare e dal vento chissà dove: tuttavia lo Stato Ebraico, come del resto tutti i luoghi del mondo, si trova là dove il mare finisce e dove il mare finisce c’è la battigia, la bufera si placa, la luce del sole scalda e le anime fortunate che vi arrivano trovano quiete e speranza.

 L’approccio letterario si concreta in immagini scopertamente allusive e sacrifica almeno in parte le potenzialità drammatiche della vicenda ad incastri incidentali, tuttavia il lungometraggio non evade da un contesto traumatico, semplicemente ne fa atmosfera, paesaggio interiore, causa prima e sottintesa degli eventi: camere ammobiliate con buchi nel soffitto, alberghi e sale di ristorante desolanti, genitori divisi fisicamente e mentalmente dai figli, una madre beffardamente e ossessivamente presente su un cartellone pubblicitario, promesse mai mantenute, innamorati allontanati dall’incomprensione o dalla gelosia, avidità e bulimia, volti sfregiati dalla ferite delle mitragliatrici siriane, rimandano a una città di orfani corrosa da un virus sotterraneo; l’ispirazione artistica, la scrittura e la fotografia, privata di occasione autentiche, depauperata nel ruolo di dozzinale cerimoniere di matrimoni, viene strozzata sul nascere o costretta al silenzio suicida in una suite.

 Keret e Geffen credono comunque nel potere salvifico della poesia e nella preservazione dell’innocenza infantile, considerandole il punto di partenza per una rigenerazione civile ed individuale: una bambina-angelo, un salvagente, un veliero, un venditore di gelati, e dei versi, “Una nave dentro una bottiglia non potrà affondare mai, né ricoprirsi di polvere. E’ bella da guardare mentre naviga nel vento...", lasciati in eredità da chi si è sobbarcato il compito di ricordarlo, nonostante tutto.

        

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COSI COMINCIA: Siamo nella Tel- Aviv dei nostri giorni, dove si incrociano le vicende di personaggi diversi indotti da circostanze particolari a mutare la loro vita: una donna si rompe una gamba durante la sua festa di nozze ed è costretta a rinunciare al viaggio di nozze, una giovane cameriera incontra una bambina con un salvagente che la segue senza ragione, una badante filippina deve prendersi cura di un’anziana scorbutica…

TITOLO: Il titolo fa venire in mente il montaliano Ossi di seppia e suggerisce l’approccio poetico letterario privilegiato dai due autori nel raccontare alcune vicende  esemplari della Tel Aviv contemporanea: nel poeta ligure gli ossi di seppia, relitti gettati sul mare, simboleggiano la perduta felicità marina degli uomini sbattuti dal caso in un universo arido, nel lungometraggio di Geffen e Keret le meduse rimandano alla passività dell’uomo in balia delle onde, a cui viene però concessa la possibilità di un approdo alla luce e alla  speranza sulla battigia. La tradizione letteraria del resto ha sempre amato ritrovare una corrispondenza nel mondo naturale alla precarietà dell’esistenza degli uomini,  basta pensare all’immagine delle fogli sbattute dal vento, da Omero fino a Ungaretti.

CUORE:  Il salvagente e la bambina-angelo;

Il veliero dentro la bottiglia;

Le barchette di carta sul tavolo del commissario di polizia.

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama la poesia e a chi vuol conoscere la società israeliana al di là degli stereotipi.

STELLE: **** bell’ esordio poetico sulla spiaggia di Tel Aviv, comprensibilmente dato il contesto, un po’ troppo “sognato”

VOTO:7+

SCHEDA:

Meduzot  FRANCIA ISREALE 2007 Produzione  LAMA FILMS, LES FILMS DU POISSON, ARTE FRANCE CINÉMA  Distribuzione  SACHER DISTRIBUZIONE  Data uscita  16-11-2007  Durata 1h e 27’ Genere  DRAMMATICO  Specifiche tecniche  35 MM (1:1.85)  Regia Etgar  Keret   Shira  Geffen   Attori Sarah  Adler  Batya Nikol  Leidman  Bambina Gera  Sandler  Michael Noa  Knoller  Keren Ma-nenita  De Latorre  Joy Zaharira  Harifai  Malka Ilanit  Ben Yaakov  Galia Sceneggiatura Shira  Geffen   Fotografia Antoine  Héberlé   Musiche Christopher  Bowen   Grégoire  Hetzel   La canzone "La vie en rose" è cantata da Corinne Allal     Montaggio Sacha  Franklin   François  Gédigier   Scenografia Avi  Fahima   Costumi Li  Alembik  

 

venerdì, 16 novembre 2007

MEDUSE: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

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Una donna rincorre una ragazzina in riva al mare: l’espressione gaia nei loro volti, il salvagente, la luminosità diffusa fa pensare al gioco e alla spensieratezza dell’infanzia. Nell’atmosfera radiosa unico particolare disturbante, allusivo forse al contesto bellico, è il muretto sotto la ringhiera deturpato da segni e caratteri neri: siamo a Tel Aviv, ma il noto contesto urbano caratterizzato dalla tensione di una guerra ininterrotta resta sullo sfondo. L’accentuazione cromatica dell’orizzonte sereno e l’abbandono liberatorio di adulta e bambina allo svago però racconta anche di una devastazione psichica a cui si tenta disperatamente di fuggire tornando al mondo della fanciullezza: la favola può restituire un’identità a una società dilaniata dai conflitti con il ricomporne le fratture. E tale prospettiva volutamente astorica ed apolitica la  pellicola dei due cineasti israeliani, Etgar Keret  e Shira  Geffen, pare cercare.    

postato da: spilluzzicando alle ore 10:16 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, manifesto film
mercoledì, 14 novembre 2007

LA TERZA MADRE: LA NOTTE BIANCA DELLA REGINA SPODESTATA

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La molla implicita de La terza madre pare essere il rimpianto della mitica prima era delle streghe, che doveva coincidere con l’età dell’oro per Dario Argento: allora il maligno abitava  spaventevoli ville gotiche turrite in mezzo ai boschi o in piazzette metropolitane appartate e agli artisti iniziati ai misteri esoterici spettava l’onore di divulgare presso un immaginario collettivo vergine il verbo dell’occulto. Oggi però il male non è più privilegio di una setta di cultori fanatici: il morbo marginale è diventato epidemia, non si nasconde più negli anfratti, al contrario si esibisce e fa il verso a se stesso in diretta, cosicché il tema sotterraneo del capitolo conclusivo della trilogia dedicata alle tre madri infernali è inevitabilmente l’impossibilità di riportare indietro le lancette dell’orologio. 

 Una giovane madre getta nel Tevere il figlio neonato, due energumeni trascinano dietro un cassonetto una ragazza e la violentano, per le strade la gente provoca risse furibonde, grottesche gang femminili feriscono a morte i passanti: nelle patologia urbana  le pretese della tenebrosa regina risorta  di rientrare in possesso del trono vacante vengono beffardamente deluse, a spodestarla è stata l’anarchia irragionevole della  cronaca quotidiana che le ha sottratto proditoriamente materiale e stile di vita. La Roma del 2007, l’effervescente e festaiola capitale del Bel Paese, sospinge nei territori del ridicolmente retrogrado l’apparato grand-guignolesco dell’autore di Profondo rosso: nella diffusa apocalisse mediatica Argento l’orrore non sa più dove andarlo a cercare, continua a farne asmatica narrazione e non enciclopedia di situazioni estreme come avviene nel neo nato “torture porn” dei vari Hostel e Saw, ma disorientato, anziché sgrossare uno schema  interpretativo della realtà rudimentale sceglie, per pigrizia o per nostalgia, la ripetizione del vecchio repertorio del passato. La retrospettiva si concretizza in un slabbrato avvicendarsi di quadri/citazione che avvolge a spirale la protagonista, a cui per di più fa da petulante Caronte nell’abisso costipato di cadaveri sventrati il fantasma della genitrice morta.

 Del resto storie coerenti e psicologie complesse non hanno mai nutrito la vena deformante del regista, giacché un universo onirico autogeneratosi dai suoi stessi incubi non necessita di personalità logica: gli occhi dell’assassino che ti scrutano dallo specchio nella rientranza del corridoio( Profondo rosso) non vogliono né un’identità né un perché. Però il sacco di Roma è trauma ormai superato da secoli e per dargli concretezza sullo schermo occorreva l’occhio catturante/trasfigurante di cui il cineasta non è dotato: un’umanità in miniatura di creature, persone, scimmie e gattini, malevoli o benevoli, popola i suoi lungometraggi, muovendosi in un territorio abbandonato di frontiera, ne La terza madre, chiamata per improvvido caso dall’esilio con la  sovrana in tunica rossa,  schiamazza nella metropoli delle “notti bianche”  e a seppellirla basta una  fragorosa risata.

                    

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COSI COMINCIA: Siamo nelle Roma dei giorni nostri.  La Mater Lachrimarum, la più bella e la più feroce delle streghe, che costituiscono la triade demonica inviata in mezzo agli uomini per portare il male, è stata, inavvertitamente, riportata in vita e minaccia Roma; sulla sua strada incontrerà Sara, un’archeologa dotata però di poteri paranormali di magia bianca trasmessigli dalla madre morta….

TITOLO: Il titolo più diretto e meno evocativo rispetto a Suspiria (1976) ed Inferno( 1979), i primi due capitoli della trilogia dedicata alla triade infernale, sottolinea il ritorno di Dario Argento, dopo anni di silenzio, alla tematica esoterica: la terza madre inoltre dovrebbe rappresentare il vertice del triangolo, il culmine della minaccia, superando la quale solamente si può realizzare il definitivo trionfo del bene.

CUORE: le panoramiche su Roma indemoniata.

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A:  chi rimpiange i film dell’orrore del tempo che fu

STELLE:** versione dark delle notti bianche romane. Se non vi infastidisce il frastuono e il grand-guignol un giretto potete anche farcelo: niente di memorabile, ma, per lo meno,  non ci si annoia.

VOTO: 4/5

SCHEDA: Durata  98    ITALIA 2006 Produzione  CLAUDIO E DARIO ARGENTO, GIULIA MARLETTA E KIRK D'AMICO PER OPERA FILM, MEDUSA FILM  Distribuzione  MEDUSA (2007)  Data uscita  31-10-2007  Durata 1h e 38’ vietato 14Genere  HORROR  Specifiche tecniche  35 MM Regia Dario  Argento   Attori Asia  Argento  Sarah Mandy Udo  Kier  Padre Johannes, l'esorcista Cristian  Solimeno  Detective Enzo Marchi Daria  Nicolodi  Elisa Mandy Coralina  Cataldi Tassoni  Giselle Moran  Atias  Mater Lachrimarum Philippe  Leroy  Alchimista Valeria  Cavalli  Marta Adam  James (II)  Michael Pierce Jun  Ichikawa (II)  Katerina Robert  Madison  Agente Lissoni Silvia  Rubino  Elga Tommaso  Banfi  Padre Milesi Franco  Leo  Monsignor Brusca Gisella  Marengo  Strega Clive  Riche  Uomo col cappotto Araba  Dell'Utri  Strega Massimo  Sarchielli  Direttore del museo Sceneggiatura Dario  Argento   Jace  Anderson   Walter  Fasano   Adam  Gierasch   Simona  Simonetti   Fotografia Frederic  Fasano   Musiche Claudio  Simonetti   Montaggio Walter  Fasano   Scenografia Francesca  Bocca   Valentina  Ferroni   Costumi Ludovica  Amati   Effetti Sergio  Stivaletti   David  Bracci   Danilo  Bollettini   Anthem Visual Effects  

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 09:28 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, horror e societa
martedì, 13 novembre 2007

LA TERZA MADRE: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

La_terza_madre

Dalle tenebre infernali affiora la maschera sanguinolenta del male che intrappola e risucchia nell’oscurità, cancellandone l’identità, la giovane donna al centro del poster: il demonico, come da tradizione, si identifica in un volto femmineo, seducente e, appena nato o risorto, porta  con sé le impronte del mondo sotterraneo e caoticamente violento da dove trae la sua origine. La ragazza terrorizzata socchiude le labbra, spalanca gli occhi, implora forse  soccorso contro il reticolato allucinante che l’avvolge soffocandola: intorno a lei vuoto e silenzio; dovrà trovare in se stessa la forza per liberare  l’umanità  dalla minaccia.  

postato da: spilluzzicando alle ore 08:49 | link | commenti
categorie: cinema, film, manifesto film
lunedì, 12 novembre 2007

SLEUTH: GODOT ARRIVA IN FERRARI

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 Il duello iniziale di Sleuth si svolge fra un’utilitaria e una elegante berlina Mercedes parcheggiate davanti alla porta di una lussuosa villa della campagna inglese: le vediamo inquadrate dall’alto fronteggiarsi, di chiaro vestite, come cavalieri medievali prima del torneo e la sfida assume il sapore di una prometeica lotta di classe fra poveri e ricchi.  In realtà è solo il primo dei tanti specchietti per le allodole con il quali Branagh, firma la sua stilizzata rielaborazione del “giallo da camera” anni 70’ Gli insospettabili di Mankiewicz interpretato da Sir Laurence Olivier e Michael Caine, tratta da un testo teatrale di Shaffer: il Golden Boy del palcoscenico britannico, avvezzo a trasporre con devoto fervore sullo schermo i grandi Classici dislocandoli nello spazio e nel tempo, non tradisce qui la passione di sempre, anzi scopre nella natura ludica dello spettacolo di maschere e ruoli interscambiabili quanto il novecentesco “teatro dell’assurdo”, di cui Harold Pinter, lo sceneggiatore del film, è uno degli esponenti contemporanei più significativi, sia una filiazione della tragedia/commedia greca e di Skakespeare. Intrecci incongruenti, dialoghi surreali, quadri scenici dotati di espressività simbolica sono i connotati dei capolavori dell’”assurdo”  che Branagh fedelmente riproduce, annacquandone ed estenuandone però il nichilismo di fondo in un formalismo estetizzante.

 Il lungometraggio in effetti proietta lo spettatore in un labirinto avveniristico e claustrofobico dove l’uomo rivive i conflitti eterni deprivato però del tradizionale oggetto del contendere: il povero e il ricco, l’emarginato e il potente, il vecchio e il giovane, il bello e brutto, l’intellettuale/esteta raffinato e il fusto rozzo, il ribelle e l’integrato si incarnano nei due attori protagonisti, il miliardario autore di bestseller e il parrucchiere gigolo, ma la  contesa, psicologica e verbale, sfuma gradualmente in un gioco inconcludente, dove si spara a salve, si seduce e si è sedotti, si recita a soggetto e senza, si muore infine e poi si rinasce mutati non fa differenza se per finta o per davvero, visto che nessuno ha mai chiuso e chiuderà mai il sipario.

 Sleuth poggiando sulle spalle vigorose di Michael Caine e di Jude Law lascia intravedere quanto sadismo e masochismo innati contaminino, rendendoli perversi, i rapporti interpersonali e le stanza in penombra del castello incantato diventano un habitat estraniante, paesaggio similare alle allegorie vuote di Becket o Jonesco, uno strumento di tortura, una macchina infernale, dove il corpo esercita una violenza seducente sull’anima e l’anima per vendicarsi tesse i suoi intrighi e il finale della partita resta aperto.

 Dietro il quinte si nasconde misteriosamente il burattinaio manovratore: sculture filiformi, sorta di esseri umani scarnificati e aggrovigliati,  assistono, imperturbabili testimoni, alla schermaglia ed evocano la presenza dell’artista (  per arredare la casa Branagh si è avvalso del  noto designer  Arad e delle opere di due autori britannici contemporanei, Gormley e Hume), la donna/divinità sconosciuta ed invisibile, amante/nemica di entrambi, che ha progettato la casa e l’incontro fra rivali, demiurgo dunque di un’illusione scenica, assurdamente chiusa su se stessa: finalmente Godot arriva e arriva in Ferrari.

                            

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COSI COMINCIA: Il giovane attore di scarso successo Milo Tindle, di origine italiana, va a trovare nella sua dimora di campagna il maturo scrittore di successo Andrei Wyke, nell’intento di convincerlo a concedere il divorzio alla moglie, di cui anche lui è amante innamorato. I due iniziano una civile discussione che si trasforma in un vero e proprio duello

TITOLO: “Sleuth” è un termini popolare inglese che indica l’investigatore: in realtà il film scritto da Harold Pinter, è un giallo “assurdo” in cui i personaggi si scambiano spesso i ruoli e il cui senso compiuto resta nell’ombra.

CUORE: Il cuore del film è la scultura che raffigura una specie di essere umano intrappolato in fili che gli si attorcigliano attorno, allusione al significato enigmatico della vicenda

 

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ha amato il “teatro dell’assurdo”

STELLE: **contaminazione estetizzante fra teatro dell’assurdo e cinema

VOTO: 6-

SCHEDA:

Sleuth GRAN BRETAGNA USA 2007 Produzione  KENNETH BRANAGH, SIMON HALFON, BEN JACKSON, JUDE LAW, SIMON MOSELEY, MARION PILOWSKY, TOM STERNBERG PER CASTLE ROCK ENTERTAINMENT, RIFF RAFF FILM PRODUCTIONS  Distribuzione  SONY PICTURES RELEASING ITALIA  Data uscita  09-11-2007  Durata  1h e 26’.GenereTHRILLER  Specifiche tecniche  PANAFLEX CAMERA, (1:2.35)  Tratto da  testo teatrale omonimo di Anthony Shaffer  Regia Kenneth  Branagh   Attori Michael  Caine  Andrew Wyke Jude  Law  Milo Tindle Harold  Pinter  L'uomo in Tv Soggetto Anthony  Shaffer  (testo teatrale) Sceneggiatura Harold  Pinter   Fotografia Haris  Zambarloukos   Musiche Patrick  Doyle   Montaggio Neil  Farrell   Scenografia Tim  Harvey   Costumi Alexandra  Byrne   Effetti David  Harris (II)   Richard  Higham  

 

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sabato, 10 novembre 2007

SLEUTH: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

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Il manifesto è un anticipo del duello psicologico/verbale che vedremo in sala: un ragazzo biondo, con un bel volto maschile, la camicia sessualmente aperta sul torace e un uomo maturo, vestito austeramente, dall’aria arrogante derivatagli probabilmente dal potere o dal denaro si guardano intensamente, maliziosamente come se intendessero sedursi, conquistarsi. La partita si svolge nella penombra in un interno lussuosamente arredato; non ci sono testimoni e l’intimità evocata fa venire in mente una schermaglia erotica fine a se stessa: si nota poi in fondo davanti a una finestra una sorta di ectoplasma/robot filiforme, ma la presenza pare sfumare, perdendo consistenza e importanza. Facile intuire che esso più che l’oggetto della contesa ne è pretesto oppure integrazione. Nel qual caso si tratta di un congegno diabolico, che rende animata la casa e che contribuisce a rendere più complicata la sfida.

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venerdì, 09 novembre 2007

I VICERE': PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

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Il manifesto non concede nulla né ai colori né all’immaginazione: un individuo  tenebroso con un grottesco cilindro, ipostasi di una regalità perversa, domina, presenza totalizzante, uno spazio neutro, sgombro di oggetti e di persone.  L’uomo rimanda all’immagine topica del tiranno, ovvero dell’uomo di potere la cui volontà sopraffattrice  distrugge tutto ciò che ha attorno. E’ il ritratto scarnificato e desolante della Sicilia e dell’Italia in genere, lo stesso che emerge da opere importanti della tradizione letteraria nazionale quali I promessi sposi o I Vicerè, il poderoso romanzo di De Roberto, a cui Faenza si è ispirato. Il poster rivela chiaramente la prospettiva storico/ politica privilegiata, resta però la curiosità di vedere come il regista sia riuscito a tradurre sullo schermo un libro così sfaccettato dal punto di vista degli intrecci e dei personaggi. .

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giovedì, 08 novembre 2007

GIORNI E NUVOLE: GLI ANGELI DEL TEMPO CHE FU

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Nel suo ultimo film, I giorni e le nuvole, Soldini pare cercare le ragioni di fondo della sua visione della vita dolce/amara: gli uomini camminano sotto un cielo plumbeo, oppressi da una società ostile, eppure non rinunciano mai ad amare la bellezza misteriosa delle creature prigioniere di un acquario o a guardare verso l’alto nell’orizzonte nuvolose a cercare spiragli di luce. I rapporti di forza e le condizioni materiali  impoveriscono gli individui oppure, emarginandoli e spingendoli alla disperazione, prodigiosamente li arricchiscono: si deve avere la mente sgombra da pregiudizi e obblighi per percepire attorno a noi la presenza di un’altrove a portata di sguardo sorprendentemente vitale ed aderente alle leggi dell’anima. E’ il respirare rassicurante ed eterno del mare sui carruggi di Genova, è la lampadina magica che improvvisamente si accende al passaggio dei miracolati( Agata e la tempesta), sono i libri sparsi ovunque, dati in dono dai genitori ai figli, intravisti in mano al passante anonimo alla fermata del bus, è l’affresco da scrostare con mesi di fatica dal soffitto di una chiesetta nascosta nei vicoli oscuri, i paradisi della natura e dell’arte accessibili a condizione di starsene sdraiati su un pavimento freddo.

 In Giorni e nuvole Soldini fa stridere molto più aspramente rispetto alle altre opere la quotidianità nuda e cruda con l’inattesa rivelazione della poesia e dall’urto violento, occasione d’oro per il viso da tragicommedia di Antonio Albanese, scaturisce finalmente la crudeltà della verosimiglianza: la fuga dai doveri in Pane e tulipani o in Agata e la tempesta era un ben accetto regalo del caso e nell’idillio imprevisto era facile sospettare l’ artificio consolatorio, qui l’utopia familista è bruscamente recisa dalla fatica e dal logorio del precariato a cui la coppia di borghesi laureati e benestanti è costretta dal rifiuto del marito e padre di assecondare l’evolversi barbarico del mondo.

 Il lungometraggio usa altresì molto tatto nell’indicare le responsabilità e l’orgoglio arrogante della classe intellettuale arroccata ciecamente sulle proprie virtù d’intelligenza e conoscenza, armi spuntate di fronte ai ritmi imposti dal mito della globalizzazione: è la stessa area di sofferenza collettiva analizzata senza dolcificanti affabulatori e assai causticamente  da Nanni Moretti ne Il caimano.  Soldini però  non ha la rabbia satirica del regista di Ecce bombo, e la vena intimista/sentimentale lo porta ad affrontare le questioni da un prospettiva meramente individuale e non di categorie sociali o politiche:  esistono imprenditori cinici ed altri spuntano benevoli da uffici/antro ad offrire soste refrigeranti in malinconica condivisione alle afflitte segretarie evase da case carcere, ci sono ristoratori grossier e tuttavia generosi soccorritori del prossimo nonché splendidi mariti di fanciulle dalle ottime letture, muratori sprovveduti e bonari, amici fedigrafi o compartecipi, ma è l’emergenza di portafoglio ed affettiva a consentire la misurazione della differenze e lo scavo della trincea per sottrarre l’angolo personale alla fiumana del progresso, lì ove i sopravvissuti in via di estinzioni anch’essi si commuovono agli angeli dipinti nel tempo che fu.    

                          

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COSI COMINCIA: Siamo nella Genova dei giorni nostri. Elsa e Michele,una coppia di borghesi colti e benestanti, con qualche disaccordo con la figlia e il compagno di lei rozzo commerciante,  viene catapultata nel baratro della povertà dall’estromissione di lui dalla piccola società di cui era proprietario.  Inizia per loro un lungo viaggio nell’inferno del precariato, dove rischiano di smarrire anche il loro saldo rapporto di coppia…  

TITOLO: Soldini ama i titolo metereologici come questo, in quanto capaci di sintetizzare la sua visione dolce/amare del mondo: l’uomo per vedere la bellezza del cielo, deve renderlo sgombro dalla nubi che lo riempiono. I suoi film si giocano cosi sul contrasto fra condizioni di vita opprimenti e la scoperta da parte degli individui di aspetti, quali i libri o l’arte, che la rendono luminosa e degna di essere vissuta.

CUORE: Il cuore del film è la sequenza in cui Elsa e Michele straiati sul pavimento della chiesa contemplano l’affresco, inquadrato insistentemente dalla macchina da presa. Diventa qui evidente ciò che in tutto il film compariva sotto forma di lieve accenno, basti pensare al mare o ai pesci nell’acquario.

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: a precari e nuovi poveri, per convincerli che fino a che c’è vita c’è anche speranza.

STELLE: ****il Soldini migliore

VOTO: 7

SCHEDA:

Origine  ITALIA, SVIZZERA  2007 Produzione  LIONELLO CERRI PER LUMIÈRE & CO., TIZIANA SOUDANI PER AMKA FILMS PRODUCTIONS, RTSI, CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC, EUROIMAGES  Distribuzione  WARNER BROS. ITALIA  Data uscita  26-10-2007  Genere: Dramma familiare/ sociale  Durata: 1h e 56’Specifiche tecniche  35 MM  Regia Silvio  Soldini   Attori Margherita  Buy  Elsa Antonio  Albanese  Michele Alba  Rohrwacher  Alice Giuseppe  Battiston  Vito Carla  Signoris  Nadia Fabio  Troiano  Riki Paolo  Sassanelli  Salviati Arnaldo Ninchi  Padre di Michele Antonio Carlo  Francini  Luciano Teco  Celio  Ragionier Terzetti Carlo  Scola  Fabrizio Alberto  Giusta  Roberto Orietta  Notari  Signora Carminati Nicoletta  Maragno  Restauratrice Arianna  Comes  Apprendista restauro Tatiana  Lepore  Cristina Roberto  Serpi  Claudio Mauro  Parrinello  Jacopo Alessandro  Dufour  Sig. Melzi Luisa Jane  Rusconi  Sig.ra Melzi Lindamilage  Pathmini Fernando  Daisy Manuela  Parodi  Collega di Alice al bistrot Elsa  Bossi  Direttrice casa di riposo Fabio  Fiori  Agente immobiliare Lisa  Galantini  Selezionatrice call center Daniele  Gatti  Intervistatore Mariella  Tacchella  Acquirente casa Michela  Carri  Segretaria ditta Silvia  Gallerano  Impiegata agenzia lavoro Marco  Salotti  Professore Andrea  Sivelli  Cacciatore di teste Marika  Ceregini  Segretaria ditta Michele Soggetto Doriana  Leondeff   Francesco  Piccolo   Silvio  Soldini   Sceneggiatura Doriana  Leondeff   Francesco  Piccolo   Federica  Pontremoli   Silvio  Soldini   Fotografia Ramiro  Civita   Musiche Giovanni  Venosta   Montaggio Carlotta  Cristiani   Scenografia Paola  Bizzarri   Costumi Silvia  Nebiolo   Patrizia  Mazzon   Effetti Paolo  Verrucci   

 

martedì, 06 novembre 2007

GIORNI E NUVOLE: PRIMA DI ENTRARE IN SALA UNO SGUARDO AL POSTER

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 Il poster ripartisce equamente lo spazio fra i tre protagonisti della vicenda per mettere in rilievo il legame indissolubile fra loro: un uomo, una donna e Genova, la città industriale dove vivono, caratterizzata dall’orizzonte che faticosamente si rischiara a causa delle nuvole sospinte lì dal vento di mare. I volti della coppia lasciano trasparire uno stato d’animo difficilmente riassumibile: essi sono vittime impotenti del contesto, soffrono, e appaino lontani l’uno dall’altra, eppure conservano la consapevolezza di se stessi, lucidità e fierezza ed entrambi guardano verso destra a un nuovo inizio, a un altrove distante, ma a portata di sguardo.  Riporteranno il sole nel loro cielo dopo tanta fatica e il film questo sembra voler raccontare.   

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lunedì, 05 novembre 2007

THE BOURNE ULTIMATUM: LA VERA STORIA DI 007

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Il James Bond afflitto di Matt Damon, l’ agente segreto con licenza di uccidere, ferito nel cuore e nell’onore, si smarrisce nei vicoli fiocamente rischiarati della propria coscienza e, dando voci ai fantasmi, insegue l’innocenza fra i ricordi perduti: il sicario perfetto al servizio dello Stato o dei potenti, nei quali subdolamente esso si incarna, obbedisce agli ordini perinde ac cadaver e morto ambulante in missione ininterrotta, appiccicatosi in testa un codice di riconoscimento anonimo, ha dimenticato nome ed identità.

 Il sacrificio di sé ha una ricompensa favolistica nel fornire materiali topici di ispirazione ai romanzi e al cinema, dove l’avvenente milite fedele alla Patria e cosmopolita per vocazione fa il tour dei continenti, prende dimora negli hotel a cinque stelle, guida fuoriserie, viene soccorso da donne bellissime e da congegni mirabolanti e non smarrisce mai il sense of humour; al contrario l’esistenza al grado zero da ramingo braccato dell’asettico Jason Bourne, creazione della penna di Ludlum e protagonista di una serie di film, The Bourne identity, diretto nel 2002 da Doug Liman, The Bourne soupremacy del 2004 e The Bourne ultimatum del 2007 entrambi girati da Paul Greengrass, non ha nell’avventura la concretizzazione di una natura eccezionale di divertito superuomo, elegante tombeur de femme e vincitore di terribili e tecnologicamente evoluti nemici dell’umanità: la regia adrenalinica del regista di United 93 non è funzionale alla consacrazione del mito del campione della legge e dell’ordine a cui è consentito il privilegio di viverne fuori, bensì dà visibilità al senso di panico della fiera innocente e rabbiosa costretta a cercare scampo e vendetta fra le mura di un manicomio a cielo aperto; la terra è pianeta alieno non da salvare ma da cui salvarsi, dominata da un manipolo di sorveglianti invisibili che l’hanno trasformata in una cella gigantesca controllabile sempre e ovunque nella quale non sono concessi angoli appartati e pause di distensione per pensare ed amare liberamente.

 Le prodigiose tecnologie hanno mutato la società del terzo millennio in totalitarismi panottici, in cui angoscia e paura hanno sostituito la coscienza: computer e telecamere hanno cancellato distanze e proporzioni, il vicino equivale al lontano, il qui al là, l’interno all’esterno, e l’individuo non ha più bussole per orientarsi. Nella sostanza la vicenda di Jason Bourne è paradigmatica alla stessa stregua di quella degli sfortunati passeggeri del volo di linea dirottato dai terroristi l’11 settembre della precedente pellicola di Greengrass: lo spettatore è catapultato nel bel mezzo dell’azione e nello sbalzo incrociato e frenetico delle prospettive non trova un punto preciso in cui fermarsi a guardare e diventa assieme agli attori del dramma vittima di un meccanismo ingovernabile.

  “ Questo non è un articolo di giornale, questa è realtà” dice al giornalista di un importante quotidiano londinese, il protagonista di The Bourne ultimatum, un Matt Damon spigoloso e forzatamente vitale nell’ultima battaglia: ogni uomo lotta per preservare la memoria, ma, se indubbio è il complotto dei dominatori disonesti, a ogni uomo resta il dovere di domandarsi fino a che punto è lui stesso  responsabile della spoliazione subita. Il lungometraggio, coerente fino in fondo nel custodire il segreto di Jason Bourne, non consente né assoluzioni né spiegazioni scontate: la punizione del malvagio è prassi, cosi come l’eroismo e l’integrità dei ribelli, tuttavia la resa dei conti conclusiva apre solo ambigui spiragli su un passato irrecuperabile e sul contributo della volontà e la cosa non riguarda solo 007.

                               

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COSI COMINCIA: Jason Bourne, con un passato di agente segreto con licenza di uccidere,  privato della memoria, solo dopo la morte violenta della donna amata e braccato dai suoi ex-colleghi, vuole scoprire a tutti i costi la verità su se stesso. 

TITOLO: Il titolo rivela che il terzo film dedicato a Jason Bourne è il più importante, quello cioè in cui tutta la vicenda raccontata nelle due pellicole precedenti trova una spiegazione e un senso.

CUORE: Il colloquio finale fra Jason Bourne e l’alto funzionario, principale artefice del trattamento cui è stato sottoposto che ho la privato di memoria e di identità. E ‘ un dialogo tutto giocato sull’ambiguità che non dà un risposta vera, al di là delle apparenze.

 

 

PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai cultori dell’action movie e a chi ha apprezzato United 93

STELLE: *** per i cultori dell’action movie un prodigio di virtuosismi, per gli altri un dolente anti-007 più difficile però da apprezzare.

VOTO: 7

SCHEDA:

The Bourne Ultimatum  USA 2007 Produzione  UNIVERSAL PICTURES, BOURNE AGAIN, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, LUDLUM ENTERTAINMENT  Distribuzione  UNIVERSAL  Data uscita  01-11-2007  Durata  2 h Genere  AZIONE Specifiche tecniche  35 MM  Tratto da  romanzo "Il ritorno dello sciacallo" di Robert Ludlum (Ed. Rizzoli)  Regia Paul  Greengrass   Attori Matt  Damon  Jason Bourne Paddy  Considine  Sam Ross Edgar  Ramirez  Paz Julia  Stiles  Nicky Chris  Cooper  Alexander Conklin Brian  Cox  Ward Abbott Joan  Allen  Pamela Landy David  Strathairn  Noah Vosen Daniel  Brühl  John St. Jacques Joey  Ansah  Desh Tom  Gallop  Tom Cronin Dan  Fredenburgh  Jimmy Scott  Glenn   Albert  Finney   Soggetto Robert  Ludlum  (romanzo) Sceneggiatura Tony  Gilroy   Tom  Stoppard   Scott Z.  Burns   Paul  Attanasio   George  Nolfi   Fotografia Oliver  Wood   Musiche John  Powell   Montaggio Christopher  Rouse   Scenografia Peter  Wenham   Arredamento Tina  Jones   Jennifer H.  Alex   Costumi Shay  Cunliffe   Effetti Michael  Dawson   Lucien  Stephenson Jason  Leinster   Snow Business International   The Senate Visual Effects Limited    Lip Sync Post  

 

venerdì, 02 novembre 2007

THE BOURNE ULTIMATUM: UNO SGUARDO AL POSTER PRIMA DI ENTRARE IN SALA

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Il manifesto si incentra sulla doppia immagine di un uomo, il protagonista del film, e fa pensare alla tradizionale tematica dell’impossibilità di trovare un’identità stabile: l’angolo di  città con i  palazzi stretti gli uni agli altri sullo sfondo in bianco e nero, la pistola in mano, il volto fotografato a distanza ravvicinata, gli occhi di ghiaccio, accentuano l’effetto estraniante e traducono in immagini lo stato d’animo disturbato di chi insegue una qualche ossessione e ne è a sua volta perseguitato.

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categorie: cinema, film, manifesto film