Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Crank, il debutto nel lungometraggio degli ex-pubblicitari Neveldine e Taylor, esce in Italia con un anno di ritardo e a fine luglio, eppure negli Usa nel primo weekend ha recuperato interamente i dodici milioni di dollari costati per produrlo. E’ in realtà un B-movie d’azione girato con grande perizia tecnica e con l’anima nei muscoli e nelle gambe dell’attore britannico Jason Statham nella parte di Chev, un ex-killer redento dall’amore di una biondina in corsa folle per le vie di Los Angeles spinto dalla necessità di combattere, rilasciando adrenalina, il veleno iniettatogli dall’ ex capo per vendetta. La frenetica lotta per la salvezza ha un unico istante di crisi, quando all’ospedale Chev entra, per sfuggire ai poliziotti, nella camera di un moribondo, si siede al capezzale e lo osserva in silenzio: l’ istante di pausa dal caos è sufficientemente rivelatore dello spirito di opere di questo genere e del motivo per cui piacciono a un certo pubblico americano e, lo fa pensare la scelta di mandarlo nelle sale ad estate inoltrata, non a quello europeo(quando l’ipervitaminico Tarantino definisce il cinema italiano deprimente deve raffigurarselo precisamente come quel povero infermo agonizzante nel letto). Un regista di casa nostra, di fronte alla sacralità e al mistero della situazione, avrebbe colmato la sequenza, dilatandone la durata e il peso, di sovrasensi filosofici o sentimentali: Neveldine e Taylor partono dall’unico presupposto pragmaticamente non contestabile che la morte sia paralisi ovvero antitesi di azione e girano Crank esclusivamente sul paradosso di un superuomo costretto a vivere un’ effimera supervita dalla durata di un giorno.
Necessaria premessa all’identificazione illusoria della massa con l’avventura del superuomo è la trasformazione di questo in uomo comune operata dai farmaci doopanti nelle vene: la percezione alterata, la sensazione di resistenza sovrumana alla fatiche del sesso e della veglia non rappresentano l’eccezionalità in una società caratterizzata dalla diffusione interclassista di sostanze stupefacenti di ogni genere. Pertanto la parabola del malvagio sicario convertito al bene dalla dolce bambolina non diventa epopea leggendaria di eroe, bensì, buffoneggiando fra amplessi in pubblico, dichiarazioni d’amore eterno fra i singhiozzi, e gite in moto con tanto di vestaglia a pois aperta sul didietro, racconto parodistico di usi e costumi planetari: Chev, mentre precipita al suolo cadendo dall’elicottero tira fuori il cellulare e dice che avrebbe voluto avere il tempo di respirare l’odore delle rose, scena/spot mirabile in cui si rappresenta l’invadenza di campo del telefonino nel momento culminante dell’evento tragico per eccellenza.
Ovvio, il dramma getta la maschera e si rivela farsa, se i fantasmi scaturiti dall’immaginario collettivo e dalle sue imposizioni usurpano spazio e tempo della realtà: le peripezie mirabolanti del campione non si svolgono a Los Angeles, entità multiforme di esseri umani in coabitazione, giacché la metropoli percorsa dalla coscienza condizionata di lui ne conserva solamente il nome ed è in realtà una sintesi da serial televisivo, un teatro a cielo aperto, destinato a gogne pubbliche di tassisti, presunti terroristi, una mappa labirinto dove risaltano i puntini rossi della mete da raggiungere, come fossimo nei fotogrammi-raccordo di CSI.
Se Schumacher in Un giorno di ordinaria follia tracciava il confine precario nel contesto urbano malato fra legge e follia, Neveldine e Taylor, smaliziati, giocano la carta del disimpegno e vanno ben oltre, dando per scontato che fra verità e rappresentazione artificiosamente indotta della medesima le barriere siano cadute.
Crank, rivolto soprattutto agli appassionati dell’action movie, non ha comunque ambizioni di analisi, ma capta con acume umori e tendenze: prima o poi le suonerie dei cellulari avranno musichette che emaneranno odore di rose e nelle piazze virtuali si copula già oggi.
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COSI’ COMINCIA: Siamo nella Los Angeles dei giorni nostri: Chev Chelios, un killer deciso a cambiare radicalmente vita assieme alla fidanzata Eve, non esegue l’ultimo incarico affidatogli da un gruppo criminale della West Coast e per ritorsione gli viene iniettato, mentre dorme, un veleno: per impedire al cuore di fermarsi deve tenere alta l’adrenalina. Non gli resta altra via di scampo allora che mettersi a correre per tutta la città…
TITOLO: “Crank” è di uso colloquiale e significa “tipo scorbutico” “acido” “instabile”: l’assonanza con “crack” fa pensare anche all’alterazione psichica prodotta dalla nota sostanza stupefacente, a cui può paragonarsi la condizione del protagonista del film per effetto dello strano veleno, combattendo il quale egli vive, costretto, una giornata da “superuomo”.
CUORE: la scena in cui Chev Chelios entra nella stanza d’ospedale e si ferma ad osservare il moribondo, prima che la polizia faccia irruzione: è l’unico brevissimo istante di silenzio e quiete in cui il ritmo frenetico della pellicola e la corsa salvifica del suo protagonista si blocca.
PARTICOLARMENTE ADATTO A: chi sul cinema italiano la pensa come Tarantino.
STELLE: *** divertente, veloce, acuto ma evitatelo se non vi piacciono i film d’azione con musica frastornante, sparatorie, inseguimenti in auto ecc..
VOTO/BILANCIO:7-
SCHEDA: GRAN BRETAGNA, USA 2006- Produzione LAKESHORE ENTERTAINMENT, LIONS GATE FILMS, RADICAL MEDIA, GREENESTREET FILMS Distribuzione 01 DISTRIBUTION (2007) Data uscita 27-07-2007
Durata 1h e 24’
Colore C
Genere AZIONE, DRAMMATICO, POLIZIESCO, THRILLER
Specifiche tecniche CANON XL-2, SONY HDC-F950, HDTV, HDCAM SR (1080p/24), 35 MM (1:1.85)
Regia Mark Neveldine Brian Taylor
Attori
Jason Statham Chev Chelios
Amy Smart Eve
Jose Pablo Smart Cantillo Verona
Efren Ramirez Kaylo
Dwight Yoakam Doc Miles
Carlos Sanz Carlito
Reno Wilson Orlando
Jay Xcala Alex
Keone Young Don Kim
Valarie Rae Miller Chocolate
Soggetto Mark Neveldine Brian Taylor
Sceneggiatura Mark Neveldine Brian Taylor
Fotografia Adam Biddle
Musiche Paul Haslinger
Montaggio Brian Berdan
Scenografia Jerry Fleming Arredamento Betty Berberian Costumi Christopher Lawrence
Effetti Travis Baumann Matt Kutcher Tatopoulos Studios Digital Filmtree Sub/Par Pix Patrick Tatopoulos Design Inc.
Nell’ultimo film di Jacques Rivette, uno dei fondatori dell’ormai ex “Nouvelle Vague”, La duchessa di Langeais, il momento culminante della tragica vicenda è raccontato da una triplice prospettiva: la donna sola per strada attende vanamente l’uomo amato, questi non la raggiunge, eppure pensa a lei, seduto in silenzio, mentre due amici discettano scioccamente sui modi di dire abusati quali : “E’ stupefacente!” o “Qui c’è del dramma!”. La mancata sincronia emotiva dei due aspiranti amanti lascia uno spazio vuoto e l’ottantenne regista lo colma, ironizzando sull’insipida dittatura del linguaggio comune sui sentimenti e sugli stati d’animo, quasi facendo il verso al Bouvard e Pècuchet di Flaubert. Trattandosi di un cineasta è evidente però che il suo spirito caustico è rivolto soprattutto alle convenzioni della settima arte e alle etichette di comodo ricorrenti nella presunta critica cinematografica.
Innanzitutto dunque esaltazione delle proprie differenze: il nitore della fotografia, la tirannia dei piani sequenza, la dilatazione temporale esasperante, i dialoghi forbiti, la concentrazione totalizzante sull’intimità degli interni in penombra, la soppressione di passaggi essenziali alla comprensione dei particolari dell’intreccio ma fuorvianti rispetto al baricentro, la maniacale attenzione ad abbigliamento ed arredi, costituiscono l’orgogliosa cifra di un artista che pervicacemente intende starsene fuori da qualunque coro, e fondare, assieme a pochi altri, un elitaria repubblica di intellettuali, francesi DOC, autori sofisticati e indifferenti al gusto del pubblico internazionale nonché alle conformistiche schedature dei recensori.
Di tale eletta schiera fa degnamente parte Rohmer, il quale ne La nobildonna e il duca scopriva, mettendo in scena il diario di un’aristocratica inglese, la rivoluzione del 1798 dalla parte degli sconfitti: da lui convertito ai classici della letteratura, Rivette attua, pare di capire, un progetto assai pretenzioso che consiste nel cavar fuori da un romanzo non eccelso di Balzac i segni del tramonto dell’Illuminismo ad opera del Romanticismo nascente. In fondo la bizzosa e infelice duchessa, lettrice di Madame de Stael, rivive sulla propria pelle il travaglio di un secolo: la sconfitta degli ideali libertari e libertini dei lumi ad opera della Restaurazione, l’opposizione segreta dei gruppi massonici e carbonari, l’affermazione della borghesia, il ritorno alla Chiesa e alla religione, il dominio assoluto delle passioni, il conflitto sempre meno latente fra istanze individuali e ruoli imposti. Quando conosce il claudicante veterano di Napoleone l’elegantissima signora si esprime infatti alla maniera di chi ha studiato ed amato Le relazioni pericolose di Laclos, e vuole mettere finalmente in pratica l’arte della seduzione, concedendosi e negandosi nello stesso tempo: tuttavia le insufficienze della ragione portano diritte al cuore e il gioco finisce con il travolgerla fino all’immancabile ritiro in convento. “Non toccate la scure” la minaccia del generale proferitale nel bel mezzo di un ballo, prima che gli eventi precipitino, afferma a chiare lettere la vanificazione dell’apparato ideologico di un ‘età che si era illusa di riformare radicalmente la società, mozzando con la ghigliottina capi di regnanti e estirpando con testi dissacranti i dogmi della mentalità corrente: sangue versato e torture psicologiche richiamano vendetta e morte e l’estremismo arrogante delle rivoluzioni contiene già in sé il riflusso.
Legittimano del resto questa o altre letture l’autore e i suoi abituali sceneggiatori, non essendosi sporcati le mani con i diritti dello spettatore: l’assoluta decontestualizzazione del feuilleton di Balzac depotenzia le allusioni esplicative in un estetismo sfibrante e compiaciuto e la dialettica senza macchia di Rivette annoia e non poco. Allora ci si identifica solidali con l’impassibile e vagamente tediata servitù: essi regolano in base ai capricci dei padroni le lancette della pendola, pensando forse fra un sospiro e l’altro: “Qui c’è del dramma”.
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COSI’ COMINCIA: Il film, tratto da un romanzo di Balzac, racconta una tragica storia d’amore: siamo nel 1823 il glorioso generale napoleonico Armand de Montriveau ritrova, dopo averla cercata per anni, in un remoto convento delle Carmelitane nell’isola di Majorca la donna disperatamente amata cinque anni prima nella Parigi della Restaurazione, Antoinette, la capricciosa moglie del duca di Langeais….
TITOLO: Rivette riprende il titolo originario del romanzo di Balzac, da lui cambiato a distanza di dieci anni in “La duchessa di Langeais:” Non toccate la scure/mannaia”. L’energia eversiva della frase spiega l’esito tragico della vicenda: le rivoluzioni politiche quanto quelle sentimentali sono pericolose e finiscono con il ritorcersi contro chi le promuove.
CUORE: nel salotto Parigino a un gran ballo Montriveau scandisce enfaticamente, rivolto verso Antoniette seduta vicino, la frase: “non toccate la mannaia” e racconta le circostanze drammatiche in cui essa venne pronunciata. Da qui la storia muta totalmente direzione e prospettiva, diventando prima la lenta attuazione di una vendetta, poi la disperata agonia di due anime travolte da una medesima passione irrealizzabile.
ADATTO A: a chi vuole misurarsi con i giudizi esaltanti di alcuni critici. A chi ama l’intellettualismo di molto cinema francese.
STELLE:* una parte della critica plaude ammirata, vedete voi: pericolo noia.
VOTO/BILANCIO: 4.50
SCHEDA: Titolo Originale Ne touchez pas la hache
FRANCIA, ITALIA 2007 Produzione PIERRE GRISE PRODUCTIONS, CINEMAUNDICI, ARTE FRANCE CINÉMA Distribuzione MIKADO Data uscita 13-07-2007
Genere: DRAMMA SENTIMENTALE
Durata:2h e 17’
Specifiche tecniche 35 MM (1:1.85)
Tratto da romanzo omonimo di Honoré de Balzac (Ed. Marsilio, 1996 - Coll. Letteratura universale. I fiori blu)
Regia
Jacques Rivette
Attori
Jeanne Balibar Antoinette de Langeais
Guillaume Depardieu Armand de Montriveau
Michel Piccoli Vidame de Pamiers
Bulle Ogier Principessa de Blamont-Chauvry
Anne Cantineau Clara de Sérizy
Mathias Jung Julien
Julie Judd Lisette
Marc Barbé Marchese de Ronquerolles
Nicolas Bouchaud De Trailles
Thomas Durand De Marsay
Beppe Chierici L'Alcalde
Remo Girone Confessore del convento
Paul Chevillard Duca de Navarreins
Barbet Schroeder Duca de Grandlieu
Victoria Zinny Madre superiora
Denis Freyd L'abate Gondrand
Claude Delaugerre Auguste
Birgit Ludwig Diane de Maufrigneuse
Soggetto Honorè de Balzac (romanzo)
Sceneggiatura Pascal Bonitzer Christine Laurent Jacques Rivette
Fotografia William Lubtchansky
Musiche Pierre Allio
Montaggio Nicole Lubtchansky
Scenografia Emmanuel de Chauvigny (Manu De Chauvigny) Costumi Maïra Ramedhan-Lévy
Zola, il padre del Naturalismo, descrive nelle pagine iniziali de L’assommoir (1876) l’effetto ammorbante sull’aria della città/carnaio dei luoghi dannati preposti a nutrirla: “…gruppi di macellai, davanti ai mattatoi, parevano immobili nei loro grembiuli insanguinati, e il vento fresco trascinava con sé, a tratti, un fetore, un odore selvaggio di bestie massacrate”. Attorno ai macelli vegetava già allora un’umanità miserabile abbruttita dall’alcool ed è ancora più o meno cosi oggi, stando al film di Linklater, regista indipendente di non eccelso talento, Fast Food Nation, ispirato al best seller di Schlosser, dove però il sangue del mattatoio della “MicKey’s” a Cody tramortisce i sensi dello spettatore solo alla fine. Davanti a quelle povere bestie terrorizzate spinte dentro un cunicolo, uccise e smembrate per diventare hamburger, si ha la dimostrazione concreta di quanto la sensibilità di strati crescenti dell’opinione pubblica verso tematiche quali rispetto dell’ambiente, condizioni di lavoro, trattamento degli animali nelle sperimentazioni e nell’alimentazione, non sia questione di moda o di astratte ideologie no global. Gli anticorpi di un apparato produttivo del resto e la sua stessa efficienza si giocano nel coraggio di correggersi, pena l’inceppamento del meccanismo e la soppressione, per quanto momentaneamente differita: il lungometraggio dunque è soprattutto un campanello d’allarme per le catene di fast-food e per i loro clienti.
Fast Food Nation di fatto sbandiera proclami velleitari contrapposti a prevedibili capitomboli nel baratro e, prima di entrare nelle stanze di tortura del lager, si sguinzaglia in un racconto corale, secondo la tradizione di certo cinema statunitense, seguendo le tracce di un centone di personaggi rigidamente esemplari e eludendoli quando arrivano al bivio: se riconoscere il male comporta, come prevedibile in un’ opera del genere, la resa o il rifiuto, è prova della scarsa capacità della pellicola di evadere dagli angusti limiti del pamphlet di denuncia l’approssimazione nell’affrontare il frangente della possibilità/impossibilità di un mutamento di giudizio e del conseguente cambiamento sociale minimo o radicale. Sarebbe probabilmente stato sufficiente dare sviluppo coerente almeno a una della situazioni abbozzate e dotare la coscienza dei protagonisti di maggior incisività nella ribellione, nell’accettazione, nel compromesso e nella caduta: al contrario il cast di famosi presta voce e gesti a una variegata tipologia di individui, connotati schematicamente in base ai rapporti con la multinazionale della carne; all’interno degli uffici, delle fabbriche e dei negozi del tentacolare organismo, o appena fuori, l’umanità si suddivide in chi consapevolmente accetta il sistema, chi vi lavora chiudendo gli occhi, chi ne sfrutta le storture per il potere personale, chi è fragile per opporsi alla condizione di vittima, chi ha il coraggio e la cultura per farlo, ma non sa trovare i mezzi efficaci, e infine quei pochi che hanno il privilegio di esserne indipendenti.
Giustamente da questo punto di vista Linklater e Schlosser sono vaghi nell’indicare colpevoli o responsabili ai piani alti, giacché far nomi avrebbe significato minimizzare riducendo la vicenda al solito complotto di pochi malvagi potenti, capro espiatorio facilmente removibile: tuttavia la prospettiva dagli infimi gradini della scala sociale si concreta in una coreografia didascalica, con figure ad effetto.
La lezioncina da impartire è alleviata comunque da un pizzico di ironia riservato ai contestatori e alle loro plateali azioni di disturbo: i ragazzini che imitano Greenpeace vanno di notte a liberare le mucche destinate allo scannatoio, ma queste restano dentro ostinatamente. Perché? Si chiede la giovane idealista ..bella domanda, no?
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COSI’ COMINCIA: Don Anderson, un dirigente della Mickey’s, una catena di fast food, venendo a sapere che per uno dei prodotti di punta della casa, il “Big-one”, dovrebbe venire utilizzata carne di manzo avariata, viene inviato a verificare personalmente, nella filiale di Cody(paese inesistente) nel sud della California ai confine con il Messico….
TITOLO: Il titolo vuole essere una definizione sintetica degli Stati Uniti d’America, di cui la pellicola ha l’ambizione di descrivere uno dei gangli più vitali del sistema produttivo, quelli cioè che riguardano l’industria alimentare. L’attributo più significativo è “veloce”: il meccanismo per essere redditizio non deve concedersi pause, deve stritolare e maciullare uomini e animali.
Vi è però anche un chiaro riferimento all’hamburger il piatto che ovunque è sinonimo di America: intento del regista infatti, stando a quanto egli stesso sostiene, è soprattutto mettere in guardia i clienti dei Fast food su quello che mangiano.
CUORE: l’interminabile sequenza che si svolge nel cuore più segreto del mattatoio, dove si assiste al massacro degli animali, destinati ad alimentare gli umani, la cui società è dunque connotata a tutti i livelli da un feroce cannibalismo.
ADATTO A: a chi ama il cinema di denuncia, a chi sceglie il fast food e a chi lo evita come la peste.
STELLE:** vedibile
VOTO/BILANCIO: 5+
SCHEDA: USA 2006- Produzione HANWAY FILMS, RECORDED PICTURE COMPANY (RPC)
Distribuzione DNC Data uscita 20-07-2007
Durata 1h e 56’
Colore C
Genere DRAMMATICO, SOCIALE
Tratto da libro omonimo di Eric Schosser
Regia Richard Linklater
Attori
Patricia Arquette Cindy
Bobby Cannavale Mike
Paul Dano Brian
Luis Guzmán Benny
Ethan Hawke Pete
Ashley Johnson Amber
Greg Kinnear Don Anderson
Kris Kristofferson Rudy Martin
Avril Lavigne Alice
Esai Morales Tony
Catalina Sandino Moreno Sylvia
Lou Taylor Pucci Paco
Ana Claudia Talancón Coco
Wilmer Valderrama Raul
Bruce Willis Harry Rydell
Cherami Leigh Kim
Mitch Baker Dave
Jason McDonald Riley (non accreditato)
Erinn Allison Impiegata dell'hotel
Raquel Gavia Rita
Glen Powell Jr. (Glen Powell) Steve
Dana Wheeler-Nicholson Debi
Armando Hernández Roberto
Juan Carlos Serrán Esteban
Yareli Arizmendi Gloria
Roger Cudney Terry
Francisco Rosales Jorge
Soggetto Eric Schlosser (libro)
Sceneggiatura Richard Linklater Eric Schlosser
Fotografia Lee Daniel
Musiche Friends of Dean Martinez
Montaggio Sandra Adair
Scenografia Bruce Curtis Arredamento Phil Shirey Costumi Kari Perkins Lee Hunsaker
Effetti Steve Wolf Amalgamated Pixels Wolf Stuntworks Inc.
I cineasti francesi adorano disporre prototipi ideali di uomini e donne in modo che formino figure geometriche, la musica lirica a mo’ di commento: nel sedicesimo film di Techiné I testimoni costituiscono i lati del quadrilatero, Manu, un giovane cameriere gay, avido di vita, non a caso destinato a essere vittima dell’AIDS, Adrien, un medico grassoccio di mezza età, omosessuale che compensa le frustrazioni sentimentali con l’ironia intellettuale e l’attivismo sociale, un poliziotto di origine maghrebina, funzionario della “buon costume” e quindi strumento della repressione poliziesca nei confronti dei “diversi” e contemporaneamente attratto non platonicamente dai corpi maschili, e infine la moglie di lui, ricca di famiglia, scrittrice di favole per bambini in crisi. Perfettamente prevedibile di conseguenza, come il risultato di un equazione algebrica, lo sbocco dell’intrecciarsi dei loro destini: il dottore maturo incontra il bel ragazzo in un parco di notte, se ne innamora non ricambiato, lo porta in giro per Parigi, gli fa conoscere i suoi amici, la raffinata intellettuale e il marito commissario, un rude macho, che, sfiorando il giovane nell’acqua per salvarlo dall’annegamento, viene travolto dai sensi e ne diventa l’amante.
Fin qui tutto tristemente e borghesemente normale: un adolescente di provincia, curioso e affamato di esperienze, a caccia di avventure e di fortune nella versione liberataria e inevitabilmente un po’ naif della Parigi di Balzac e di Maupassant, incontra un protettore benestante molto più vecchio di lui e un focoso amante che di nascosto dalla consorte milionaria, dopo averlo portato con sé in volo, ne gode le grazie all’interno di una roulotte.
Una storia vista mille volte con le varianti di prammatica: il potere di seduzione e la fragilità della giovinezza, il cinismo e l’egoismo della maturità, la quale, non potendo ottenere, ricatta sublimando, e ottenendo prosciuga fino ad esaurire. Allo spettatore resta la curiosità di sapere quale svolta i protagonisti del film darebbero alla loro sorte, se non fossero costretti, arrivati al bivio, a combattere contro il virus letale, che nel 1984 iniziò a mietere vittime negli Stati Uniti e in Europa: Techinè nell’imporre alla pellicola la direzione improvvisa del film catastrofico si limita a delineare, tramite le solite inserzione dei telegiornali dell’epoca, uno sfondo documentaristico generico, mosso dalla volontà di non perdere di vista il quadrilatero ideale. Canalizzando nella reazione al male di uno di loro l’egoismo, la viltà e la generosità dei singoli componenti dell’eterogeneo gruppo egli trova modo di esprimere il sentimento di nostalgia per un’esistenza comunque non condizionata dalle paura collettiva: la radice emotiva del lungometraggio è forse l’intuizione che la minaccia dell’AIDS cambiò non solo le abitudine sessuali di alcune minoranze, ma soprattutto fece da apripista alle mille fobie, da quella terroristica a quella dell’epidemia incontrollabile, e la coscienza della vulnerabilità sono diventate una costante nella quotidianità delle metropoli.
Evidentemente non è sempre stato cosi e Techinè vuole ricordarlo: I Testimoni, sicuramente con qualche abbellimento di troppo, racconta dalla prospettiva post-11 settembre di un’età dell’oro, nella quale entrando in un parco si incontrava chi ti reggeva la giacca attendendoti mentre folleggiavi incautamente dietro i cespugli e le prostitute erano convinte di fare il più gratificante dei lavori. L’autobiografismo dell’opera è del resto lampante nella scelta di affidare a Sarah, artista incapace di sentirsi madre e di dare un senso al proprio mestiere, il ruolo di testimone: dalla labbra infette di un moribondo ella sugge la volontà di sopravvivere, di lasciare traccia sulla terra di un passaggio effimero e, nonostante tutto, luminoso se si ama, e comprende la necessità di una vocazione fondata sulla memoria. Le illusione si perdono per strada, qualcuno deve custodirle, talismani contro la morte.
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COSI’ COMINCIA: Nella Parigi del 1984, mentre l’AIDS, virus ancora sconosciuto, sta mietendo vittime negli Stati Uniti e in Europa soprattutto fra gli omosessuali, il ventenne Manu raggiunge sua sorella Julie, aspirante cantante lirica, e va a vivere in con lei nella camera di un albergo malfamato. In uno dei suoi giri notturni nei luoghi di ritrovo dei gay conosce Adrien, un medico di mezza età che si innamora di lui non ricambiato. Diventano però amici, si frequentano, e tramite lui il ragazzo conosce Sarah, una scrittrice di favole per bambini, e suo marito Mehdi, poliziotto, di cui diventa l’amante….
TITOLO: A raccontare la vicenda del giovane gay vittima dell’AIDS, con l’espediente della voce fuori campo, è Sarah, la quale attraverso la sofferenza di lui ritrova l’ispirazione di scrittrice che aveva perso, causa una maternità non accettata: la vista della malattia del ragazzo fa ritrovare all’artista il significato più profondo della propria vocazione e del proprio mestiere: essere testimone del passaggio degli esseri umani sulla terra. Da qui il titolo del film che, tramite il racconto in prima persona della donna, diventa una testimonianza degli effetti devastanti del virus.
CUORE: la scena di in cui Sarah bacia Manu, ormai arrivato all’ultimo stadio della malattia, e ritrova la sua ispirazione di scrittrice.
ADATTO A: a chi ricorda com’era prima dell’AIDS e dell’11 settembre o a chi vorrebbe saperlo
VOTO: 6/7
SCHEDA: Titolo Originale Les Témoins FRANCIA 2006 Produzione SBS FILMS, FRANCE 2 CINÉMA, CANAL+, TPS STAR Distribuzione 01 Distribution
Durata Ih e 52’
Genere DRAMMA PSICOLOGICO
Specifiche tecniche
Data uscita 06-07-2007
Regia André Téchiné
Attori
Michel Blanc Adrien
Emmanuelle Béart Sarah
Sami Bouajila Mehdi
Julie Depardieu Julie
Johan Libéreau Manu
Constance Dollé Sandra
Michèle Moretti Madre di Mehdi
Lorenzo Balducci Steve
Raphaëline Goupilleau Madre di Julie e Manu
Maïa Simon Madre di Sarah
Jacques Nolot Direttore dell'albergo
Xavier Beauvois Editore
Bertrand Soulier Medico
Alain Cauchi Sceriffo
Soggetto Michel Canesi (idea) Jamil Rahmani (idea )
Sceneggiatura André Téchiné Laurent Guyot Viviane Zingg
Fotografia Julien Hirsch
Musiche Philippe Sarde
Montaggio Martine Giordano
Scenografia Michèle Abbé-Vannier (Michèle Abbé) Costumi Radija Zeggaï
Note - IN CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).
Solamente per un breve momento in Harry Potter e l’ordine della fenice Hogwarts sembra non essere cambiata: il portone è sbarrato, gli allievi hanno la testa china sui banchi, scrivono, tristi e impauriti, in assoluto silenzio, obbedendo all’ordine scritto in caratteri cubitali sulla lavagna, in piedi di fronte a loro, l’insegnante carceriere realizzato, vestita di un rosa sfolgorante, mantiene la disciplina; ad un tratto volando a cavallo di una scopa fanno irruzione due monelli dai capelli rossi, creano con la bacchetta magica una bocca gigantesca che addenta la professoressa e gli studenti, affrancati dal giogo opprimente, scappano fuori all’aria aperta e la scuola torna a essere quello che era un tempo, luminosa per i fuochi d’artificio improvvisi: una via di fuga alternativa e fantastica concessa a un’infanzia abbandonata, agli Oliver Twist e ai suoi discendenti come l’orfano Harry Potter, destinati altrimenti a un’ esistenza di stenti nella Londra di sempre. La trasfigurazione liberatoria passava attraverso la tavola colma di leccornie, le favolose partite di Quidditch, la severità e la difficoltà della discipline scolastiche spazzata via dai bizzarri abbecedari di spassose materie, animali multiformi, e infine un mondo adulto simpaticamente bislacco, spesso inconcludente, burbero in apparenza e protettivo nei fatti, incarnato da un corpo docente diretto dal mago buono, il barbuto Silente.
Nel riassumere per la versione sullo schermo le tante pagine dell’ultimo volume della saga, il regista televisivo Yates e Goldenberg, il nuovo sceneggiatore subentrato a Kloves, hanno iniziato a scogliere l’ostico nodo della trasformazione di Hogwarts da luogo fisico a luogo mentale e del graduale svanire del castello incantato nell’universo visibile e puramente materiale dei “babbani” assieme al demiurgo/bambino dagli occhi spauriti dietro gli occhialini.
Harry Potter e l’ordine della fenice ha alti e bassi, perde lucidità a tratti, però gronda di malinconia e di consapevolezza: a dare una presenza fisica straordinaria alla coscienza della crisi è Imelda Staunton( premiata a Venezia 2004 per Il segreto di Vera Drake) nei panni della crudele professoressa Umbridge. L’abbigliamento, i gesti, la voce flautata, il subdolo rispetto dell’etichetta, il sadismo ingordo e la sete di dominio della donna sono la finestra spalancata, attraverso cui la sinuosità perfida del reale sorprende e invadendolo distrugge il regno adolescenziale degli apprendisti stregoni: non per nulla si sono indicati come modelli ispiratori la Regina Madre, la Thatcher e potremmo aggiungere la depravata docente di storia, interpretata da Judi Dench, nel recente Diario di uno scandalo.
Dolores Umbridge è insomma vera, anche solo di una verità scaturita da incubi collettivi, e per questo è devastante fra le mura di un edificio popolato da creature fiabesche come Albus Silente e dove i baci sono casti sfioramenti di labbra: il trauma per Harry, vittima della sessualità perversa di lei, costretto a subire la violenza di una penna/scudiscio, provoca in lui una rottura brusca, dagli effetti imprevedibili, con il se stesso di prima e un duro risveglio dai sogni ad occhi aperti, fino alla scoperta in sé della parentela con il male. E l’insofferenza di Harry Potter per Harry Potter diventa di riflesso il centro del lungometraggio, con un Radcliffe, impaziente di scollarsi di dosso i panni di un mito ormai ingombrante, calato perfettamente nella parte: malcelata antipatia significa fra le altre cose rimpianto e di conseguenza un ottimismo solo di facciata, lo stesso trasmesso alla fin fine dai libri della Rolwling. La crescita non è che una perdita: dalle ceneri del maghetto si alzerà in piedi l’uomo adulto, ma non avrà più un nome e neppure una storia
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COSI’ COMINCIA: Terminate le vacanze, Harry torna alla scuola di Hogwarts , ma l’accoglienza riservatagli non è delle migliori: è stato assolto con fatica dall’accusa di aver utilizzato le arti magiche in piena Londra e quasi nessuno gli crede quando afferma di aver incontrato Lord Voldemort e che il suo ritorno è imminente. Il Ministro Fudge, per tenere sotto controllo la situazione, invia l’ambigua Dolores Umbridge, Inquisitore Supremo del Ministero della Magia, come docente di “Difesa contro le arti magiche”. Da parte sua Silente chiama a raccolta l’Ordine della Fenice, un’organizzazione segreta, che ha per scopo la lotta contro il signore del Male….
TITOLO: Il titolo del film identico a quello del libro rivela scopertamente l’intento di sfruttarne il travolgente successo commerciale: cosicché ai vari registi che si sono succeduti nella trasposizione sullo schermo dei vari capitoli della saga è stato imposto di rispettare la lettera e lo spirito del romanzo di formazione del maghetto. Di tale diktat è necessario tener conto se si vuole giudicare rettamente la qualità delle singole opere: i precedenti autori, Columbus, Cuaròn e Newell, chiamati a cimentarsi nell’impresa sono riusciti nel difficile compito di conciliare interpretazione e rispetto del testo e i risultati erano, facendo equo bilancio di luci ed ombre, convincenti. Per tradurre in immagine il poderoso volume “ Harry Potter e l’ordine della fenice” la scelta è invece caduta su un mesteriante della sintesi, ovvero sul regista televisivo, David Yates, che in effetti è riuscito a fare un riassunto completo del romanzone, valorizzandone l’aspetto serio-educativo e facendo risaltare fra i personaggi quello più coloritamente malvagio, la nuova professoressa di Difesa contro le arti oscure, Dolores Umbridge.
CUORE: Dolores Umbridge violenta e traumatizza Harry Potter con una penna/scudiscio. La sessualità perversa e malata del mondo contemporaneo invade l’universo magico e castamente innocente di Hogwarts( cfr. il casto bacio di Harry con i corpi a rassicurante distanza) ed è l’inizio della fine.
ADATTO A: ai cultori del maghetto ovviamente.
VOTO:6.50
SCHEDA: Titolo Originale Harry Potter and the Order of the Phoenix GRAN BRETAGNA, USA 2007 Produzione WARNER BROS. PICTURES, HEYDAY FILMS Distribuzione WARNER BROS. ITALIA Data uscita 11-07-2007
Genere FANTASY
Tratto da omonimo romanzo per ragazzi di J.K. Rowling
Regia David Yates
Attori
Daniel Radcliffe Harry Potter
Rupert Grint Ron Weasley
Emma Watson Hermione Granger
Helena Bonham Carter Bellatrix Lestrange
Ralph Fiennes Lord Voldemort
Robbie Coltrane Rubeus Hagrid
Michael Gambon Prof. Albus Silente
Brendan Gleeson Prof. Alastor Malocchio Moody
Maggie Smith Prof. Minerva McGranitt
Jason Isaacs Lucius Malfoy
Gary Oldman Sirius Black
Alan Rickman Prof. Severus Piton
Imelda Staunton Dolores Umbridge
David Thewlis Prof. Remus J. Lupin
Emma Thompson Prof. Sibilla Cooman
Mark Williams Arthur Weasley
Julie Walters Molly Weasley
Fiona Shaw Zia Petunia
Richard Griffiths Zio Vernon
Soggetto J.K. Rowling (romanzo) Sceneggiatura Michael Goldenberg
Fotografia Slawomir Idziak
Musiche Nicholas Hooper Il tema musicale di "Harry Potter" è di John Williams
Montaggio Mark Day
Scenografia Stuart Craig Costumi Jany Temime
Nel meraviglioso La città incantata del Maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki solamente una bambina dolce ma determinata, Chihiro, possiede la chiave per uscire integri dal reame della malvagia strega Yababa dove gli uomini, attratti dai piaceri materiali, si tramutano in maiali: a differenza di papà e mamma che legati ossessivamente alla loro carta di credito e abbagliati dal luccichio ingannevole della mensa della novella Circe, sono infedeli ai proprio ricordi, lei non dimentica il passato, riesce a rammentare il nome del compagno di sventure, un ragazzo trasformato in fiume, libera entrambi e annienta la magia che obnubila le menti. La preservazione della memoria e dell’identità costituiscono l’unica ancora di salvezza per un’umanità “drogata” dalle leggi dell’economia monetaria e dal consumismo: i fanciulli e i non integrati vivono liberi e non corrotti, a loro è affidato il compito di diffondere il messaggio di speranza, attraverso la forma più congeniale all’infanzia innocente, ovvero la classica favola animata.
Non è difficile allora comprendere alla luce della filmografia successiva, il fascino esercitato dalla figura di Lupin III, l’eroe scanzonato e ribelle, discendente del mitico Arsenio, ideato da Monckey Punch, sul grande autore nipponico, che affrontando la regia per prima volta nel
Scontata la metafora della zecca custodita nei sotterranei del maniero del malvagio conte di Cagliostro, additata da Lupin all’ispettore in soprabito Zenigata come responsabile dell’ascesa addirittura dell’astro napoleonico e del crollo di Wall Street del 1929: la contestazione al capitale internazionale suonerebbe delirante su un volantino di qualche gruppuscolo estremista di no global, ma qui il candore ingenuo delle denuncia si accorda alla perfezione con le linee regolari del disegno, con i colori pastello, e con lo schema elementare dell’intreccio fiabesco.
Siamo certo lontani dalla pluridimensionalità fantasmagorica de Il castello errante di Howl, ma la distanza non è poi incommensurabile: la fortezza ha le fondamenta ben piantate sul suolo, non esplora ancora i cieli e le porte non si affacciano sull’infinità di un universo in ininterrotta metamorfosi temporale e spaziale; tuttavia le segrete del medesimo edificio custodiscono bene e male, il presente di sopraffazione e corruzione si apre su un passato di bellezza da disseppellire; i palazzi imponenti dei Napoleone della finanza hanno sopraffatto le città emanando funeste malie, eppure dai loro tortuosi corridoi spuntano fuori all’improvviso tenendo al guinzaglio un cagnolino bambine dal cuore onesto e romantici banditi gentiluomini intenzionati a violare i falsi idoli.
La liberazione è un atto di cavalleria disinteressato tra anime gentili che contraccambiano l’aiuto generoso ricevuto e sacramente custodito dalla memoria, senza che la fiaba preveda finale alcuno, né lieto né tragico: l’Odissea picaresca in utilitaria o in volo fra i tetti deve continuare e sconfessare, illuminandolo, l’apparente immobilismo del labirinto.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- COSI COMINCIA: Lupin, ladro gentiluomo, e il suo fedele compagno di avventure Jigen arrivano nel piccolo paese di Cagliostro, governato da un perfido conte, che abita in un enorme castello, nei cui sotterranei si stampa il denaro falso, responsabile della crisi economica mondiale. Nella stessa fortezza è tenuta prigioniera l’incantevole principessa Clarissa, destinata a sposare il conte, che vorrebbe conoscere da lei il luogo segreto dove è custodito un antichissimo tesoro. Lupin decide di liberare la fanciulla, di impossessarsi delle ricchezze rinchiuse nel palazzo, e di punire il malvagio tiranno; addentrandosi nelle stanza del maniero, l’audace giovane, viene raggiunto dal suo inseguitore di sempre, l’ispettore Zenigata e l’Interpol, incontra Fujiko, sua ex fiamma e complice/rivale in numerosi furti, e deve fronteggiare i sicari di Cagliostro, una banda di ninja dalle unghie a sciabola…
TITOLO: Lupin III è il discendente del mitico Arsenio ed è il protagonista della graphic novel di Monkey Punch: l’avventura nel principato di Cagliostro e nei sotterranei del castello è quella più apprezzata e ricordata e la pellicola che la racconta ha finito con il diventare una pietra miliare dell’animazione nipponica. E’ la prima opera diretta dal riconosciuto Maestro Hayao Miyazaki, e fu il primo cartone animato considerato degno di partecipare a un festival e fu presentato a Cannes nel 1980. La versione attuale è dunque un recupero filologico e un omaggio dovuto a un classico
CUORE: la sequenza iniziale in cui Lupin III e Jigen su una 500 gialla vengono inseguiti. La scena, va ricordato, suscitò l’ammirazione del giovane Spielberg.
ADATTO: agli amanti del cinema di Miyazaki e delle favole animate, possibilmente no global ma non necessariamente.
VOTO: 7+
SCHEDA: Titolo Originale Rupan sansei: Kariosutoro no shiro GIAPPONE 1979 Produzione STUDIO TELECOM DELLA TOKIO MOVIE SHINSHA Distribuzione YAMATO VIDEO, DVD STORM - MIKADO (2007)
Durata 1 h e 40’
Colore C
Genere FAVOLA ANIMATA
Specifiche tecniche 35 MM (1:1.85)
Tratto da ispirato ai personaggi della graphic novel di Monkey Punch [Kazuhiko Kato]
Riedizione (2007)
Data uscita 06-07-2007
Regia Hayao Miyazaki
Soggetto Monkey Punch (graphic novel) Yasuo Ôtsuka (prima serie televisiva)
Sceneggiatura Hayao Miyazaki
Fotografia Hirokata Takahashi
Musiche Yuji Ohno
Montaggio Mitsutoshi Tsurubuchi
Scenografia Shichirô Kobayashi Effetti Yasuo Ôtsuka (direzione animazione)
N.B. - - NELL'EDIZIONE ITALIANA DEL 2007 TORNANO I DOPPIATORI STORICI DELLA SERIE TV: ROBERTO DEL GIUDICE (LUPIN), SANDRO PELLEGRINI (JIGEN), ANTONIO PALUMBO (GOEMON), ALESSANDRA KOROMPAY (FUJIKO) E RODOLFO BIANCHI (ISPETTORE ZENIGATA).
Michael Bay, regista di blockbuster confusionari e spettacolari quali Armaggedon, Pearl Harbor, The island, pare dare il meglio di sé nell’ennesima esibizione muscolare/tecnologica di eserciti schierati contro la minaccia proveniente da altri mondi: in Transformers il pericolo è rappresentato da robot alieni non subito identificabili, in quanto caratterizzati dalla capacità di trasformarsi in strumenti meccanici d’uso comune, vetture, aerei, autoblindo e autoarticolati. Nulla di nuovo sicuramente: il motivo scatenante dello scompiglio è in una guerra svoltasi sul pianeta Cybertone, l’esito del conflitto è prevedibile e rimanda a un idillico futuro di pace, con la presenza per gli uomini di numi tutelari travestiti da Camaro color giallo cromo e Peterbilt 379, il medesimo camion di Duel .
Del resto, in pellicole del genere, cause e conseguenze dell’azione non sono degne di attenzione: la dilatazione temporale concerne solamente il momento presente, quello che bisogna riempire di particolari impressionanti, di movimenti inaspettati, per far scattare il campanello d’allarme nella testa dello spettatore e tenerlo inchiodato alla poltrona. Bay, fedele fino in fondo a se stesso, non infrange la regola, tuttavia, avvalendosi della collaborazione di Steven Spielberg, qui produttore esecutivo, e dell’imbranata verbosità adolescenziale dello Shia Labeouf di Guida per riconoscere i tuoi santi, inserisce nell’epica dello scontro fra forze del bene e forze del male il classicissimo romanzo di formazione del ragazzo incompreso e sfortunato a cui viene finalmente data l’occasione di dimostrare il proprio valore e di salvare l’umanità: nessuna forzatura gratuita nel riciclo di materiali e nell’amalgama di paragrafi noti dell’enciclopedia tribale a stelle e strisce. Tranformers è nell’intreccio e nella visione della vita una sintesi, poco meditata ma non mal riuscita, di molti film di richiamo, da Christine la macchina infernale, a E.T. agli innumerevoli Superman o Spiderman fino a Marks attacks o American Graffiti o al più recente Cars., e potremmo continuare.
L’impronta riconoscibilissima produce un effetto di rassicurante familiarità e neppure per un istante si ha il sospetto di essere usciti fuori dalla stanza dei giocattoli: gli elementi perturbanti, ovvero l’idea della labilità delle forme e l’angoscia di fronte a congegni incomprensibili e potenzialmente indomabili, vengono neutralizzati dal ricorso a un’immagine di buffi e giganteschi omini di metallo trasformabili vista e stravista persino nella pubblicità della Citroen. La paura della metamorfosi ovvero che un corpo possa improvvisamente rivelarsi altro è sintomatica di crisi di certezze nella letteratura di ogni tempo: nel poema di Ovidio Le metamorfosi Narciso si innamora di un se stesso illusorio, vedendosi riflesso nell’acqua, e in un celebre racconto di Kafka, intitolato appunto La metamorfosi un commesso viaggiatore si risveglia un mattino insetto. In Transformers invece il termine insetto rimbalza riferito alle creature “biologiche” in bocca ai malvagi Decepticons e il capovolgimento prospettico suona ironico, vorrebbe far sorridere: nessun messaggio subliminale e nessun rischio reale per la Terra quindi nelle ripetitive evoluzione delle macchine pensanti, mostri per scherzo, in realtà balocchi parlanti ideati nel 1984 dalla Hasbro e sfruttati dai fumetti e dalla TV.
Lampante allora l’avversione di Bay per la severità tematica della fantascienza di serie A e la predilezione per l’action movie fracassone e bambinesco, alleggerito da incursioni lampo nei territori della commedia: i gusti di quale tipo di pubblico accontenterà? L’oscillazione fra i generi è una costante per un’industria priva di coraggio imprenditoriale nell’assumersi il rischio di perseguire uno spettatore critico e per questo costante: un bel lancio pubblicitario, tutti vengono accontentati, nessuno viene convinto.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- COSI COMINCIA: Il pianeta Cyberton è abitato dai Trasnformers, robot capaci di trasformarsi in ogni genere di dispositivo meccanico, dalle armi ai veicoli; però non c’è fra loro accordo, giacché gli Autobot, comandati dal saggio Optimum Prime, cercano di opporsi ai malvagi Decepticons e al loro capo il feroce Megatron. Quando comincia a mancare la fonte di energia, da cui essi si alimentano, essi raggiungono la Terra, mimetizzandosi con i più comuni automezzi e iniziando a combattersi, gli uni per sterminare la razza umana, gli altri per difenderla.
TITOLO: Già il titolo dice trattarsi di una specie di favola, animata più da grossi giocattoloni che da mostri. I “Trasformers” infatti furono ideati del 1984 dalla Hasbro che li descrive in questi termini: “robot antropomorfi capaci di trasformarsi da giganti metallici in auto, aerei”. Tutto il film, più d’azione che propriamente di fantascienza, ruota attorno all’esibizione spettacolare di questi balocchi permutabili.
CUORE: è appunto la frase:
“In te/loro c’è più di quello che si vede”
ADATTO: a chi ama l’action movie e gli inseguimenti in auto.
VOTO: 5
SCHEDA: USA 2007 Produzione PRIME DIRECTIVE, PARAMOUNT PICTURES, ANGRY FILMS, DI BONAVENTURA PICTURES, DREAMWORKS SKG, HASBRO INC, KURTZMAN/ORCI, PLATINUM DUNES, THINKFILM Distribuzione UNIVERSAL Data uscita 28-06-2007
Durata: 2h e 15’
Colore C
Genere: azione
Specifiche tecniche 35 MM (1:2.35)
Regia Michael Bay
Attori
Shia LaBeouf Sam Witwicky
Megan Fox Mikaela
Josh Duhamel Capitano Lennox
Rachael Taylor Maggie
Tyrese Gibson Sergente Epps
Jon Voight Keller
Anthony Anderson Glen
John Turturro Agente Simmons
Michael O'Neill Banachek
Chris Ellis Ammiraglio Brigham
Jerald Garner Maggiore Slesinger
Samantha Smith Sarah Lennox
Zack Ward Donnelly
Carlos Moreno Jr. Manny
Bernie Mac Bobby Bolivia
Travis Van Winkle Trent
Soggetto Alex Kurtzman Roberto Orci John Rogers
Sceneggiatura Alex Kurtzman Roberto Orci
Fotografia Mitchell Amundsen Musiche Steve Jablonsky
Montaggio Paul Rubell Glen Scantlebury Tom Muldoon Todd E. Miller
Scenografia Nigel Phelps Jeff Mann Arredamento Rosemary Brandenburg Larry Dias
Costumi Deborah Lynn Scott
“Desiderio”, il secondo lungometraggio della regista di Brema, Valeska Grisebach, ha l’ambizione di indagare l’anima segreta delle periferie d’Europa più sperdute, anestetizzandola con uno stile asettico per portarla allo scoperto ed estirparla come se si trattasse di un dente guastato dalla carie: un’auto sfracellata contro un albero prima e un colpo di fucile poi pongono fine a un processo di corrosione, per il quale la pellicola trova un nome romantico e letterario, ma che, concretizzandosi nella quotidianità dimessa di un fabbro, di una casalinga e di una cameriera è un qualcosa di molto più sfuggente. Di fatto a creare disagio nella scarna cronaca di una relazione extraconiugale, è l’inesistenza dell’oggetto del desiderio, o meglio, dell’anelito, a cui la parola tedesca “sehnsucht” rimanda: si cita” Giulietta e Romeo”, si parla di passione, eppure l’equivoco è evidente già dalla sequenza che segna l’inizio della caduta all’inferno di Markus, il protagonista interpretato da un attore non professionista, nella quale, ubriaco, balla da solo sulle note di “Feel “ di Robbie Williams; egli si sveglia il mattino seguente senza ricordi nel letto di una cameriera di cui ignora persino il nome; l’accorgimento dell’elissi, utilizzato qui con efficacia dalla Grisebach, accentua il fatto che la deviazione erotica poggia le basi sull’urgenza insopprimibile di soffocare nell’oblio malesseri esistenziali e morali, confusi e inconfessabili anche a se stessi.
La sottrazione voluta della coscienza portata fino al delirio dei sensi accomuna i componenti del classico triangolo, marito moglie e amante: nelle zone ricche del pianeta, per chi, vivendo alle soglie di una decorosa povertà può permettersi esclusivamente il soddisfacimento dei bisogni primari, cibo e sesso, l’idolatria del corpo dell’altro, legittimata dal sacramento matrimoniale o clandestina, è l’unico credo contemplato. “Ho desiderio di te” nasce infatti dall’arsura interiore il frasario elementare e ripetitivo dei protagonisti: il lessico è identico, perché quello ritratto da “Desiderio” è un mondo nel quale neppure la tragedia e la trasgressione hanno individualità.
E non ci sono dubbi: si tratta dello stesso Paese nel quale viviamo noi, ove un solido patrimonio culturale è degenerato in materia da discussioni accademiche o da talk show, e le parole echeggiano, obsolete e inadeguate, in una zona d’ombra, a stento penetrabile dalla macchina da presa. Alla necessità di svecchiare l’arte in genere e di rendere più autentici i linguaggi delle contemporaneità, allude il commento della vicenda affidato a un gruppo di ragazzini che seduti in cima a un albero su una piattaforma, a mo’ di tavola rotonda, discettano scolasticamente di amore e di destino, facendo del drammatico vissuto l’argomento di una specie di tesina da esame di maturità o di un inconcludente dibattito in TV: l’appendice didascalica è superflua, ma è anche, parabasi dissonante con il clima cupo della storia, una spiritosa dichiarazione di poetica, la rivendicazione della legittimità di un cinema appiattito sul documento-verità contro l’artificiosità delle situazioni cliché dei generi tradizionali e dei mass media.
Del resto, la noia del ménage borghese messa al bando dall’etica proletaria e da uno stile con essa compatibile ha fatto venire in mente alla critica i Fratelli Dardenne; l’affinità però è più programmatica/formale che sostanziale. L’ossificazione nella Grinsbasch evoca in interni ed esterni denudati all’estremo un’umanità immemore e primitiva: i registi belgi invece sorprendono i poveri della terra nel momento di una conversione interiore a un livello superiore di vita, imprescindibile dalla morale e dal senso della sacralità delle persona. Così in “Desiderio” la speranza è in una carezza a un coniglio chiuso in gabbia e nella sensazione di un gioco finito male per errore.
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COSI COMINCIA: Markus, fabbro e pompiere volontario, in un paesino del Brandeburgo conduce una vita apparentemente felice, accanto alla moglie Ella, di cui è profondamente innamorato. Un giorno l’uomo parte per un corso di aggiornamento assieme alla sua squadra, e una sera a una festa si ubriaca; la mattina si sveglia a casa di una cameriera e non ricorda nulla di quanto è avvenuto. Fra i due inizia e una relazione e Markus è costretto a divedersi fra l’amante e la moglie
TITOLO: Il titolo fa riferimento a uno stato d’animo: il vocabolo tedesco “sehnsucht” è quasi intraducibile in altra lingua, in quanto racchiude in sé sia l’idea del vedere sia quella del cercare o dell’anelare ed è una delle parole chiave della letteratura romantica tedesca, ove indicava il conflitto fra le aspirazione dell’animo umano e le angustie delle realtà. Per questo l’anelito non aveva un oggetto preciso su cui indirizzarsi: la regista ha la bizzarra idea di indagarne l’esistenza ai nostri giorni e in persone umili non acculturate. L’inquietudine assume le apparenze della passione amorose, ma essa per sua stessa natura non può trovare appagamento: Markus ama la moglie, ma anche l’amante, le due donne desiderano lui, il quale, essendo innamorato di entrambe, a sua volta non può appartenere né all’una né all’altra. Da cui scaturisce la tragedia.
CUORE: la sequenza in cui Markus balla da solo sulle note di “Feel” di Robbie Williams…bellissima raffigurazione filmica della sehnsucht.
ADATTO: ai cultori della letteratura romantica
VOTO: 6
SCHEDA:
Titolo Originale Sehnsucht Germania 2006 Produzione PETER ROMMEL PRODUCTIONS, ZDF/3SAT, ZDF, GFP Distribuzione LUCKY RED (2007) Data uscita 29-06-2007
Durata 1h e28’
Genere DRAMMA FAMILIARE
Specifiche tecniche 16 MM GONFIATO A 35 MM (1:1.85)
Regia
Valeska Grisebach
Attori
Andreas Müller Markus
Ilka Welz Ella
Anett Dornbusch Rose
Erika Lemke Oma
Doritha Richter Madre
Ilse Lausch Zia
Harald Kuchenbecker Zio
Sceneggiatura Valeska Grisebach
Fotografia Bernhard Keller
Montaggio Bettina Böhler Valeska Grisebach Natalie Barrey
Scenografia Beatrice Schultz Costumi Birte Meesmann
Dice Branagh:” Amo la sfida dei classici perché sono testi che affrontano temi universali”. Sull’universalità dei classici non c’è molto da aggiungere, resta incerto invece se per far sì che le grandi opere rivelino la loro natura di “monumenti eterni più duraturi del bronzo” sia indispensabile estrapolarli dal contesto storico in cui furono creati oppure sia meglio rispettarne la lettera, mettendone in rilievo l’ intelligenza nell’individuare in frammenti parziali di realtà leggi e meccanismi validi per gli uomini tutti e di tutte le epoche. Il Golden Boy del teatro inglese, celebre per le sue trasposizioni cinematografiche di Shakespeare( “Enrico V”, “Hamlet”, “Molto rumore per nulla”) coglie l’occasione offertagli dall’aristocratico inglese Ser Peter Moores, convinto della necessità di divulgare la Lirica nel suo Paese, e dell’omonima fondazione, per svelare le ragioni poetiche e ideologiche che animano il suo lavoro di diligente e rispettoso traduttore in idioma filmico di testi “sacri”: a permeare “Il flauto magico”, oltre all’olimpica musica di Mozart, è infatti la commovente fiducia nella forza salvifica dell’arte, infusa non tanto dalla ragione quanto dalla gioia che esse dà a chi l’ama. Ottimista ad oltranza sulla capacità comunicativa dei capolavori della tradizione, Branagh li lascia intatti, limitandosi a dislocarli nello spazio e nel tempo: avviene anche qui, dove al libretto di Schikaneder, tradotto in inglese con insignificanti variazione, si giustappone lo sfondo della Prima guerra mondiale. Il travestimento è scolasticamente funzionale al messaggio pacifista: il flauto magico trasforma le armi in violini, i belligeranti escono dalla trincee e si stringono la mano mentre una bella neve natalizia cade( citazione di un episodio realmente avvenuto e recentemente raccontato al cinema?) e la terra nera dei campi di battaglia rinverdisce. L’utopia vive sulle note ed è un incantevole sogno ad occhi aperti: la favola di Pamino inizia guardando una foto animata, dove egli entra e volteggia con una bellissima fanciulla di cui si è innamorato all’istante, trova il punto di tensione massima nel castello del signore del Bene Sarastro, e termina con il superamento delle prove grazie allo strumento fatato e all’amore. Il cinema è veicolo duttile, ma che gorgheggi e canti possano fare le veci di movimenti di macchina, azione e sceneggiatura non è sicuro e dalla visione de” Il flauto magico” emerge come ciò che sul palcoscenico giganteggia ed è quindi bastevole a se stesso, nella metamorfosi sullo schermo rimpicciolisce e perde vigore, lasciando vistose lacune di senso da colmare: Bergman ne ebbe una qualche consapevolezza nella sua versione del ’75, al contrario il lungometraggio di Branagh è uno spettacolo godibilissimo nell’insieme, ma se si scava in profondità non si trova granché. Il mettete nei fiori dei vostri cannoni, per dirla con una celebre canzonetta, resta un plateale proclama, cinesteticamente foriero di ingegnose trovate, ma nulla più: il conflitto epico fra male e bene si riduce a una schermaglia vaga fra chi, per un oscuro movente, offre un rifugio alle vittime delle carneficine in un castello situato in chissà quale pianeta e chi invece, forse per sete di potere o odio, vorrebbe spingere l’umanità a imbracciare il mitra; analogamente la lotta interiore fra impulsi contrastanti all’interno del giovane eroe diventa un’ allegra passeggiata sottobraccio all’amata mentre i fucili sparano e infuria la bufera e la valenza paradigmatica dei personaggi tutti, dalla Regina della Notte a Papageno, passa inosservata. Ammirevole comunque l’ingenuità di chi è convinto che fra cultura e barbarie sia la prima ad aver vinto la sfida per il dominio sul cuore degli uomini.
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COSI COMINCIA: Si tratta di una riduzione. cinematografica dell’opera di Mozart. Mentre sullo sfondo infuria La Prima guerra mondiale, il principe Pamino viene a sapere dalla regina della Notte che il malvagio Sarastro ha rapito sua figlia Pamina. Egli, intenzionato a liberarla, parte accompagnato da un assistente, Papageno e da uno strumento magico, un flauto.
TITOLO: Il titolo, identico a quello dell’opera di Mozart trasposta sullo schermo, spiega con chiarezza l’intento divulgativo che sta a monte della pellicola. Essa è stata infatti finanziata generosamente dalla Peter Moores Foundations, fondata da un aristocratico inglese con lo scopo di diffondere la musica lirica in Gran Bretagna: il cinema è il mezzo attraverso cui Mozart può arrivare al grande pubblico. La scelta è poi caduta su “Il flauto magico”, in quanto il libretto in tedesco, voluto dallo stesso Mozart che voleva destinare l’opera a un pubblico popolare, e non in italiano, lingua legata alla tradizione del bel canto, rendeva più naturale la traduzione in inglese.
CUORE: la sequenza in cui Pamino riceve l’investitura ad eroe, attraverso il dono del magico flauto, al suono del quale i soldati smettono di combattere e si stringono la mano
ADATTO: ai melomani
VOTO: 6.50
SCHEDA:
Titolo Originale The Magic Flute Gran Bretagna 2006
Durata 2h e 15’
Colore C
Genere MUSICALE
Specifiche tecniche TECHNICOLOR
Tratto da basato sull'opera omonima di Wolfgang Amadeus Mozartdi (libretto "Die Zauberflöte" di Emanuel Schikaneder)
Produzione PETER MOORES FOUNDATION, IDÉALE AUDIENCE Distribuzione 01 DISTRIBUTION (2007)
opera "Il flauto magico" di Wolfgang Amadeus Mozart. Musiche dirette da James Conlon
Data uscita 29-06-2007
Regia
Kenneth Branagh
Attori
Joseph Kaiser Tamino
Amy Carson Pamina
Benjamin Jay Davis (Ben Davis) Papageno
Silvia Moi Papagena, giovane
René Pape Sarastro
Tom Randle Monostatos
Lyubov Petrova Regina della notte
Liz Smith Papagena, adulta
Soggetto Emanuel Schikaneder Sceneggiatura Stephen Fry Kenneth Branagh Fotografia Roger Lanser Musiche James Conlon Montaggio Michael Parker Scenografia Tim Harvey Costumi Christopher Oram