Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Un uomo e una donna camminano armati in una zona di guerra illuminata a giorno, sullo sfondo la bandiera e stelle e strisce, sproporzionata rispetto al resto del quadro e sbrindellata al bordo destro: il vessillo strappato, gonfiato e deformato da un vento impetuoso, fa pensare allo stupro perpetrato nei confronti dello spirito civile di una Nazione da una guerra, di cui essa stessa è responsabile, poiché l’accampamento americano alle spalle della coppia rimanda all’invasione/aggressione di un territorio straniero, trasformato dagli invasori quasi nello scenario irreale di un pianeta alieno. Il poster così suggerisce che il film non intende portare sullo schermo le ragioni scontate di un pacifismo tradito, mettendo sotto gli occhi dello spettatore gli orrori dei campi di battaglia: l’individuo raffigurato indossa dimessi abiti borghesi, ha l’aria afflitta e risentita, tiene una torcia in mano e ha al suo fianco una giovane detective decisa ad aiutarlo, essi non devono combattere contro il nemico, bensì cercare senza andare lontano dalla loro terra la verità, violando la quale un Paese oscura i propri valori e il proprio popolo.
“ Essa lasciandomi piangendo forte mi disse: “Quanto ci è dato soffrire, mia Saffo: contro mia voglia io devo abbandonarti” e io le rispondevo con queste parole: “Va’ e stai bene, e di me ricordati, perché sai come ti amavo. E se non ricordi io voglio farti ricordare …molte corone di viole e di rose insieme sul capo accanto a me cingesti e molte ghirlande attorno al collo delicato…e sui morbidi letti liberavi il tuo desiderio… e né una danza né un tempio né un coro né suono di crotali c’era in cui noi fossimo assenti.”, si tratta di un celebre frammento in cui la poetessa greca Saffo ( VII-VI a. C.)rivolgendosi alla ragazza amata in procinto di allontanarsi da lei rievoca il loro passato felice: il canto e il suono dei crotali si interiorizza, diventa rimpianto di attimi di gioia irrimediabilmente perduti e tesaurizzati esclusivamente nell’elaborazione poetica. Analogamente in Across the Universe, la regista bostoniana Julie Taymor( Titus, Frida), per consegnare alle memoria dell’America i giorni lontani delle lotte per i diritti civili, della guerra del Vietnam, della controcultura hippy, dell’arte psichedelica, della musica e della figure mito, quali Jimi Hendrix, Joe Cocker e Janis Joplin lascia da parte la via scontata della ricostruzione calligrafica e nostalgica degli anni
Una favola dunque, disturbata dalle convulsioni esiziali della Storia, fragole e sangue per dirla con una nota metafora: fragole inchiodate a una tela bianca su una parete, da cui stillano gocce rosse, immagine chiave del lungometraggio, fanno davvero pensare al film del 1970 Fragole e sangue in cui l’esordiente Hagmann, ispirandosi alle pagine di un diario, restituisce la cronaca della rivolta studentesca della Columbia University, nella quale l’ingenuo protagonista veniva bastonato dalla polizia e perdeva la vita. In Across the Universe
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COSI COMINCIA: La storia si svolge negli Stati Uniti degli anni
TITOLO: Evidente il riferimento a una canzone bellissima, cantata dal protagonista, mentre si trova nel bel mezzo della rivolta: la situazione si ripete per tutto il film. La musica e i motivi dei Beatles determinano le azioni, ma anche gli stati d’animo dei personaggi: si tratta di un musical particolare, quasi onirico, in quanto il palcoscenico destinato alla performance è l’interiorità e per questo il lungometraggio è costipato di sinestesie, ovvero della continua mescolanza di suoni e visioni.
CUORE: la sequenza in cui Jude inchioda su una tela bianca appesa a un parete delle fragole da cui scaturiscono gocce rosse
PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai nostalgici.
STELLE: ****gli anni
VOTO:8
SCHEDA:
GRAN BRETAGNA, USA 2007 Produzione REVOLUTION STUDIOS, TEAM TODD, GROSS ENTERTAINMENT Distribuzione SONY PICTURES RELEASING ITALIA Data uscita 23-11-2007 Durata 2h e
Ascoltando musica e amando si attraversa il cosmo: un uomo e una donna innamorati viaggiano fra le stelle avvolti dentro un cuore/fragola, le cui sfilacciature ai bordi, lo rendono simile alla foglia che lo sovrasta. La foglia è fragile ed il vento la fa volare: qui la navicella spaziale vola danzando nel cosmo ma a darle le ali è la melodia segreta dell’eros.
D’altro canto il poster pare il rutilante manifesto pubblicitario di una marca di cioccolatini o di profumi, evidente evocazione della maniera un po’ Kitch nella quale l’immaginario collettivo si raffigura la passione ricambiata.
Motore della vicenda saranno dunque le canzoni, che forse daranno il ritmo allo storia raccontata, costituendone il filo emozionale: l’ingenuità vivida dei colori fa pensare comunque a un ‘epoca euforica di speranze e sogni ovvero agli anni
Il 34enne regista turco nato in Germania Fatin Akin pare mosso nell’ideazione dei suoi film ( La sposa turca, Crossing the bridge) dall’utopica volontà di proporre una patria materiale ed ideale a quella parte di umanità, apolide più per costrizione che per vocazione, privatane da drammatiche circostanze storiche o familiari: le inquietudini politiche e sociali del globo si ripercuotono nella ossessiva ricerca di appartenenza e stabilità che caratterizza a ovest come a est a nord come a sud la condizione diffusa di sradicamento degli immigrati a cui sono riconducibili fenomeni di diversa natura fra i quali fondamentalismo e fanatico tradizionalismo.
In Auf anderen Seite( dall’altra parte) l’autore includendo nel girone infernale degli erranti in cerca di fissa dimora gli europei d’origine, benestanti e colti, sopprime le differenze fra ricchi e poveri del mondo e fra cristiani ed islamici in nome della solidarietà etica di chi avverte l’urgenza di ridefinire valori, stili di vita e rapporti intergenerazionali. Non è casuale che in una sequenza paradigmatica del lungometraggio un turco, figlio in crisi, riveli a una donna di mezza età tedesca, madre finalmente risolta, come il sacrificio di Isacco raccontato dalla Bibbia esista anche con variazioni minime nella versione mussulmana: Dio impone ad Abramo di uccidere l’unico figlio, questi obbedisce e viene ricompensato con la salvezza del fanciullo. Di fatto la pellicola di Akin riecheggia la sottile ambiguità del passo del Genesi in un intreccio però ondivago e ballerino, in cui le dinamiche dei conflitti scoperti o latenti restano nell’ombra e scompaiono d’incanto, senza che lo spettatore riesca a coglierne l’evoluzione e, nella ricomposizione delle fratture, le cause intime: i genitori, inconsapevolmente, immolano i figli sull’altare dei loro dogmi o del loro egoistici bisogni di pace o rivincita sociale, i figli li ricambiano con altrettanta insensibilità e cecità e In Auf anderen Seite abbiamo un nutrito campionario di incomprensioni reciproche il cui superamento ottimistico comporta un viaggio di esplorazione e di scoperta nelle ragioni degli altri che del resto collimano con le proprie; il regista accomuna personaggi diversi, l’intellettuale, la prostituta, il vecchio gaudente e bisbetico, la borghese, la studentessa omosessuale, la terrorista, considerandoli manifestazione simboliche del disagio contemporaneo, ma non riesce ad impadronirsi di loro, se li lascia scappare di mano e li ritrova cambiati.
E’ certo comunque che Akin ha rielaborato la lezione del tedesco Fassbinder e del turco Guney in un universo concettuale personale imperniato sulla convinzione che globalità e cosmopolitismo obbligato amplifichino i molteplici malesseri esistenziali del pianeta ma anche li riassorbiscano facilmente almeno in via teorica: nei porti delle città vanno su e giù le bare e nessuno si chiede dove vadano e da dove vengano.
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COSI COMINCIA: La storia si svolge fra
TITOLO: Il titolo tedesco “Dall’altra parte” allude alla situazione condivisa da tutti i personaggi del film: essi si trovano sempre dall’altra parte di qualcosa, o perché in fuga o perché incapaci di riconoscersi ed appartenervi. La pellicola vuole raccontarne infatti il percorso difficoltoso di riappropriazione dell’identità che porta padri, madri e figli/e ad essere tali.
CUORE: il sacrificio di Isacco nella versione islamica raccontato da Nejat, figlio di Alì, a Susanne, madre di Ayten
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ricerca un ubi consistam
STELLE: **il regista ha talento e personalità, sa guardare il mondo globale contemporaneo, ma si è lasciato scappare di mano i tanti personaggi.
VOTO: 5.50
SCHEDA:
Yasamin kiyisinda GERMANIA TURCHIA 2007 Produzione ANKA FILM, CORAZÓN INTERNATIONAL, NDR, DORJE FILM FFA Distribuzione BIM Data uscita 09-11-200 Durata 2 h e
Una giovane donna affacciata sul ponte di una nave guarda il porto di una città, Istambul, sullo sfondo: il cielo è sereno, il mare calmo, e il fatto che la ragazza sia voltata e guardi l’orizzonte lascia intuire il legame indissolubile fra la ragazza e il luogo, sia che si tratti dell’addio dell’esule o del ritorno dell’apolide ramingo o del raggiungimento di una meta agognata dall’inquieto in fuga per il mondo. Però il manifesto rimanda anche a un’idea di cosmopolitismo, volontario od obbligato, dove comunque è sempre più difficile riconoscersi in un’ appartenenza.
“Non mi piacciono la trame” commenta così Batya, una giovane cameriera in Meduse, i soliti filmini da album familiare mostrateli dall’amica in cui non si vede altro che una bambina in riva allo stagno di uno zoo mentre dà del cibo alle anatre; così la coppia di giovani sposi costretti dall’invalidità della gamba di lei in una stanza squallida d’hotel ha cancellato dal ricordo il film visto insieme al primo appuntamento. Le trame infatti tradiscono: è la loro spietatezza a portare popoli e individui a schierarsi gli uni contro gli altri.
L’approccio letterario si concreta in immagini scopertamente allusive e sacrifica almeno in parte le potenzialità drammatiche della vicenda ad incastri incidentali, tuttavia il lungometraggio non evade da un contesto traumatico, semplicemente ne fa atmosfera, paesaggio interiore, causa prima e sottintesa degli eventi: camere ammobiliate con buchi nel soffitto, alberghi e sale di ristorante desolanti, genitori divisi fisicamente e mentalmente dai figli, una madre beffardamente e ossessivamente presente su un cartellone pubblicitario, promesse mai mantenute, innamorati allontanati dall’incomprensione o dalla gelosia, avidità e bulimia, volti sfregiati dalla ferite delle mitragliatrici siriane, rimandano a una città di orfani corrosa da un virus sotterraneo; l’ispirazione artistica, la scrittura e la fotografia, privata di occasione autentiche, depauperata nel ruolo di dozzinale cerimoniere di matrimoni, viene strozzata sul nascere o costretta al silenzio suicida in una suite.
Keret e Geffen credono comunque nel potere salvifico della poesia e nella preservazione dell’innocenza infantile, considerandole il punto di partenza per una rigenerazione civile ed individuale: una bambina-angelo, un salvagente, un veliero, un venditore di gelati, e dei versi, “Una nave dentro una bottiglia non potrà affondare mai, né ricoprirsi di polvere. E’ bella da guardare mentre naviga nel vento...", lasciati in eredità da chi si è sobbarcato il compito di ricordarlo, nonostante tutto.
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COSI COMINCIA: Siamo nella Tel- Aviv dei nostri giorni, dove si incrociano le vicende di personaggi diversi indotti da circostanze particolari a mutare la loro vita: una donna si rompe una gamba durante la sua festa di nozze ed è costretta a rinunciare al viaggio di nozze, una giovane cameriera incontra una bambina con un salvagente che la segue senza ragione, una badante filippina deve prendersi cura di un’anziana scorbutica…
TITOLO: Il titolo fa venire in mente il montaliano Ossi di seppia e suggerisce l’approccio poetico letterario privilegiato dai due autori nel raccontare alcune vicende esemplari della Tel Aviv contemporanea: nel poeta ligure gli ossi di seppia, relitti gettati sul mare, simboleggiano la perduta felicità marina degli uomini sbattuti dal caso in un universo arido, nel lungometraggio di Geffen e Keret le meduse rimandano alla passività dell’uomo in balia delle onde, a cui viene però concessa la possibilità di un approdo alla luce e alla speranza sulla battigia. La tradizione letteraria del resto ha sempre amato ritrovare una corrispondenza nel mondo naturale alla precarietà dell’esistenza degli uomini, basta pensare all’immagine delle fogli sbattute dal vento, da Omero fino a Ungaretti.
CUORE: Il salvagente e la bambina-angelo;
Il veliero dentro la bottiglia;
Le barchette di carta sul tavolo del commissario di polizia.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama la poesia e a chi vuol conoscere la società israeliana al di là degli stereotipi.
STELLE: **** bell’ esordio poetico sulla spiaggia di Tel Aviv, comprensibilmente dato il contesto, un po’ troppo “sognato”
VOTO:7+
SCHEDA:
Meduzot FRANCIA ISREALE 2007 Produzione LAMA FILMS, LES FILMS DU POISSON, ARTE FRANCE CINÉMA Distribuzione SACHER DISTRIBUZIONE Data uscita 16-11-2007 Durata 1h e
Una donna rincorre una ragazzina in riva al mare: l’espressione gaia nei loro volti, il salvagente, la luminosità diffusa fa pensare al gioco e alla spensieratezza dell’infanzia. Nell’atmosfera radiosa unico particolare disturbante, allusivo forse al contesto bellico, è il muretto sotto la ringhiera deturpato da segni e caratteri neri: siamo a Tel Aviv, ma il noto contesto urbano caratterizzato dalla tensione di una guerra ininterrotta resta sullo sfondo. L’accentuazione cromatica dell’orizzonte sereno e l’abbandono liberatorio di adulta e bambina allo svago però racconta anche di una devastazione psichica a cui si tenta disperatamente di fuggire tornando al mondo della fanciullezza: la favola può restituire un’identità a una società dilaniata dai conflitti con il ricomporne le fratture. E tale prospettiva volutamente astorica ed apolitica la pellicola dei due cineasti israeliani, Etgar Keret e Shira Geffen, pare cercare.
La molla implicita de La terza madre pare essere il rimpianto della mitica prima era delle streghe, che doveva coincidere con l’età dell’oro per Dario Argento: allora il maligno abitava spaventevoli ville gotiche turrite in mezzo ai boschi o in piazzette metropolitane appartate e agli artisti iniziati ai misteri esoterici spettava l’onore di divulgare presso un immaginario collettivo vergine il verbo dell’occulto. Oggi però il male non è più privilegio di una setta di cultori fanatici: il morbo marginale è diventato epidemia, non si nasconde più negli anfratti, al contrario si esibisce e fa il verso a se stesso in diretta, cosicché il tema sotterraneo del capitolo conclusivo della trilogia dedicata alle tre madri infernali è inevitabilmente l’impossibilità di riportare indietro le lancette dell’orologio.
Una giovane madre getta nel Tevere il figlio neonato, due energumeni trascinano dietro un cassonetto una ragazza e la violentano, per le strade la gente provoca risse furibonde, grottesche gang femminili feriscono a morte i passanti: nelle patologia urbana le pretese della tenebrosa regina risorta di rientrare in possesso del trono vacante vengono beffardamente deluse, a spodestarla è stata l’anarchia irragionevole della cronaca quotidiana che le ha sottratto proditoriamente materiale e stile di vita.
Del resto storie coerenti e psicologie complesse non hanno mai nutrito la vena deformante del regista, giacché un universo onirico autogeneratosi dai suoi stessi incubi non necessita di personalità logica: gli occhi dell’assassino che ti scrutano dallo specchio nella rientranza del corridoio( Profondo rosso) non vogliono né un’identità né un perché. Però il sacco di Roma è trauma ormai superato da secoli e per dargli concretezza sullo schermo occorreva l’occhio catturante/trasfigurante di cui il cineasta non è dotato: un’umanità in miniatura di creature, persone, scimmie e gattini, malevoli o benevoli, popola i suoi lungometraggi, muovendosi in un territorio abbandonato di frontiera, ne La terza madre, chiamata per improvvido caso dall’esilio con la sovrana in tunica rossa, schiamazza nella metropoli delle “notti bianche” e a seppellirla basta una fragorosa risata.
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COSI COMINCIA: Siamo nelle Roma dei giorni nostri.
TITOLO: Il titolo più diretto e meno evocativo rispetto a Suspiria (1976) ed Inferno( 1979), i primi due capitoli della trilogia dedicata alla triade infernale, sottolinea il ritorno di Dario Argento, dopo anni di silenzio, alla tematica esoterica: la terza madre inoltre dovrebbe rappresentare il vertice del triangolo, il culmine della minaccia, superando la quale solamente si può realizzare il definitivo trionfo del bene.
CUORE: le panoramiche su Roma indemoniata.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi rimpiange i film dell’orrore del tempo che fu
STELLE:** versione dark delle notti bianche romane. Se non vi infastidisce il frastuono e il grand-guignol un giretto potete anche farcelo: niente di memorabile, ma, per lo meno, non ci si annoia.
VOTO: 4/5
SCHEDA: Durata 98 ITALIA 2006 Produzione CLAUDIO E DARIO ARGENTO, GIULIA MARLETTA E KIRK D'AMICO PER OPERA FILM, MEDUSA FILM Distribuzione MEDUSA (2007) Data uscita 31-10-2007 Durata 1h e
Dalle tenebre infernali affiora la maschera sanguinolenta del male che intrappola e risucchia nell’oscurità, cancellandone l’identità, la giovane donna al centro del poster: il demonico, come da tradizione, si identifica in un volto femmineo, seducente e, appena nato o risorto, porta con sé le impronte del mondo sotterraneo e caoticamente violento da dove trae la sua origine. La ragazza terrorizzata socchiude le labbra, spalanca gli occhi, implora forse soccorso contro il reticolato allucinante che l’avvolge soffocandola: intorno a lei vuoto e silenzio; dovrà trovare in se stessa la forza per liberare l’umanità dalla minaccia.
Il duello iniziale di Sleuth si svolge fra un’utilitaria e una elegante berlina Mercedes parcheggiate davanti alla porta di una lussuosa villa della campagna inglese: le vediamo inquadrate dall’alto fronteggiarsi, di chiaro vestite, come cavalieri medievali prima del torneo e la sfida assume il sapore di una prometeica lotta di classe fra poveri e ricchi. In realtà è solo il primo dei tanti specchietti per le allodole con il quali Branagh, firma la sua stilizzata rielaborazione del “giallo da camera” anni
Il lungometraggio in effetti proietta lo spettatore in un labirinto avveniristico e claustrofobico dove l’uomo rivive i conflitti eterni deprivato però del tradizionale oggetto del contendere: il povero e il ricco, l’emarginato e il potente, il vecchio e il giovane, il bello e brutto, l’intellettuale/esteta raffinato e il fusto rozzo, il ribelle e l’integrato si incarnano nei due attori protagonisti, il miliardario autore di bestseller e il parrucchiere gigolo, ma la contesa, psicologica e verbale, sfuma gradualmente in un gioco inconcludente, dove si spara a salve, si seduce e si è sedotti, si recita a soggetto e senza, si muore infine e poi si rinasce mutati non fa differenza se per finta o per davvero, visto che nessuno ha mai chiuso e chiuderà mai il sipario.
Sleuth poggiando sulle spalle vigorose di Michael Caine e di Jude Law lascia intravedere quanto sadismo e masochismo innati contaminino, rendendoli perversi, i rapporti interpersonali e le stanza in penombra del castello incantato diventano un habitat estraniante, paesaggio similare alle allegorie vuote di Becket o Jonesco, uno strumento di tortura, una macchina infernale, dove il corpo esercita una violenza seducente sull’anima e l’anima per vendicarsi tesse i suoi intrighi e il finale della partita resta aperto.
Dietro il quinte si nasconde misteriosamente il burattinaio manovratore: sculture filiformi, sorta di esseri umani scarnificati e aggrovigliati, assistono, imperturbabili testimoni, alla schermaglia ed evocano la presenza dell’artista ( per arredare la casa Branagh si è avvalso del noto designer Arad e delle opere di due autori britannici contemporanei, Gormley e Hume), la donna/divinità sconosciuta ed invisibile, amante/nemica di entrambi, che ha progettato la casa e l’incontro fra rivali, demiurgo dunque di un’illusione scenica, assurdamente chiusa su se stessa: finalmente Godot arriva e arriva in Ferrari.
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COSI COMINCIA: Il giovane attore di scarso successo Milo Tindle, di origine italiana, va a trovare nella sua dimora di campagna il maturo scrittore di successo Andrei Wyke, nell’intento di convincerlo a concedere il divorzio alla moglie, di cui anche lui è amante innamorato. I due iniziano una civile discussione che si trasforma in un vero e proprio duello
TITOLO: “Sleuth” è un termini popolare inglese che indica l’investigatore: in realtà il film scritto da Harold Pinter, è un giallo “assurdo” in cui i personaggi si scambiano spesso i ruoli e il cui senso compiuto resta nell’ombra.
CUORE: Il cuore del film è la scultura che raffigura una specie di essere umano intrappolato in fili che gli si attorcigliano attorno, allusione al significato enigmatico della vicenda
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ha amato il “teatro dell’assurdo”
STELLE: **contaminazione estetizzante fra teatro dell’assurdo e cinema
VOTO: 6-
SCHEDA:
Sleuth GRAN BRETAGNA USA 2007 Produzione KENNETH BRANAGH, SIMON HALFON, BEN JACKSON, JUDE LAW, SIMON MOSELEY, MARION PILOWSKY, TOM STERNBERG PER CASTLE ROCK ENTERTAINMENT, RIFF RAFF FILM PRODUCTIONS Distribuzione SONY PICTURES RELEASING ITALIA Data uscita 09-11-2007 Durata 1h e
Il manifesto è un anticipo del duello psicologico/verbale che vedremo in sala: un ragazzo biondo, con un bel volto maschile, la camicia sessualmente aperta sul torace e un uomo maturo, vestito austeramente, dall’aria arrogante derivatagli probabilmente dal potere o dal denaro si guardano intensamente, maliziosamente come se intendessero sedursi, conquistarsi. La partita si svolge nella penombra in un interno lussuosamente arredato; non ci sono testimoni e l’intimità evocata fa venire in mente una schermaglia erotica fine a se stessa: si nota poi in fondo davanti a una finestra una sorta di ectoplasma/robot filiforme, ma la presenza pare sfumare, perdendo consistenza e importanza. Facile intuire che esso più che l’oggetto della contesa ne è pretesto oppure integrazione. Nel qual caso si tratta di un congegno diabolico, che rende animata la casa e che contribuisce a rendere più complicata la sfida.
Il manifesto non concede nulla né ai colori né all’immaginazione: un individuo tenebroso con un grottesco cilindro, ipostasi di una regalità perversa, domina, presenza totalizzante, uno spazio neutro, sgombro di oggetti e di persone. L’uomo rimanda all’immagine topica del tiranno, ovvero dell’uomo di potere la cui volontà sopraffattrice distrugge tutto ciò che ha attorno. E’ il ritratto scarnificato e desolante della Sicilia e dell’Italia in genere, lo stesso che emerge da opere importanti della tradizione letteraria nazionale quali I promessi sposi o I Vicerè, il poderoso romanzo di De Roberto, a cui Faenza si è ispirato. Il poster rivela chiaramente la prospettiva storico/ politica privilegiata, resta però la curiosità di vedere come il regista sia riuscito a tradurre sullo schermo un libro così sfaccettato dal punto di vista degli intrecci e dei personaggi. .
Nel suo ultimo film, I giorni e le nuvole, Soldini pare cercare le ragioni di fondo della sua visione della vita dolce/amara: gli uomini camminano sotto un cielo plumbeo, oppressi da una società ostile, eppure non rinunciano mai ad amare la bellezza misteriosa delle creature prigioniere di un acquario o a guardare verso l’alto nell’orizzonte nuvolose a cercare spiragli di luce. I rapporti di forza e le condizioni materiali impoveriscono gli individui oppure, emarginandoli e spingendoli alla disperazione, prodigiosamente li arricchiscono: si deve avere la mente sgombra da pregiudizi e obblighi per percepire attorno a noi la presenza di un’altrove a portata di sguardo sorprendentemente vitale ed aderente alle leggi dell’anima. E’ il respirare rassicurante ed eterno del mare sui carruggi di Genova, è la lampadina magica che improvvisamente si accende al passaggio dei miracolati( Agata e la tempesta), sono i libri sparsi ovunque, dati in dono dai genitori ai figli, intravisti in mano al passante anonimo alla fermata del bus, è l’affresco da scrostare con mesi di fatica dal soffitto di una chiesetta nascosta nei vicoli oscuri, i paradisi della natura e dell’arte accessibili a condizione di starsene sdraiati su un pavimento freddo.
In Giorni e nuvole Soldini fa stridere molto più aspramente rispetto alle altre opere la quotidianità nuda e cruda con l’inattesa rivelazione della poesia e dall’urto violento, occasione d’oro per il viso da tragicommedia di Antonio Albanese, scaturisce finalmente la crudeltà della verosimiglianza: la fuga dai doveri in Pane e tulipani o in Agata e la tempesta era un ben accetto regalo del caso e nell’idillio imprevisto era facile sospettare l’ artificio consolatorio, qui l’utopia familista è bruscamente recisa dalla fatica e dal logorio del precariato a cui la coppia di borghesi laureati e benestanti è costretta dal rifiuto del marito e padre di assecondare l’evolversi barbarico del mondo.
Il lungometraggio usa altresì molto tatto nell’indicare le responsabilità e l’orgoglio arrogante della classe intellettuale arroccata ciecamente sulle proprie virtù d’intelligenza e conoscenza, armi spuntate di fronte ai ritmi imposti dal mito della globalizzazione: è la stessa area di sofferenza collettiva analizzata senza dolcificanti affabulatori e assai causticamente da Nanni Moretti ne Il caimano. Soldini però non ha la rabbia satirica del regista di Ecce bombo, e la vena intimista/sentimentale lo porta ad affrontare le questioni da un prospettiva meramente individuale e non di categorie sociali o politiche: esistono imprenditori cinici ed altri spuntano benevoli da uffici/antro ad offrire soste refrigeranti in malinconica condivisione alle afflitte segretarie evase da case carcere, ci sono ristoratori grossier e tuttavia generosi soccorritori del prossimo nonché splendidi mariti di fanciulle dalle ottime letture, muratori sprovveduti e bonari, amici fedigrafi o compartecipi, ma è l’emergenza di portafoglio ed affettiva a consentire la misurazione della differenze e lo scavo della trincea per sottrarre l’angolo personale alla fiumana del progresso, lì ove i sopravvissuti in via di estinzioni anch’essi si commuovono agli angeli dipinti nel tempo che fu.
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COSI COMINCIA: Siamo nella Genova dei giorni nostri. Elsa e Michele,una coppia di borghesi colti e benestanti, con qualche disaccordo con la figlia e il compagno di lei rozzo commerciante, viene catapultata nel baratro della povertà dall’estromissione di lui dalla piccola società di cui era proprietario. Inizia per loro un lungo viaggio nell’inferno del precariato, dove rischiano di smarrire anche il loro saldo rapporto di coppia…
TITOLO: Soldini ama i titolo metereologici come questo, in quanto capaci di sintetizzare la sua visione dolce/amare del mondo: l’uomo per vedere la bellezza del cielo, deve renderlo sgombro dalla nubi che lo riempiono. I suoi film si giocano cosi sul contrasto fra condizioni di vita opprimenti e la scoperta da parte degli individui di aspetti, quali i libri o l’arte, che la rendono luminosa e degna di essere vissuta.
CUORE: Il cuore del film è la sequenza in cui Elsa e Michele straiati sul pavimento della chiesa contemplano l’affresco, inquadrato insistentemente dalla macchina da presa. Diventa qui evidente ciò che in tutto il film compariva sotto forma di lieve accenno, basti pensare al mare o ai pesci nell’acquario.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a precari e nuovi poveri, per convincerli che fino a che c’è vita c’è anche speranza.
STELLE: ****il Soldini migliore
VOTO: 7
SCHEDA:
Origine ITALIA, SVIZZERA 2007 Produzione LIONELLO CERRI PER LUMIÈRE & CO., TIZIANA SOUDANI PER AMKA FILMS PRODUCTIONS, RTSI, CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC, EUROIMAGES Distribuzione WARNER BROS. ITALIA Data uscita 26-10-2007 Genere: Dramma familiare/ sociale Durata: 1h e 56’Specifiche tecniche
Il poster ripartisce equamente lo spazio fra i tre protagonisti della vicenda per mettere in rilievo il legame indissolubile fra loro: un uomo, una donna e Genova, la città industriale dove vivono, caratterizzata dall’orizzonte che faticosamente si rischiara a causa delle nuvole sospinte lì dal vento di mare. I volti della coppia lasciano trasparire uno stato d’animo difficilmente riassumibile: essi sono vittime impotenti del contesto, soffrono, e appaino lontani l’uno dall’altra, eppure conservano la consapevolezza di se stessi, lucidità e fierezza ed entrambi guardano verso destra a un nuovo inizio, a un altrove distante, ma a portata di sguardo. Riporteranno il sole nel loro cielo dopo tanta fatica e il film questo sembra voler raccontare.
Il James Bond afflitto di Matt Damon, l’ agente segreto con licenza di uccidere, ferito nel cuore e nell’onore, si smarrisce nei vicoli fiocamente rischiarati della propria coscienza e, dando voci ai fantasmi, insegue l’innocenza fra i ricordi perduti: il sicario perfetto al servizio dello Stato o dei potenti, nei quali subdolamente esso si incarna, obbedisce agli ordini perinde ac cadaver e morto ambulante in missione ininterrotta, appiccicatosi in testa un codice di riconoscimento anonimo, ha dimenticato nome ed identità.
Il sacrificio di sé ha una ricompensa favolistica nel fornire materiali topici di ispirazione ai romanzi e al cinema, dove l’avvenente milite fedele alla Patria e cosmopolita per vocazione fa il tour dei continenti, prende dimora negli hotel a cinque stelle, guida fuoriserie, viene soccorso da donne bellissime e da congegni mirabolanti e non smarrisce mai il sense of humour; al contrario l’esistenza al grado zero da ramingo braccato dell’asettico Jason Bourne, creazione della penna di Ludlum e protagonista di una serie di film, The Bourne identity, diretto nel 2002 da Doug Liman, The Bourne soupremacy del 2004 e The Bourne ultimatum del 2007 entrambi girati da Paul Greengrass, non ha nell’avventura la concretizzazione di una natura eccezionale di divertito superuomo, elegante tombeur de femme e vincitore di terribili e tecnologicamente evoluti nemici dell’umanità: la regia adrenalinica del regista di United 93 non è funzionale alla consacrazione del mito del campione della legge e dell’ordine a cui è consentito il privilegio di viverne fuori, bensì dà visibilità al senso di panico della fiera innocente e rabbiosa costretta a cercare scampo e vendetta fra le mura di un manicomio a cielo aperto; la terra è pianeta alieno non da salvare ma da cui salvarsi, dominata da un manipolo di sorveglianti invisibili che l’hanno trasformata in una cella gigantesca controllabile sempre e ovunque nella quale non sono concessi angoli appartati e pause di distensione per pensare ed amare liberamente.
Le prodigiose tecnologie hanno mutato la società del terzo millennio in totalitarismi panottici, in cui angoscia e paura hanno sostituito la coscienza: computer e telecamere hanno cancellato distanze e proporzioni, il vicino equivale al lontano, il qui al là, l’interno all’esterno, e l’individuo non ha più bussole per orientarsi. Nella sostanza la vicenda di Jason Bourne è paradigmatica alla stessa stregua di quella degli sfortunati passeggeri del volo di linea dirottato dai terroristi l’11 settembre della precedente pellicola di Greengrass: lo spettatore è catapultato nel bel mezzo dell’azione e nello sbalzo incrociato e frenetico delle prospettive non trova un punto preciso in cui fermarsi a guardare e diventa assieme agli attori del dramma vittima di un meccanismo ingovernabile.
“ Questo non è un articolo di giornale, questa è realtà” dice al giornalista di un importante quotidiano londinese, il protagonista di The Bourne ultimatum, un Matt Damon spigoloso e forzatamente vitale nell’ultima battaglia: ogni uomo lotta per preservare la memoria, ma, se indubbio è il complotto dei dominatori disonesti, a ogni uomo resta il dovere di domandarsi fino a che punto è lui stesso responsabile della spoliazione subita. Il lungometraggio, coerente fino in fondo nel custodire il segreto di Jason Bourne, non consente né assoluzioni né spiegazioni scontate: la punizione del malvagio è prassi, cosi come l’eroismo e l’integrità dei ribelli, tuttavia la resa dei conti conclusiva apre solo ambigui spiragli su un passato irrecuperabile e sul contributo della volontà e la cosa non riguarda solo 007.
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COSI COMINCIA: Jason Bourne, con un passato di agente segreto con licenza di uccidere, privato della memoria, solo dopo la morte violenta della donna amata e braccato dai suoi ex-colleghi, vuole scoprire a tutti i costi la verità su se stesso.
TITOLO: Il titolo rivela che il terzo film dedicato a Jason Bourne è il più importante, quello cioè in cui tutta la vicenda raccontata nelle due pellicole precedenti trova una spiegazione e un senso.
CUORE: Il colloquio finale fra Jason Bourne e l’alto funzionario, principale artefice del trattamento cui è stato sottoposto che ho la privato di memoria e di identità. E ‘ un dialogo tutto giocato sull’ambiguità che non dà un risposta vera, al di là delle apparenze.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai cultori dell’action movie e a chi ha apprezzato United 93
STELLE: *** per i cultori dell’action movie un prodigio di virtuosismi, per gli altri un dolente anti-007 più difficile però da apprezzare.
VOTO: 7
SCHEDA:
The Bourne Ultimatum USA 2007 Produzione UNIVERSAL PICTURES, BOURNE AGAIN, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, LUDLUM ENTERTAINMENT Distribuzione UNIVERSAL Data uscita 01-11-2007 Durata 2 h Genere AZIONE Specifiche tecniche
Il manifesto si incentra sulla doppia immagine di un uomo, il protagonista del film, e fa pensare alla tradizionale tematica dell’impossibilità di trovare un’identità stabile: l’angolo di città con i palazzi stretti gli uni agli altri sullo sfondo in bianco e nero, la pistola in mano, il volto fotografato a distanza ravvicinata, gli occhi di ghiaccio, accentuano l’effetto estraniante e traducono in immagini lo stato d’animo disturbato di chi insegue una qualche ossessione e ne è a sua volta perseguitato.