Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Ratatouille, ennesimo prodigio dei laboratori della Pixar, è l’ultimo elemento di un climax, che mira a fare del cartone animato il più colto dei generi cinematografici. La pellicola, diretta dal Brad Bird che ne Gli incredibili aveva imbrigliato in una normalità antieroica i superuomini e superdonne, celebra il matrimonio fra i piani nobili della letteratura alta e la cucina rustica e plebea degli sguatteri e dei pavimenti infestati dai roditori: Orazio, Hugo, Balzac, Baudelaire, Proust e Roland Barthes si imbrattano con gli intingoli, respirano gli aromi dalle pentole, degustano, allibiscono, si innamorano e si convertono. L’artista scopre sorprendentemente che invitare i borghesi a tavola e sognare insieme a loro la favola d’un mondo riunito a banchetto dove l’unica distinzione è fra chi crea occasioni di piacere e chi ne gode stimola ed appaga sensi ed intelligenza molto più che “scandalizzarli”.
La conversione accidentale schiude orizzonti fantastici, perché scaturisce in nome e nel luogo e nella circostanza più prosaica che si possa immaginare: nel palato depresso dell’arcigno censore-vampiro, il critico gastronomico Anton Ego, lo stufato di verdure,
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COSI COMINCIA: Remy è un ratto dotato di particolare talento per l’arte culinaria. Costituisce l’occasione della sua vita l’incontro con lo sguattero Linguini che lo introduce nella cucina di uno dei più celebri ristoranti parigini, proprio l’ex regno del grandissimo chef, Auguste Gusteau, idolo del topo.
TITOLO: La parola ratatouille colpisce, stimola l’udito e traduce in suoni la magia visiva della pellicola: un semplice stufato di verdura cucinato da un topo di fogna suscita le stesse emozioni di una pagina di Proust.
CUORE: la riscrittura della celebre pagina proustiana sulla “maddaleine”, quando il critico Ego mangia la ratatouille, ricorda la sua infanzia, e torna a vivere.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: a tutti e soprattutto a chi non ha idea di cosa sia oggi un cartone animato.
STELLE: ****inevitabile associarsi al coro
VOTO/BILANCIO: 9
SCHEDA:
Durata 110
USA 2007 Produzione PIXAR ANIMATION STUDIOS, WALT DISNEY PICTURES
Distribuzione BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA Data uscita 17-10-2007
Durata 1 h e
Genere ANIMAZIONE, COMMEDIA, FAMILY
Tratto da racconto di Brad Bird, Jim Capobianco e Jan Pinkava
Regia
Brad Bird Soggetto Brad Bird (racconto) Jim Capobianco (racconto) Jan Pinkava (racconto) Emily Cook (materiale aggiuntivo) Kathy Greenberg (materiale aggiuntivo)
Sceneggiatura Brad Bird
Fotografia Robert Anderson (III) Sharon Calahan
Musiche Michael Giacchino
Montaggio Darren T. Holmes (Darren Holmes)
Scenografia Harley Jessup
Effetti Benjamin Andersen
Francis Ford Coppola rompendo un silenzio decennale torna sugli schemi con l’astruso Un’altra giovinezza, tratto da un romanzo dello studioso di storia delle religioni Mircea Eliade, scritto nel 1976 e pubblicato da Gallimard nel 1980, e avverte lo spettatore: “ E’ un film che va visto due, tre volte prima di capirlo ed amarlo. Non faccio Shrek, ho bisogno di tempo”. Legittimo dunque supporre, viste la presenza di riferimenti eruditi che la pellicola necessiti di una sosta di riserva ad ogni sequenza, e che la densità dei contenuti richieda una eccezionale fermentazione, alla stregua di un trattato filosofico i cui paragrafi vanno centellinati con concentrazione assoluta. Tuttavia, ed è la prima impressione, innegabile, nella lettura coppoliana dell’opera del saggista rumeno vi sono la generosità di un entusiasmo neofita ed epidermico e lo scarso autocontrollo dell’innamorato felice, cosicché anni di rigorose ricerche empiriche agli occhi del pubblico medio corrono il rischio di confondersi in certa paccottiglia orientaleggiante da cartomanti blateranti di reincarnazioni e metempsicosi.
In realtà i libri di Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Il sacro e il profano, Storia delle credenze e delle idee religiose costituiscono una tappa fondamentale nell’ambito delle religioni primitive: essi si ispirano al pensiero dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung( 1875-1961), il quale formulò il concetto di “archetipo”, identificandolo con le immagini appartenenti al patrimonio comune dell’umanità, risultato di esperienze ricorrenti, quali la nascita, la morte, la fuga dal pericolo, e componenti l’”inconscio” concepito come “una poderosa massa ereditaria spirituale che rinasce in ogni struttura individuale”. E una delle tante teorie nobili scaturenti dall’ossessione diffusa durante la cosiddetta “crisi della cultura” nell’Europa colta della prima metà del
La speranza di approdare a certezze conoscitive è vana , la bellezza perennemente giovane è parvenza inconsistente si frantuma con lo specchio che la contiene, ma l’uomo nasce e muore per essere immortalato nell’ultimo fotogramma da tesaurizzare: un volto decrepito, un corpo adagiato sulla neve, una rosa rossa tenuta stretta nella mani del cadavere, memoria di passione e sangue….e in sottofondo un disco incantato e una voce sommessa che ripete all’infinto una nenia:” C’era una volta una farfalla che sognava di essere un re, che sognava di essere una farfalla, che sognava di essere un re…”…
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COSI COMINCIA: Nella Romania del 1938, mentre sta per scoppiare la seconda Guerra Mondiale, il professore Dominic Matei, settantenne docente di linguistica, depresso e sul punto di togliersi la vita, viene colpito davanti alla stazione di Bucarest da un fulmine e la scarica elettrica miracolosamente lo fa ringiovanire….
TITOLO: Il titolo Youth Without Youth si riferisce alla condizione del miracolato del protagonista giovane e vecchio nello stesso tempo.
CUORE: Dominic tornato nel suo vecchio bar incontra gli amici invecchiati e tenta di raccontare loro la favola della farfalla che sognava di diventare re che sognava di diventare una farfalla, ma la sua memoria svanisce.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: ai glottologi appassionati
STELLE: ***film controverso. Il regista dice che per capirlo ed amarlo non basta vederlo una volta sola. Comunque, nonostante le perplessità, ha un certo fascino.
VOTO/BILANCIO: 6.50
SCHEDA:
Youth Without Youth USA 2007 Produzione FRANCIS FORD COPPOLA PER AMERICAN ZOETROPE Distribuzione BIM Data uscita 26-10-2007
Durata 2 h e
Genere: DRAMMA METAFISICO
Tratto da romanzo "Un'altra giovinezza" di Mircea Eliade (ed. Rizzoli)
Regia Francis Ford Coppola
Attori
Tim Roth Dominic Matei
Alexandra Maria Lara Veronica/Laura
Bruno Ganz Professor Stanciulescu
André Hennicke (André M. Hennicke) Josef Rudolph
Marcel Iures Professor Giuseppe Tucci
Adrian Pintea Pandit
Alexandra Pirici La donna della Stanza 6
Zoltan Butuc Dottor Chirila
Adriana Titieni Anetta
Mirela Oprisor Craita
Hodorog Anton Mihail Doru, la guardia
Gelu Nitu Poliziotto
Dan Sandulescu Nicodim
Alexandru Repan Dottor Chavannes
Mihai Niculescu Vaian
Fabio Scialpi Blasi
Florin Piersic Jr. Dottor Gavrila
Mircea Albulescu Davidoglu
Roxana Guttman Gertrude
Cristian Balint Grenzschutz
Theodor Danetti Dottor Neculache
Matt Damon (non accreditato)
Soggetto Mircea Eliade
Sceneggiatura
Francis Ford Coppola Fotografia Mihai Malaimare Jr.
Musiche Osvaldo Golijov
Montaggio Walter Murch
Scenografia Calin Papura
Arredamento Adi Popa
Costumi Gloria Papura
Un uomo con il capello visto di spalle cammina in una via urbana buia; l’oscurità è però contrastata dai bagliori che sembrano emanare dal volto di donna raffigurato in alto, al posto dell’orizzonte: i tratti di lei sono nitidamente visibili e riconoscibili, eppure increspati, disturbati, come se fossero sul punto di svanire e di essere cancellati; fanno venire in mente versi di Montale sui visi che lottano per affiorare alla memoria e per non essere sommersi dal nulla dell’oblio( “Ti libero la fronte dai ghiaccioli/ che raccogliesti traversando l’alta/ nebulosa: hai le penne lacerate,/ dai cicloni…). Il poster pare dunque alludere simbolicamente al percorso che ogni uomo compie attraverso il tempo: egli procede volto all’indietro, ossessionato da un passato irrecuperabile, costantemente in bilico fra realtà e immaginazione. E’ il senso ultimo ricavabile dal romanzo filosofico “Un’altra giovinezza” del 1976 di Mircea Eliade, storico delle religione, da cui Coppola ha tratto il suo film.
Un romanzo di grande successo dello scrittore statunitense Cormac McCarthy, La strada vincitore del Premio Pulitzer 2007, narra del viaggio in direzione dell’Oceano di un uomo e suo figlio attraverso i resti di un mondo ridotto a cenere da una futura apocalisse nucleare ed esprime in una sorta di lirismo scarnificato la sensazione diffusa di essere giunti al punto di non ritorno nella Storia della civiltà occidentale e nello stesso tempo l’urgenza di salvare dal naufragio e consegnarlo alle generazioni successive ciò che riuscirà a sopravvivere di una tradizione secolare di valori e di scoperte rigeneranti e salvifiche.
Il bel libro dell’autore di Non è un paese per vecchi( portato peraltro sugli schermi da Joel ed Ethan Coen) viene in mente se si confrontano Quel treno per Yuma del 1957 di Delmer Daves, una pietra miliare del western, e l’attuale suggestivo remake di James Mangold: la poetica del postmoderno si concretizza spesso in operazioni analoghe di natura meramente estetica, ma qui le macroscopiche variazioni rispetto al modello denunciano come alle radici della tentata resurrezione di un genere considerato anacronistico e dei suoi frutti più felici si celi l’inconfessabile istanza da parte di artisti e di intellettuali di dotarsi di strumenti più precisi per prendere le misure di una realtà contemporanea sempre più elusiva ed angosciosa. Se l’umanità è arrivata al capolinea, quella migliore metafora per raccontarla dei territori riarsi dei pionieri, della jungla senza legge e senza Dio, delle sfide dei superstiti per durare un attimo in più dell’avversario?
Mangold di fatto scombina l’universo scarnificato di Daves, ne intinge la severa linearità cromatica in un kitsch frastornante, ne sconvolge la pacata dilatazione temporale in una cronometria adrenalinica e infine il barocchismo della forma infetta la solidità epica dei personaggi contaminando il guerriero barbaro Achille con il pio Enea: se il rispetto dell’ordine non discrimina i buoni dai cattivi e il diritto lo stabiliscono torturatori e ricchi razziatori di campi altrui, l’ eroismo è avere gambe zoppicanti, è il “non essere uomini di una nota sola” e l’intesa cavalleresca fra duellanti, a parole, spiritualmente affini nasce sull’eredità ideale da lasciare all’adolescente, il quattordicenne William, figlio di Dan. E’ lo sguardo vergine ed inflessibile del ragazzo il tribunale davanti al quale esibiscono le loro arringhe il feroce bandito e il contadino umiliato, in attesa entrambi di riabilitazioni improbabili: la sentenza irrevocabile da lui emessa sarà la strada intrapresa dall’umanità del giorno dopo e il fucile e
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COSI COMINCIA: Siamo nell’Arizona di fine ‘800. Bne Wade, capo di una banda di spietati rapinatori, viene catturato e deve essere tradotto al forte di Yuma per essere processato e condannato. Ad assumersi il pericoloso incarico di portarlo fino al treno che dovrà portare il criminale a destinazione è Dan Evans, un veterano della Guerra Civile , che vede nell’impresa l’occasione per liberarsi dei debiti che se non saldati lo costringeranno a vendere la fattoria con la quale mantiene la famiglia.
TITOLO: Il titolo con la perentoria indicazione dell’ora e del luogo, ripreso pari pari dal film del
CUORE: Il duello soprattutto verbale fra Wade e Evans, interretto e ripreso di continuo.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi auspica un ritorno in grande stile del western
STELLE: **** suggestiva resurrezione di un vecchio classico.
VOTO/BILANCIO: 7
SCHEDA:
3:10 to Yuma USA 2007 Produzione RELATIVITY MEDIA, TREE LINE FILMS
Distribuzione MEDUSA Data uscita 19-10-2007
Durata 117
Genere WESTERN
Specifiche tecniche
Tratto da racconto "3:10 to Yuma" di Elmore Leonard
Regia James Mangold
Attori
Russell Crowe Ben Wade
Christian Bale Dan Evans
Ben Foster Charlie Prince
Peter Fonda Byron McElroy
Vinessa Shaw Emmy Nelson
Alan Tudyk Doc Potter
Gretchen Mol Alice Evans
Kevin Durand Tucker
Luce Rains Marshall Weathers
Lennie Loftin Glen Hollander
Johnny Whitworth Tommy Darden
Shawn Howell Jackson
Luke Wilson Zeke
Forrest Fyre Walter Boles
Sean Hennigan Marshall Will Doane
Ramon Frank Kinter
Christopher
Arron Shiver Bill Moons
Jason Rodriguez Tighe
Brian Duffy Sutherland
Pat Ricotti Jorgensen
Benjamin Petry Mark Evans
Chris Browning
Girard Swan Harvey Pell
Soggetto Elmore Leonard (racconto)
Sceneggiatura Halsted Welles Michael Brandt Derek Haas
Fotografia Phedon Papamichael
Musiche Marco Beltrami
Montaggio Michael McCusker
Scenografia Andrew Menzies Costumi Arianne Phillips Effetti Mark Dornfeld Robert Stromberg
C’è un modo per poter studiare la realtà e poi raccontarla? Nell’ultimo film di Carlo Mazzacurati, La giusta distanza, ambientato in un algido Polesine più allegorico che vero, il direttore di un giornale di provincia lo spiega senza usare troppe perifrasi al giovane dilettante: le cose vanno guardate dalla giusta distanza, né troppo da vicino né troppo da lontano, bisogna rimanere nell’ombra dell’anonimato, non farsi riconoscere affinché la gente senza saperlo si sveli per quella che è. E in effetti al fine di darci gli strumenti per conoscere il precipizio-Paese nel quale oggi siamo, scrittori e cineasti, dovrebbero adottare questa regola aurea: farcelo osservare di scorcio, portarci fuori dai confini assieme al loro obiettivo per mettere a fuoco da una prospettiva estraniante l’oggetto d’osservazione. Allora forse davanti a noi si materializzerebbe il malessere che serpeggia nell’Italia mediatica dei tonni gigante, dei SUV ingombranti, del benessere barbarico e del precariato colto, degli immigrati integrati a metà, dei docenti di scuola impazziti, della moda enogastronomica, dei massacri feroci di giovani donne indifese perpetrati da bravi ragazzi insospettabili e delle impunità garantita dalla leggi promulgate apposta per gli azzeccagarbugli: il morbo è diffuso ovunque, ha nomi diversi a seconda dei luoghi e delle circostanze, ma il più allarmante dei sintomi, quando un intera Nazione ne è infetta, è la diffusione di un analfabetismo di ritorno collettivo, ovvero la dimenticanza e l’abbandono graduali di una lingua e di una produzione intellettuale atte a restituire concretezza e verità agli individui e alle loro esistenze.
La pellicola di Mazzacurati diagnostica così il male di cui essa stessa e il cinema italiano in genere soffrono: l’impossibilità di uscire dalle secche dei luoghi comuni più o meno rimasticati, il regionalismo macchiettistico, il riferimento infecondo ed obbligato a una tradizione filmica e ai suoi generi classici che non trova più nel dibattito sociale e culturale linfa corroborante. Ne La giusta distanza l’isolamento, le case sperdute nella campagna, la nebbia, la strada stretta lungo i margini del fiume, le citazioni di Olmi e di Fellini, sono i correlativi oggettivi dell’afasia e del torpore di una comunità senza più parole per descriversi: ecco perché un noir a tensione dimezzata, un delitto procrastinato e un indagine posticcia da fiction televisiva di scarsa qualità.
Il collante della vicenda è piuttosto la maturazione dell’adolescente Giovanni da cronista/scribacchino in giornalista professionista convinto del valore di un mestiere, di cui ha riscoperto sulla sua pelle le radici nell’etica illuministica: a caratterizzare il talento autentico non è l’algida obiettività, al contrario essa viene dopo la passione per la giustizia e il dovere di contribuire a raddrizzare i torti. Il difficile e contraddittorio apprendistato del giovane, di cui purtroppo il lungometraggio spesso abbandona le tracce per incespicare nella love story e nel ritratto d’ambiente, si attua attraverso un’educazione sentimentale impervia: Hassan e Marta si innamorano, hanno momenti di tenerezza e distacco, ma nessuno ha a disposizione tredici vite e quindi sono costretti a lasciarsi; infatuato di lei, Giovanni la spia, si insinua, testimone silenzioso, fra i due amanti, imparando che dietro ogni storia ci sono sentimenti e ragioni, vittime e colpevoli e sviscerando con l’esperienza l’ ambiguità del precetto impartitogli dal maturo mentore.
Amore e pietà consentono la distanza “giusta” dalle cose: Giovanni va ad ammirare la compagna di scuola campionessa d’atletica, la contempla in un momento di pausa o di stanchezza e lì sono i confini per uscire dal Paese dei tonni gigante.
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COSI COMINCIA: In un paesino alle foci del Po Hassan, un meccanico tunisino perfettamente integrato nella comunità e Mara, insegnante elementare supplente in procinto di partire per il Brasile, sono amanti. Fra loro svolge il ruolo del terzo incomodo Giovanni, diciottenne e aspirante giornalista…
TITOLO: Il titolo riassume il motivo portante della pellicola. La regola della giusta distanza da tenere per osservare la realtà è però ambigua, non cosi facilmente interpretabile e applicabile. Eppure introiettarla, comprenderne appieno il senso è quello che farà il vero protagonista del film, Giovanni, un giornalista di talento, capace di restituire giustizia e verità in un Paese in cui esse sembrano latitare.
CUORE: Il colloquio fra Giovanni e il suo mentore al bar, nel quale il maturo giornalista spiega al dilettante che non ha voluto fotografare la sua maestra impazzita la regola della giusta distanza da tenere per descrivere la realtà.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi cerca una diagnosi sul cinema italiano contemporaneo e sulla sua capacità di essere riflesso della società
STELLE: ***il noir non coinvolge, però guardiamo dai confini l’Italia dei tonni gigante.
VOTO/BILANCIO: 6+
SCHEDA:
Durata 110 ITALIA 2007 Produzione FANDANGO, RAI CINEMA
Distribuzione 01 DISTRIBUTION Data uscita 20-10-2007
Durato 1h e
Genere DRAMMATICO
Specifiche tecniche
Regia Carlo Mazzacurati
Attori
Giovanni Capovilla Giovanni
Ahmed Hafiene Hassan
Valentina Lodovini Mara
Giuseppe Battiston Amos
Roberto Abbiati Bolla
Natalino Balasso Franco
Stefano Scandaletto Guido
Mirko Artuso Frusta
Fabrizio Bentivoglio Bencivenga
Marian Rocco Eva
Fadila Belkleba Jamila
Dario Cantarelli Tiresia
Raffaella Cabia Fiorin Zia Giacinta
Roberto Citran Padre di Giovanni
Sceneggiatura Carlo Mazzacurati Doriana Leondeff Marco Pettenello Claudio Piersanti
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Paolo Cottignola
Scenografia Giancarlo Basili
Costumi Francesca Sartori
Il poster è onomatopeico, nel senso che l’azione dei coltelli affilati produce il suono “ratatouille”. La parola è per di più ossimorica: dura e dolce nel contempo e anche il manifesto gioca sul contrasto fra il candore luccicante dell’ambiente e l’animaletto grigio, il topo, la creatura disgustosa per antonomasia.
Nel poster colpisce la rinuncia al colore: il silenzio cromatico fa assomigliare il quadro a un fumetto o una vecchia stampa e conferisce all’immagine un alone di arcaicità, denunciando l’intento della pellicola, remake del celebre omonimo film del 1957 diretto da Delmer Daves, di recuperare il rigore sobrio di un genere classico, il western, di cui Quel treno per Yuma, ambientato in una stanza in un severo bianco e nero, costituisce una pietra miliare e un punto di svolta.
La presenza del treno fumante in arrivo, i due uomini, e la decolorazione hanno il valore quindi di una citazione, ma nello stesso tempo sono un esplicito richiamo alle situazioni caratteristiche dei “pistoleri” più evoluti: i due cowboy, probabilmente il fuorilegge e il tutore dell’ordine, il cacciatore e il cacciato, il fucile e il revolver, l’ombra sul volto della tesa del cappello, lo sguardo orgoglioso di sfida, e infine l’orologio che cronometra l’attesa dell’evento drammatico.
Un volto di donna dagli occhi dolci e tristi, un albero rinsecchito, una figura nera misteriosa in piedi alle spalle, una radura avvolta da una foschia giallastra illividente in una tenebra inquietante, un algido Nord, uno spazio caratterizzato non realisticamente azioni. ma simbolicamente, una sorta di selva dantesca “oscura”: è il tetro regno del delitto e del male e chi vi entra per errore è destinato a esserne vittima. Il poster sembra dunque preannunciare un noir classico in cui le atmosfere determinano le azioni
In Hairspray, seconda trasposizione sullo schermo dopo quella del 1988 ad opera dell’irriverente Waters di Lacca per capelli musical di Meehan e O’Donnel, la tradizionale ripartizione fiabesca fra buoni/simpatici e cattivi/antipatici, a essere sinceri, lascia qualche dubbio, soprattutto quando si sente il bambolotto idolo delle teen-ager, Zac Efron, e l’amico discutere a proposito dell’assassinio di Cesare su come sia possibile che il mese di Marzo abbia delle idee: analogamente l’ amata, la paffuta Tracy, confessa di aver sempre dormito durante le ore di Storia a scuola e il gruppo di ragazzi di colore, sospesi con tanto di nota dalle lezioni e occupato tutto il dì in frenetiche danze in un’aula appartata del liceo, di buoni libri non pare averne letti neppure uno. Se nelle teste dei volteggianti teen ager del “Corny Collin Show” echeggiano esclusivamente ritmi e motivetti facili e il tirannicidio di Bruto e Cassio ispirato al desiderio di rivendicare la libertà non desta il minimo interesse, di che si nutre in loro la coscienza critica e la volontà di cambiamenti? Non assomigliano forse un po’ troppo nell’evidente ignoranza e nella spontaneità artificiosa agli aspiranti famosi e alle agresti “pupe” delle fortunate trasmissioni di oggi? In realtà il confronto è fuorviante: la consonanza di aspirazioni è evidente, eppure il coro ballerino di Hairspray è un archetipo, solo potenzialmente modello omologante, e la pellicola raffigura l’esaltazione di una scoperta, l’entusiasmo di un inizio e la gioia di una conquista sofferta: a veicolare le rivoluzione culturali contribuiscono del resto più le mode e i mutamenti nel gusto che non le sofisticate analisi degli intellettuali.
La panoramica iniziale sulla Baltimora degli anni
In effetti le numerose inquadrature d’insieme dei numeri danzanti in radio o altrove non sono particolarmente accondiscendenti nei confronti delle grazie motorie dell’eroina: la principale qualità è piuttosto l’incrollabile fiducia in se stessa e l’ essere specchio di un popolo orgoglioso persino delle proprie malettie. Ricordate per caso Super Size me?
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COSI’ COMINCIA: Siamo a Baltimora nel 1962. Tracy è un adolescente obesa, ma sa ballare magnificamente, e sogna di poter prendere parte al “Corny Collins Show”, il programma adorata dalla gioventù della città. A causa dell’abbandono di una delle star della trasmissione, la produzione cerca un volto nuovo e Tracy si presenta e nonostante l’ostilità della più bella dello show, Amber, e dell’ambiziosa madre, riesce a diventare la reginetta dello spettacolo e a far sì che anche i neri possano parteciparvi assime ai bianchi…
TITOLO: “Lacca per capelli” è il titolo del musical di Meehan e O’ Donnell trasposto già sullo schermo nel 1988 da Waters e ora da Shankman: si tratta della sfida simbolica a cui audacemente decide di partecipare l’eroina del film, che non arrendendosi alle apparenze e alla convenzioni cambia il mondo.
CUORE: Il cuore del film è la sequenza iniziale in cui Tracy passeggia inneggiando a un Baltimora sul punto di essere liberata…
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi si è depresso vedendo Super Size me: le cose si possono sempre considerare da punti di vista opposti, no?
STELLE:***favola musicata e colorata godibile con un Travolta magna mater…certo che se non vi aggrada il genere
VOTO BILANCIO:6
VOTO/BILANCIO:
SCHEDA:
Hairspray USA 2007 Produzione GABRIEL SIMON PRODUCTION SERVICES, STORYLINE ENTERTAINMENT, NEW LINE CINEMA Distribuzione MOVIEMAX Data uscita 28-09-2007
Durata 1h e 57’
Genere MUSICALE
Specifiche tecniche HD
Tratto da musical omonimo di Thomas Meehan e Mark O'Donnell
Regia Adam Shankman
Attori
John Travolta Edna Turnblad
Nikki Blonsky Tracy Turnblad
Amanda Bynes Penny Pingleton
Christopher Walken Wilbur Turnblad
Zac Efron Link Larkin
Elijah Kelley Seaweed J. Stubbs
Queen Latifah Motormouth Maybelle
Michelle Pfeiffer Velma von Tussle
Brittany Snow Amber von Tussel
James Marsden Corny Collins
Allison Janney Prudy Pingleton
Jesse Weafer IQ
Soggetto Mark O'Donnell (musical) Thomas Meehan (musical)
Sceneggiatura Mark O'Donnell Thomas Meehan Leslie Dixon
Fotografia Bojan Bazelli
Musiche Marc Shaiman
Montaggio Michael Tronick
Scenografia David Gropman
Arredamento Gordon Sim Costumi Rita Ryack Effetti R!Ot Pictures Pacific Title Alterian Inc.
I due innamorati protagonisti della favola raccontata da Stardust vengono a conoscere il sentimento che li lega, quando lui sta chiuso in una gabbietta, mutato in topolino dalla carceriera della madre, e lei, stella cadente, è ormai una bionda ed eterea fanciulla, che ha conservato della natura originaria solamente la luminescenza abbagliante e in un’ esistenza secolare in mezzo ai pianeti, ha imparato che nella Storia dell’uomo le apparenze sono inconciliabili con le verità dell’anima e che i corpi costretti dal tempo o dal ruolo ad assestarsi nella tirannia di un aspetto sono soggetti alla forza scatenante di passioni e desideri ribelli. La saggezza malinconica della cometa costretta a confrontarsi con il miserevole mondo umano e a rimpiangere la bellezza incontaminata del cosmo è il cuore palpitante del bel romanzo di Neil Gaiman, da cui Matthew Vaughn, il regista di The pusher, ha tratto un divertente fantasy conciliante e niente affatto pessimista: nella pellicola infatti la classica avventura del giovane inconsapevole principe, collocata in una pittoresca Inghilterra rurale di fine ‘800, alla conquista del trono e della principessa in incognita rispetta molti dei luoghi comuni e lo spirito sbrigativamente giustizialista del genere, concedendo ai buoni felicità e contentezza e punendo i malvagi con la soppressione o con la sconfitta congiunta all’invidia e al livore inestinguibili.
Waughn ha preferito in realtà offrire alla spettatore del libro una rilettura sostanzialmente fedele ma speculare: l’universo è un gioco di forme e svela continue sorprese agli audaci che spiccano il salto nella frattura del muro proteggente la comunità e le sue regole, e le peripezie a cavallo di una candela nella valle magica fra locande incantate e torri gigante e la missione esplorativa fra i mutanti meritano la favolosa ricompensa del matrimonio con la donna/astro.
La stella, sposa prigioniera nel reame, rimpiange forse la purezza del cielo, ma si realizza imbrattandosi nelle impurità fangose della terra: qui le luci del teatro non sono mai spente, il palcoscenico è costantemente affollato e i personaggi, sfilando in passerella, cambiano ininterrottamente pose e fisionomie. Shakespeare, il nome di un mostro sacro della letteratura, pronunciato con enfasi su una nave pirata fa rabbrividire di paura e all’inverso l’attore che lo interpreta, noto gangster sulla scena, un metamorfico Robert De Niro, è un vezzoso travestito, tutto piume e mossette, spumeggiante ballerino di can can; gli scettri grondano di sangue e si perpetrano per l’impero fatato racchiuso in un rubino stragi tra consanguinei, eppure la famiglia orrendamente massacrata non se ne va lasciando dietro di sé rancori e vendette da compiere, ma trascolora lietamente in un corteo di fantasmi seduti in carrozza e la persecuzione è un’ allegra claque per il parente omicida sopravvissuto.
Il caleidoscopio del resto non resta mai uguale a stesso, gli uomini trapassano in capre e le capre in uomini, il macho campione invitto di scherma strizza l’occhiolino al macho bucaniere, e il non integrato, il tragico diverso, Lamia, la strega malvagia, svanisce d’incanto, bandito per sempre: la ricerca della giovinezza eterna è l’unico peccato non riscattabile, giacché la cattiveria scaturita dall’angoscia di invecchiare rappresenta l’infrazione irreparabile di un realistico inferno interiore riservato agli esuli ciechi.
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COSI’ COMINCIA: Siamo nell’Inghilterra di 132 anni fa, in un piccolo villaggio. Il giovane Tristan promette all’innamorata di andare a cercare il luogo dov’è caduta una stella cadente e di regalargliela. Inizia così per lui un avventuroso viaggio, che inizia in un bosco, vicino al paese, popolato da creature magiche e denominato Faerie, nel quale gli umani possono entrare solo una volta ogni nove anni…
TITOLO: Il titolo “Polvere di stelle” è quello del romanzo di Neil Gaiman, da cui il film è tratto ed allude alla prevedibile vicenda favolistica raccontata: tutti, buoni e cattivi, inseguono il cuore della stella caduta sulla terra, in quanto, nel reame incantato, rappresenta il classico simbolo dell’amore e del potere, riservato però a chi se se dimostrerà meritevole, superando determinate prove.
CUORE: Il cuore del film è la dichiarazione d’amore della stella al topolino chiuso in gabbia: l’universo metamorfico dove nulla è mai ciò che sembra è una sorpresa continua
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama abbandonarsi agli incantesimi del fantasy, ma con un pizzico di ironia
STELLE: *** il fantasy, pur concedendo molto ai luoghi comuni del genere, gioca più sull’ambiguità di personaggi metamorfici che su avventure mirabolanti ed effetti speciali e per questo diverte.
VOTO/BILANCIO: 7-
SCHEDA:
GRAN BRETAGNA, USA 2007 Produzione DI BONAVENTURA PICTURES, INGENIOUS FILM PARTNERS, MARV FILMS, PARAMOUNT PICTURES Distribuzione UNIVERSAL Data uscita 12-10-2007
Durata 2h e 8’
Genere FANTASY
Specifiche tecniche PANAVISION, (1:2.35)
Tratto da romanzo omonimo di Neil Gaiman
Regia Matthew Vaughn
Attori
Charlie Cox Tristran
Robert De Niro Capitano Shakespeare
Michelle Pfeiffer Lamia
Claire Danes Yvaine
Sienna Miller Victoria
Jason Flemyng Primus
Rupert Everett Secondus
Peter O'Toole Re di Stormhold
Nathaniel Parker Dunstan Thorne
Ian McKellen Voce narrante V.O.
Henry Cavill Humphrey
Ricky Gervais Ferdy
Kate Magowan Una
Frank Ellis Sig. Monday
Sarah Alexander Empusa
Joanna Scanlan Mormo
Josie Rees Xenia
Mark Strong Septimus
Jake Curran Bernard
Ben Barnes Dunstan Thorne, giovane
Adam Buxton Sextmus
Peter Goodall Figlio di Tristran
Soggetto Neil Gaiman (romanzo)
Sceneggiatura Jane Goldman Matthew Vaughn
Fotografia Ben Davis
Musiche Ilan Eshkeri
Montaggio Jon Harris
Scenografia Gavin Bocquet Arredamento Peter Young Costumi Sammy Sheldon Effetti
Stuart Brisdon Steve Street Sheila Wickens The Senate Visual Effects Limited Gentle Giant Studios Inc. Cinesite (Europe) Ltd. Lip Sync Post Double Negative
Il manifesto riassume le tappe essenziali della storia, che appartenendo in tutta evidenza al genere fantastico, fa perno sulla lotta, destinata al trionfo, delle forze del bene su quelle del male: al centro un alone dorato, la polvere di stelle, racchiude in una sorta di cerchio magico la coppia di innamorati e li protegge dai nemici che, in alto ai lati, rivelano nell’espressione del volto e nella sguardo la loro natura: a destra una donna, probabilmente una strega, seducente e malvagia, a sinistra un uomo duro e crudele, forse un tiranno, con un ‘arma in pugno e dietro di lui una massa furente ed ostile avvolta da una minacciosa oscurità interrotta dai lampi che formano una specie di ragnatela. A soccorrere i due giovani c’è anche una spada, impugnata con fermezza dal ragazzo a difesa dell’amata; essi forse possono contare sull’aiuto al loro fianco di un paladino generoso e di una bizzarra figura, uno gnomo o un elfo, caratterizzata da un enorme capello e dalla pipa.
Il poster allude al film “Grasso è bello” diretto nel 1988 da John Waters, in cui il ruolo principale, quello della madre di Tracy, era interpretato da un travestito, Divine: qui attorno a un irriconoscibile e sgargiante John Travolta-donna ruotano tutti gli altri personaggi e “Haispray” del coreografo Shankman è scopertamente un remake.
Il trionfo di colori vivi e allegri, la camicette a fiori, l’accentuazione del sorriso sui volti comunicano la visione della vita edulcorata propria del musical/commedia: tensioni e differenze si armonizzano esclusivamente nel corpo di ballo e la rivoluzione è meramente estetico/spettacolare. La paffuta e tondeggiata obesità della protagonista non ha potenzialità sovversive di nessun genere: essa è una figura paciosa, una fatina bizzarra e buona, sotto le luci del circo/palcoscenico. Il violetto di cui è rivestita fa pensare a una sessualità morbida, materna, persino buffa, contrapposta al rosso demoniaco delle due donne sexy a lato.
Se il post-moderno Tarantino nel lato A di Grinhouse, Death Proof, tenta di iniettare nell’infermo e senescente cinema contemporaneo il farmaco corroborante dell’entusiasmo e dell’esuberanza bambinesca di quando negli anni 70 nelle scalcagnate sale della provincia statunitense proiettavano in coppia rozzi filmastri entusiasticamente grondanti di sesso alluso, inseguimenti in auto, pugni, corpi maciullati e fantascienza d’accatto, Rodriguez, nel lato B, Planet Terror gioca a dotare il progetto, stiracchiandosi più del necessario, del supporto di un’ideologia passatista e pacifista: l’umanità si è allontanata dallo stato di natura, per salvarla dall’apocalisse incombente, bisogna far squillare il campanello d’allarme scherzando con la guerra fittizia, combattuta da un manipolo di “nostri” scombinati che vanno in battaglia in triciclo con sparasiringhe velenose e gambe-mitragliatrice e scongiurano il pericolo di estinzione della specie.
L’epopea carnevalesca contempla il mondo cosi com’è, pur guardandolo a testa all’ingiù e con i piedi per aria, tuttavia in Planet terror la grottesca deformazione del vero travalica persino il capovolgimento burlesco: la ballerina lap-dancer Cherry, il guidatore di carro attrezzi, il protagonista del trailer “Machete”, lo sceriffo, il duetto di lesbiche, il generale, gli zombie, dottori e infermiere, le femmine in gabbia, si muovono tutti guidati dall’automatismo di chi abita un universo/enciclopedia fatto di stereotipi e figure tipo, da cui sono banditi artici intellettualistici quali individualità e creatività autoriale. Il baccanale splatter contrappone la grassa risata pantagruelica o il moto di disgusto allibito alla presunzione della tradizione cinematografica e letteraria di decodificare la realtà, di decrittarne il senso nascosto e di ricavarne leggi di vita: tragedia e commedia non sono altro che schemi e linguaggi con cui l’uomo tenta di irreggimentare una verità non conoscibile e la cui rappresentazione è sempre inconclusa, trailer perenne di un film inesistente.
Il cinema di Tarantino/Rodriguez eleva l’agnosticismo amorale a etica, l’unica legittima sullo schermo, e non ha altra filosofia al di fuori di se stesso: lo spauracchio Bin Laden, la paura delle armi chimiche, la rivincita dei pitocchi e il matriarcato in riva al mare sulle rovine Maya non esprimono un futuro di morte o la speranza di una rinascita, sono icone pure, segni che, alternandosi, plasmano la percezione delle realtà della gente comune e l’immaginario mediatico. Tanto è vero che il pianeta del terrore sta dovunque e da nessuno parte e non c’è neppure un quando: in una cittadina del Texas strani malati iniziano ad affollare l’ospedale, ma stiamo forse vedendo, alterati da qualche bicchiere di troppo, l’ennesima puntata di Grey’s Anatomy e il dottore “sickos” è il dottor House…
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COSI’ COMINCIA: In una cittadina del Texas iniziano ad arrivare persone infettate da uno strano virus che rende le orbite dei loro occhi vuote e riempie di piaghe i loro corpi. Il morbo li ha trasformati in “sickos”, zombie assettati di carne umana che minacciano la sopravvivenza del pianeta. Sulla loro strada incontrano però Cherry, una ballerina di lap-dance, e il suo ex, Wray: i due combattono assieme a un manipolo di sani, lei con un fucile come protesi dopo che la gamba le è stata amputata, lui guidando un carro attrezzi sgangherato.
TITOLO: Il grind del titolo era il taglio dei protezionisti che negli anni 70 negli Stati Uniti per proiettare nella sale d’infimo livello pellicole in copia, sforbiciavano e tagliavano: dunque il doppio film era più un prodotto artigianale, che l’opera di un autore. Planet terror è la seconda parte del progetto firmato Tarantino/Rodriguez di riportare in vita lo spirito gioiosamente goliardico di tali sottoprodotti: il pianeta terra si trasforma nel regno incontrollabile di una carnevalesca apocalisse…
CUORE: Il cuore della pellicola è l’accumulo di oggetti e di figure tipo: una gerarchia al loro interno rivelerebbe la scelta di un autore che qui volutamente latita.
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi ha visto Death proof e agli appassionati dello splatter
STELLE: ***animato da una solida cultura e da una poetica coerente, ma sembra non finire mai, soprattutto se non amate il genere
VOTO/BILANCIO: 6/7
SCHEDA:
Origine USA 2007 Produzione DIMENSION FILMS, A BAND APART, RODRIGUEZ INTERNATIONAL PICTURES, EYETRONICS USA, TROUBLEMAKER STUDIOS, THE WEINSTEIN COMPANY Distribuzione MEDUSA Data uscita 28-09-2007
Genere ZOMBIE MOVIE
Durata: 1h e
Specifiche tecniche ARRIFLEX CAMERAS-COOK S4 LENS, PANAVISION GENESIS HD CAMERA, SUPER 35MM-FUJI ETERNA 500, VIDEO, HDTV, SUPER 35 (3-PERF), (1:2.35)
Vietato 14
Regia
Robert Rodriguez ("Planet Terror"/"Machete", finto trailer)
Eli Roth ("Thanksgiving", finto trailer)
Rob Zombie ("Werewolf Women of the S.S.", finto trailer)
Edgar Wright ("Don't Scream", finto trailer)
Attori
Rose McGowan Cherry
Quentin Tarantino Violentatore
Marley Shelton Dott.ssa Dakota Block
Michael Parks Earl McGraw
Freddy Rodríguez Wray
Josh Brolin Dott. William Block
Bruce Willis Tenente Muldoon
Jeff Fahey J.T.
Michael Biehn Sceriffo Hague (anche "Thanksgiving", finto trailer)
Naveen Andrews Abby
Stacy
Nicky Katt Joe
Hung Nguyen Dott. Crane
Tom Savini Vicesceriffo Tolo
Carlos Gallardo Vicesceriffo Carlos
Jordan Ladd Judy ("Thanksgiving", finto trailer)
Eli Roth Tucker ("Thanksgiving", finto trailer)
Danny Trejo Machete ("Machete", finto trailer)
Nicolas Cage Fu Manchu ("Werewolf Women of the SS", finto trailer)
Sybil Danning Gretchen Krupp ("Werewolf Women of the SS", finto trailer)
Udo Kier Franz Hess ("Werewolf Women of the SS", finto trailer)
Sheri Moon (Sheri Moon Zombie) Eva Krupp ("Werewolf Women of The Ss", finto trailer)
Soggetto Robert Rodriguez ("Planet Terror")
Sceneggiatura Robert Rodriguez ("Planet Terror")
Fotografia Robert Rodriguez Milan Chadima ("Thanksgiving", finto trailer) Phil Parmet ("Werewolf Women of the SS", finto trailer)
Musiche Robert Rodriguez Nathan Barr ("Thanksgiving", finto trailer)
Montaggio Robert Rodriguez ("Planet Terror") Ethan Maniquis ("Planet Terror") George Folsey Jr. ("Thanksgiving", finto trailer)
Scenografia Steve Joyner Arredamento Jeanette Scott Costumi Nina Proctor Effetti
The Orphanage K.N.B. Effects Group
Lo spettatore esce dalla visione dell’ultimo film di François Ozon, Angel-la vita, il romanzo, tratto dal libro del 1957 della scrittrice inglese Elisabeth Taylor, omonima dell’attrice, disorientato: la favola della sfortunata Cenerentola/pennivendola( creatura letteraria ispirata comunque a Marie Correlli, autrice dotata di scarso talento ma molto popolare, vissuta fra il 1855 e 1924) interpretata da un’affettata Romola Garai appartiene scopertamente a un’epoca diversa dalla nostra e personaggi, dialoghi ambienti e stile di regia sono quanto di più lontano si possa immaginare dal modo contemporaneo di concepire la Settima Arte. L’effetto estraniante è merito del virtuosismo dell’autore/filologo, eppure l’accurata ricostruzione desta in molti perplessità e fa nascere il sospetto di un’operazione artificiosamente estetizzante: l’immaginario collettivo contemporaneo, condizionato dai mass-media, si nutre di altri miti è vero, ma la ricerca di Ozon delle origini remote del fenomeno nella puritana società inglese dei primi del ‘900 interseca la divagazione erudita su reperti archeologici con lo scavo analitico.
Egli colloca significativamente al centro dell’ indagine sulla biografia di un’artista dimenticata senza qualità il gruppo di donne: se i padri/fratelli/mariti/amanti combattono le guerre, fanno politica, creano opere destinate ai posteri, e sono artefici della Storia, le mogli/sorelle/madri, chiuse ed abbandonate nei ginecei, fantasticano, sublimano, partoriscono paradisi, li nutrono e li difendono con ostinazione fino alla morte.
Se emancipazione e femminismo possono, nel linguaggio e nella prassi, vanificarsi nell’omologazione spersonalizzante di entrambi i sessi, il sentimentale Ozon, da sempre innamorato dell’altra metà del cielo( basta ricordare Otto donne o Sotto la sabbia )alla liberazione dei costumi arriva per vie opposte, tenendo rigorosamente separato l’ universo virile da quello muliebre e recuperando, in una traduzione letterale all’eccesso, il melodramma ipercolarato e iperpatetico hollywoodiano degli anni 40/50 di Douglas Sirk, George Cukor e Vicent Mannelli detto appunto “per signore”: queste ultime, abitando il mondo spoglio e triste dai “limitati cromatismi” dei maschii, lo abbelliscono del rosso vivo della fantasia e della passione, lo incappucciano per non vederlo con il bianco della neve e Angel-una vita, il romanzo ne racconta le virtù trasfiguranti, non rinunciando tuttavia a esemplificare nel destino della protagonista l’inevitabile sconfitta storica ed esistenziale di un prototipo tanto fragile ed evanescente da non sopravvivere intatto al cinismo intelligente degli eventi.
Una prospettiva di parte certo, il rovesciamento in chiave decadente dell’esuberanza di Almodovar e della corporalità carnevalesca di Tarantino; la bianca vergine deflorata, la dalia recisa di The black Dahlia di De Palma. Un eroismo del cuore, il coraggio della genuinità e del sogno, contrapposti al conformismo prosaico o alla rassegnazione autodistruttiva degli uomini: Angel nella volontà di farsi avanti in una società classista/maschilista ed ostile ricorda la Rossella O’Hara di Via col vento, ma soprattutto dà voce alle tante vittime dolenti ed appartate, che vivono nell’ombra, la cui pena e forza interiore il lungometraggio lascia affiorare a tratti, nelle pause dell’azione, con delicatezza. La moglie dell’editore, l’antica proprietaria di “Paradise”, la fedele Nora, hanno edificato in anni di silenziosa devozione a chi non ha potuto o voluto ricambiarle un mausoleo da proteggere a costo della rinuncia alla dignità e quando esso crolla esse continuano a custodirlo nella memoria o svaniscono con lui: “detesto la scrittrice, tuttavia ammiro la donna” dice una di loro quando cala il sipario su Angel, come se vedesse il futuro, quando i cancelli di “Paradise” saranno troppo arrugginiti per riaprirsi e dagli schermi della Tv sorrideranno consapevoli le veline laureate.
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COSI’ COMINCIA: Siamo nell’Inghilterra agli inizi del ‘900. Una giovane scrittrice Angel Deverell grazie all’enorme successo popolare dei suoi romanzi, opera più di una fervida immaginazione che di vero talento, riesce a riscattare le sue umili origini, ma rifiutando le convenzioni imposte dalla società la sua vita non sarà facile….
TITOLO: Il titolo originale è in inglese in quanto si tratta del primo film girato in quella lingua dal regista francese. “La vita che ha vissuto o la vita che ha sognato” commenta cosi la devota Nora il destino di Angel: la pellicola di Ozon colma lo iato, raccontando le frustrazioni di un’ esistenza sostanzialmente fallimentare con lo stile enfatico e sentimentale dei sogni messi su carta dalla fantasiosa pennivendola. La strategia adottata fa risaltare ancora di più la discrepanza che sta alla radice di tutto ciò che riesce a far presa su un vasto pubblico.
CUORE: il castello mausoleo di Angel, chiamato significativamente “Paradise” che ne raffigura il triste destino: da bambina lo ammira dal cancello, diventata famosa lo va ad abitare, dimenticata da tutti lo vedrà ricoprirsi di foglie….alla sua morte, diventa un museo per i quadri del marito.
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi sogna ancora principi azzurri, castelli e valzer nella neve.
STELLE: ****ricostruzione filologica strappalacrime, ma con acume
VOTO/BILANCIO: 7-
SCHEDA:
The Real Life of Angel Deverell BELGIO, FRANCIA, GRAN BRETAGNA Produzione FIDÉLITÉ PRODUCTIONS, POISSON ROUGE PICTURES, SCOPE PICTURES, FOZ/VIRTUAL FILM, WILD BUNCH, FRANCE 2 CINÉMA, CELLULOID DREAMS, CANAL +, TPS STAR, SOFICA SOFICINEMA 2, SOFICA SOFICINEMA 3 Distribuzione TEODORA FILM (2007) Data uscita 05-10-2007
Durata: 1h e 58’
Genere: Biografia
Specifiche tecniche
Tratto da romanzo omonimo di Elizabeth Taylor (ed. Neri Pozza)
Regia François Ozon
Attori
Romola Garai Angel
Lucy Russell Nora Howe-Nevinson
Michael Fassbender Esmé
Sam Neill Théo
Charlotte Rampling Hermione
Jacqueline Tong Madre di Angel
Janine Duvitski Zia Lottie
Norley Christopher Lord Benjamin
Jemma Powell Angelica
Alison Pargeter Edwina
Tom Georgeson Marvell
Geoffrey Streatfield Sebastian
Rosanna Lavelle Lady Irania
Roger Morlidge Giornalista
Seymour Matthews Medico
Teresa Churcher Cameriera
Teresa Churcher Governante
Una Stubbs Insegnante
Simon Woods Giovane giornalista
Soggetto Elizabeth Taylor (II) (romanzo)
Sceneggiatura François Ozon Martin Crimp
Fotografia Denis Lenoir
Musiche Philippe Rombi
Montaggio Muriel Breton
Scenografia Katia Wyszkop
Costumi Pascaline Chavanne
Effetti Daniel Trujillo
Il manifesto di Planet Terror , lato B del Progetto Grindhouse firmato da Tarantino e Rodriguez, ripropone l’universo esasperato dei sottoprodotti cinematografici che negli anni ’70 venivano proiettati in coppia nelle sale cinematografiche statunitensi di infimo ordine: pistole, zombie minacciosi, motociclette con una donna semivestita alla guida, la stessa che giganteggia, immagine della corporalità femminile animalesca, provocatoria nella postura a destra ( il trionfo carnevalesco dell’aggressività e della sessualità muliebre fa da filo conduttore fra Death proof e Planet terror, le due parti del progetto), il tutto assemblato alla rinfusa in una fotografia volutamente sporca su sfondo rosso sangue. Un cinema senza storia e senza personaggi: mostri, sparatorie, cadaveri e corse, spettacolarità allo stato puro un cinema/cannibale che autogenerandosii divora l’autore.
L’ingenuo sogno delle Cenerentole di ogni tempo è questo: avvolta di un magnifico abito da sera coloro rosso fuoco( a quanto pare reminiscenza della Jezebel di La figlia del vento di Wyler), baciare con trasporto il principe azzurro in smoking, mentre una romantica neve spruzzando i corpi avvinti rende magico lo scenario. Ricchezza ed amore dunque su sfondo bianco a simboleggiare un’esistenza depurata totalmente da qualsiasi dolore e dominata dai colori vividi della passione ricambiata. La figura del poster suggerisce che la tematica della pellicola è il potere universale dell’immaginario popolare, di cui i romanzi mediocri di Angel Deverell, scrittrice inglese di famiglia umile dei primi del ‘900 oggi dimenticata si nutrirono. Per la sua capacità di rappresentare un ‘epoca e un mondo Ozon ne racconta la vita.
Il manifesto rievoca d’altra parte i melodrammi hollywoodiani degli anni trenta e quaranta detti “per signore”: la stessa donna rappresentata nella locandina ha qualcosa nella postura nei lunghi capelli neri sciolti sulle spalle della Rossella O’Hara di Via col vento, un mito nel quale migliaia di fanciulle soprattutto delle classi meno abbienti si sono identificate. Angel pare anche un’operazione di riscrittura/recupero del cinema del passato. Dobbiamo sospettare l’anacronismo estetizzante ? O piuttosto dobbiamo aspettarci l’ironica presa di distanza da un modo di rappresentare la realtà ormai inattuale? La prospettiva sarà storico/critica o meramente nostalgica?
Il romanziere inglese Jan McEwan in Espiazione rivisita il topos romanzesco della coppia di innamorati separati dalle circostanze considerandolo terreno di scontro ideale fra la propria vocazione alla scrittura e l’insignificanza della medesima rispetto al drammatico vissuto dell’umanità.
La colpa della tredicenne Briony Tallis, protagonista del libro, ha le fondamenta nell’attitudine a trasfigurare in parole ed intrecci plausibili il coacervo di sentimenti e sensazioni che scaturiscono in lei da ciò che vede ed ascolta, spiandolo dai vetri di una finestra o entrando in punta di piedi in una stanza: attrazione morbosa, voyeurismo, gelosia, amore profondo e non corrisposto per una vita, che procede senza piegarsi alle regole della verosimiglianza letteraria. Chi dalla natura è relegato al ruolo di testimone di una storia, vorrebbe esserne attore: l’investitura ad artefice surrettizio di destini conferita dal martellante picchiettare su un foglio bianco dei tasti di una macchina da scrivere è il suggello dell’ossessivo desiderio di vendetta di un artista/dio, incarnazione immaginaria dell’ineluttabilità degli eventi, nei confronti dell’universo ribelle alla tirannica volontà di prevaricazione di un artefice. L’atto della creazione allora non è che una forma di risarcimento illusorio, un pallido surrogato di esistenze mancate: la ragazzina carnefice e la coppia vittima condividono la stessa condanna di espianti in un purgatorio senza redenzione, l’una, costretta a fare della frustrazione e del rimorso la fonte esclusiva di ispirazione, l’altra, amanti felice per un pugno di minuti nella penombra di una biblioteca, sospinta nel nulla eterno da una morte prematura.
In Espiazione innocenza e peccato si annullano a vicenda e per questo il romanzo ha una conclusione solamente ipotetica, sospesa: finzione e verità costituiscono dimensioni radicalmente speculari, si echeggiano a vicenda, l’una regala ciò che l’altra toglie, riparazione consolatoria o senso ultimo del vivere. McEwan ha dunque parlato di se stesso, oliando l’intreccio tradizionale con i dubbi corrosivi che ne smascherano il tormento nascosto: i tre atti della tragedia sono in realtà un atto unico, quello nel quale passato e futuro confluiscono nel presente della rivelazione confessione dell’anziana Briony.
Cosa è rimasto nella trasposizione sullo schermo di Joe Wright di tanto rovello, di una scrittura concepita come malattia della memoria? Molto, stando al talento impressionante di Vanessa Redgrave, che scolpisce e sublima nelle rughe di un volto statuario la lacerazione di chi aspira al ricomposizione di una realtà ingovernabile; abbastanza, stando alla prima parte del film, ambientata nella campagna inglese, ove la rifrazione della prospettiva dei due innamorati in quella, più tormentosa e rielaborata della ragazzina, incrina in un gioco affascinante di duplicazioni e riflessi il resoconto cronachistico dei fatti e increspa l’esuberanza calligrafica dell’insieme. Momenti di felice scompaginazione però in una pellicola che pare essere il rozzo calco di un anacronistico e patetico melodramma di un’infermiera ricca e coraggiosa e del soldatino povero e innamorato.
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COSI’ COMINCIA: Siamo in una dimora nobiliare della campagna inglese, qualche anno prima che scoppi la Seconda guerra mondiale. Bryoni Tallis, una tredicenne futura scrittrice, mentre sta preparando l’allestimento di una sua commedia, vede la sorella Cecilia amoreggiare con Robbie il figlio della governante: infatuata del ragazzo e spinta dalla gelosia lo denuncia, affermando di averlo visto struprare una giovane cugine ospite della villa. Tale atto segnerà l’esistenza di tutti i protagonisti della vicenda.
TITOLO: Il senso di colpa e il bisogno di espiare fa da filo conduttore alla vicenda: a determinarne lo svolgimento è la coscienza umbratile e vacillante di una scrittrice che sul foglio di carta dà ordine a ciò che ordine e significato non ha.
CUORE: La rivelazione/confessione di Briony Tallis anziana che cerca di dare un qualche significato alla vicenda.
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi si commuove alle classiche storie di amori tragici
STELLE: ***qualcosa del romanzo rimane.
VOTO/BILANCIO: 6
SCHEDA:
Atonement GRAN BRETAGNA 2007 Produzione WORKING TITLE FILMS Distribuzione UNIVERSAL Data uscita 21-09-2007
Durata 2H E 3’
Genere DRAMMA SENTIMENTALE
Tratto da romanzo omonimo di Ian McEwan
Regia Joe Wright
Attori
Keira Knightley Cecilia Tallis
James McAvoy Robbie Turner
Romola Garai Briony Tallis a 18 anni
Saoirse Ronan Briony Tallis a 13 anni
Brenda Blethyn Grace Turner
Vanessa Redgrave Briony anziana
Juno Temple Lola Quincey
Benedict Cumberbatch Paul Marshall
Felix von Simson Pierrot Quincey
Charlie von Simson
Harriet Walter Emily Tallis
Michelle Duncan Fiona
Daniel Mays Tommy Nettle
Gina McKee Infermiera Drummond
Julia West Beth
Alfie Allen Danny Hardman
Patrick Kennedy
Jack Harcourt Pierrot a 13 anni
Peter Wight Ispettore di polizia
Ben Harcourt Jackson a 13 anni
Nonso Anozie Frank Mace
Soggetto Ian McEwan (romanzo)
Sceneggiatura Christopher Hampton
Fotografia Seamus McGarvey
Musiche Dario Marianelli
Montaggio Paul Tothill
Scenografia Sarah Greenwood Arredamento Katie Spencer Costumi Jacqueline Durran Effetti
Mark Holt John Moffatt
Quasi tutti i film di Ken Loach potrebbero essere inseriti in un pamphlet contro il capitalismo e l’ideologia neoliberista. La cinematografia di matrice realista dell’autore inglese non pone al centro dell’obiettivo individui chiusi nel privato di una stanza, ma corpi in movimento coatto per le strade, nei cantieri o in uffici stipati, involucri svuotati di anima e di identità da un meccanismo che ne ha provocato la metamorfosi da esseri umani in schiavi: “mi chiamo Ludmilla” “faccio l’insegnante” bisbigliano, confusi nella mandria prima di entrare nel macello, gli immigrati di In questo mondo libero e quei timidi sussurri traducono il rimpianto per una vita mancata. La quotidianità della metropoli del terzo millennio ha realizzato e ha reso invisibile abbagliando con il luccichio dei grattacieli la distopia dei romanzi di fantascienza, un mostro cannibale, in opposizione al quale si ergono un barlume di coscienza e talora l’ eroica lotta per non farsi divorare: le epopee romantiche dell’emarginazione ribelle in “Piovono pietre”, “ Lady Bird, Lady Bird” o “Sweet Sixteen”, il miglior Ken Loach, emozionano e stordiscono alla stregua di un appassionante match di pugilato.
In In questo mondo libero, presentato alla 64.ma mostra di Venezia, il regista e il suo sceneggiatore Paul Laverty rovesciano lo schema consueto: la battaglia non è condotta in nome di nobili ideali, bensì per l’ egoistica, quanto illusoria, preservazione di se stessi. Angie, ragazza madre, una lunga serie di frustrazioni alle spalle, licenziata dall’agenzia di collocamento per extracomunitari ove è impiegata, decide di diventare imprenditrice, saltando il fosso che divide oppressi e oppressori e riuscendo a trasformarsi da vittima sfruttata in aguzzina profittatrice. L’iniziazione della giovane e bionda centaura, protagonista del lungometraggio, al brutale universo di chi ricava guadagni enormi sullo schiavismo degli immigrati clandestini non contempla cooptazione e nemmeno coraggio: l’unica prova da superare è il tradimento degli affetti familiari e dell’amore, nonché la rinuncia ai valori inculcati dall’educazione dei padri ancora imperniata sull’etica.
Un percorso paradigmatico dal progresso alla barbarie, sicuramente verosimile nella sue esemplarità, che però Loach non riesce ad illuminare in profondità: assillato dall’ansia didattica di documentare il peggiore dei mondi possibili, convinto probabilmente che il terzo mondo londinese abbia soffocato in chi lo abita, respiro umano, egli rinuncia a percepirne il soffio e a portarlo alla luce. Si accontenta piuttosto di una morale scontata, affidata a personaggi irrisolti e alla loro elementare dialettica: nella solidarietà fra poveri vi è speranza e salvezza, chi si estranea, superando il limite per realizzarsi come self-made man, si perde, precipitando in un baratro senza fondo.
Più ambigua resta invece la radice del degrado, in quanto malvagità innata e innocenza non hanno nessuna parte nella fosca vicenda: se, parrebbe di capire, è la jungla civile a corrompere l’uomo, a provocare la violenza già nella aule di scuola elementare e si rapiscono i bambini per avere giustizia e riappropriarsi del maltolto, basterebbe cambiare sistema e scomparirebbero le iniquità dalla faccia del pianeta? E i boss mafiosi, gli impuniti dalle autorità indifferenti o conniventi, i nascosti manovratori dei derelitti, di cui dà testimonianza “In questo mondo libero” di quale marciume sono figli? Cercare una risposta all’eterna presenza del male, frugando il cuore di tenebra, avrebbe significato forse per Loach proiettare un’ombra sulla sua musa ispiratrice ovvero l’ideologia, eppure la storia della dannazione di Angie sarebbe stata un’ottima occasione per andare oltre all’apologo didattico e all’abituale, ovvio aggiornamento dei manualetti marxiani.
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COSI’ COMINCIA: Siamo nell’Inghilterra dei giorni nostri. Angie, lavora in un’agenzia di collocamento e a causa di una cattiva risposta data un cliente viene licenziata: decide allora di cambiare vita, di buttarsi alle spalle anni di sconfitte e frustrazione e di fondare una propria agenzia, con lo scopo di inserire gli immigrati nel mondo del lavoro. Un’amica Rose l’aiuta ed insieme si trovano a dover lottare contro un sistema cinico basato sulla sopraffazione nei confronti dei più deboli.
TITOLO: “Londra è il terzo mondo” si dice nel film: il mondo occidentale è la parte del pianeta libera per antonomasia. Autonomia di scelta, opportunità, possibilità di essere soggetto attivo del processo produttivo caratterizzano in teoria le società capitalistiche e il titolo, richiamando tali virtù conclamate , suona beffardo.
CUORE: La scena in cui Angie e Rose, amiche da una vita, si separano in auto: la prima ha appena denunciato un gruppo di clandestini per sgombrare lo spazio che le serve per i suoi operai, raggiungendo il culmine del degrado morale, il punto di non ritorno; l’altra l’abbandona, dicendole “Non ti riconosco più”.
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: a chi considera il sistema capitalistico il peggiore o il migliore dei mondi possibile
STELLE: **flash sul terzo mondo londinese
VOTO/BILANCIO: 6-
SCHEDA:
It's a Free World... GERMANIA, GRAN BRETAGNA, ITALIA, SPAGNA 2007 Produzione KEN LOACH, REBECCA O'BRIEN, PIOTR REISCH, RAFAL BUKS PER SIXTEEN FILMS LTD., TORNASOL FILMS S.A., SPI INTERNATIONAL, FILMSTIFTUNG NORDRHEIN-WESTFALEN, FILMFOUR, EMC PRODUKTION, BIM DISTRIBUZIONE Distribuzione BIM Data uscita 28-09-2007
Durata:1h e 36’
Genere: DRAMMA SOCIALE
Regia Ken Loach
Attori
Kierston Wareing Angie
Juliet Ellis Rose
Leslaw Zurek Karol
Colin Caughlin Geoff
Joe Siffleet Jamie
Faruk Pruti Emir
Branko Tomovic Milan
Radoslaw Kaim Jan
Serge Soric Toni
Nadine Marshall Diane
Frank Gilhooley Derek
Raymond Mearns Andy
Steve Lorrigan Sergente di polizia
Sceneggiatura Paul Laverty
Fotografia Nigel Willoughby
Musiche George Fenton
Montaggio Jonathan Morris
Scenografia Fergus Clegg Costumi Carole K. Millar