Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Il poster rifiuta la sottile ambiguità di un messaggio subliminale affidato alla suggestione di immagini evocative ed elegge come strumento privilegiato di accusa alla sanità statunitense la grossolana provocazione, messa in atto dal cineasta, presenza mitemente istrionesca nel quadro in qualità di rispettoso testimone del dramma sintetizzato dagli scheletri sulle poltroncine della sala d’attesa di un anonimo ambulatorio: quando ci si ammala, non si è più uomini o donne con una vita normale, di cui sopravvive una borsetta blu posata sul pavimento ormai inservibile, e il degente è un mucchio d’ossa abbandonate.
Neppure i dettagli richiedono sforzi di decodificazione: il giornale letto dal paziente già cadavere che vanta a caratteri cubitali lo sbarco dell’uomo sulla luna e il volume azzurrino aperto in grembo all’altro morto rimandano a un contesto di progresso e di civiltà e rappresentano la carta d’identità di chi abita una Nazione ricca ed evoluta. L’eclatante paradossalità aggrava così la denuncia.
Merita infine attenzione la figura del satiro Moore, in quanto lo sguardo afflitto, impotente, l’abbigliamento trascurato, rimandano a una concezione illuministica del cinema che al divismo autoriale oppone la responsabilità etica dell’intellettuale coscienza critica della società: il regista non vive isolato nella torre d’avorio, ma sta seduto in mezzo alle vittime di un sistema iniquo, suo compito è smuovere le acque, colpire bersagli, suscitare indignazione e volontà di cambiamenti.
Il film racconta una storia d’amore e nel poster giganteggia l’immagine classica della passione: un uomo e una donna si baciano, al di fuori del mondo, forse un cielo terso alle loro spalle e nient’altro.
A scompigliare la tipicità del quadro intervengono però le diverse pose dei due amanti: nella donna, completamente piegata sulle labbra dell’amante, sono percepibili l’abbandono e il pallore della consunzione erotica/esistenziale, nell’uomo si vedono la fronte ampia, vissuta e gli occhi tesi, imbarazzati dall’intraprendenza di lei oppure in attesa trepidante che si verifichi un qualche evento che possa risvegliarlo e strapparlo alla magia del momento, magari soltanto sognato o immaginato. La coppia è resa anomala anche dal gesto deciso compiuto dalle mani bianche, delicate, angeliche di lei: perché lo fa? il desiderio di scacciare dallo sguardo di lui la paura, di rassicurarlo e proteggerlo, l’invito pressante ad aprirsi a un dimensione altra, o più semplicemente disperata tenerezza o addirittura libidine? Bisogna piuttosto pensare a un segnale/simbolo, dato che il dito alzato ricorda un’ala in procinto di spiegarsi? Il manifesto è del resto conferma della natura criptica, allusiva del cinema di Kim Ki-duk.
In 4 mesi 3 settimane 2 giorni, Palma d’oro a Cannes 2007, del regista rumeno Christian Mungiu, una delle tante scoperte della Quinzaine del rèalisateurs, difficile non voltare la testa alla scena nella quale sul pavimento di un bagno un feto appena espulso giace insanguinato e avvolto malamente in una busta di cellophane, eppure è a questo punto che il lungometraggio porta al culmine dell’esasperazione chi ha seguito il tormentoso su e giù di Otilia, la protagonista, fra le vie decorosamente miserabili di una città anonima per aiutare Gabita, una fragile e sprovveduta compagna d’università a togliersi dai guai, l’ha vista accompagnarla in una stanza d’albergo, condividerne l’umiliazione della violenza necessaria per pagarsi l’aborto, andare a casa del fidanzato per festeggiare il compleanno della madre di lui, tornare nella camera, raccogliere il fagotto, metterlo nella borsa, uscire nelle strade buie per liberarsi del fardello nello scarico di un palazzo e infine sedersi al tavolo d’un ristorante con l’amica e bere un bicchiere d’acqua minerale.
La pellicola cronometra l’affanno, il respiro, la corsa, il cuore in gola, gli ansiti di un’anima in cerca di un impossibile salvagente nel naufragio in mare aperto, sospingendo rigorosamente ai margini il contesto complesso della vicenda e i mille perché si arrivi a quella orripilante escrescenza di carne per terra: una macchina da presa/spia, azzardata metafora del regime poliziesco di Ceausescu retto dal terrore equamente ripartito fra controllanti e controllati, tiene sotto stretta sorveglianza un’umanità catatonica di sopravvissuti, ne sorprende i tentativi di fuga e le sottrae gli elementi fondamentali a una vita non sub-umana, luce spazio e tempo. Si osserva, si ascoltano suoni e rumori, si sentono rimbombare le parole negli ambienti soffocanti, e manca il respiro: corridoi, dove si passa a stento, tavole imbandite dove si siede gli uni addossati agli altri, celle in dormitori comuni, cortili desolanti dove donne anziane aspettano una zolletta di zucchero, costituiscono l’habitat/prigione di esistenze pianificate fin dalla nascita e ridotte a documento da esibire a ogni passo.
In un universo monco la giovinezza è costrizione e l’iniziazione alla maturità si brucia nel giro di qualche minuto all’interno di un gabinetto spoglio: dietro la porta chiusa un ambiguo medico ricattando le due ragazze le costringe a subire un rapporto sessuale, lo scorrere dell’acqua del rubinetto aperto sul lavandino per non sentire gli ansiti dell’amplesso, l’immersione nella vasca subito dopo per togliersi dalla pelle il senso di sporco sono l’unica reazione di un popolo asservito, reso muto dalla deprivazione di una Storia. Il coraggio di Otilia affiora però ugualmente nell’unica insubordinazione all’esistente consentitole: una coscienza e il senso di un dovere da compiere comunque, un ultimo sguardo, prima di dimenticare, vigile e disperato sul niente fiori dai vetri dell’hotel, nato dal peso e dalla fatica di vivere da sveglia in mezzo a creature immemori, addormentate in un’acquiescenza vile o abbrutite da un cinismo introiettato persino nel tono di voce. Ella guarda immobile in silenzio le piastrelle bianco azzurro della parete, e forse immagina il cielo libero e le ali per arrivarci.
La definizione meno lontana dal vero per definire l’agire della protagonista di 4 mesi 3 settimane 2 giorni è eroismo tragico. La misconosciuta grandezza di Otilia sta nella forza di scegliere, quando farlo non cambia più di tanto la realtà, quando il destino è già stabilito ed è immutabile: la scoperta della necessità di un’etica, basata sulla sacralità della fratellanza e della solidarietà fra poveri ed emarginati avvicina Mungiu ai fratelli Dardenne.
Le cause storiche e gli effetti del degrado e dell’infelicità sono molteplici, diversi a seconda dell’angolo di Europa rappresentato: il vecchio continente troppo ne ha viste per non avere un cuore ovunque infecondo.
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COSI’ COMINCIA: Siamo in Romania nel 1987, prima della caduta del regine di Ceausescu che nel 1966 aveva reso illegale l’aborto per avere in futuro forza lavoro in abbondanza. Gabita e Otilia, due universitarie, vengono in città dalla campagna e abitano in uno squallido dormitorio per studenti. Una di loro, la più fragile, Gabita rimane incinta, non ha un fidanzato, la famiglia non potrebbe sostenerla e, nonostante interrompere la gravidanza sia un reato grave, decide di non far nascere il bambino: con l’intento di aiutarla a risolvere senza conseguenze il problema, l’amica decide di rivolgersi a un ambiguo dottore, significativamente chiamato Bebe…
TITOLO: Il titolo indica con esattezza la durata della gravidanza di Gabita: il particolare è importante perché l’essere al quarto mese implica maggior rischi e quindi un prezzo molto alto da pagare per le due giovani protagoniste. Ma non solo per questo: infatti la precisazione riferita ai mesi, alle settimane e ai giorni e il dato numerico in successione che indica i periodi sempre più brevi, rimandano a un’esistenza inclusa tutta in un tempo/prigione sempre più angusto, senza nessuna prospettiva di futuro. Il film di fatto fa parte di un progetto articolato, Tales From the Golden Age, che si propone di raccontare la Storia del comunismo in Romania attraverso situazioni quotidiane.
CUORE: è il bagno con le mattonelle azzuro-bianche della stanza d’albero dove Gabita viene fatta abortire e le due amiche sono costrette a subire il rapporto con Bebe-
Lì Gabita apre il rubinetto per non sentire ciò che avviene nell’altra stanza fra Otilia e Bebe-
Lì Otilia, mentre nell’altra stanza Gabita è costretta a sottoporsi alla sua stessa violenza, guarda la parete e la scacchiera di mattonelle e prende coscienza che nel suo mondo non c’è cielo.
Lì viene espulso il feto e giace sul pavimento in attesa di essere raccolto da Otilia.
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama il cosiddetto neo neorealismo e chi è interessato alla Storia europea del 900’ e in particolare dei totalitarismi ispirati all’ideologia marxiana.
STELLE: ****il cuore nero dell’Europa
VOTO/BILANCIO: 7/8
SCHEDA: 4 luni, 3 saptamini si 2 zile ROMANIA 2007 Produzione A MOBRA FILMS PRODUCTION, SAGA FILM Distribuzione LUCKY RED data uscita 24-08-2007
Durata 1h e 53’
Genere DRAMMA SOCIALE
Regia Cristian Mungiu
Attori
Anamaria Marinca Otilia
Laura Vasiliu Gabita
Vlad Ivanov Sig. Bebe
Alex Potocean Adi
Luminita Gheorghiu Sig.ra Radu
Adi Carauleanu Radu
Ioan Sabdaru Rusu
Cristina Buburuz Marie-Jeanne Rusu
Marioara Sterian Adela Racoviceanu
Emil Coseru Dottor Racoviceanu
Georgeta Pãduraru Burdujan Sig.ra Aldea
Geo Dobre Dottor Aldea
Madalina Ghitescu Dora
Catalina Harabagiu Mihaela
Sânziana Tarta Carmen
Hazim E'Layan Ahmed
Constantin Bojog Marcu
Mihaela Alexandru Daniela
Sceneggiatura Cristian Mungiu Fotografia Oleg Mutu Montaggio Dana Bunescu Scenografia Mihaela Poenaru Costumi Dana Istrate
Effetti Abis Studio
Nel manifesto per la versione italiana una donna, i capelli castani leggermente scompigliati o bagnati, voltata di spalle, immobile, è intenta a fissare la parete, una scacchiera di piastrelle bianco-azzurro: la stanza fa pensare a un gabinetto, un ambiente chiuso, soffocante e il colore delle mattonelle pare supplire alla mancanza di finestre e di aperture sul cielo. La persona senza faccia vi è rinchiusa, si rifugia allora con lo sguardo sul muro a cercarvi protezione e la sua angoscia è facilmente intuibile: le è stata tolto il coraggio di un’identità, si sente prigioniera di una situazione senza sbocchi. La testa anonima senza volto è raffigurazione efficace dell'umiliazione dell’’individualità, caratteristica certo di un regime totalitario.
Viene in mente anche, per contrasto, l’iconografia mariana tradizionale: il poster infatti pare quasi il ritratto di una Madonna capovolta e la capigliatura fluente e in disordine suggerisce che a essere schiacciata e violata è la sacralità della figura femminile e ciò che le è peculiare ovvero la vocazione a essere madre.
Il vento fa il suo giro dell’esordiente Diritti, aiuto di Avati e allievo di Olmi, non racconta una storia, bensì la Storia dell’uomo dall’alba della preistoria fino al tramonto, imminente o remoto: ci sono luoghi ove il tempo non va né avanti né indietro, si immobilizza, segnato dal ciclo delle stagioni, dal depositarsi della neve sulle montagne, dall’intensità della luce solare, e lì, fra abitazioni scavate nella roccia, l’umanità continua a muovere i primi passi, a fermarsi al bivio, e a non sapere quale sia la strada da imboccare, se il coraggio del progresso morale o la paura della barbarie. E non è questione di oggi e di qui ma di sempre e di ovunque, nessuno popolo ha saputo scegliere né mai saprà farlo: due capre vengono sgozzate e appese a un arco di pietra per vendetta e, più in là, un attimo dopo, un ragazzo accende il fuoco in una casa fredda e abbandonata. Le astrazioni degli intellettuali e le ideologie concepite a posteriori e a tavolino sono fatte di parole e non di immagini, al contrario la saggezza arcaica delle genti solo di immagini immortali si nutre: il vento fa il suo giro, dice il proverbio, il male e il bene vanno e vengono, per una bestia uccisa senza ragione, per un rogo innalzato per l’innocente, poco lontano, domani, qualcuno porta una fiaccola ad illuminare il sentiero buio.
E ‘ indubbio allora che il lungometraggio girato in alta Val Maira, nelle alpi Piemontesi, dove sopravvivono residui di cultura occitana, esemplifica la sconfitta di qualsiasi utopia o schema mentale: l’insegnante francese fugge il paese d’origine, perché vi si sta costruendo una centrale nucleare, nonché la professione di docente, perché la scuola è diventata burocratica, e si stabilisce con la famiglia a fare il pastore formaggiaio nel villaggio sperduto fra i monti, innamorato del mito della natura e di una povertà anticonsumistica ma soprattutto invasato da convinzioni che lo fanno esprimere come un libro stampato nel quale la violenza trova una facile spiegazione nella repressione sessuale e tutto ciò che la società produce è dipinto in nero senza colori intermedi. Viene spontaneo così sospettare che dietro l’ estremistico rifiuto vi sia una buona dose di fanatico dogmatismo e che siano stati sacrificati agli ideali maturati su carta i figli bambini e una moglie, difficilmente paga di vivere per il cacio di qualità e sognante, madame Bovary rusticana, davanti allo specchio dell’amante: fra il professore, illuminista teorico, fattosi forzatamente valligiano e la comunità agonizzante di Chersogno non c’è confronto, tanto meno compatibilità. Tra le ragioni più o meno legittime dell’uno e degli altri non si frappone dialogo, bensì imposizioni di certezze o di proprietà private; i bellissimi pascoli aperti si trasformano in un Medio Oriente in miniatura, una zona di guerra ove la diplomazia e il tentativo di riconciliazione attorno a un tavolo proposto dalle autorità cadono nel vuoto. L’esito è la resa dello straniero ma alla lunga la battaglia nessuna l’ha davvero vinta: il forestiero torna forse da dove era venuto e una morte lenta attende le civiltà incapaci di inglobare gli apporti provenienti dall’esterno. Falliscono i negoziati, i rapporti interpersonali sono offuscati da ostilità preconcette e insuperabili, i progetti politici hanno presupposti illusori, eppure una brezza sotterranea vivifica il percorso, alimenta e imprime direzioni imprevedibili all’esperienza storica, si sedimenta nella memoria custodita da leggende vecchie di secoli: sono palpiti e a questi impercettibili aneliti a un mondo migliore o più semplicemente al dispiegamento di un’anima libera il lungometraggio dà respiro, movimento, fibrillazione luminosa. Un ragazzo, prima di morire, corre dispiegando le braccia a mo’ di ali, l’amore di un uomo addolorato compie il miracolo della risurrezione di un cadavere, un partigiano rievoca la solidarietà di un passato di lotte in comune, un ragazzo apre una porta chiusa e inizia qualcosa che altri pensavano fosse una fine.
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COSI’ COMINCIA: A Chersogno, un paesino sulle Alpi Occitane, popolato d’estate dai villeggianti e nel resto dell’anno da pochi anziani, arriva un ex-insegnante francese con la famiglia, intenzionato a stabilirvisi definitivamente e a produrre formaggi. Inizia così a portare le capre al pascolo e a vivere con moglie e figli nel villaggio, ma la sua presenza suscita sentimenti contrastanti fra gli abitanti del luogo…
TITOLO: Il titolo, un antico detto della gente di Chersogno, rimanda a una saggezza secolare e a una concezione del tempo mitico/ciclica che il mondo contemporaneo inseguendo il progresso sembra avere smarrito: il vento gira e le cose andate prima o poi tornano. Proverbi, leggende e testi poetici di tutti i popoli lo confermano: la vita degli individui e la Storia dell’umanità è fatta alternativamente di mali e di beni, di malvagità e generosità. La frase viene citata all’inizio del film da un vecchio che ricorda lo spirito solidale manifestatosi nella valle durante la Resistenza e la pellicola si chiude con un giovane che accende il fuoco nella casa dello straniero costretto ad andarsene dall’ostilità degli abitanti del luogo.
CUORE: due capre impiccate a un arco di pietra e il fuoco acceso da un ragazzo nella casa abbandonata.
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PARTICOLARMENTE ADATTO A: agli appassionati dell’alta montagna, ma irrinunciabile per gli amanti del cinema
STELLE: ****il cinema italiano può rinascere
VOTO/BILANCIO: 8.50
SCHEDA: IL VENTO FA IL SUO GIRO Italia 2005 Produzione SIMONE BACHINI, MARIO CHEMELLO, GIORGIO DIRITTI PER ARANCIAFILM, IMAGO ORBIS AUDIOVISIVI (BOLOGNA), Distribuzione INDIPENDENTE (2007)
Durata 1h e 50’
Genere DRAMMA SOCIALE
Data uscita 08-05-2007
Regia Giorgio Diritti
Attori
Thierry Toscan Philippe Heraud
Alessandra Agosti Chris Heraud
Dario Anghilante Costanzo, il Sindaco
Giovanni Foresti Fausto
Caterina Damiano
Giacomino Allais
Daniele Mattalia
Ines Cavalcanti
Kevin Chiampo
Frederique Chiampo
Emma Giusiano
Bruno Demaria
Angelo Martelli
Nadia Belliardo
Bruno Manzo
Piero Tomassino
Giuseppe Rinaudo
Lidia Ellena
Vittorio Luciano
Sergio Piasco
Bernardo Giaime
Soggetto Fredo Valla Sceneggiatura Giorgio Diritti Fredo Valla
Fotografia Roberto Cimatti
Musiche Marco Biscarini Daniele Furlati
Montaggio Edu Crespo Giorgio Diritti
Prima di entrare in sala si trova una fotografia con il viso di uno dei protagonisti, ma altrove il manifesto non si trova. Pertanto lo spettatore sa già, ancora prima della visione, che si troverà di fronte a una pellicola sprovvista del supporto di un sistema alle spalle: il successo ritardato di Il vento fa il suo giro è infatti dovuto più al passa parola, ai lusinghieri giudizi di critici affermati e ai tanti premi internazionale accumulati che al battage pubblicitario che in qualche modo condiziona e determina, al di là dei meriti del film, i gusti del pubblico.
L’assenza del manifesto quindi rimanda a una concezione di cinema ai margini, artigianale/rurale, volutamente antitetica a quella spettacolare/urbana, prevalente oggi: le immagini nude, senza le artificiose appendici studiate a tavolino dall’industria cinematografica, sprigionano da sole senso. Dunque si dovrebbe entrare, senza alcuna anticipazione o preconcetto, disponibili ad ascoltare, vedere, riflettere…
Il diciassettenne Kale, protagonista del teen thriller di Caruso, Disturbia, spiega alla bionda coetanea arrabbiata con lui perché si è accorta di essere spiata, di aver ricavato dall’osservazione di lei l’immagine di una persona anticonformista, una che seduta sul tetti legge libri importanti e quando si guarda alla specchio, nonostante il corpo da fotomodella, non lo fa con l’aria di chi si sente una schianto, ma di chi si domanda “chi sono io?”: “Tu guardi il mondo, io guardo te” con queste toccanti parole il ragazzo conclude poi la dichiarazione d’amore e conquista il cuore della bella. Vedendola nuotare in piscina, già l’ amico del cuore, il simpaticamente terzo incomodo Ronnie, aveva esclamato: “allora Dio esiste!”.
Sono intuizioni lampo, occasioni perdute di una sceneggiatura e di una regia che hanno preferito andare sul sicuro, conformandosi alla moda del giallo a misura di collegiale e alla tendenza, prevalente oggi a Hollywood, di mescolare i generi scopiazzando qua e là: eppure il piatto da chef era pronto in tavola, bastava accompagnarlo con un contorno non comprato nel reparto surgelati del supermarket. La prelibatezza era l’occhio e le sfaccettature comprese nell’atto del guardare: il greco letterario antico, nella sua meravigliosa flessibilità, si serviva di molti verbi per dire “vedere”, noi di alcuni, ma il cinema ha codificato una grammatica dello sguardo, se è vero che gli infiniti modi di utilizzare una macchina da presa costituiscono la gradazione delle lenti multifocali da voyeur fornite allo spettatore per essere parte di ciò che si svolge all’interno dello schermo. Discorso intricato affrontato con profonda leggerezza da autori come Hitchcock, Antonioni, De Palma, Ozpetek e molti altri: la finestra sul cortile o sulla casa dirimpetto è un occhiale potente, uno strumento di conoscenza tanto efficace da attraversare le pareti e violare l’intimità altrui. Una dimensione estraniante su cui affacciati guardiamo, esploriamo, spiamo, ammiriamo, contempliamo, immaginiamo.
In Disturbia la villetta dalle ampie vetrate in cui l’adolescente difficile è recluso, costretto a non varcare il confine tracciato da un braccialetto elettronico alla caviglia, si dilata, diventa per un trio di liceali, emarginati dai coetanei, porta di passaggio obbligata dalla vita virtuale a quella reale: le tappe del romanzo di formazione della generazione YouTube sono in fondo quelle di sempre, ovvero incomprensione degli adulti, il gusto per la trasgressione, lutti da rielaborare, innamoramento, amicizia, scoperta del male, ma nella rappresentazione di un percorso educativo potenzialmente esemplare la pellicola tradisce, svilendone i conflitti, l’universo adolescenziale di cui vorrebbe essere specchio.
Di fatto la genesi dell’opera, lo rivela il gioco di parole del titolo, un incrocio fra disturb e suburbia, sarebbe la volontà di smascherare la tranquillità apparente dei sobborghi benestanti e allora viene naturale ricordarsi non tanto dell’illustre archetipo Hitchockiano, bensi di Una storia americana (2004), un documentario/inchieta su una torbida vicenda di pedofilia riguardante una famiglia di Great Neak, un elegante zona residenziale vicino New York: lì l’inquadratura insistita sui giardini ben tenuti e sui volti paciosi degli amorevoli padri era un agghiacciante domanda senza riposta sulla capacità del male di mimetizzarsi, in Disturbia il male, prevedibilmente segregato nelle cantine o nella cameretta dei bambini pornofili, è una bizzarria, una beffa da operetta da ricambiare. Il serial Killer entra in scena con la luce dei fanali di una vecchia Mustang sulla parete, dei suoi feroci delitti parla l’immancabile Tv in salotto e se ne vede qualche vaga ombra dietro i vetri, balbetta due o tre frasi minacciose, l’aspetto fa pensare a un pirata con il codino appena uscito dalla serie caraibica interpretata da Johnny Deep, e persino gli avversari non sembrano per buona parte del film prenderlo troppo sul serio, preferendo occuparsi dei propri casi, sicuri del resto che dell’esistenza di Dio esistano le prove.
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COSI’ COMINCIA: Kale, sentendosi in colpa per aver provocato la morte del padre in un incidente, è arrabbiato con il mondo intero e per questo picchia un insegnante. Conseguenza del gesto sono gli arresti domiciliari con tanto di braccialetto elettronico alle caviglie: la madre gli proibisce il computer e la Tv, allora Kale si mette a guardare dalla finestra. Da lì nota prima una bella coetanea, Ashley, e poi, quando la ragazza si accorge di lui, diventano amici e decide di venire a fargli compagnia, insieme spiano il resto del vicinato e si trovano di fronte a un probabile pericoloso serial killer…
TITOLO: Lo strano termine Disturbia viene usato dal protagonista del film in una scena significativa, in cui lui e i suoi amici, riescono a intercettare il motivo musicale romantico ascoltato dall’inquietante vicino di casa e dalla ragazza che è con lui: “questo succede a disturbia” dice Kale. Si tratta in realtà di un gioco di parole fra disturb e suburbia( sobborgo), che rimanda al motivo ispiratore della pellicola: l’apparente tranquillità degli eleganti quartieri residenziali situati alla periferia della metropoli statunitense nasconde il marcio dentro le cantine e dietro le porte chiuse dei garage.
CUORE: è disturbia, ovvero la zona residenziale periferica dove la vicenda si svolge, di cui la casa del protagonista dotata di ampie finestre offre una esaustiva panoramica, diventando così il centro nevralgico del film: da li si vedono, una piscina dove una ragazza, poco in sintonia con i genitori, nuota solitaria, una stanza chiusa dove dei bambini guardano in Tv pellicole pornografiche e per contrasto la dimora, sinistramente quieta, di un probabile assassino.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi si impiccia degli affari altrui
STELLE: ** scorre, ma non spaventa
VOTO/BILANCIO: 5+
SCHEDA: Disturbia USA 2007 Produzione COLD SPRING PICTURES, DREAMWORKS SKG, MONTECITO PICTURE COMPANY, THE PARAMOUNT PICTURES Distribuzione UNIVERSAL
Data uscita 17-08-2007
Durata 1h e 44’
Genere TEEN THRILLER( GIALLO PER ADOLESCENTI)
Specifiche tecniche 35 MM (1:1.85)
Data uscita 17-08-2007
Regia D.J. Caruso
Attori
Shia LaBeouf Kale
Sarah Roemer Ashley
Carrie-Anne Moss Julie
David Morse Sig. Turner
Aaron Yoo Ronnie
Jose Pablo Cantillo Agente Gutierrez
Matt Craven Daniel Brecht
Viola Davis Detective Parker
Kevin Quinn Sig. Carlson
Elyse Mirto Sig.ra Carlson
Rene Rivera Ig. Gutierrez
Amanda Walsh Minnie Tyco
Cindy-Lou Adkins Sig.ra Greenwood
Soggetto Christopher Landon
Sceneggiatura Carl Ellsworth Christopher Landon
Fotografia Rogier Stoffers
Musiche Geoff Zanelli
Montaggio Jim Page
Scenografia Tom Southwell Arredamento Maria Nay Costumi Marie-Sylvie Deveau Effetti
Halon Entertainment Mark Freund
Pare una foto in bianco e nero venuta male, troppo scura, o un disegno al carboncino: un volto in controluce, i lineamenti regolari, ma indefiniti, le mani sollevate con decisione per reggere un binocolo. Il nostro sguardo viene immediatamente catturato da ciò che si vede, a colori sanguigni, malati, duplicato, nelle lenti: due occhi spaventati su un bel viso di giovane donna, dietro di lei un’ ombra con un pugnale in mano, sta per entrare nella stanza; la scena incorniciata è illuminata solo dalla luce stordente di una lampadina alle spalle della figura minacciosa. In apparenza il poster riassume la vicenda del film, ma il suo senso ultimo è ambiguo: il male ossessiona, se ne è morbosamente attratti e non esiste innocenza. Chi è allora la persona anonima con il cannocchiale, appena tratteggiata e irriconoscibile? Il protagonista del film o noi spettatori alle ricerca di emozioni forti?
Vai a capire il perché i distributori nella stagione ritenuta morta in Italia per il cinema riempiono le sale di horror per lo più di pessima qualità: probabilmente si pensa che sotto il solleone la mente sonnecchi, si dimentichino le magagne quotidiane, si dia libero sfogo, allentati i freni inibitori, a cattiveria e a sadismo, e che quindi le favole nere, nella loro prevedibilità, costituiscano un buon farmaco dall’effetto benefico duplice, rilassante e catartico. Paradossalmente il gore a puntate dei due Hostel e dei tre Saw , considerati gli iniziatori del cosiddetto “torture porn”, mandano a casa lo spettatore purificato degli istinti più brutali, senza tradirne l’orizzonte d’attesa: i massacri e gli smembramenti pantagruelici, l’assolutizzazione del male, la sua materializzazione in spazi deformati ed irriconoscibili, sono i connotati inverosimili di un evanescente antimondo fumettistico, un luna park custodito da grotteschi mostri ai cancelli, per impedire l’ingresso dell’orrore autentico, quello raccontato dalla cronaca e a portata di sguardo. La casa degli orrori di Barletta, di cui hanno parlato in questi giorni i telegiornali, nella quale una settantenne teneva i cadaveri imbalsamanti delle due sorelle era il set di un film folle e raggelante, a cui nessuno ha creduto e vorrebbe credere: la finzione/medicina allora neutralizza la sensazione di essere parte di un universo delirante e contro la paura corrobora la fiducia nel potere salvifico della ragione e dei sentimenti.
Vacancy del regista ungherese-americano Nimròd Antal, autore di Kontroll, ambientato nella sotterranea di Bucarest uscito due anni fa, non infrange certo le leggi implicite imposte dai cultori del genere, ma attua una sorta di mediazione riconciliante fra la sobria classicità delle nobili origini e gli eccessi trasgressivi delle opere più recenti: l’intervento richiedeva una certa abilità diplomatica, ma non era neppure troppo complicato, se è bastato mettere fuori uso il cellulare e far provenire il trillo allarmante e la voce cavernosa da una cabina e da un apparecchio telefonico nero e pieno di polvere, poi riempire le stanze vuote del motel fatiscente e isolato del capolavoro di Hitchcock del 1960, Psycho, con arcaici schermi televisivi, nei quali relegare torture iperboliche e urla raccapriccianti, sdoppiarne la protagonista, la fanciulla in fuga, in marito e moglie in crisi e moltiplicarne il maniaco custode Norman Bates in una banda di loschi figuri mossi però non dalla malattia ma dal bieco interesse.
Pertanto Antal, lo dichiarano senza equivoci i bei titoli di testa, omaggio a Saul Bass, disegnatore di Hitchcock, anziché cercare strade inesplorate ha preferito inoltrarsi in sentieri già battuti, un po’ trascurati dalla moda, portandosi dietro comunque il bagaglio dello spettatore contemporaneo, dopo averlo alleggerito dei pesi più ingombranti: Vacancy risulta così essere una dignitosa riscrittura del testo sacro hitchcockiano, considerato sfondo-occasione per rivisitare i motivi più suggestivi dell’antologia del terrore, quali la fuga nei sotterranei, il potere demoniaco delle immagini proiettate sul video, il viandante smarrito in mezzo al nulla e la casa del diavolo, l’accerchiamento in un luogo chiuso.
L’amalgama basta per la concretizzazione di una extraterritorialità inquietante, dove gli abitanti della metropoli disorientati combattono una dura battaglia per l’incerta sopravvivenza, suscitando l’ansia solidale in chi assiste con il fiato sospeso: tuttavia l’arena infernale è regno vacante, la rivoltante topaia è governata da tiranni goffi e sbrindellati, si dimenticano subito, lo spavento passa e non diventa trauma incancellabile. Lo spirito di Norman Bates si rivolta nella tomba, non riconoscendosi nelle scialbe figure della gang ammazza-coppiette e si domanda quando sia avvenuto il compromesso, in quale dannato motel fra i boschi Satana abbia ceduto le armi, impacchettato l’anima in una scatoletta nera per metterla in vetrina e venderla al migliore offerente.
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COSI’ COMINCIA: David e Amy Fox. coppia in crisi di ritorno da un viaggio, sono costretti per un guasto all’auto a fermarsi la notte nella camera di un motel fatiscente. Ben presto però capiscono che la stanza dove sono alloggiati, è il set di una serie di terrificanti “snuff movie” di cui anche loro sono destinati a diventare protagonisti…
TITOLO: I motel nel caso abbiamo stanze libere tengono accesi tubi al neon con sopra scritto “vacancy” e Vacancy è il titolo del film. Il lungometraggio si rivela dunque da subito un omaggio alle convenzioni dell’horror: infatti è palese l’allusione al classico di Hitchcock, Psycho, ambientato appunto in un albergo fuori mano e privo di ospiti e tipica del genere è una situazione di assoluta normalità che, per un imprevisto, diventa la porta d’accesso a un inferno ingovernabile dalla ragione umana.
MANIFESTO: Il manifesto è, come si conviene per un film horror, raggelante: non ci sono presenze umane, incombe su un vecchio edificio marrone visibile solo nella parte superiore, un cielo plumbeo, infernale. L’unica luce è la scritta sui tubi al neon “Vacancy”, ma in quel trionfo di colori cupi e nell’atmosfera angosciante, accentua l’inquietudine: la trappola lancia richiami luminosi nella notte per chi si è perso e non mancherà di attrarre vittime….
CUORE: sono i titoli di testa, che ricordano Saul Bass, il disegnatore di Hitchcock: su uno sfondo nero come alla ricerca di una via d’uscita un tortuoso succedersi di lettere, nei cui colori rosso giallo e grigio si vedono macchie scure; poi tutto si tramuta in un labirinto rosso e questi a sua volta nella targa dell’auto dei due coniugi perduti in mezzo ai boschi in viaggio verso la trappola che li attende. Il motivo torna nei titoli di coda, a suggerire che l’avventura finisce solo provvisoriamente….
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ama gli horror vecchia maniera: il modello è Hitchocock.
STELLE: ***horror decoroso e soprattutto sobrio
VOTO/BILANCIO: 6+
SCHEDA: USA 2007 Produzione HAL LIEBERMAN COMPANY, SCREEN GEMS
Distribuzione SONY PICTURES RELEASING ITALIA Data uscita 20-07-2007
durata: 1h e 28’
Genere HORROR
Specifiche tecniche SUPER 35 STAMPATO A 35 MM (1:2.35)
Regia Nimród Antal
Attori
Kate Beckinsale Amy Fox
Luke Wilson David Fox
Frank Whaley Mason
Ethan Embry Meccanico
Scott G. Anderson Killer
Soggetto Mark L. Smith Sceneggiatura Mark L. Smith
Fotografia Andrzej Sekula
Musiche Paul Haslinger
Montaggio Armen Minasian
Scenografia Jon Gary Steele Costumi Maya Lieberman
Effetti Rocco Passionino Almost Human Inc.
Havoc, lungometraggio del 2005 della documentarista Barbara Kopple, esce in agosto 2007 in Italia, sulla scia del successo di Anne Hathaway in Il diavolo veste Praga, che qui interpreta, dando libero sfogo al lato sexy di sé, la parte della ricca e disinibita Allison attratta dalle periferie malavitose della sua città, Los Angeles. Il colpo di fulmine scocca nel momento in cui la giovane assiste per strada a un duello incipiente fra il rude Hector, capo di una banda di spacciatori di origine latinoamericana, e il biondo Toby, il boyfriend compagno di scuola, che si atteggia a bullo, leader di un gang di liceali benestanti ed annoiati. Lo scontro ha termine ancora prima di essere combattuto ed il confronto sul terreno dell’autenticità è schiacciante per il bianco dei quartieri alti: il delinquente macho dallo sguardo truce si allontana sdegnoso e il ragazzetto inginocchiato a terra con i calzoni macchiati di orina ostenta velleità di rivincita. Nella mente della già inquieta e ipersensibile Allison si configura allora uno schema, non dissimile da quelli illustrati in classe dal docente di materie umanistiche, in base al quale i ricchi sono finti e i poveri veri: per andare oltre i modelli precostituiti ed imposti non le resta cosi altra alternativa che tentare di confondersi fra gli abitanti del pianeta per lei sconosciuto dove si esiste davvero e non si è fotocopia di testi scritti e pensati da altri.
Nei presupposti del lungometraggio dunque occhieggiano un po’ sfocati e alla rinfusa i tanti volti del continente americano rivelati dalla tradizione cinematografica e letteraria: la sessualità ossessiva dello scandaloso Larry Clark( Kids e Ken Park), le giungle urbane di Spike Lee, la violenza agghiacciante e sopita delle aule scolastiche di Elephant di Van Sant, il malessere della jeunesse dorée dei romanzi di Bret Easton Ellis, e, andando ancora più indietro nel tempo, i belli e dannati di Fitzegerald e la Harlem, coacervo esplosivo di miseria ed emarginazione razziale, del dimenticato(e inattuale?) James Baldwin.
Nell’assemblare i troppi materiali, la pellicola oscilla, senza imboccare una direzione, fra il documentario e la finzione incentrata sul percorso di formazione di un’adolescente in crisi: la prospettiva di chi dietro la macchina da presa vuole riprendere realisticamente gli ambienti, quella dell’amico filmaker dilettante di Allison, che ne smaschera le illusioni di ribaltare le convenzioni essendone invece schiava, e infine quella della stessa Allison si sovrappongono a caso l’una all’altra, senza mai intrecciarsi organicamente. L’incertezza sul punto di vista da privilegliare si traduce nella panoramica frettolosa sull’incursione quasi folcloristica di un gruppo di ragazze curiose in Mercedes nelle vie del malaffare: fanciulle dal corpo di fotomodella tediate dal tran-tran dei cocaina party nelle ville sull’Oceano provano il brivido di un giretto nelle zone of limitis della città, fanno da spettatrici a fellatio praticate sul marciapiede e da invitate fuori posto a feste di battesimo in famiglia, passano la notte fra le prostitute nella stazione di polizia, gettano sul piatto da gioco con la gang di fusti spacciatori di crack la verginità ideale e al “dado è tratto” fuggono spaventate. Di strada se ne fa eccome, ma ci si ferma ai bordi, non c’è né distanza ravvicinata né profondità di campo: le porte sugli interni nella metropoli-mito restano sbarrate, le superfici riflettono gesti e comportamenti risaputi, le principessine capricciose divagano e si sporcano per necessità di copione, variante osé di Beverly Hills 90210.
Il film del resto incespica e confessa candidamente la scarsa riuscita quando si tratta di tirare le fila: uno schermo buio da cui provengono suoni confusi, uno schianto di lamiere, un colpo di pistola, grida ed insulti decapitano più che concluderla una storia, che è appunto meno di zero, per dirla con il titolo di un libro del 1985 di Bret Easton Ellis forse mai letto dalle protagoniste di Havoc.
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COSI’ COMINCIA: A Los Angeles Allison ed Emily, due ragazze di buona famiglia, attratte dal movimento dell’hip-hop, affascinate all’idea di condividere l’esperienza dei gangsta-rappers, insieme agli amici si avventurano nella zona a rischio dell’East Side e lì fanno la conoscenza con una gang di spacciatori di origine ispanica. Le due ragazze vogliono ad ogni costo farne parte, ma, quando si accorgono di essere andate troppo oltre, si pentono e vorrebbero tornare alla loro vita di prima.
TITOLO: L’inglese “havoc” si traduce con l’italiano “devastazione” “scompiglio” “scempio”: esso si genera nel momento in cui si infrangono le barriere fra le classi sociali. La metropoli non è una comunità, ma un assembramento forzato di settori incompatibili e sconosciuti gli uni per gli altri, il cui sfiorarsi casuale o voluto, come avviene nel film, provoca inevitabilmente subbuglio.
CUORE: Allison assiste in piedi affascinata al duello, combattuto più a parole e ad atteggiamenti che a pugni, fra il duro Hector vincitore e il suo ragazzo/amico finto bullo Toby, inginocchiato a terra, con i pantaloni macchiati dalla sua stessa orina.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi ha ammirato Anne Hathway in Il diavolo veste Prada e ancor prima nelle favolette disneyane.
STELLE: * vedibile, ma inconcluso ed inconcludente.
VOTO/BILANCIO:4+
SCHEDA:
Titolo Originale Havoc GERMANIA, USA 2005 Produzione MEDIA 8 ENTERTAINMENT, STUHALL PRODUCTIONS INC., VIP 2 MEDIENFONDS Distribuzione MEDIAFILM (2007) Data uscita 03-08-2007
Durata 1h e 33’
Genere DRAMMATICO, POLIZIESCO, ROMANTICO
Specifiche tecniche 35 MM (1:1.85)
Regia Barbara Kopple
Attori Anne Hathaway Allison Lang
Bijou Phillips Emily
Shiri Appleby Amanda
Michael Biehn Stuart Lang
Joseph Gordon-Levitt Sam
Matt O'Leary Eric
Freddy Rodríguez Hector
Laura San Giacomo Joanna Lang
Mike Vogel Toby
Raymond Cruz Chino
Alexis Dziena Sasha
Channing Tatum Nick
Johnny Vasquez Manuel
Luis Robledo Ace
Sam Hennings Sig. Rubin
Cecilia Peck Sig.ra Rubin
Josh Peck Josh Rubin
Samar Omar Becky
Alysia Joy Powell Desiree
Sam Bottoms Tenente Maris
Terri Hanauer Tenente Kovaleski
J.D. Pardo Todd Rosenberg
Robert Shapiro Se stesso
Soggetto Jessica Kaplan Stephen Gaghan
Sceneggiatura Stephen Gaghan
Fotografia Kramer Morgenthau
Musiche Cliff Martinez
Montaggio Nancy Baker
Scenografia Jerry Fleming Arredamento Betty Berberian Costumi Sara O'Donnell Effetti LOOK! Effects Inc.