Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Chissà se compulsando le illustrazioni di qualche rivista pornografica o girando in internet fra siti vari si trovano fotografie di un amplesso analogo a quello descritto dalla regista argentina Puenzo, la figlia del Luis Puenzo de “La historia oficial”, in una sequenza di “XXY”, nella quale un ragazzo viene sodomizzato da una giovane donna dotata di un fallo autentico, non di lattice? Giacché l’eros si manifesta spesso in modi molto fantasiosi e le bizzarrie in questo campo potrebbero riempire numerose pagine di un’ eventuale enciclopedia sulle mirabilia dei comportamenti umani probabile che la ricerca dia un buon risultato e sicuramente cercando troveremmo persino i cultori di una tale perversione. Ma il punto sta proprio nella terminologia da adottarsi: perversione o istinto e di conseguenza malattia o inclinazione? Il lungometraggio, incentrato sul disagio provocato dall’ermafroditismo della figlia adolescente in una famiglia di Buenos Aires, costretta per questo a cercare il relativo isolamento di una cittadina sperduta della costa uruguayana, rivela discreto acume nell’evitare i pietismi di prammatica e nel tirare in ballo a proposito di un difetto genetico vissuto come una colpa il secolare conflitto fra natura e civiltà: la prima nelle sue infinite manifestazioni è anarchica, la seconda invece regolamenta, classifica, discrimina e elimina ciò che non è riconducibili a rigidi schemi. Gli studi antropologici confermano altresì quanto alla feconda elaborazione di pregiudizi e superstizioni contribuisca l’inquietante fascino esercitato sulla collettività dall’elemento deviante e che la pellicola privilegi la prospettiva da documentario naturalistico ne è dimostrazione la scena in cui un branco di ragazzetti insegue Alex, la immobilizza, e di fronte agli organi genitali anomali, uno di loro esclama “E’ un mostro”, l’altro spontaneo risponde ”Macchè! È un paradiso”, dando il là al tentato stupro. “XXY” è nei fatti soprattutto un saggio probante su come la società e la componente basilare di essa, la famiglia, possano arrivare a confrontarsi con l’infinità ricchezza dell’esistente o al contrario si chiudano a riccio generando dolore ed esclusione: il mare contiene alghe, tartarughe, e una miriade di creature magnificamente stravaganti e la sua presenza sullo sfondo stride con l’ostilità del mondo degli uomini nei confronti dell’eccentricità fisica e psicologica. L’umanità fanciulla, per dirla con Vico e Leopardi, favoleggiava di un ermafrodita, frutto di una notte d’amore fra due divinità, Ermes ed Afrodite, poi diventata adulta, scoperta l’arte medica, ha inventariato tipi umani, e il mitico essere è diventato una sigla a tre cifre, simbolo di un’ irregolarità da ricondurre all’ordine con l’intervento in sala operatoria. E’ nel giusto chi intende rimuovere con il bisturi la stimmate o lo erano piuttosto gli antichi a considerarla quasi sacra? La risposta della Puenzo è sfumata, tanto da essere più che altro un invito ad ascoltare in rispettoso silenzio tutto ciò che viene dai fondali oceanici: parallelo infatti al percorso accidentato di Alex dovuto al cromosoma difettoso si svolge, latente e sotterraneo, quello del coetaneo Alvaro, il figlio omosessuale del chirurgo plastico, ancor più privo di sbocchi, in quanto l’ostacolo a una piena realizzazione di sé nasce all’interno delle mura di casa ad opera di un padre tiranno fino all’inverosimile. L’esposizione dilazionata e bruscamente impedita del membro virile della quindicenne è allora la materializzazione di un’unione impossibile fra identità sessuali incompatibili. Ma il dramma viene troncato sul più bello dall’accetta di un padre insofferente e si diluisce nell’abbraccio di un padre accogliente, come a ribadire che non ci sono strade obbligate neppure per chi è marchiato da un destino ingrato.
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COSI COMINCIA: Alex è una ragazza di quindici anni affetta da ermafroditismo, ovvero ha un corpo di donna dotato però di organi genitali maschili. Per evitare commenti e dicerie, i suoi genitori hanno abbandonato Buenos Aires e sono andati ad abitare in una cittadina sperduta della costa uruguayana. Il film inizia, quando giunge sul posto dalla capitale argentina un vecchio amico di famiglia, famoso chirurgo plastico, attratto dal “caso” e disposto a porre rimedio al difetto genetico con un intervento. Con lui sono ospiti di Alex e della sua famiglia anche la moglie e il figlio Alvaro, quindicenne; i due adolescenti iniziano a conoscersi e a sentirsi attratti l’uno dall’altro.
TITOLO: Le tre lettere del titolo secondo il linguaggio medico-scientifico rappresentano coloro che nascono con un’anomalia cromosomica: tale sigla, però, sostengono gli addetti ai lavori non definisce chi è affetto da ermafroditismo. Tuttavia la regista l’ha scelta ugualmente per la presenza evocativa della Y, che farebbe pensare a un X mozzata, chiara allusione alla condizione di mutilazione violenta dell’identità operata ai danni della protagonista del film dalla natura e dall’ambiente.
CUORE: L’amplesso di Alex ed Alvaro, guardato con sgomento dal padre di lei: i due fanno l’amore assecondando le proprie inclinazione e l’atto finisce con l’essere una concretizzazione dell’anarchia della natura, in opposizione agli schemi mentali con cui siamo soliti raffigurarci ed immaginarci il rapporto sessuale.
.ADATTO: a chi ama le mirabilia di madre natura
VOTO:7-
SCHEDA: Titolo Originale XXY- ARGENTINA, FRANCIA, SPAGNA 2007
Durata 1h e 31’
Genere: Dramma psicologico
Specifiche tecniche 35 MM (1:1.85)
Tratto da racconto di Sergio Bizzio
Produzione HISTORIAS CINEMATOGRAFICAS CINEMANIA, WANDA VISION, PYRAMIDE PRODUCTIONS
Distribuzione TEODORA FILM Data uscita 22-06-2007
Regia Lucía Puenzo
Attori Ricardo Darín Kraken
Valeria Bertuccelli Suli
Germán Palacios Ramiro
Carolina Peleritti Erika
Martín Piroyansky Alvaro
Inés Efron Alex
Guillermo Angelelli Juan
César Troncoso Washington
Jean Pierre Reguerraz Esteban
Ailín Salas Roberta
Luciano Nobile Vando
Lucas Escariz Saul
Soggetto Sergio Bizzio (racconto) Sceneggiatura Lucía Puenzo Fotografia Natasha Braier Musiche Daniel Tarrab Andrés Goldstein Montaggio Alex Zito Hugo Primero Scenografia Roberto Samuelle Costumi Manuel Morales Effetti Gonzalo Gutiérrez
Un pulmino attraversa le strade d’Europa trasportando immigrati in cerca di lavoro e fortuna dalla parte povera a quella ricca e viceversa; una giovane impiegata cambia la meta delle sue vacanze e parte da Milano, confondendosi, sola straniera, in mezzo alle badanti o alle prostitute slave che tornano a casa. Mentre è in viaggio, guardando la campagna dai finestrini, ricorda: le tornano alla mente i versi della poetessa Anna Achamtova che Olga, la giovane ucraina da poco conosciuta e ospitata in casa, le insegnava a pronunciare in russo:” come l’ombra…voglio essere dimenticata”. E “Come l’ombra”, il secondo lungometraggio di Marina Spada, rivelazione delle Giornate degli autori all’ultimo festival di Venezia, è soprattutto questo: uno sporgersi momentaneo fuori dal vuoto di fantasmi, di figure evanescenti, inquadrate quasi sempre di straforo o imprigionate da una vetrina o dentro un tram, sorprese mentre galleggiano sospesi su una metropoli surreale. Eppure sono presenze reali, vive, in quanto il loro campo d’azione/inazione è la Storia: sono infatti i soprusi e le violenze di questa a plasmare i luoghi, a devastarne la natura e la bellezza, a scarnificare le personalità umane fino a ridurle a apparenze filiformi, destinate all’oblio. Sta lì l’essenza dell’esistenza oggi sia nel benestante Ovest sia nel miserabile Est: a creare il divario sono le condizioni materiali e gli stili di vita, ad unire è la possibilità d’incontro fra esseri coscienti in grado di riconoscersi l’uno nell’altro. Claudia e Olga, in seguito a circostanze fortuite, siedono insieme a tavolino di un bar, cantano, bevono, si raccontano, e sono pagine speculari delle memorie del medesimo continente: il diario poetico di Anna Achmatova, nata nel 1889 a Odessa, espulsa dall’Unione Sovietica nel 1946, con l’accusa di disfattismo, si intreccia con la canzonetta di Laura Pausini su una coppia di adolescenti innamorati costretti dal padre di lui ad abitare lontano. Per tornare a sentirsi umani occorre valicare le barriera doganali e colmare le distanze fra popoli e individui: purtroppo l’utopia di un mondo senza frontiere e senza lager concreti e metaforici non si è mai realizzata, e anche nel film viene bruscamente mandata in frantumi dai meccanismi ineludibili dei rapporti di forza. Se l’altrove sognato ed immaginato è irraggiungibile, racchiuso nei recessi dell’anima o nella malinconia di un verso o di una melodia, a portata di sguardo è invece l’antiparadiso urbano che ci ospita: l’autrice, ispirandosi alla pittura di Hopper, O’Keefe, Schimidt-Rotluff e Rothko, nonché al cinema di Antonioni e Hou Hsiao-Hsien ( viene citato “Millenium mambo”), sfrutta con innegabile talento l’atmosfera estraniante di una Milano resa deserta dall’esodo estivo, per ricrearla come spazio allegorico di un enigmatico al di qua popolato da evanescenze di carne, da creature gigantesche in cemento e da insegne baluginanti. Nel labirinto la volontà del caso determina l’incrociarsi fra persone, tuttavia nel combinare gli eventi la pellicola non è supportata né da una sceneggiatura né da un intreccio pregnanti: la trama con l’inserzione gratuita del professore di russo, e il mistero irrisolto di una morte improvvisa è pretesto puro per arrivare ad altro, ma lo è troppo scopertamente, con il risultato di ridurre l’insieme a un'astrazione, alla maniera del resto degli ingombranti maestri presi a modello dalla Spada. Pertanto, se vago è il percorso ad ostacoli, tanto vale fermarsi a cantare “Marco se n’è andato e non ritorna più” , indossare un abito a fiori, e essere più di un’ombra almeno per una sera.
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COSI COMINCIA: Claudia, trentenne milanese impiegata in un’agenzia di viaggi, conosce Boris, un insegnante quarantenne, conosciuto a un corso serale di russo, e ne è attratta e tenta un maldestro approccio, a cui l’uomo si sottrae. Tuttavia, quando Claudia sta per andare in vacanza di Grecia con alcuni amici, l’uomo le chiede di dare ospitalità a un sua giovane cugina Olga, in arrivo dall’Ucraina. Claudia pur fra molti dubbi, accoglie Olga in casa, e le due giovani diventano amiche. Un tragico evento scuoterà le esistenze di entrambe.
TITOLO: A un certo punto nel film viene citata una poesia di Anna Achmatova, a cui si ispira il titolo, in cui si dice “..come un ‘ombra ..voglio essere dimenticata”: Olga insegna la difficile pronuncia russa di questi versi a Claudia e le due donne comunicano in tal modo la propria solitudine e la propria natura di ombre effimere all’interno di un contesto metropolitano, connotato come un deserto spersonalizzante e deprivante.
CUORE: -Olga e Claudia, dopo una serata passata insieme in un locale notturno a bere, cantano insieme una canzona di Laura Pausini, dedicata a un certo Marco che si è allontana dall’innamorata me è rimasto come un ombra appunto fra i compiti di inglese e di matematica nella mente di lei.
ADATTO: a chi ama il cinema rarefatto e senza storia.
VOTO: 6+
SCHEDA: Italia 2006
Durata 1h e 27’
Genere DRAMMATICO
Specifiche tecniche HD
Produzione FRANCESCO PAMPHILI PER FILM KAIRÒS, DANIELE MAGGIONI, OMBRE FILM
Distribuzione ISTITUTO LUCE
Data uscita 22-06-2007
Regia
Marina Spada
Attori
Anita Kravos Claudia
Karolina Dafne Porcari Olga
Paolo Pierobon Boris
Sceneggiatura
Daniele Maggioni
Fotografia
Sabina Bologna
Giorgio Carella
Gabriele Basilico (immagini)
Musiche
Tommaso Leddi
Montaggio
Un bambino prima di essere sommerso dalle acque del lago, tenta di risalire, chiede aiuto, la madre sta seduta immobile a riva, lo sguardo perso nel vuoto: la tragedia familiare ha un nome, una causa e una precisa ambientazione storica, la Gran Bretagna degli anni ‘50, ma in quell’attimo l’orrore si immobilizza, si svincola dalle congiunture attenuanti, ed emerge la nudità cruda di un’ innocenza sacrificata e la cancellazione traumatica di una qualsiasi volontà riparatrice. A rendere di fatto inquietante la visione di “Follia” di David McKenzie, tratto dal bestseller omonimo dello scrittore londinese Patrick McGrath, è il fatto che il film circoscriva a un singolo caso eclatante la malattia mentale, e nello stesso tempo assuma una prospettiva più ampia, nel tentare di definire il fenomeno, finendo però con il girare a vuoto: i pazzi esistono, ne siamo certi e per loro creiamo asili appositi, ma la pazzia in sé è invisibile, si mimetizza nella quiete di una vita borghese, nel sadismo congelato nei formalismi linguistici del terapeuta professionista e in una bellissima statuetta nata dalle ossessioni morbose di un celebre artista. Il virus ha manifestazioni dissimili nelle apparenze, ma analoghe nelle conseguenze devastanti: il folle in preda al raptus decapita la moglie, dopo averne deturpato a colpi di martello il corpo, il marito, integrato all’interno di uno schema sociale gerarchico funzionale alla repressione degli impulsi in nome dello status quo, ne determina l’autodistruzione, straziandone e torturandone giorno per giorno l’anima. La deformazione della personalità già quasi compiuta è riconoscibile fin da subito, forse nell’unico momento di intimità concesso dalla pellicola alla protagonista: Stella, rimasta sola, fuma nervosamente in silenzio e scruta il buio fuori la porta, come se desiderasse vedere affiorarvi qualcuno a riempire un vuoto percepibile al primo sguardo. E ‘l’immagine senza tempo dell’adultera forzata a tale ruolo più dall’infelicità che dal desiderio, è Anna Karenina, appena prima di conoscere al ballo il giovane amante, è Emma Bovary, affacciata alla finestra su una desolata strada della provincia francese. La follia della donna è allora una patologia dell’animo, indescrivibile con un unico vocabolo, affine a quella di Edgar, l’uxoricida scultore suo innamorato: del resto i poeti nel corso dei secoli a tale affezione della psiche, a seconda di come essa si è circostanziata nella cultura e nella mentalità corrente, hanno dato nomi diversi, taedium vitae, spleen, noia, anelito all’infinito, desiderio d’assoluto, amore folle. Se dunque sostanzialmente ineffabile è la molla segreta dei personaggi, meglio concentrare il racconto sulla rapida successione degli eventi e sull’”architettura morale” dello sfondo, secondo la definizione del romanzo di McGreath: il colloquio attraverso i vetri della serra, gli amplessi, il filo di rossetto sulle labbra e il volto allo specchio prima del sì, le cene, il ballo, l’istituto di massima sicurezza( modellato su Broadmore, famoso manicomio inglese, dove l’autore del romanzo ha trascorso l’infanzia con il padre psichiatra), le piante, il giardino, gli interni, portoni massicci e sbarre, il tutto simile a un acquario cristallizzato, fiocamente illuminato da una luce livida, ammorbante. McKenzie ha così felicemente evitato di incagliarsi in fuorvianti raffigurazioni didascaliche del trattamento riservato da crudeli istituzioni ai casi clinici di individui disturbati: le devianze sono connaturate alle condizione di ristrettezza delle comunità umane e la stessa scienza medica vive promiscuamente con l’oggetto della cura. Il bene lo si conosce, ma non si è in grado di metterlo in pratica, lo diceva già Euripide, il primo a portare sulle scene i deliri di anime insane.
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COSI COMINCIA: Siamo nell’Inghilterra degli anni 50’. La moglie di uno psichiatra conosce uno dei pazienti del marito, rinchiuso in una casa di cura di massima sicurezza nei dintorni di Londra, e se ne invaghisce...
TITOLO: ll titolo originale “Asylum” si riferisce soprattutto al luogo dove ha inizio e termine il dramma dei due amanti. La malattia che caratterizzata lo spazio dell’ospedale però fuoriesce dal cerchio delle sue mura, marcate dalle sbarre di metallo, e invade la cosiddetta “normalità borghese” dei sani, connotata dai giardini ben curati e dagli interni eleganti. Cosicché allo spettatore resta un’inquietante domanda senza risposta: cosa è veramente la pazzia e dove vive?
CUORE: è la doppia scena del ballo che segna l’inizio della vicenda e ne tronca tragicamente gli esiti.
Nel salone del manicomio volteggiano torbidamente allacciati la normalità inquieta di Stella e la pazzia momentaneamente in quiete delll’uxoricida Edgar. La sequenza dura pochissimo, quello che avviene fra i due futuri amanti è lasciato all’immaginazione dello spettatore. La scena torna poi alla fine…
ADATTO: a chi ha letto il libro di McGrath, a chi ama le storie forti e appassionate.
VOTO: 7.5
SCHEDA: Titolo Originale Asylum Gran Bretagna, Irlanda 2005
Durata 1h e 39’
Genere Dramma sentimentale
Specifiche tecniche PANAVISION,
Tratto da romanzo omonimo di Patrick McGrath (ed. Adelphi, 1998)
Distribuzione NOSHAME FILMS, IGUANA FILM (GIUGNO 2007)
Vietato 14
Regia
David Mackenzie
Attori
Natasha Richardson- Stella Raphael
Ian McKellen- Dott. Peter Cleave
Hugh Bonneville- Max Raphael
Augustus Jeremiah Lewis- Charlie Raphael
Marton Csokas-Edgar
Soggetto Patrick McGrath (romanzo)Sceneggiatura Chrysanthy Balis Patrick Marber Fotografia
Giles Nuttgens Musiche Mark Mancina Montaggio Colin Monie Steven Weisberg Scenografia
Laurence Dorman Costumi Consolata Boyle
“Negli ultimi anni siamo sempre più dominati dal prodotto hollywoodiano. Con l'animazione è più semplice, si possono realizzare storie che sarebbero impensabili altrove. Inoltre l'animazione in Giappone non ha come destinazione per forza il pubblico dei bambini. Ci sono orientamenti molto diversi e questo permette di muoversi con ulteriore facilità» sono parole dell’autore di “Paprika”, Satoshi Kon, disegnatore di fumetti e maestro dell’animazione nipponica. In effetti, soprattutto alle nostre latitudini, la storia a disegni animati di Atsuko, del suo alter ego onirico e di una pericolosa “macchina dei sogni”rubata è spiazzante: le incursioni caotiche e improvvise nell’immaginario ricordano i labirinti di Lynch, nei quali le scene si ripetono a distanza, uguali, come se cercassero angosciosamente di dare un’identità e un ordine a un coacervo magmatico di materia. Qui però siamo lontani dai rebus postmoderni del discusso autore statunitense, in quanto il senso non resta sospeso per aria, provocando giudizi divergenti, e la fatica è ricompensata, perché il bandolo della matassa lo si trova nella classica morale della favola, a cui conduce l’altrettanto tradizionale lotta del bene contro il male. Nel tradurre sullo schermo il romanzo cult di fantascienza di Yasutaka Tsutsui( 1993) Kon ha evidenziato la tematiche più consona a un fantastico talento di visionario: il precario confine fra la realtà e l’inconscio quale esso si proietta nelle immagini del sogno, da cui scaturisce tutta l’arte, dal cinema alla pittura. Se la nostra anima oscilla fra due mondi paralleli, quale pianeta abitiamo? La domanda è tutt’altro che oziosa ed è il punto di partenza nonché di controverso approdo di tutta la cultura postmoderna, a partire da Borges fino alla trilogia di “Matrix” e non a caso va fatto il nome di Lynch. Il recupero di complesse problematiche filosofiche/letterarie richiama indubbiamente il grande Myasaki, di cui in “Paprika” si intravede l’impronta: tuttavia in quest’ultimo la grazia olimpica di personaggi, situazioni e paesaggi stempera ogni pesantezza intellettualistica e la fiaba resta fiaba dall’inizio alla fine, nel lungometraggio di Kon al contrario la sviluppo dell’intreccio, lo schematismo delle psicologie e il procedere per accumulo non forniscono l’indispensabile equilibrio di argomentazione al florilegio di citazioni e al rutilante intersecarsi di piani temporali e spaziali. Se una trama sostanzialmente decostruita e l’attribuzione allo spettatore/lettore di un ruolo attivo nel cercare autonomamente il senso del messaggio sono prassi consolidata orma per tutti i generi, si fatica ad accettare l’applicazione del medesimo codice al cartone animato: l’esperimento è interessante, ma, si ha la sensazione, manca di fascino affabulatorio. Occorre comunque dare atto a Kon di grande coraggio, nell’aver rifiutato il compromesso ricorrente nei prodotti hollywoodiane, commisurato a un pubblico di bambini e genitori paganti, fra messaggio politicamente corretto, elaborazione colta e storie accattivanti. “Paprika” rivela di fatto una morale stratificata, ove buoni e cattivi non sono scontati: fra Atsuko, l’algida psichiatra mossa dall’intento di manipolare la psiche umana a scopi terapeutici, e il suo avversario che vuole invece proteggerla dalle intrusioni della scienza, per inequivocabile sete di rivalsa e potere, chi è il vero benefattore dell’umanità? La salvezza consiste nel faticoso progresso ottenuto grazie al medico guaritore o nella felicità immemore donata dall’artista sognatore? Virtus stat in medium, propone la favola chiamando a soccorso dell’antica massima una ragazzina con il significativo nome di una spezie aromatica in compagnia di un fanciullesco e bulimico inventore di prodigi.
COSI COMINCIA: Paprika è lo pseudonimo/alter ego di Atsuka una psichiatra del futuro dotata di superpoteri che ha per hobby il mestiere di detective: elle sperimenta un dispositivo particolare, DC-Mini, inventato nel suo centro di ricerca, che le consente di entrare nel sogni delle persone e di conoscerne i desideri segreti. Tuttavia uno dei prototipi del rivoluzionario congegno viene sottratto furtivamente e per ritrovarlo la donna deve immergersi nell’universo onirico..
TITOLO: Nell’ordine cosmico fra cielo e terra, luce e tenebra, uomo e donna, serve anche un pizzico di “Paprika”, si dice in una sequenza del film, alludendo alla spezie aromatica che dà il nome all’alter ego sbarazzino della raziocinante scienziata della psiche. Il titolo è dunque un evidente riferimento al conflitto connaturato all’animo umano fra sogno e veglia, fra realtà e trasfigurazione di essa nell’arte, nel cinema nel disegno e nelle immagini oniriche.
CUORE: Il poliziotto all’interno del bar racconta il film che ha cercato di girare da adolescente: esso parlava di due ragazzi, uno scappava e correva più velocemente, l’altro inseguiva ma andava molto più lentamente, il primo ha realizzato il suo sogno di fare del cinema, l’altro è diventato appunto poliziotto, l’uno è morto forse assassinato e l’altro deve cercarne l’assassino…mentre lui parla scorrono le immagini della pellicola. La scena riassume tutte le tematiche presenti in “Paprika”: il conflitto fra la realtà e immaginazione all’interno della stesso individuo e la necessità di ricomporre il dissidio fra la scienza ( investigativa in questo caso) e l’arte: la prima è utile a trovare soluzioni, l’altra ha potere liberatorio.
ADATTO: Non sicuramente ai bambini. Agli amanti dei manga
VOTO:6
SCHEDA: Paprika, Giappone 2006 durata 1h e 30’
Genere: animazione/fantascienza
Specifiche tecniche 35 MM
Tratto da dal romanzo omonimo di Yasutaka Tsutsui (1993)
Distribuzione SONY ENTERTAINMENT
Regia
Satoshi Kon
Soggetto
Yasutaka Tsutsui (romanzo)
Sceneggiatura
Satoshi Kon
Seishi Minakami
Ike Nobutakawa
Fotografia
Michiya Kato
Musiche
Susumu Hirasawa
Montaggio Takeshi Seyama Scenografia Nobutaka Ike
In “Full Metal Jacket” (1987)di Stanley Kubrick l’invasato sergente Hartman, interpretato da Lee Armey autentico addestratore di marines, urla: “Non voglio dei robot, ma dei killer” , imperativo categorico iscritto nel manuale del professionista guerriero di oggi e di ieri: il perfetto militare è l’omicida, assassino mosso dalla fredda determinazione nello sterminare il nemico, una bestiale sintesi fra la ferocia della fiera e la lucida intelligenza dello stratega. Ma soldati ideali si diventa, non si nasce, e gli imperi per proteggere se stessi, devono allevare mostri, relegarli in recinti appositi, e dare loro il largo, quando sono essi sono indispensabili a sconfiggere le belve dello schieramento opposto. La premessa è necessaria per ricostruire il background del veterano della guerra del Golfo, Jim Luther Davis, il disturbato protagonista di “Harsh Times”, dell’esordiente David Ayer, uscito nelle sale italiane con due anni di ritardo: la tipologia del reduce cinicamente manipolato dallo Stato gendarme e incapace di reinserirsi nella vita civile è del resto topico della cinematografia statunitense, per quanto il ritratto di Ayer tenti un percorso originale insistendo più sui sintomi della malattia e sulle reazioni compulsive di una personalità fragile piuttosto che sulle cause prime, sbrigativamente illustrate all’inizio del film e date poi per scontate. Da qui la prospettiva soggettiva e claustrofobica e il ritmo desultorio: l’animale braccato dalle sue ossessioni maniacali si dibatte all’interno di una macchina in moto condividendo furie e nevrosi con l’amico fraterno, Mike Alonso, informatico licenziato per idiosincrasia dal mercato del lavoro impiegatizio. L’auto vaga sospesa sulla metropoli dei balordi e degli spacciatori, consentendo una panoramica dall’alto vaga e confusa tramite i sensi dei passeggeri, ottusi dalla birra e dalla droga. Nella disanima del contesto nel quale il virus germina, però l’autore, già noto per aver sceneggiato brillantemente “Training day”, è più buon sceneggiatore che buon regista: le luci giallastre dell’inferno urbano con l’appendice edenica messicana sono troppo fioche per dare il contraccolpo visivo alle allucinazioni di Jim e l’incursione nel baratro echeggia quasi esclusivamente sui monologhi a rimbalzo della coppia di machi forzatamente/volontariamente in disarmo. La pellicola così finisce con il confondere, rivelando scarso rispetto dell’equilibrio drammaturgico, analisi di ambiente e studio psicologico centrato su una dinamica di rapporti a chiasmo, in base alla quale l’intimità/cameratismo fra i due uomini è speculare all’incompatibilità caratteriale di entrambi con le rispettive compagne di letto e ciascuno si trova proiettato ai vertici del triangolo autogeneratosi sul deficit affettivo. Da questa dialettica irrisolta emerge sottopelle l’elemento forse più vitale di “Harsh times”: la crisi di un’idea di virilità, intrisa di latenze omosessuali, destinata ancora per molto, lo confermano le cronache dei giornali e dei notiziari televisivi, ad avere effetti devastanti, nel momento in cui entra in rotta di collisione con modelli culturali più evoluti e sottilmente carismatici. A dare tono muscolare a una trama fiacca è di fatto la passione assolutistica ed estrema fino alla morte fra Jim e Mike, che ha le radici in qualcosa di ben più penetrante e pervasivo dell’eros, ovvero nella paura angosciosa di uscire dal guscio della trincea reale e metaforica e trasformasi da compagno di bisbocce e caserma in padre e marito e cittadino. La donna angelo portatrice di poetica saggezza nonché di salute etica e mentale rappresenta allora l’integrazione salvifica, da cui passa il ripristino dell’animale sociale.
COSI COMINCIA: Jim Luther Davis, reduce disturbato con problemi di droga, aspira a entrare nella polizia di Los Angeles, al fine di portare negli States Marta, la ragazza di cui è innamorato e offrirle stabilità. Trascorre le sue giornate con l’amico inseparabile Mike Alonso, un programmatore disoccupato, girando in auto per le strade di Los Angeles, bevendo birra, facendo a pugni, impadronendosi di una pistola, e cacciandosi nei guai con dei balordi. Finalmente viene reclutato dai federali per una missione antidroga in Colombia, ma prima della partenza, vuole festeggiare con Mike…
TITOLO: Il titolo definisce la psicologia alterata del protagonista della pellicola e le sue conseguenze: e la sequenza iniziale parrebbe attribuire la causa di tale anomalia psichica individuale/collettiva alla guerra in genere e all’educazione perversa all’odio e alla violenza incontrollabili sia in tempo di guerra sia in tempo di pace nella giungla metropolitana.
CUORE:
IL cuore è la scena in cui Mike confessa a Jim ferito il suo amore.
ADATTO: ai fan di Christian Bale
VOTO: 5+
SCHEDA: : Harsh times USA 2005 distribuzione: Mikado
Durata: 2h.
Genere: dramma sociale/psicologico
Regia: David Ayer
Cast:.Christian Bale (Jim Luther Davis)
Freddy Rodríguez( Mike Alonzo )
Eva Longoria (Sylvia )
Tammy Trull ( Marta).
Soggetto: David Ayer Sceneggiatura: David Ayer
Fotografia Steve Mason Musiche Graeme Revell Montaggio
Conrad Buff IV Scenografia Devorah Herbert
Ne “Il matrimonio di Tuya” del regista di origine mongola Wang Quan’an, vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino, il sipario si apre su un paesaggio lunare, appena disturbato dall’apparizione di motociclette e camion sgangherati: sentieri labirintici in una steppa sperduta percorsi da cammelli e greggi, un deserto brullo e sconfinato, interrotto da declivi grigiastri di sterpaglie e capanne, un cielo terso dove riposa in beata solitudine un pianeta avvolto nella nebbia. E’ credenza antica che i luoghi abbiano un’anima ostile all’uomo, violando la quale, per sopravvivere, egli si macchia di colpe irrimediabili: eppure la fierezza di molti popoli scaturiva dall’orgoglio di aver vinto la sfida impossibile contro una natura nemica. I guerrieri di Gengis Khan e Tamerlano piegavano alle loro leggi territori e paesi e residui di uno spirito fiero e selvaggio animano i discendenti sopravvissuti ai gloriosi imperi degli avi, i pastori mongoli che abitano in condizione di seminomadismo le aride regioni attorno al deserto di Gobi, attualmente parte della Cina: si tratta di un universo arcaico, rimasto orgogliosamente arroccato nelle tradizioni, impermeabile alle grandi ideologie che hanno condizionato i destini della nazioni e “Il matrimonio di Tuya” ne rappresenta la rapida agonia, attraverso la vicenda paradigmatica di una contadina obbligata dalle circostanze a divorziare dal marito disabile. Nei villaggi sperduti ancora ai margini della civiltà infatti non valgono le categorie mentali consuete quali femminismo, individualismo o amore, libertà e totalitarismo, giacché siamo appena alle soglie della Storia o meglio siamo sbalzati indietro in una prigione aperta, ove la breccia provocata dalla temperie del progresso consente solo uno stretto passaggio alla mura di una cella chiusa: Quan’an trasfigura la tragedia di uno sradicamento collettivo dovuto alle imposizioni di uno Stato/partito estraneo e lontano nel dramma etico di una giovane bracciante caparbiamente fedele a un sistema di valori anacronistico, facente perno sulla solidarietà e sul senso del dovere. L’orizzonte della donna e di chi le sta vicino non contempla paradisi bucolici da contrapporre ad inferni metropolitani: i corpi sfatti e consumati dal suolo senz’acqua, dal clima impietoso e dall’alcool rimandano a una quotidianità di stenti alla lunga insopportabili, la cui unica alternativa è una realtà urbana estraniante. L’aggressività e la pervicacia di Tuya di disperazione si nutrono, ma scaturiscano altresì dalla volontà, innata in una discendente di conquistatori, di piegare un destino ingovernabile: negli altri ella vede rassegnazione e al capezzale del coniuge che abbandonato in un ospizio si è tagliato le vene, anziché pateticamente compatirlo, ella urla che morire è molto più facile che vivere. L’innalzamento dei toni nella scena svela come a muovere la protagonista e a determinarne il comportamento anticonformistico sia la difesa, non necessariamente a livello di consapevolezza critica, della dignità della persona in una società plasmata totalmente dalle regole del profitto: da lì il compromesso del duplice matrimonio, nel quale il benessere materiale della nuova sistemazione non sacrifichi lo sposo malato e con lui la coscienza morale e il rispetto di se stessi. La povertà degli ambienti, la genuina performance degli attori non professionisti, l’asciuttezza rudimentale dei dialoghi, accentuano la qualità utopica della battaglia di Tuya, l’unico personaggio interpreto da una vera attrice, Yu Nan: che se ne fanno del resto dell’orgoglio di un Gengis Khan in abito nuziale le periferie povere della città del petrolio?
COSI COMINCIA: L’espansione dell’industria cinese e la conseguente urbanizzazione delle zone attorno al deserto di Gobi ha costretto i pastori mongoli a mutare il loro modo di vita. Fedele alle tradizioni è Tuya, donna bella e forte, che, portando al pascolo il suo gregge di cento pecore, ha mantenuto i due figli e un marito disabile, Bater. Di fronte alle insistenti richieste di quest’ultimo di divorziare e di cercarsi un altro uomo che possa sostenerla, Tuya ha sempre posto un rifiuto deciso, fino a che ammalandosi è costretta ad accettare l’offerta di un ex compagno di scuola Baolier che trova una casa di cura per il disabile e vorrebbe portare la donna a vivere in città….
TITOLO: Il titolo, nella sue estrema semplicità, arriva direttamente al cuore del dramma irrisolvibile della protagonista: il matrimonio è sia quello con il primo marito disabile che deve essere sciolto esclusivamente per necessità materiali sia quello con un altro uomo che deve essere celebrato per gli stessi identici motivi. L’uno esclude necessariamente l’altro, e Tuya lotta contro l’impossibile.
CUORE: al capezzale del marito che ha tentato di tagliarsi le vene Tuya davanti ai due bambini Tuya lo aggredisce, dicendo che morire è più facile che vivere
ADATTO: a chi ama la povertà del cinema-verità. A chi è alla ricerca di figure femminili esemplari.
VOTO( non scritto sul registro, dunque modificabile e opinabile): 7
SCHEDA:
Tu Ya de hun shi Cina 2006 Distribuzione: Lucky Red
Genere: dramma etico
Durata : 1h e
Regia:Wang Quan’an
Cast: Yun Nan( Tuya), Bater( Bater), Senge(Senge),Penghongxiang(Baolier)
Sceneggiatura: Lu wei, Wang Quan’an
Fotografia: Lutz Reitemeier Scenografia: Wei Tao
Montaggio. Wang Quan’an
COSI COMINCIA: In un paesino irlandese negli anni 70’, Patrick( Cillian Murphy. lo psicopatico di “Batman Begins”), nato da una relazione clandestina fra un prete e una graziosa cameriera, assomigliante a una celebre diva del musical anni ’50, Mitzy Gaynor, affidato a una famiglia molto cattolica, ama vestirsi da donna, farsi chiamare “gattina” e per questo viene disprezzato ed emarginato dalla piccola comunità e dai suoi stessi familiari: decide così di fuggire a Londra alla ricerca della vera madre.
TITOLO: In una scena viene citata la canzone di Don Patridge da cui è tratto il titolo:”Voleremo verso le stelle, viaggeremo verso Marte, e faremo colazione su Plutone”. La frase riassume l’atmosfera del film che ha il suo perno nella capacità di Patricia/Gattina di trasformare un viaggio di formazione nella Londra degli anni 70 fra attentati terroristici e peep-show in un magico volo verso un pianeta fiabesco.
CUORE: gli uccellini ciarlieri
la scena in cui l’illusionista ipnotizza Gattina e lei si getta fra le braccia delle diverse persone del pubblico, credendo che siano la madre disperatamente cercata.
ADATTO: a chi ama le favole, le dolce melodie e a chi non si sente mai uguale in un mondo di uguali.
VOTO: 6/7
SCHEDA: Breakfast on Pluto. Irlanda, Gran Bretagna 2005
Durata: 2h e15’
Regia: Neil Jordan
Genere: commedia sentimentale
Tratto da: romanzo omonimo di Pat McCabe
Cast: Cillian Murphy, Liam Neeson, Ruth Neega, Laurence Kinlan.
Musiche: Anna Jordan Scenografia: Tom Conroy
Fotografia: Declan Quinn
Sceneggiatura:Neil Jordan
Montaggio:Tony Lawson
Distribuzione: Fandango
Non è detto sia necessario farlo, eppure è spontaneo per lo spettatore smaliziato di “Death proof” domandarsi dove sia il centro propulsore di questo magmatico e raffazzonato universo dalla geografia stilizzata e popolato da creature dall’anima esclusivamente di celluloide e trattandosi di un film di Tarantino non si sbaglierà molto individuandolo in un irriverente agnosticismo nei confronti della realtà nonché nell’elevazione assolutistica dello sberleffo, dell’iperbole e della fisicità allo stato puro a mezzi espressivi rivitalizzanti di un arte asfittica e depressa e ormai lontanissima dalle origini popolari di lanterna magica portata in giro nelle fiere di paese e nelle periferie cittadine da improvvisatori e ciarlatani. Ad aprire il lungometraggio, immediatamente dopo i titoli di testa, è un piede femminile adagiato sul parabrezza e la sua fiera esibizione diventa la cifra del gineceo multicolore e logorroico di “Death proof”: la bellezza femminile unita a un immagine stereotipata da angelo del focolare o del set sta in alto, nei volti o negli occhi, ma l’ anima viva abita in basso negli alluci con le unghie laccate sfrontatamente affacciati fuori dal finestrino di un auto in corsa. Di fatto feticismo ed erotismo da balera costituiscono la corrente sotterranea di un’ opera dalla trama di uno schematismo disarmante, raffigurata da una memorabile sequenza: la sensuale lap-dance da teatrino a luci rosse eseguita dalla Ferlito nel Texas Chili Parlor è la sexy allegoria dell’eterno scontrarsi/attrarsi fra i sessi, in cui il macho seduto e la donna in piedi, lascivamente danzante, si stuzzicano, si odiano, si amano, scrivono da angoli diversi la Storia accidentata dell’Umanità, con i cadaveri sbrindellati a fare da reperti nella galleria del museo. Allora diventa chiaro che “Grindhouse” ,di cui “Death proof” fa parte, è soprattutto un manifesto di poetica: il recupero del “carnevalesco” e della lettura deformante di un mondo “alla rovescia” diventa l’occasione di una rinascita, di un ritorno alle potenzialità del cinema di uscire dall’artificiosità degli effetti speciali e dei prodotti seriali da multisala e di tornare a essere “energia”di vita e forza istintuale. Nel dettare le regole di una concezione scopertamente antiintellettualistica e antiautoriale della Settima arte, Tarantino ha nascosto qui, molto più che altrove, il talentoso narcisismo, si è persino cercato un socio nell’amico Rodriguez e ha messo alla prova il suo grandioso virtuosismo nel contestarlo dall’interno il virtuosismo: del resto il film sarebbe forse giudicato in maniera diversa, se non ci fosse la firma di Quentin, ma ciò certifica la riuscita del gioco. Se dietro la macchina da presa ci sono operatori grossolani, e sul set uno stuntman ( Kurt Russel) tronfio, un coro di controfigure e comparse, nessuno degno di assumere il ruolo di primo attore/attrice, sono chiamati a mettere in scena sceneggiature dozzinali senza capo né collo, vagamente scollacciate, cosa potevamo aspettarci da un materiale tanto scadente e che senso ha risvegliarne lo spirito oggi? La morte della tecnica, ma il trionfo della vita nelle sue pulsioni più elementari e genuine. Nonostante gli intenti inequivocabili, sempre di maquillage eccezionalmente colto si tratta e indirizzato, lo dimostra il flop in sala negli USA, a un pubblico raffinato di cinefili, esattamente antitetico alla fauna pittoresca e rudimentale dei “grindhouse” (due film con un biglietto solo) negli anni 70’, non più resuscitabile. La ricostruzione filologica correrebbe pertanto il rischio di ammantarsi di rimpianti nei confronti della spettacolarità del tempo che fu, se lo sguardo di Tarantino fosse minimante romantico o nostalgico: non sente la mancanza del cinema chi avendone fatto un Dio crede nella sua immortalità.
COSI COMINCIA: Uno stuntman psicopatico ( Kurt Russel) insegue con la sua Dodge nera modificata e con un teschio sul cofano anteriore delle ragazze sole e ne fa strage, fino a che non incontra un trio particolarmente agguerrito e deciso a vendicarsi…
TITOLO: “Grindhouse” era stato realizzato da Tarantino assieme all’amico Robert Rodriguez: l’intento era di risuscitare i cosiddetti due film con un biglietto solo( in Italia si definivano “pidocchietti), prodotti sgangherati e dozzinali( si parlava anche di produzione “exploitation) proiettati negli anni 70’ in sale periferiche aperte 24 ore su 24 frequentata da un pubblico alquanto pittoresco di emarginati. Causa lo scarso successo commerciale negli Usa, la pellicola bicefala esce monca e con una aggiunta di 20 minuti: “Death Proof”(a prova di morte) è infatti l’episodio girato da Quentin, quella di Rodigruez “Planet Terror”, a quanto pare, uscirà a settembre.
Come risulta evidente dai titoli di testa e di coda, la pellicola è un calco di film degli anni 70’ come “Punto zero”, “Zossa Mary, pazzo Gary”, “Fuori in 60 secondi”, incentrati su acrobatici inseguimento in auto, a cui i locali vintage, abbigliamento e colonne sonore rimandano: da qui “A prova di morte”.
CUORE: i piedi fuori dal finestrino dell’auto con le unghie laccate-
la Chevy Nova nera modificata dello stuntman( contrapposta, come viene detto in una scena, agli effetti speciali in voga oggi)
la lap-dance della Ferlito
ADATTO: a feticisti in genere.
VOTO: 8
SCHEDA: Death Proof Usa 2007
Regia: Quentin Tarantino
Genere: Azione
Durata:1h e 51’
Cast:Rose McGowan, Quentin Tarantino, Marley Shelton, Kurt Russel, Rosario Dawson, Vanessa Ferlito.
Musiche: Robert Rodriguez, Montaggio: Sally Menke, Arredamento: Janette Scott.
Sceneggiatura e fotografia: Quentin Tarantino