Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Nel caso non improbabile che si stanchi e si annoi durante le due ore e 38 ‘ dell’ultimo film di Fincher, “Zodiac”, lo spettatore ha l’obbligo almeno di riflettere su una sequenza, significativamente collocata in un punto nevralgico della pellicola: Ruffalo, il poliziotto incaricato delle indagine sull’assassino seriale, frustrato dai risultati nulli del suo lavoro entra in una sala cinematografica dove si proietta “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo” di Don Siegel con Eastwood ispirato proprio alla vicenda di Zodiac, e ne esce disgustato. La situazione si ribalta in modo inquietante verso la conclusione, quando Gyllenhall, il vignettista, si illude di aver individuato l’omicida in un proiezionista e lo segue in uno scantinato buio, terrorizzato dal fatto che lì la minaccia d’essere assassinato possa concretizzarsi fra vecchie copie di pellicole, fra cui quella di un classico del genere thriller “La pericolosa partita” di Schoedsack e Pichel. La precisazione che lo scantinato è uno dei pochi di San Francisco non è gratuita e contribuisce a chiarire inequivocabilmente il messaggio sull’asimmetria fra la natura del male e la sua immagine ideale: la settima arte quando mette in scena il crimine racconta le paure e le ossessioni collettive e individuali, trasfigura in figure elusive ed affascinanti uno stato d’animo, definisce e incasella in schemi fittizi l’imprevedibile o il fin troppo prevedibile, trasforma in topos le sfaccettature del caso umano e tale scarto fra realtà e fantasia, fra verità e fobie è il filo conduttore del lungometraggio di Fincher. L’essere intenzionalmente anticinematografico ne giustifica lo scarso appeal dal punto di vista della spettacolarità: emerge dall’inchiesta protrattasi negli anni senza esiti, fra abbagli e testimonianze e false piste, l’aspetto frustrante e burocratico del lavoro dell’inquirente e la sconvolgente monotonia del delitto, visto che l’identità del serial killer non è una gran sorpresa, consideratone il curriculum vitae. Nel dare risalto alle psicologie e all’atmosfera più che all’azione Fincher però si avvale della macchina da presa come di un registratore impassibile di verbali, prove e supposizioni contraddittorie: la ricostruzione degli omicidi incentrata totalmente sulla sottrazione dei particolari raccapriccianti a vantaggio dei dettagli cromatici e del climax di suspence( ad esempio il giallo del taxi ripreso dall’alto in corsa sulle strade notturne o il lungo colloquio fra Zodiac e la coppia in riva al lago) non trovano una responsione equilibrata nella reazioni emotive dei protagonisti o nel senso di panico diffuso nella metropoli; per questo l’affastellarsi dei dati rende il tutto assomigliante a uno sterile rebus d’enigmistica, la cui soluzione alla fin fine coinvolge solo i cultori del gioco. L’interesse dello spettatore così si assopisce gradualmente e passa quasi inosservato l’aspetto più allarmante dell’intera vicenda ovvero la radicale sconfessione della scientificità dei metodi usati dai professionisti del crimine, quelli di cui i serial alla CSI contrabbandano l’infallibilità.
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: Non si tratta di una vicenda inventata. La città di San Francisco all’inizio degli anni 70’ fu terrorizzata da un serial killer che uccise sette persone e sfidò la polizia, inviando lettere deliranti ai giornali e minacciando di massacrare dei bambini. Sulle sue tracce si misero gli ispettori David Toschi( Mark Ruffalo) e William Armostrong( Anthony Edwards) ma anche il noto cronista Paul Avery( Robert Downey jr.) e il vignettista Robert Graysmith( Jake Gyllenhaal) furono affascinati e ossessionati dal caso. Le ricerche continuarono per anni senza approdare a risultati…
TITOLO: L’assassino seriale si firmava con il nome di Zodiac, e il titolo del lungometraggio evoca il senso di angoscia e di panico che la sua oscura presenza provocò nella metropoli: Fincher sostiene infatti” Quando ho letto la sceneggiatura che Angus Wall ha tratto dal libro di Robert Graysmith, essa mi ha riportato ai miei sette anni, quando i torpedoni scolastici della mia scuola erano scortati dalla polizia, perché era giunta la minaccia dell'assassino”. Del resto il soprannome del serial killer si ispirava a una comunissima marca di orologio all’epoca in voga, ma quando esso comparve associato a un simbolo, un cerchio attorno a una croce, il centro di un mirino o una croce celtica, suscitò negli investigatori affannose domande sul suo significato recondito: evidente quindi un riferimento alla banalità del male e allo strano fascino esercitato sulla mente umana, pronta a fraintenderne l’ovvietà.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO Siamo nella città di San Francisco all’inizio degli anni 70’ ma vediamo di essa solamente una porzione estremamente limitata ed è il tipico paesaggio stilizzato del thriller: le cosiddette scene del delitto, la redazione del San Francisco Chronicle, gli uffici della polizia, dei bar, una sala cinematografica e lo scantinato di un proiezionista. Prevalgono i colori cupi e la maggior parte delle scene si svolgono nella penombra o nell’oscurità. La fotografia satura e denaturata contribuisce alla ricostruzione d’epoca. Da notare la luce abbagliante e estraniante del delitto di una ragazza in riva a un lago. Anche la geografia umana è poco variegata: fanno una breve apparizione le vittime, qualche testimone, e occupano la scena quasi ininterrottamente i protagonisti ossessionati dalla loro ricerca e i loro giri a vuoto nell’area di azione dell’omicida: l’immobilità e la mancanza apparente di movimento è una traduzione fisica dell’assenza di progressi e di passi avanti nell’identificazione di Zodiac. Dunque l’analisi comportamentale di una metropoli in preda al panico non c’è: il resoconto dell’indagine è anticinematografico volutamente, nel senso che ricalca l’algida oggettività del documentario. La stessa constatazione si può fare per il tempo: i tempi sono precisati con chiare indicazioni,a sottolineare il fatto che, nonostante il trascorre degli anni e i mutamenti intervenuti nell’esistenza dei protagonisti, l’enigma resta irrisolto, fino al colpo di scena conclusivo.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: I protagonisti del film sono considerati nella prospettiva di “addetti ai lavori” e ogni altro lato della loro personalità resta nell’ombra: a un certo punto si verifica una unica distinzione fra coloro che rinunciano e coloro che indefessi continuano. Le donne hanno scarsissimo rilievo: esse rappresentano, adeguandosi al vecchio cliché, la normalità della vita domestica, dalla quale l’uomo, causa ambizione e pervicacia e natura, è portato ad allontanarsi.
Il punto di vista privilegiato è quello di Robert, il vignettista, il più intuitivo e il più scettico nei confronti delle procedure ufficiali della polizia: è lui alla fine che dà una svolta risolutiva al caso.
CUORE: -la macchina da presa segue dall’alto un taxi giallo per le strade della città di notte, fino a che non si ferma all’angolo fra due strade; poi si identifica con gli occhi dei bambini, fuori campo, che da una finestra vedono l’omicidio del taxista
-Robert segue, pieno di paura, il protezionista sospetto nello scantinato buio, pieno di vecchie pellicole
ADATTO: a chi non crede a CSI.
VOTO: 6-
SCHEDA: Zodiac. Usa 2007
Distribuzione: Warner
Durata: 2’ e 30’
Genere: thriller
Tratto da: romanzi “Zodiac”, e “Zodiac unmasked: the identità of America’s Most Elusive Serial Killer revealed” di Robert Graysmith
Regia: David Fincher
Cast: Jake Gyllenhaal, Mark Buffalo, Robert Downey jr., Anthony Edwards
Musica: Davide Shire Montaggio: Angus Wall Scenografia: Donald Graham Burt
Sceneggiatura:James Vanderbildt
Fotografia: Harris Savides
La filmografia di Zhang Yimou, al di là della artificiosa distinzione spesso proposta fra pellicole impegnate nel sociale e altre nostalgicamente rivolte al passato, è una ricerca di radici e di ragioni, in quanto in essa cuore pulsante sono sia la Cina millenaria delle nobili tradizioni del wu-xia-pian e delle dinastie imperiali( “Le lanterne rosse”, “Hero”, “La foresta dei pugnali volanti”) sia quella contemporanea delle microstorie quotidiane dei villaggi poveri e sperduti e delle città estranianti (“ La storia di Qui Ju”, “Vivere”, “la strada verso casa”). Un’umanità di contadini incolti e di guerrieri raffinati, di donne vittime eroiche di soprusi, di ufficiali innamorati e di ribelli assetati di giustizia accomunati dall’incapacità di rassegnarsi alle forze oscure del destino: si trattava allora di cercare un’ubicazione simbolica, un luogo metaforico, il primo manifestarsi della malattia connaturata alla condizione umana, il centro da cui essa si è propagata nel tempo e nello spazio, raggiungendo le periferie isolate e le metropoli avveniristiche. Zhang Yimou, arrivato alla conclusione del viaggio ideale nei miti del suo Paese, lo ha trovato nella terrazza dei crisantemi rotonda, collocata nel cortile della “Città proibita”, dove, seduti sotto il cielo, attorno a un tavolo quadrato siedono simili a mummie imbalsamate attorniati da miriadi di servi coloro che la sorte ha designato a reggere il mondo, i potenti della terra: esiste un ordine cosmico, imperscrutabile e invincibile, che dà forme alle cose e immobilizza in ruoli gli individui, vi si plasma la legge dell’uomo ma non l’anima, fatta di carne e passioni violente, di sete di dominio e di odio. Da lì scaturisce il conflitto eterno, nel rappresentare il quale la lussureggiante reggia di Pechino è palcoscenico esemplare: parate, cerimonie e fasto somatizzano le patologie del potere nelle arcaiche società gentilizie, prefigurando i totalitarismi dei tempi a venire. Nella corona de “La città proibita” ,come nel teatro di Eschilo, Sofocle e di Shakespeare, si incarnano le perversione dell’istituzione monarchica: rapporti incestuosi, stragi di congiunti, avvelenamenti peculiari dei regimi dinastici portarono alla loro abolizione e alla nascita degli organismi statali. Pertanto la degenerazione oggi si manifesta altrove e in altri modi ma parte da lì dalle sontuose magioni secolari fra abiti trapunti d’oro: il tarlo contagerà la massa monocroma alle porte della gabbia dorata e i cortili continueranno a grondare di sangue, ricoperti il giorno dopo da un tappeto di crisantemi in una grottesca cerimonia funebre. Così il barocchismo abbagliante dell’ambientazione e la rigida tipizzazione del male cela e disturba nel contempo l’anima palpitante del lungometraggio, appartata nell’espressione sofferta e rattenuta dei volti, nella bellezza agonizzante e dolente di Gon Li, nel palazzo incantato delle fiabe trasformato dalla Storia nella dimora degli orrori, in un Overlook a sette stelle, nei cui corridoi si smarriscono sensi e arte.
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: La vicenda è ambientata a Pechino nella Cina del X secolo della tarda dinastia Tang. L’imperatore torna a palazzo con il figlio secondogenito, in occasione della festività del Chong Jang. Tra sfarzo solenni rituali e veleni emergono odi rivalità e passioni proibite fra i componenti la famiglia reale, mentre un esercito di guerrieri dall’armatura dorata attacca la loro “Città proibita”.
TITOLO: Il titolo italiano si riferisce all’antica enclave circondata da imponenti mura colore del sangue dove da secoli la civiltà cinese ha tenuto racchiusi in una sorta di gabbia dorata i suoi monarchi: Zhang Yimou, la trasforma, con il contributo di una fotografia davvero efficace nel giocare sui contrasti coloristici, in una dimora degli orrori, simile all’Overloock di “Shining”, capace di corrodere e di avvelenare l’animo di chi l’abita e lo spirito “demonico” della fastosa e lussureggiante reggia è il vero protagonista della pellicola. Maggiormente evocativo e meno “turistico”, come si può immaginare, il titolo originale, nella traduzione inglese “The Curse of the Golden Flowers” chiara allusione ai fiori gialli, ai crisantemi, motivo simbolico/ cromatico che assume un ruolo fondamentale nella pellicola, associando in un legame indissolubile, le dorate apparenze del potere e la morte.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO Zhang Yimou con “La città proibita” torna al passato mitico della Cina, raccontando il cuore malato dell’impero, dopo avene illustrato le patologie periferiche nelle epiche battaglie di “Hero” e de” La foresta dei pugnali volanti”: dalle pianure insanguinate dell’immenso continente arrivano i guerrieri senza volto che assaltano la reggia. Quest’ ultima è stata ricostruita con maniacale attenzione ai particolari negli Studios di Hengdian, gli stabilimenti più grandi dell’Asia e meta turistica.
Neppure per questo lungometraggio, esattamente come per i due sopraccitati, è possibile parlare di una ricostruzione storica realistica, giacché il palazzo imperiale con tutti i suoi rituali viene piuttosto concepito alla stregua di un microcosmo privo di connotazione temporali e geografiche definite, luogo più metaforico che reale: cosa succede fuori dalle mura non si vede, e a scandire le ore è un coro di ombre in marcia dietro le pareti che annuncia ad alta voce “l’ora del coniglio” “l’ora del serpente” ecc. La reggia diventa quasi la causa ideale e materiale della tragedia indotta: corridoi interminabili con colonne di broccato rosso, saloni giganteschi di cristalli, abiti trapunti d’oro, vasche profumate da petali di fiori, gioielli, anelli, eserciti di fanciulle e servitori, i crisantemi ricamati o sparsi al suolo, contribuiscono, al di là delle evidenti simbologie, a delineare un luogo dove lo sguardo e la mente non possono avere mai quiete. I sensi dello spettatore sono frastornati dall’esuberanza, e lo stordimento provocato da un lusso perverso e psichicamente iperbolico, unito alle inquadrature insistite sul pallore e sulle sofferenze dei volti regolari e incantevoli( Gon Li soprattutto), allontana l’idea della bellezza appena suggerita, ed evoca piuttosto il suo struggente svanire e lo smarrimento della ragione, la pazzia, di cui è minacciata la regina, costretta dal marito a ingerire giorno per giorno il veleno.
Fuori dal palazzo si svolgono alcune suggestive scene di combattimento con il volo dall’alto dei guerrieri, evidente omaggio al genere wu-xia-pian: per la battaglia fra due pareti di una stretta gola viene naturale pensare a “300”, il cui spirito celebrativo è però ben lontano dal dolente senso di disfacimento del film di Zhang Yimou.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: Sotto la lente di un microscopio viene messa la famiglia imperiale, i cui componenti manifestano le caratteristiche degeneri tipiche delle teste incoronate cosi come le rappresenta la tradizione letteraria ( Il teatro classico, la storiografia imperiale, da Tacito a Svetonio all’”Historia Augusta” e Shakespeare). Da un lato dunque i fasti del potere, dall’altro passioni incestuose, odi, stragi e tentativi di avvelenamento. Zhang Yimou vivifica i luoghi comuni sui vizi dei potenti con la struggente e malinconica bellezza di Gong Li, l’imperatrice, con la giovinezza infranta dei tre rampolli maschi e con l’enigmatica perfidia di Chow Yun-Fat, il sovrano.
Il rancore ostacolato dal rigoroso rispetto delle apparenze è la sola costante dei rapporti fra i personaggi: l’uno tradisce l’altro e nessuno è immune dall’odio. L’affetto naturale genitori figli assume connotazioni ambigue. Persino l’unica scena di scherzosa tenerezza fra due adolescenti innamorati viene bruscamente interrotta e si verrà a sapere in seguito nasconde un raccapricciante doppiofondo.
Va messo poi in rilievo il fatto che vittime ambigue delle circostanze sono soprattutto le donne, le quali, assetate di vendetta e complici di delitti, non vengono certo viste in una luce positiva. Si consideri infatti la moglie sfregiata del medico imperiale e la giovane figlia: hanno le loro ragioni da difendere ma, esattamente come tutti gli altri personaggi, non hanno innocenza e sono causa degli eventi di cui poi cadranno vittima.
CUORE: La famiglia reale è seduta sul terrazzo dei crisantemi rotondo attorno a un tavolo quadrato: a una forma naturale, simile a quella del mare e del cielo, tutto deve obbedire spiega l’imperatore e impone alla regina di ingerire il veleno…lei fa un timido tentativo di ribellarsi, davanti ai figli, poi rinuncia. La scena carica di tensione emotiva esplicita chiaramente il senso del film: in un ordine cosmico dove a tutti è imposto un ruolo/ maschera, per nessuno c’è scampo
ADATTO: a chi ama le scene di massa, le battaglie epiche e la tragedia. Ai decadenti cultori della bellezza in disfacimento.
VOTO: 7
SCHEDA: Man Cheng Jin dai huang Jin Jia Cina Hong Kong 2006 Durata: 1h e
Tratto da: dramma teatrale di Cao Yu
Distribuzione: 01
Genere: epico
Regia: Zang Yimou
Cast: Gong Li, Chow Yun-fat, Liu Ye, Jay Chou
Sceneggiatura: Zhang Yimou, Wu Nan, Bian Zhihong
Fotografia: Zhao Xiaoding Musiche: Sigheru Umebayashi Montaggio: Cheng Long Scenografia: Huo Tingxiao Costumi: Yee Chung Man
Barry Levinson, da qualche anno fedele al culto delle stelle hollywoodiana, ne “L’uomo dell’anno” trasforma il dibattito attuale sulla crisi del sistema democratico rappresentativo in un palcoscenico per l’esibizione fra il serio e il faceto del noto attore di commedie, Robin Williams, e fa un tonfo clamoroso: probabilmente il doppiaggio non rende giustizia alla star, ma resta l’impressione che la tematica indubbiamente impegnata e i cambiamenti di registro, imposti dalle poco studiate giravolte dell’intreccio, ne mettano a disagio l’istrionismo, dando un contributo non da poco all’infondatezza dell’ipotesi, su cui la pellicola basa la sua provocazione fittizia. A non avere credibilità è precisamente la figura del comico dall’anima candida, prestato per caso e provvisoriamente al mestiere della politica, con lo scopo di renderla più trasparente e più vicina ai problemi della gente comune: quando Tobbs durante una tribuna televisiva con il candidato democratico e con quello repubblicano, ne sovverte la disciplina, alzandosi, gesticolando, e accusando gli avversari di fare gli interessi delle “lobby”, sembra aver compreso il vecchio e ormai abusato trucco, che se ci si offre come un prodotto nuovo ed estraneo ai giochi di potere si ha una qualche probabilità di catturare i voti degli elettori. Demagogia e populismo, accuse qualunquistiche contro tutto e tutti, opportunistici bersagli e interessi personali ambiguamente mascherati la fanno da padrone nei discorsi dei leader e i mass media amplificano una sfida viziata dalla perfetta identità dei campioni in gara: se questo è il contesto, adombrato del resto da “L’uomo dell’anno”, cosa può spingere un individuo a tentare l’impresa titanica di combattere i giganti? Il cinico tornaconto, l’ambizione sfrenata, il narcisistico bisogno di essere al centro dell’attenzione o il nobile intento di cambiare la società dall’alto? La scelta dello scialbo Tobbs ha radici molto vaghe in una blanda fiducia nella propria immagine salvifica: la sua irriverenza verbale non ha reale mordente e tanto meno egli ha la statura per ergersi a simbolo di una rivoluzione o anche solo di un mite mutamento dei costumi, a meno che non si vogliano considerare messaggi subliminali le battute su Cicciolina, la pornostar italiana diventata parlamentare, o su un governo formato da lesbiche riunito a porte rigorosamente chiuse. Comunque Levinson, quasi fosse consapevole della spalle fragili dell’eroe, lo ha tolto quasi subito dai pasticci, consentendogli di eludere le responsabilità grazie alla vittoria per errore e all’immediata conseguente abdicazione volontaria dal trono, e buttandogli fra le braccia una dolce biondina da salvare dai malvagi di turno. Insomma si fa un bel giro a vuoto: chi ha la sola virtù di bucare lo schermo, allo schermo ritorna, e, quando i meccanismi vanno in tilt, la saggezza di una Nazione in buona salute morale la preserva da avventurosi salti nel buio.
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: Tom Tobbs, un conduttore televisivo caustico nei confronti dei politici di professione, accetta provocatoriamente l’invito di una spettatrice a candidarsi alla Presidenza degli Stati Uniti e vince la sfida. Tuttavia a consentirgli di prendere un numero di voti superiore agli altri candidati è semplicemente un difetto del sistema elettronico, messo a punto da una multinazionale, utilizzato per la prima volta nelle votazioni. Ad accorgersi dell’errore è Laura Linney, una programmatrice, che per tale motivo viene licenziata…
TITOLO: Chi è l’uomo dell’anno del titolo? Il presidente o la star televisiva di turno? La confusione dei ruoli, incarnata dal comico neoeletto Presidente, parrebbe denunciare l’intento provocatorio di Levinson( che qui riproporrebbe la stessa riflessione sulle distorsioni connaturate a un ruolo pubblico del ben più crudele “Sesso & potere”) ma, visto la vaghezza dell’atto di accusa e la conclusione conciliante, è più facile supporre trattarsi di un’occasione offerta su un piatto d’oro all’istrionismo del primo attore, Robin Willams.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO L’ambientazione nell’America contemporanea è confusa ed approssimativa: l’immagine degli States è superficiale, stereotipata. Si vedono in pratica le solite cose: studi televisivi, pulmann in viaggio, folle plaudenti. Il voto di Tobbs secondo il nuovo sistema elettronico, fa da spartiacque fra la prima e la seconda parte del lungometraggio, dove proprio la mancanza di un contesto ambientale adeguato impoverisce totalmente il senso del film. Si pensi alla facilità con cui la Linney riesce a entrare in contatto con il Presidente designato o alle scene che dovrebbero mostrare l’inadeguatezza di Tobbs al ruolo, come l’ingresso nella famosa stanza ovale o il gioco alla guerra in tuta mimetica.
La trasformazione del film da satira politica in giallo e poi in commedia sentimentale dovrebbe imporre accelerazione e rallentamenti dell’azione: invece il ritmo non cambia mai, frequenti i tempi morti.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: La caratterizzazione dei personaggi si limita a poche notazioni fisiche: al centro della scena sta William di cui però emerge esclusivamente il conduttore televisivo dalla parlantina brillante e dalla battuta facile
CUORE: Il confronto televisivo fra i tre candidati: Tobbs rompe gli schemi del dibattito, e la sua anarchia gestuale e verbale mette in crisi sia il candidato repubblicano sia quello democratico, entrambi immagine omologata del sistema mummificato a cui appartengono.
ADATTO: forse ai fan di Robin Williams
VOTO: 4
SCHEDA: Man of the Year, USA 2006 Regia: Barry Levinson Cast: Robin Williams, Chiristopher Walken, Laura Linney Sceneggiatura: B.Levinson Fotografia: Dick Pope. Musica: Greame Rewell Produzione: B. Levinson e James G. Robinson Distribuzione: Medusa Durata: 1h e 55’
La critica relativa a “Breach” di Ray, l’ autore de “L’inventore di favole”, mette in rilevo, considerando, si ha l’impressione, un limite l’assenza di un’interpretazione, il fatto che allo spettatore non siano svelati i motivi per i quali Hanssen, il funzionario dell’FBI, di cui vengono raccontati gli ultimi mesi prima dell’arresto al fianco di Eric, il ragazzo incaricato di spiarlo, si sia venduto ai sovietici. In realtà appagare la curiosità morbosa nei confronti della deviazione, morale e anche, nel caso in questione, sessuale, non era l’intento del regista: egli piuttosto ha lasciato affiorare con accorta strategia domande e risposte, disseminando indizi, ininfluenti per lo svolgimento dei fatti, sì da lasciare a chi guarda l’ipotetica ricerca del perché un uomo di principi, votato a una causa, arrivi a tradire se stesso. Suggerimenti, tracce, da cui scaturisce la tensione di una pellicola, che capovolge le convenzioni della spy-story, inserendo la fine all’inizio : gli esiti della vicenda non inventata sono noti, resta lo scrupolo di informare, poco prima dei titoli di coda, che uno dei due protagonisti sconta l’ergastolo in prigione, l’altro ha lasciato l’FBI e esercita l’avvocatura. La chiave sotterranea di un’opera, il cui titolo suona non a caso “Breach”, la breccia, diventa in tal modo l’impossibilità di esplorare i moventi sepolti in fondo al cuore di tenebre di chi rinnega il proprio mondo: la ricostruzione resta così incompleta, mancando l’elemento essenziale, il motore dell’azione, la causa nascosta dietro le apparenze. E il vuoto eclatante di ragioni, sintomo di una crisi irreversibile, è il nervo scoperto delicatamente toccato da “Breach”, mentre dà per scontato il processo di corruzione e si arrende di fronte all’inattualità di un giudizio e di una terapia applicabile: “Lei è quello che è…il resto non significa nulla”, sono le parole dette al traditore dall’investigatore, tuttavia l’eco di questo nulla è il cupo controcanto della storia, il buco nero in cui sono precipitate fedi, certezze ed identità. Il senso dell’inganno agli ideali, nonché di una giustizia restituita forzatamente sbilenca, trova allora la sua allegoria nel quadro, appeso negli uffici dell’Agenzia, nel quale sono dipinti due uomini ai remi su una barca in un mare agitato: missione dell’uomo è portare la fragile scialuppa a riva in mezzo alla tempesta, ma non c’è solidarietà fra chi è costretto a coabitare lo stesso spazio angusto in bilico sull’abisso; l’anima non è in grado di vincere le prove contro l’inferno che la corrode, e se gli dei abbandonano, gli imperi crollano, e non esistono più differenze fra chi, come il giovane detective, si illude di mantenere pura la coscienza e chi, come la spia sulla soglia della pensione, l’ha perduta; tutti sono nello stesso momento traditi e traditori. Hanssen, il corrotto, piange nel confessionale di una chiesa deserta, Eric, l’onesto, sceglie di distogliere lo sguardo, chissà se consapevole che l’unica integrità ammissibile in un universo senza etica è la rinuncia a una vocazione ……
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: Il giovane Eric, arruolata da poco nell’FBI, aspira a diventare detective e per questo accetta di mettersi alle dipendenze del 57enne Hanssen, sullo soglia della pensione ma da anni sospettato di aver passato informazioni riservate ai sovietici, al fine di spiarlo e di trovare le prove per incastrarlo. La storia è ispirata a una vicenda reale, come viene ricordato poco prima dei titoli di coda: il funzionario Robert Hanssen accusato di avere venduto documenti riservati al KGB sta scontando la pena dell’ergastolo, mentre Eric 0’ Neil è un avvocato e ha fatto da consulente per la realizzazione del film.
TITOLO: Della parola italiana “L’infiltrato” aggiunta accanto al titolo originale, tanto per cambiare depauperante, è meglio non tener conto. In realtà il film ha per oggetto proprio la “breccia” corrosiva quella che rende particolarmente fragile un apparato difensivo. Essa è individuabile non nei sistemi informatici e nelle tecnologie sempre obsolete, a cui più volte si allude, ma essa, si apre, assai più devastante e imprevedibile, all’interno dell’animo umano e non ha altri ragioni se non la stessa natura dell’uomo.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO La maggior parte del film si svolge all’interno degli uffici dell’FBI, costipati di oggetti e di persone al lavoro, caratterizzati da lunghi e soffocante corridoi che si diramano da un centro invisibile. Da notare l’assenza di colori: a predominare sono il bianco e il nero, o le tinte spente e neutre degli abiti maschili e femminili.
Ha un ruolo particolarmente significativo, le due stanze anguste e senza finestre, nelle quali Eric e Hansssen sono costretti dalle circostanze a coabitare. Dai toni scuri e senza apertura verso l’esterno quello ove il traditore nasconde dietro una porta spesso chiusa i suoi segreti; meno elegante quello del giovane, ma più chiaro e maggiormente proiettato verso il fuori.
Compare anche la chiesa e la libreria religiosa: ma lì niente rimanda a un’ idea di Dio, ed assume valore simbolico la sequenza in cui Hanssen piange da solo all’interno del confessionale.
Gli esterni servono invece per mettere in rilevo i punti di svolta drammatici della vicenda, come se i personaggi, uscendo dagli spazi soffocanti che li imprigionano, avessero il coraggio di uscire allo scoperto e di svelarsi. Cosi il colloquio fra Eric e il padre si svolge fuori di casa al freddo, mentre la neve cade, e la lite fra Hanssen e Eric si svolge di notte all’interno di un bosco.
Per ciò che concerne il tempo, Frey capovolge le convenzioni del genere spionistico, sostituendo la conclusione della storia con il suo inizio: da subito infatti lo spettatore sa chi è la talpa, che la missione di Eric si concluderà con l’arresto di Hanssen e il tal modo gli è consentito di concentrarsi esclusivamente sui risvolti psicologici e etici. La necessità di far risaltare il contrastato rapporto fra i due individui fa si che anche i riferimenti al contesto generale siano abbastanza vaghi: vengono in luce però particolari rivelatori come la solitudine a cui è condannato chi lavora per i servizi segreti, i privilegi non attributi secondo il merito, e la natura kafkiana di un apparato che dà ordini apparentemente misteriosi rimanendo costantemente nell’ombra e senza scoprire mai il suo vero volto. Altrettanto anonimo e invisibile è il nemico contro cui si combatte: si capisce che esiste e la guerra va fatta dalla sequenza in cui vengono assassinati a sangue freddo le spie. Tuttavia anche in questo caso centrale è la ripercussione sull’animo dei due protagonisti: in Hanssen è parte del tormento e il senso di colpa che lo caratterizzano, in Eric è uno stimolo a compiere la missione affidatagli.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: La vicenda viene vista da una duplice prospettiva: quella di Eric, il sorvegliante, e quella di Hanssens, il sorvegliato. L’intrecciarsi dei punti di vista proietta la storia in un atmosfera ambigua e sfumata: la diversità delle due personalità trova un punto di incontro nelle prove da superare da parte di entrambi e nell’incapacità di farlo. Si parla spesso nei colloqui fra i due di prove a cui si è continuamente sottoposti: Hanssen non riesce a sconfiggere la sua natura perversa, e Eric non riesce a diventare agente e alla fine rinuncia alla sua missione. Il rapporto dialettico fra i due costituisce la forza della pellicola e per questo va sottolineato il contributo fondamentale dei due interpreti: Cooper(“Il ladro di orchidee”) presta una figura viscida, proteiforme, sofferente e arrogante, a Hanssen, Phillippe, visto di recente in Flags of our Fathers, porta sul volto( non sempre però) le ansie di un obbedienza agli ordini sempre mento convinta.
Meno riuscite e piuttosto incolori le appendici femminili.
CUORE: il quadro con due uomini in barca appeso alle pareti dell’ufficio-
-il drammatico scontro verbale fra Hanssen e Eric all’interno del bosco di notte: il primo ha sparatato addosso al secondo, per provarne la lealtà, e questi reagisce a parole: “Lei è quello che è ..il resto non significa niente”.
ADATTO: a chi si appassiona ai dilemmi morali irrisolvibili. Ai corrotti e ai corruttori ( non in Italia, giacchè qui, è presumibile, frequentando parlamento, uffici pubblici e banche non hanno tempo di andare al cinema)
VOTO: 7/8
SCHEDA: SCHEDA:Breach- USA 2007 Genere: spionistico Tratto: dalla storia vera di Eric O’Neil Regia: Billy Ray Cast: Chris Cooper, Ryan Philippe, Laura Linney, Caroline Dhavernas Sceneggiatura: Adam Mazer, William Rotko, Billy Ray Fotografia: Tak Fujimoto Musica: Mychael Danna Produzione: Scott Kroopf, Robert F. Newmeyer, Scott Strauss Distribuzione: Mikado Durata: 1h e 50’.
“Notturno bus” è un film indisciplinato e innocuamente orecchiabile, come una canzonetta di Sanremo, ma, se conquista, è per l’onestà con cui confessa, mentre scorrono i titoli di coda, un’allegra brigata scende da un tram e Silvestri canta “La paranza”, l’impossibilità caratteriale del cinema italiano di prendersi sul serio: il senso del collage di generi antitetici, ispirato agli estrosi Manetti Bros, si potrebbe supporre, è una rivisitazione della celebre commedia di Steno, interpretata da Sordi, del 1954, “Un Americano a Roma”, alla luce dei classici contemporanei del cinema statunitense, da Tarentino, a Mann e Scorsese. Negli anni ‘50 la perfidia irriverente degli autori portava sullo schermo fenomeni di costume e comportamenti diffusi, oggi, di fronte alla rinuncia della macchina da presa di ritrarre una realtà sfuggente e poco plasmabile dalle convenzioni, il cineasta postmoderno rappresenta la società e la vita secondo gli schemi mentali o gli stereotipi consolidati da una tradizione secolare: libri e pellicole e perfino fumetti sono la fonte primaria di ispirazione in un universo artistico consapevolmente chiuso e narcisisticamente innamorato di se stesso. “Il cinema si fa con il cinema”, il celebre motto di Tarantino vale certo anche per “Notturno bus”, per quanto sia lampante nell’esordiente Marengo la mancanza di mezzi espressivi adeguati e di un mondo concettuale personale e maturo da mettere al servizio di una buona cultura filmica. Eppure non sono solo le pecche di natura estetica e l’assenza di ambizioni a limare la potenziale coscienza critica del B-movie serio-comico nostrano: la via italiana per il noir ne mitiga le asprezze, ne frustra le pretese di rappresentare simbolicamente la lotta epica fra bene e male, e infine annaspa in uno spazio neutro, indecisa fra parodia e indolore raffigurazione di un’umanità di perdenti, filosofi costretti a guidare bus, donne fatali con il complesso di Cleopatra e con patetiche storie di abbandoni alle spalle, sicari con problemi di stomaco e familiari, agenti segreti romanticamente persi dietro vecchi amori, ed erculei malavitosi picchiatori affezionati alle loro vittime. Tutti, simili ai cavalieri erranti dei poemi cavallereschi, inseguono un misterioso microchip e una valigia piena di soldi o chi li ha rubati, cacciatori e/o prede: situazioni e personaggi tipo, dunque, ottimamente assecondati da un cast eccellente e un intreccio prevedibile sia nello svolgimento sia nella conclusione più o meno ottimistica. Disturbano tuttavia l’atmosfera scanzonata e il ritmo ballerino de” La paranza” le scialbe e gratuite metamorfosi in presunti caratteri dei fascinosi miti e delle caricature: il travaso scombinato della commedia italiota sentimentale nell’Urbe veltroniana( si vedono i manifesti elettorali rossi!) trasformata dall’abile fotografia in metropoli notturna d’oltre Oceano, toglie gusto ed odore alla salacità sperimentale di “Notturno Bus”. E hai quasi l’impressione che i bravissimi attori guardino verso un altrove ...
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: Franz( Mastrandrea), un conducente di autobus filosofo, nei guai per debiti di gioco, durante il servizio notturno per le strade di Roma, fa salire Leila un’ affascinante ladra di documenti( Mezzogiorno) scalza, braccata da due killer e da un agente segreto che si muovono alla ricerca di un microchip da lei sottratto inconsapevolmente…
TITOLO: “Notturno bus”, il titolo, definisce con chiarezza l’intento di Davide Marengo, autore di videoclip musicali e del documentario “Oraj” sulla canzone popolare pugliese: la storia raccontata dalla pellicola, ispirata all’omonimo romanzo di Rugosi, qui coautore della sceneggiatura, inverosimile nella realtà, riecheggia in modo approssimativo, nelle situazioni e nei personaggi, il grande noir statunitense in particolar modo le sue rivisitazione più recenti di Tarantino, di Mann o di Scorsese. La scelta però di conferire all’autobus e a un suo guidatore il ruolo di protagonisti significa che il regista ha cercato una via nazionale, più dimessa e assai meno raffinata esteticamente e pretenziosa intellettualmente, per costruire, mescolando alla rinfusa generi diversi, dall’action movie alla classica commedia italiana, un divertissement, un motivetto orecchiabile da ballare sul tram al ritmo de “La paranza”. Il collage fa pensare ai Manetti Bros.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: La Roma notturna piena di luci e di corsie di superstrade, con palazzi labirintici, dotati di scale esterne e di doppi ascensori, uniche vie di scampo dai sicari, è un’evidente reminiscenza della metropoli dei molti noir statunitensi: suo vero centro è l’aeroporto, crocevia di destini, punto di raccordo dei fili dell’intreccio, impronta forse di “Jack Brown” di Tarantino, nel quale una hostess contrabbandiera riesce a trionfare sul malaffare e sulla polizia.
L’epoca è quella contemporanea: lo rammenta bene il manifesto elettorale color rosso con il nome del sindaco Veltroni, che la macchina da presa inquadra con una certa insistenza nel bel mezzo di un inseguimento. Ragioni di captatio benevolentiae, messaggio subliminale o semplice sbalzo cromatico? Qualunque sia stato l’intento, l’effetto non è granché..
Il tempo è il classico susseguirsi del prima e del poi, un filo cronologico diretto da A a Z tipico dell’action movie, ad imitazione dello scorrere veloce ed ininterrotto delle lancette dell’orologio: è il presente cinematografico, nel quale si innesta l’evocazione del passato, funzionale esclusivamente alla comprensione degli eventi e dei personaggi. L’ieri non ha vita autonoma, ma serve solo a motivare l’azione.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: I personaggi sono quelli tipici del noir, dalla femme fatale( interpretata da un insolita Giovanna Mezzogiorno), al poliziotto misterioso ( Ennio Fantastichini), ai sicari, al giovane ingenuo ( Valerio Mastrandrea) dal nome kafkiano coinvolto in vicende più grandi di lui, che finiscono con il cambiarne radicalmente l’esistenza.
Tuttavia Marengo ha manipolato gli stereotipi del gangster movie, riducendo la coppia dei sicari( Garofano e Diolaiti) e il gigantesco persecutore di Franz( Citran) a macchiette, ridicolmente e pateticamente truci fac simile degli eroi Tarantiniani, e nobilitando invece i due protagonisti, Mezzogiorno e Mastrandrea, e il loro complice Fantistichini, con un alone malinconico/ romantico.
La pellicola, non avendo, a differenza dei suoi illustri modelli americani, l’ambizione di raffigurare la realtà inserendo il bene e il male in un ordine sociale o cosmico, si limita a svolgere l’intreccio, tralasciando qualsiasi spunto di riflessione: significativo il fatto che l’oggetto del desiderio , il microchip, resta costantemente nell’ombra, persino nel momento in cui ne vengono in certo qual modo svelati gli scopi.
CUORE: Il cuore della pellicola è:
- viene a conclusione del film, in contemporanea allo scorrimento dei titoli di coda: una folla chiassosa ed allegra scende da un bus, mentre si sente Silvestri cantare la”Paranza”.
ADATTO: a chi costretto a viaggiare sui mezzi pubblici vuole consolarsene pensando che il tram è moderno
VOTO: 5/6
SCHEDA: SCHEDA: Italia 2007 Genere: Noir sentimentale Regia: Davide Marengo. Cast: Giovanna Mezzogiorno, Valerio Mastrandea, Ennio Fantastichini, Ivan Franek, Antonio Catania, Iaia Forte. Sceneggiatura: Giampiero Rigosi e Fabio Bonifaci. Fotografia: Arnaldo Catinari. Musica:Gabriele Coen e Mario Rivera. Distribuzione: 01 Durata 1h e 45’
“Quattro minuti” dell’esordiente Chris Kraus, nelle sale quasi contemporaneamente al bellissimo “Le vite degli altri”, conferma l’età dell’oro dell’attuale cinema tedesco: ad animare le due opere è la vitalità nell’interpretare la Storia nazionale rifuggendo, a differenza dei registi italiani, dagli schemi consolidati e coniugando il rigore della ricostruzione degli eventi allo scavo psicologico, all’originalità degli intrecci e delle soluzioni di regia. In “Quattro minuti” il carcere femminile di Lickau, ex lager, vicino a Berlino, la cui spietatezza materiale e psichica la macchina da presa ferma inquadrandolo da ogni prospettiva possibile, è il locus horridus abitato dagli spettri di un passato e di un presente traumatici: all’interno delle sue mura, c’ è chi prende a pugni i fantasmi, chi se ne lascia sopraffare fino a morirne impiccato e c’è chi li trasforma sublimandoli nel suono di un pianoforte. La vicenda di Jenny, che, lasciatasi accusare di omicidio, viene aiutata da Traude, un’austera insegnante ottantenne, a far riemergere l’innato talento per la musica, non è riconducibile al classico racconto di formazione/crescita o di riscatto: l’educazione ricevuta dalle due donne ne ha plasmato irrimediabilmente l’anima, e alla fine non le attende nessun riscatto tangibile, giacché la prigione che continuerà a racchiuderle è metafora dell’immutabilità del mondo, ove non sono consentiti né innocenza né riabilitazione o salvezza dai sensi di colpa. La loro non è un’amicizia fra personalità speculari, poiché gli choc subiti proprio di questa le ha deprivate: il rapporto fra giovane e vecchia non è definibile altrimenti che un controverso scambio fra chi è in grado di trasmettere conoscenze e chi di riceverle, e, se ci sono confidenze o confessioni, a questo sono finalizzate. La maieutica funziona in entrambi i sensi di marcia, perché prende vita da una domanda fondamentale: qual è il compito dell’uomo su questa terra? Non c’è altro da imparare, e non c’è altro da insegnare e la risposta sta lì in quei quattro minuti, il frammento di eternità concesso a ogni individuo: nello stesso palcoscenico illuminato l’hip hop/Jenny, “la musica da negri”, e Schubert/ Traube si incrociano e l’uno di inchina all’altro, in quanto volti, in modo diverso deformati, di una stessa medaglia, ovvero rabbia e disciplina, espressione insopprimibile di impulsi e obbedienza a una regola, libertà dell’arte e ferreo rispetto delle sue leggi. L’esibizione anticonvenzionale di uno spirito tormentato si oppone all’anonimato della visibilità mediatica, perseguita dal direttore della prigione in perfetta sintonia con lo spirito dei nostri tempi, ed è energica allegoria di un’umanità alla ricerca di se stessa: una ragazzina sfiora le tastiera, invasata dal sacro dono, il pubblico assiste stupito al miracolo e poi applaude commosso. Se la maggior parte degli uomini nasce per sopravvivere e tener duro alla crudeltà del destino, privilegio di pochissimi è il dovere di mutare in danza il dolore di tutti.
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: Nel carcere femminile di Lickau, Traude Krüger( Monica Bliebtreu), un ‘insegnante ottantenne tiene un corso di pianoforte poco seguito, fino a che non si imbatte in Jenny (Hannah Herzsprung), una giovane violenta accusata di omicidio, dotata straordinariamente per la musica e decide di farla partecipare a un Concorso per giovani pianisti di genio..
TITOLO: I “Quattro minuti” del titolo sono quelli concessi a Jenny per esibirsi al Concorso per pianisti debuttanti geniali: costituiscono l’unica brevissima occasione di vita autentica contrapposta all’eternità della Storia e delle sue crudeltà simboleggiate dal carcere. La prigione, ex campo di concentramento, e la violenza delle società di tutti i tempi pongono urgentemente la domanda sul senso ultimo da dare all’esistenza degli uomini e l’unica risposta proponibile è il potere salvifico dell’arte e di chi ha, come la giovane carcerata, il potere di farne dono agli altri e consolarne i dolori e le sofferenze.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: Al centro della pellicola sta il carcere femminile di Lickau, ex lager. Si tratta di una prigione realmente esistente, vicino Berlino, chiusa solo da pochi mesi, il cui clima claustrofobico il film restituisce, inquadrandolo insistentemente da ogni prospettiva possibile. Le mura carcerarie fanno anche da punto di raccordo fra il passato e il presente: li, durante gli anni drammatici della Seconda guerra mondiale, si è svolta la tragedia dell’anziana insegnante, lì la giovane Jenny sconta la sua pena, tra torture fisiche e psicologiche. Il passato rivive nella mente di Truade, attraverso brevissimi flash con il ripresentarsi alla memoria di lei di alcune immagini imprecise, una divisa da SS, due giovani donne in atteggiamento tenero, una chioma bionda tagliata con brutalità: tali quadri isolati, velocissimi, interrompono la vicenda principale, precisando il loro reale contenuto solo tardi. La sospensione del senso contribuisce ad alimentare la tensione sotterranea: la storia bruscamente interrotta, in realtà si ripresenta in tutta la sua drammaticità con la sola sostituzione di un personaggio e dell’età di una delle protagoniste e l’accorta strategia salda in modo compatto i fili dell’intreccio complesso, fatto di ombre e di luci, esattamente come i personaggi che lo animano oggi e lo hanno animato ieri.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: Per consentire allo spettatore di entrare in perfetta sintonia con le due protagoniste Kraus riduce all’essenziale il ruolo degli altri personaggi: un particolare da notare è ad esempio l’assenza quasi totale di vita del carcere, con i cortili e i corridoi quasi sempre deserti. Le compagne di prigionia di Jenny sono per lo più invisibili chiuse dietro le porte sbarrate: silenzio e senso di morte connotano questo microcosmo alienante, che viene presentato allo spettatore ancor prima dei titoli di testa attraverso il corpo senza volto di una donna appeso a una corda.
Aspetto fisico, modo di camminare e di muoversi, abbigliamento e modo di esprmirsi giocano un ruolo importante nella caratterizzazione di Jenny e Traude, che in una scena si scambiano gli abiti, segnalando simbolicamente la loro affinità al di là delle apparenze e in un'altra ballano quasi abbracciate: la giovane allieva per l’insegnante rappresenta la possibilità di far tornare in vita il “cadavere” di una “ribelle” a cui lei è rimasta assurdamente fedele negli anni, portando il pianoforte all’interno della prigione e rifiutandosi di uscire da quelle mura paradossalmente protettive. Il possesso di un talento eccezionale condiziona invece l’esistenza devastata della giovane condannata per un omicidio non commesso, la cui rabbia di concretizza nella volontà cieca di distruggere e di auto distruggersi: l’identificazione sofferta e inconsapevole con la Maestra le consente alla fine di trasformare in musica il dolore, il suo e quello altrui.
Non va dimenticata poi la figura del padre di Jenny per il quale Kruas ha evitato di ricorrere ai consueti stereotipi, affidandogli una parte importante nella risoluzione della storia e dotandolo di una personalità problematica.
CUORE: Il cuore del film sono i quattro minuti in cui Jenny si esibisce nel teatro affollato e l’inchino rivolto a Traude, mentre il pubblico applaude, sul palcoscenico.
ADATTO: a tutti
VOTO: 9
SCHEDA: Tit.orig. Vier Minuten-Produzione: Germania 2006-Regia: Chris Kraus-Cast: Monica Bleibtreu, Hanna Herzprung, Sven Pippig. Fotografia: Judith Kaufmann. Musica: Annette Focks
Genere: dramma carcerario Distribuzione: Ladyfilm Durata: 1h e 52’
In “The good sheperd” c’è tutto e niente, se con il primo termine si intende il contenuto e con il secondo la mancanza di un senso chiaro da dare a quel contenuto: infatti sullo schermo passa un bel pezzo di Storia americana del secolo appena trascorso, dalla Seconda guerra mondiale fino alla mancata invasione di Cuba voluta da Kennedy e alla sconfitta della Baia dei Porci del 1961, gli arcani delittuosi di uno dei servizi d’intelligence più chiacchierati del mondo, la CIA, spie e doppiogiochisti con l’hobby della poesia o del violino, una tragedia individuale, che ne determina altre, una donna amata e abbandonata, un’altra sposata per dovere e subito lasciata, una confraternita segreta con rituali di iniziazioni abominevoli, un misterioso video, persino dei gai balletti in travesti, e a dare organicità al fitto ordito un soprabito grigio su spalle ricurve e un volto tetro di un uomo che non sorride mai. A latitare è invece una direzione etica univoca, in cui convogliare il dispiegarsi classicheggiante dei vari momenti, in modo che la dovizia dei materiali si tramuti in un intrecciarsi vivo di fatti e moventi: in “The good sheperd” a non coinvolgere emotivamente lo spettatore è l’oscillazione nel tono fra la tradizionale epopea di un Paese di pionieri “civilizzatori” e l’espressione rattenuta della crisi e della messa in discussione dei valori connaturati al way of live a stelle e strisce. De Niro, si ha la sensazione, non ha avuto sufficiente sicurezza nei propri mezzi per rielaborare la strada indicatagli dai Maestri, Leone Coppola e Scorsese, e ha abdicato di fronte alla sfida di assumere con più decisione l’affannoso presente come prospettiva critica alla luce della quale far rivivere il passato. Così il titolo d’ispirazione biblica, storpiato nella traduzione italiana, è un allusione ironica non chiarita fino in fondo e a pagarne lo scotto è l’identità insicura di un protagonista, angelo custode o demone corrotto e corruttore, interpretato da un Matt Damon meno equivocabile del personaggio cucitogli addosso nel farsi missionario “perinde ac cadaver”: in realtà dietro una maschera impenetrabile si intravede il superman, che nasconde i metaforici muscoli da salvatore dell’umanità sotto la divisa da grigio burocrate e sacrifica per il bene collettivo quello personale, ma anche l’individuo reso perverso da un distorto senso del dovere, assecondato da un sistema altrettanto malato; dagli occhialini tondi il mostro e l’eroe vedono i riflessi della medesima faccia senza sfiorarsi, suscitando più sconcerto che ammirazione od orrore. La carrellata planetaria e ventennale non gli consente del resto di avere occasioni per rivelarsi: gli Edward sono forse necessari a proteggere la terra dalla minaccia dell’anarchia incombente al crollo degli Imperi? E’ una domanda mai posta e la pellicola, sontuosamente mirabile in molti dettagli, virtuosamente reticente nella verosimiglianza del fittizio, finisce con l’essere un corpo smorto, con un’ anima da accademico.
DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:
COSI’ COMINCIA: Edward Wilson( Matt Damon), uno studente di poesia dell’università di Yale, figlio di un importante ammiraglio della Marina statunitense, misteriosamente morto, nel 1939, entra a fare parte della “Skull and Bones”, una confraternita segreta di cui fanno parte i rampolli dell’alta società, e successivamente diventa uno dei primi membri della neonata CIA; tale scelta condizionerà anche i rapporti con la ragazza amata( Timmy Blanchard), con una moglie( Angelina Jolie) sposata per dovere, e con il figlio…
TITOLO: Fondamentale per comprendere il senso del film fare riferimento al titolo originale d’ispirazione biblica”The good Sheperd”, ovvero “il buon pastore”: la CIA, acronimo senza articolo davanti al nome esattamente come Dio, guida le pecorelle che le appartengono, riporta sulla “retta via” quelle che si sono smarrite, e determina i destini del mondo, secondo leggi proprie, non coincidenti con quelle della religione e della morale. Qual è il suo fine ultimo? Probabilmente la tutela di un ordine “superiore”, un equilibrio che fa perno sulla centralità delle due grandi potenze, Stati Uniti d’America, e Unione Sovietica, che dal 1939 al 1961, il periodo preso in considerazione, si sono spartiti il pianeta.
CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: “The good Sheperd” nel ripercorrere gli anni scottanti della Storia della CIA, a partire dalle sue origini fino al 1961, mescola la finzione e il documento, e il risultato dal punto di vista del ritratto di ambiente è apprezzabile, supportato anche da uno stile di regia grave/epico, che ha i suoi modelli nei Maestri della cinematografia classica, a partire da Sergio Leone e Coppola. Si pensi alla prevalenza dei toni cupi, dei neri e alla fastosità austera della messa in scena, particolari che riportano appunto a “Il padrino”.
SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: Coerentemente con l’intento documentaristico, nei personaggi inventati si intravedono persone reali( basta leggere su www.cia.gov la biografia strabiliante di William Jesus Angleton che pare aver vagamente ispirato la figura di Edward): le fonti principali del film sono del resto una vera spia che ha collaborato con il regista e il suo sceneggiatore Roth( lo stesso di “Munich”) e la biografia di Allen Dulles, a cui si deve la trasformazione dell’OSS ( Office of Strategic Service) attivo nella Seconda Guerra mondiale nell’attuale servizio di Intelligence.
Nella costruzione del protagonista un ruolo importante lo hanno giocato anche i romanzi di John Le Carré, i cui eroi sono spesso grigi burocrati facilmente mimetizzabili con l’uomo comune, la perfetta antitesi dell’irrealistico James Bond e del suo fastoso stile di vita. Significativo è il fatto che la fedeltà al dovere dell’Edward di “The good Shepard” si traduca in una insuperabile marginalità esistenziale, la cui dilacerante drammaticità si rivela proprio nei rapporti con le donne, l’amante e la moglie.
CUORE:
-la lettera del padre di Edward suicida conservata in cassaforte e il video misterioso
-la scena dell’iniziazione di Edward per entrare a far parte della “Skull and Bones”: sdraiato su un letto nero, sommerso dall’urina dei confratelli, racconta l’ultimo colloquio con il padre suicida.
ADATTO: a chi ama il cinema classico americano e l’enciclopedia tribale a stelle e strisce in genere.
VOTO: 6
SCHEDA: titolo originale: The Good Sheperd-Produzione: Usa 2006-Regia: Rober De Niro-Cast: Matt Damon, Angelina Jolie, Robert De Niro, William Hurt. Sceneggiatura: Eric Roth. Musiche: Marcelo Zarvos,Bruce Fowler-Genere: Dramma storico- Distribuzione: Medusa Durata: 2h e 47’