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lunedì, 30 aprile 2007

SALVADOR-26 ANNI CONTRO: UN BRANDELLO DI CARTA IGIENICA

Salvador26anni_dopo

Nella cella del carcere, dove trascorre gli ultimi giorni in attesa di essere giustiziato per l’omicidio di un poliziotto probabilmente non commesso, il 26enne barcelloneta Salvador, anarchico oppositore al regime franchista, legge l’”Iliade” di Omero, identificandosi con Achille, guerriero greco a Troia, destinato a morire giovane in cambio di una gloria imperitura: siamo in Spagna negli ultimi anni della dittatura, l’esecuzione con la garrotta il 2 marzo 1974 di Salvador Puig Antich fu l’ultima per motivi politici e fu dovuta alla necessita di trovare un capro espiatorio per l’assassinio da parte dell’ETA del primo ministro Carrero Blanco. Un quadro complesso dunque ridotto all’osso per far risaltare il ritratto di una giovinezza pura violentemente troncata da una assurda ragion di Stato: la morte del bellissimo ragazzo catalano, interpretato da un commosso Daniel Brühl, lo stesso primo attore di Goodbye Lenin, spogliata delle complicate ragioni sociali e politiche, sospinte sullo sfondo( motivo per cui “Salvador” è stato aspramente criticato da antichi militanti del MIL, il gruppuscolo armato di appoggio alla parte più radicale del movimento operaio, nelle cui file militava il condannato), risulta in tal modo un’offesa  scandalosa alla natura e alla vita. Allora lo spettatore vede sullo schermo rivivere il mito eterno  del romantico ribelle all’arroganza e all’ingiustizia dei potenti, l’ Achille, il  Robin Hood e il bambino protagonista de “I quattrocento colpi”  di Truffaut: la retorica del nobile cuore in lotta con le iniquità del mondo qui troverebbe un contesto storico preciso in cui inserirsi, ma l’indignazione per un efferato delitto e l’esigenza etica di risarcire chi ne è stato vittima motiva l’enfasi sentimentale del racconto e mal si concilia con il rigore di un’analisi esaustiva.  La pellicola suscita commozione epidermica, rende meritoriamente repellente, rappresentandola senza trascurare i dettagli raccapriccianti, la pena capitale, e si fa perdonare, tutto sommato, il difetto di chiarezza rispetto a una realtà poco conosciuta: si intravedono per esempio nei fermenti e nell’allegria irridente ai dogmi ideologici degli adolescenti guerriglieri del MIL i prodromi della Spagna di Almodòvar e di Zapatero, fanno capolino la questione autonomista e la Catalogna nonché l’ETA e la guerra civile tuttavia nell’insieme il quadro è piuttosto confuso e lacunoso e persino sull’episodio che porta in carcere Salvador il lungometraggio muove delle accuse a truci poliziotti ma in buona sostanza resta nel vago. Forse però l’intento di Huerga era di farci arrivare, la mente sgombra dalla pedanteria di particolari di cronaca emotivamente ingombranti, al lento rituale del sacrificio della vergine, sottratta dalle perenni empietà della Storia alla cerimonia nuziale: una luce improvvisa su un brandello di carta igienica in mano a un adolescente tremante seduto sul WC, i gemiti di una lunga agonia, il pensiero forse a un vecchio film dove un bambino correva verso il mare…..

 

 

DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:

 

COSI’ COMINCIA: E’ la storia vera di Salvador Puig Antich, un giovane anarchico di 26anni, accusato di aver ucciso un poliziotto in circostanze mai chiarite, l’ultimo prigioniero politico giustiziato con la “garrota” in Spagna il 2 marzo 1974…

TITOLO: La pellicola ricostruisce la personalità di Salvador dalla quale emerge non tanto il militante politico quanto l’adolescente idealista e romantico: l’esecuzione con il crudele strumento di morte assume cosi il carattere di un empio rituale contro la natura stessa e contro la bellezza e la purezza di una giovinezza, raffigurata dal bel volto del protagonista. Il Regista, un documentarista musicale catalano come Salvador si è ispirato nel far rivivere sullo schermo il suo eroe al romanzo autobiografico del giornalista Francesc Escribano e in parte anche sui ricordi personali.

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: Privilegiando la prospettiva di Salvador, il lungometraggio evita di spingersi troppo a fondo nel ricostruire il contesto drammatico: il film accenna vagamente al clima della Spagna negli ultimi anni della dittatura di Franco e alle violenze perpetrate dalla polizia che determinarono la scelta di molto studenti ed operai di intraprendere la lotta armata. Si vedono all’inizio del film scontri violenti, si viene a sapere in seguito che anche il padre del giustiziato vive condizionato dalla paura, per essere stato a sua volta condannato a morte e graziato all’ultimo momento, ma Huerga preferisce non calcare la mano su tali dettagli: a muovere il ragazzo e i suoi amici del MIL, il gruppo armato di appoggio al movimento operaio, è l’entusiasmo giovanile di chi si sente un Robin Hood e non la fedeltà a un ideologia precisa. Allegria e vitalismo contrastano con il buio cupo della cella della prigione: per questo l’ordine cronologico viene invertito e il passato di Salvador viene raccontato in un flashback ritmicamente vivace, con musiche di Jethro Tall, Cohen e Dylan, e confluisce nel  presente nel momento in cui a sovrastare su tutto è la tensione delle ultime ore e l’attesa spasmodica di una possibile salvezza.

 Da notare però come lo spirito dell’adolescente riesca a mutare per quanto provvisoriamente l’atmosfera soffocante del carcere: le partite a pallacanestro con la guardia, gli scacchi, il sogno, a occhi chiusi, con la sorellina piccola nel quale vedono il tetto sotto il cielo libero circondati dalle persone amate felici.

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: Nel protagonista del film convergono il Salvador reale e quello mitico, il cui profilo riconduce all’Achille dell’”Iliade” o al bambino ribelle di “I 400 colpi “ di Truffault, opere citate non a caso  Anche gli altri personaggi, soprattutto le figure femminili, la madre, la sorella bambina, le innamorate, contribuiscono a sottolineare la disponibilità affettiva del giovane. Lo stesso avviene per la guardia carceraria, la cui graduale conversione alla giusta causa delle vittime può essergli attribuita.

Efficace l’immagine del padre, simbolo di un intero Paese, ridotto a un automa incapace di reazioni umane davanti a uno schermo televisivo con immagini estranianti in bianco e nero, mentre squilla il telefono con le notizie relative alla sorte del figlio

CUORE:-la garrotta, oggetto che la cinepresa inquadra insistentemente: essa è costituita da un cerchio di ferro fissato a un palo che viene stretto con una vite attorno al collo del condannato e ne provoca la morte lenta per soffocamento o per rottura delle vertebre cervicale. Il regista ritiene giusto denunciare l’efferatezza della pena,  descrivendo dettagliatamente l’agonia di Salvador e suscitando in tale modo la reazione sdegnata dello spettatore, suggerita anche dagli urli della guardia carceraria.

-la sorella di Salvador gli racconta in cella “ I 400 colpi”, il celebre film di Truffault in cui il bambino protagonista dopo un affannosa fuga vede il mare

 

 

RACCOMANDATO: a chi ama andare al cinema portandosi dietro i fazzoletti, a chi, avendo amato “Dead Man walking” vuole pamphlet contro la pena di morte.

 

VOTO: 6+

 

SCHEDA: Titolo originale: Salvador ( Puig Antich) Regia: Manuel Huerga-Cast: Daniel Bruhl, Tristan Ulloa, Leonor Watling. Genere: Storico Produzione: Spagna 2006. Distribuzione:Istituto Luce

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 11:41 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e storia
mercoledì, 25 aprile 2007

GLI INNOCENTI: UN BRICIOLO DI GIUSTIZIA

Gl_innocenti

Uomini e donne ne “Gli innocenti” di Per Fly, terza parte di una trilogia sulla classi sociali in Daminarca, guardano attraverso i vetri delle loro villette ordinate e i loro lineamenti risultano sfocati e nello stesso tempo deformati da un’angoscia non più rattenuta: oggetto di osservazione qui di fatto è la classe media, o meglio il ceto intellettuale, di cui il lungometraggio vorrebbe portare alla luce le contraddizioni e l’ansia di appagamento morale all’interno di una società apaticamente inerte in un quieto benessere di giardini ben tenuti e di case bianche appuntite a mo’ di chiese in mezzo al deserto. Eppure con la tipologia umana intellettualmente velleitaria descritta nella pellicola difficilmente si riesce ad entrare in sintonia: un senso di disagio, non attribuibile sicuramente alla nazionalità del protagonista, ostruisce nello spettatore l’identificazione quasi obbligatoria per vicende che aspirano a essere esemplificative di una condizione generale. Forse l’appartenenza del regista alla medesima casta colta e pensante di Carsten, il docente di sociologia politica, su cui s’incentra il film, ha fatto scattare una sorta di larvata solidarietà, in base alla quale si considera tutt’uno, confondendo in maniera imperdonabile, crisi esistenziale  ed egoistica indifferenza di fronte alla tragedia irresponsabilmente provocata: la prospettiva ambiguamente assunta porta dritto alla tacita assoluzione dovuta a chi è immerso nella lordura capitalistica. Se cattiveria rappresentativa c’è stata, essa si è esaurita ben prima della messa in scena del delitto, privo di castigo reale: la sordità del professore di fronte alle ragioni legittime degli altri assume da subito la forma di un disperato rifiuto di un esistente opprimente e in tal modo diventa  innocenza. L’ incapacità  di tradurre in azioni davvero efficaci le teorie rivoluzionarie ricade pesantemente su persone inerti e per di più ciò che Carsten vuole a tutti i costi proteggere è un angolo privato di illusoria giovinezza con l’ allieva, irretita e resa complice di un silenzio colpevole: risuonano  sinistramente ipocrite le prediche in TV da “cattivo” educatore sui bambini iracheni morti di leucemia a causa delle armi prodotte in Danimarca. E a questo punto si comprende l’ingenerosità di un confronto con il grande Bergman, chiamato in causa dagli estimatori di Fly: nelle opere del Maestro soliloqui e dialoghi erano strumenti di tortura, l’introspezione era lacerazione traumatica, ne “Gli innocenti” dietro liti e reazioni furibonde latita l’anima in conflitto con se stessa e il mostro che ci abita non trova collocazione nello schema rigido sui mali di un sistema tracciato con il gessetto sulla lavagna dell’aula. Così si esce con la sensazione di aver assistito alla classica avventura di un egocentrico, che si consola volando in deltaplano, cui un autore ha offerto l’alibi di vivere in un mondo complicato, dove è impresa impossibile cercarsi  un briciolo di giustizia.

 

DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:

 

COSI’ COMINCIA: Carsten( Jasper Christensen), un docente di sociologia politica di sinistra, ha una relazione con una sua allieva( Beate Bille), appartenente a un gruppuscolo  terrorista che organizza un attentato a un fabbrica di armi, nel quale rimane ucciso un poliziotto; quando la giovane viene arrestata, lui sceglie di stargli accanto e per questo perde famiglia e lavoro…

TITOLO: Chi sono gli innocenti del titolo? I bambini morti di leucemia a causa delle armi prodotte in Danimarca, i terroristi che cercano di vendicarli, il poliziotto ucciso, la moglie di lui suicida, il docente universitario in lotta per difendere la sua integrità esistenziale? Ambizione del lungometraggio è porre la questione in modo problematico, mettendo in luce come spesso proprio le nobili ragioni ideali possano nascondere motivi più personali ed egoistici. Lodevole l’intenzione.

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: Per Fly, ex regista di cartoni animati, vuole con “Gli innocenti” completare il ritratto della classi sociali danesi contemporanee: la “panchina” era incentrato infatti sugli emarginati , “L’eredità” su una famiglia alto borghese e quest’ultimo sulla classe media. Così il cronotopo muove dall’intento di offrire uno spaccato concreto sul modo di vivere  della borghesia, scegliendo il caso esemplare di un docente universitario: gli ambienti sono sobri e confortevoli, le case di città sono appuntite come chiese nel deserto, quelle per le vacanze hanno grandi vetrate, la natura è rispettata, i dialoghi sono misurati, i passatempi sono rappresentati da serate a teatro, visite dei figli, e anche i problemi sono quelli consueti, dovuti a crisi matrimoniali, a  vuoti riempiti con relazioni adulterine. Per far uscire allo scoperto le potenzialità devastanti di questo universo inerte e sommerso occorre l’evento traumatico dell’omicidio: la morte di un poliziotto, la prigione, è la causa scatenante di reazioni scomposte, brusche deviazioni e la rottura dell’ordine.

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA:  Il personaggio chiave è il poliziotto ucciso e la di lui moglie, che diventa nel corso del lungometraggio la rappresentazione visibile dei sensi di colpa di una società iniqua e trova il suo corrispettivo nelle immagine documento sui bambini uccisi dalla armi. Lo choc sconvolge il nucleo familiare civile e benestante: gli effetti sono devastanti per il padre marito insegnante, mentre per la di lui moglie( l’attrice bergmaniana) Pernilla August rappresentano la possibilità di una liberazione. Le donne nel film forse perché in una società maschilista non sono corresponsabili più di tanto sono migliori degli uomini: la stessa studentessa sedotta dal professore alla fine trova il coraggio di prenderne le distanze, accettando probabilmente di espiare in qualche modo i sensi di colpa.”Io non fuggo da niente” reagisce alle violenta intrusione di Carsten.

OGGETTI VALORE E CUORE: L’oggetto valore è il deltaplano che rappresenta la necessità di evasione di Carsten e nello stesso tempo il suo guardare dall’alto astrattamente la realtà del mondo, che nella pratica non sa affrontare.

Il cuore del film è la scena dell’omicidio vissuta più volte.

RACCOMANDATO: a chi non crede al potere salvifico delle ideologie; a chi ama il clima cinematografico dei paese nordici; a chi pensa che così fan tutti….

 

VOTO: 5%

 

SCHEDA: Titolo originale Drabet. Genere: dramma psicologico. Produzione: Danimarca 2006. Regia: Per Fly Cast: Jesper Christensen, Permilla August, Beate Bille. Musiche: Haldfan E. Distribuzione: Teodora Film. Durata: 1h e 43’

 

postato da: spilluzzicando alle ore 10:48 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, cinema e politica, cinema ed etica
lunedì, 23 aprile 2007

MIO FRATELLO E' FIGLIO UNICO: LA POLITICA DEGLI ULTIMI

Mio_fratello_figlio_unico

“Mio fratello è figlio unico” di Luchetti tronca, forse per mancanza di coraggio o di fiducia, da subito la disamina sull’Italia contemporanea e abbandona il protagonista in riva a una spiaggia, mentre  contempla, il sorriso sulle labbra, assieme a un bambino, il mare sul cielo terso, simbolo dei tanti miraggi che su questa terra mandano bagliori illusori nelle esistenze dei miserabili: sarebbe stato magari necessaria altra ispirazione per dare una svolta meno posticcia a una pellicola, che ha il  merito di essersi andata a cercare in un passato recente le ragioni  dell’apatia così diffusa oggi. Ispirandosi a un romanzo autobiografico di Pennacchi il lungometraggio racconta una vicenda tipica e atipica nello stesso tempo della provincia italiana a cavallo fra gli anni 60’ e 70’: un  nucleo familiare costituito da padre operaio madre casalinga e tre figli, una femmina e due maschi, il maggiore Manrico bello e adorato dalle donne, il minore, Accio, un bambinone intelligente ed irrequieto, si sfalda ideologicamente e si ricompatta affettivamente in virtù del radicalismo ideologico che caratterizzò quegli anni. Una storia come tante dunque, con il fanatismo fascista e comunista a fare da collante in scontri sociali e individuali, non irrimediabili nella maggior parte dei casi: affidare il ruolo di io narrante a uno  dei protagonisti, il più cosciente e capace di autonomia di giudizio è però stata scelta felice. Lo spettatore osserva personaggi, situazioni ed ambienti con lo stesso sguardo ipersensibile, acuminato da una logica intransigente,  del via via sempre più disincantato Accio: la parzialità emotiva penetra più a fondo dell’algida oggettività del documento e svela quanto un vissuto di miseria ed emarginazione avvicini le posizioni estreme di un ambulante di destra e di un operaio di sinistra, entrambi vittime di un sistema dove giustizia e diritti stanno dalla parte dei privilegiati di ogni colore. E’ la politica vitale ed epidermica, alla ricerca  disperata di riscatti impossibili vista dalla parte dei poveri, una lunga tradizione letteraria che inizia da Manzoni e Belli nonché cinematografica, da Virzì fino a “Romanzo criminale” di Michele Placido, per citare le opere più recenti: dunque la politica degli illusi e traditi dai dogmi, di chi è convinto che Mussolini avesse tolto ai ricchi per dare ai poveri, che gli americani non sappiano costruire nulla oltre i grattacieli o che con la pistola in pugno e con i cortei si possano cambiare le regole, una politica lontana dai partiti attuali e dagli opportunistici trasformismi di chi sta nei consigli di amministrazione delle aziende pubbliche o scrive nei giornali. Agli “ultimi” resta  il conforto della solidarietà fra eguali e l’unico itinerario di formazione percorribile è quello di Accio, con il punto di approdo nella malinconica saggezza dell’accettazione in cambio di un appartamento nel condominio popolare con i fiori sul balcone, da cui si può persino vedere il mare e ricordare la bellezza effimera di una stagione incosciente  

 

DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:

 

COSI’ COMINCIA: Accio( Elio Germano) e Manrico( Riccardo Scamarcio), crescono, figli di operai, nella provincia italiana, a Latina, a cavallo degli anni ’60 e ‘70 diversissimi in tutto: il primo, intellettuale, inquieto e antipatico persino alla stessa famiglia, vuole farsi prete e poi diventa fascista, il secondo, bello e dongiovanni, è invece comunista, va a lavorare nella fabbrica del padre e seduce la figlia di un ingegnere, di cui però Accio finisce per innamorarsi..

TITOLO: Il film tratto dal romanzo autobiografico di Pennacchi “Il fasciocomunista” sintetizza nel titolo sia la storia del rapporto problematico fra  due fratelli, all’interno di un contesto storico/sociale caratterizzato da grandi conflitti politici, sia suggerisce l’efficace prospettiva individuale con cui essa viene narrata: l’inquietudine esistenziale di Accio, il suo rigore intellettuale fa da filtro agli eventi, cosa messa in luce dall’intervento in alcuni momenti importanti della voce fuori campo. Il Regista del resto cita una frase di Cechov: “non dobbiamo fare romanzi politici, ma romanzi in cui si parla di esseri umani che parlano di politica” e sostiene di aver pensato a Cassavetes ovvero a un cinema documentaristico ed immediato, che sta dietro ai personaggi cercandone le emozioni.

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: Il cronotopo ovvero l’Italia povera di provincia a cavallo degli anni 60’ e 70 scaturisce sicuramente da un accurato lavoro di ricostruzione mirato alla restituzione sullo schermo di ambienti, situazioni, comportamenti e linguaggi: l’attenzione è rivolta soprattutto alla politica, in quanto l’autore considera la passione ideologica assolutista di quegli anni rivelatrice di sofferenze e frustrazioni individuali, ma anche occasione vitale. Non è un caso che nessuno dei personaggi del film abbia una coscienza politica vera e propria, e che il fanatismo nasca, sia in campo comunista sia in quello fascista, da emarginazione ed esigenza di un impossibile riscatto: da questo punto di vista Mario, l’ambulante interpretato da Luca Zingaretti è esemplare. Latina e Sabaudia( le cui linee architettoniche regolari e bianche abbiamo viste, in una luce  affascinante ad evocare i quadri astratti di De Chirico, in “L’amico di famiglia “ di Sorrentino) sono connotate da un paesaggio quasi spoglio e privo di colori, con strade isolate che si perdono in mezzo alla campagna, e fanno da eloquente sfondo a un universo fatto di interni ed esterni squallidi e misiserabili, di assemblee confuse, di sezioni di partito, di locali pubblici occupati, di comizi  ascoltati da donne adoranti ai piedi di oratori istrioni ed esibizionisti che come Manrico parlano dall’alto di un tetto: lo sguardo del regista si identifica con quello tristemente consapevole e per questo estraniante di Accio, che pare guardare con un certo rimpianto questo passato lontano da un oggi inavvertibile e trarne uno sconfortante confronto. La scansione temporale della vicenda, a partire dall’infanzia di Accio fino ad un imprecisata maturità, con numerose ellissi, parrebbe sottintenderlo. Infine da rilevare come la presenza delle canzonette non sia finalmente invadente.

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: I personaggi non sono affatto tipici, ma sono  ben caratterizzati, in modo particolare Accio, dalla cui prospettiva lo spettatore vede la storia. La pellicola si focalizza soprattutto sul suo doloroso percorso di maturazione: la sua inquietudine esistenziale lo porta da un lato a rifiutare, attraverso un’opposta scelta ideologica, l’ambiente familiare che ruota, adorante, attorno all’affascinante e sfuggente Manrico  poi, gradualmente, a comprendere come tutti gli idoli siano illusori, compreso quello del suo mitico fratello, e ad acquisire una forma di malinconica saggezza nell’accettazione del destino, per il quale sono consentite solo modestissime possibilità di riscatto.

 Discreto lavoro di cesello anche su quasi tutti i personaggi sullo sfondo, in particolare la madre( Angela Finocchiaro): di fronte a un padre mite, che innalza il crocifisso contro un professore comunista che ha sedotto la figlia, è lei la vera educatrice, parziale in quanto innamorata del figlio più bello. Anche in questo caso a delineare il ritratto è l’emozione, come di evince dai tanti particolari con cui viene connotata, dai fiori messi sulla vasca da bagno agli schiaffi dati ad Accio dopo una notte passata in galera.

OGGETTI VALORE E CUORE: Le scene cuore sono:

La confessione dell’intransigente Accio

-Accio invoca, inascoltato, il miracolo sotto la pioggia torrenziale

-Accio ascolta in bagno i discorsi del duce e Manrico e la sorella vorrebbero convertirlo

-Manrico e la ragazza fanno l’amore nell’altra stanza e per non sentirli Accio accende la radio e si sente Little Tony cantare “Riderà” e la canzone evoca in modo illusorio l’ambiguo triangolo fra i due fratelli e la giovane donna: uno la farà soffrire, abbandonandola spesso, l’altro la farà appunto ridere.

-Accio si oppone ai suoi amici squadristi che vorrebbero bruciare l’auto al fratello e quella di altri operai.

-L’iniziazione sessuale di Accio avviene attraverso la moglie dell’ambulante Mario( Anna Bonaiuti), una donna insoddisfatta e più vecchia di lui.

- L’ultimo incontro fra Accio e Manrico in un bar di Torino

-La madre di Accio si affaccia al balcone della casa popolare e vede il mare: Accio mentre lei dorma porta le rose.

Un bambino che gli somiglia guarda Accio in riva al mare e sorridono entrambi.

 

RACCAMANDATO: a chi ama le ragioni degli “ultimi”, a chi ha nostalgia dell’età dell’oro della politica

 

VOTO: 7

 

SCHEDA: Italia 2007. Produzione: Italia-Francia 2007. Regia: Daniele Luchetti. Cast: Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Angela Finocchiaro, Luca Zingaretti. Distribuzione: Warner e Cattleya Durata: 1h e 40’

 

postato da: spilluzzicando alle ore 10:11 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, cinema e politica
giovedì, 19 aprile 2007

BLACK BOOK: BASIC INSTINCT III

Black_book

Il probabile futuro dell’umanità non sarà diverso dal passato e dal presente: accanto alle guerre ufficiali se ne sono sempre combattute e se ne combatteranno altre, sotterranee, combattute dalla rapacità e dalla sete di dominio comuni a tutti gli schieramenti in campo.  Paul Verhoeven, nella convinzione che questa sia la sola lezione ricavabile dalla Storia,  continua a vagare nello spazio e nel tempo per averne conferma e il “Black Book”, ovvero l’agendina  dell’avvocatessa olandese De Boer, misteriosamente assassinata dopo la Seconda guerra mondiale, gliene fornisce una eccellente ed indiscutibile: non esistono da nessuna parte cause giuste o sbagliate, solo uomini di carne, crudeli ed assetati di vendetta, inclini al tradimento per perseguire il personale tornaconto sia esso un forziere di gioielli o l’egoistica salvaguardia  di se stessi e dei propri cari. Uomini e donne dunque al grado zero, o piuttosto burattini manovrati da rudimentali passioni che il contraddittorio fluire delle cose del mondo, oggi come ieri, asseconda. Di conseguenza “Black Book” dal punto di vista della ricostruzione della Resistenza nei Paesi Bassi all’occupazione tedesca non chiarisce dettagli, non analizza rigorosamente le ragioni degli uni e degli altri, ma semplicemente rielabora in forma enfaticamente spettacolare uno sfondo indubbiamente plausibile di scomode verità: dopo la liberazione dal tiranno masse amorfe e bestiali plaudono sadicamente a capri espiatori  torturati e umiliati nell’arena del Circo, i più forti si impongono sui deboli con la forza delle armi, i vinti di oggi sono i brutali vincitori di domani, animati dall’identica furia cieca dei loro nemici, etica e sentimento di una giustizia superiore vengono sepolti e sacrificati in una bara finita in fondo a un lago sperduto; non c’è spazio alcuno per pensiero e morale, in quanto la tempesta non consente pause di riflessione e consente solo a chi si fa soldato di sopravvivere. Tuttavia nella pellicola l’esasperata militarizzazione dell’umanità ritratta mette il turbo al procedere degli eventi, ma sfronda all’eccesso i moventi interiori, qualunque essi siano: resta così allo spettatore la sensazione di aver assistito a una partita a scacchi avvincente, senza aver gustato  però le raffinatezze di una strategia qualsiasi. Ed è inevitabile sospettare che la vicenda della cantante ebrea, personaggio realmente esistito, avrebbe consentito un’immersione assai più sconvolgente nei fatti di quegli anni. Certo il talento di Verhoeven ha un  rigore di seduzione tutto suo: Sharon Stone, in “Basic instinct”, nella celebre sequenza in cui scopre le gambe ne è raffigurazione esemplare. E a ben guardare, l’agglomerato di scenari e sentimenti in “Black Boock” è  una stupefacente variazione poliprospettica di tale esibizione, nella quale la svestizione del male risveglia i sensi ma ne neutralizza il potere perturbante. Ed è la colpa di cui si macchia “Black Book”.

 

DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:

 

COSI’ COMINCIA: Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, mentre i Paesi Bassi subiscono l’’occupazione nazista, la cantante ebrea Rachel Stein( l’attrice olandese Carice van Houten), tenta di passare le linee tedesche, ma tradita vede la propria famiglia massacrata. Entra a far parte della resistenza olandese e accetta al fine di carpire informazioni militari preziose di infilarsi nel letto di un alto ufficiale, bello e gentile( l’ormai famoso Sebastina Koch), di cui però finisce con l’innamorarsi davvero….

 

TITOLO: Il titolo Zwartboek” è una sorta di sigillo a garanzia che quanto viene raccontato non è  mera finzione cinematografica, ma verità basata su un documento: il “Libro nero” è infatti l’agenda di un’ avvocatessa olandese De Boers, che dopo la guerra fu misteriosamente assassinata, si pensa, perché a conoscenza di retroscena scomodi sulla resistenza nei Paesi Bassi e su coloro che ne furono gli  eroi. La stessa protagonista del film, la cantante Rachel Stein, è personaggio autentico: le sue peripezie, pur essendo un’invenzione del regista, acquistano verosimiglianza grazie alla ricostruzione del momento storico.

 

 

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: La ricostruzione della resistenza olandese da parte del regista olandese Paul Verhoeven, noto per blockbuster hollywoodiani quali “Basic instinct”, “Robocop” o “Fanteria dallo spazio” e tornato in patria dopo 20anni, può, nonostante i fatti narrati siano nella sostanza veri, facilmente essere accusato di approssimazione: coerentemente con la sua visione del cinema e con il suo stile l’autore non si cura di ritrarre ambienti e psicologie, di dettagli o sfumature, ma enfatizza e porta all’esasperazione climi ed atmosfere, calcando la mano sul grottesco, e privilegiando della drammaticità dello sfondo storico lo spettacolare. Dunque scene di massa, battaglie, orge, colpi di scena: i personaggi hanno scarso spazio per l’ intimità, i sentimenti non hanno alcuna evoluzione, i caratteri sono appena abbozzati e le loro reazioni agli eventi sono sempre frettolose. Il rovesciamento di prospettive per cui un nazista può essere migliore di un finto eroe della resistenza, per quanto non poggi su solide basi narrative, ha una certa grossolana efficacia, soprattutto perché per lo spettatore è una novità( ma davvero così sorprendente?): in realtà è esagerato parlare di riabilitazioni o revisionismo in quanto la vicenda è davvero circoscritta ai singoli, la cui malvagità o sensibilità sono un dato isolato da qualsiasi altro fattore.

 Per il tempo è importante mettere in rilievo come l’incipit e l’explicit della pellicola ci porti in un Kibbutz a Isreale negli anni 50’: la vicenda narrata da “Black Book” è dunque ricordata da Rachel ed in un momento in cui la sua nuova patria combatte una guerra, come attesta la presenza di soldati che imbracciano un mitra e sparano. Questo ci riporta alla concezione della Storia di Verhoeven  che emerge ad esempio nel  film di fantascienza”  Starship Troopers”: sempre nei pianeti degli uomini hanno risuonato, risuonano e risuoneranno  le armi, giacché l’unica connotazione ricorrente dell’animale umano è l’egoismo e la sete di dominio.

 

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: La caratterizzazione dei personaggi è subordinata alla necessità di farli agire sempre e comunque: persino l’amore di Rachel pare semplicemente un pretesto per fare procedere l’azione, visto che non ha eco nel suo animo. Non c’è mai un momento in cui la donna riveli il motivo del suo amore e lo stesso avviene per l’ufficiale: forse li accomuna il dolore per la famiglia persa tragicamente, magari l’amore per i francobolli, l’intelligenza o la sensibilità di entrambi. Ma sono solo cenni: i loro colloqui ed incontri sono piuttosto rapidi, poco significativi dal punto di vista emotivo. Perfino quando fanno l’amore per la prima volta, la scena si incentra sul dettaglio pruriginoso del colore biondo artificiale del pelo pubico di lei. 

Anche per gli altri protagonisti della vicenda non si scava mai in profondità: cattivi e traditori sono cattivi e traditori e basta.

 L’umanità vista in “Black Book” è comunque considerata  negativamente: la massa è crudele e spietata a muover uomini e donne tutti è solamente la ricerca di un utile personale, sia esso un tesoro rubato da nascondere  un amore da proteggere o una persona amata da vendicare.

 

 

OGGETTI VALORE E CUORE: L’oggetto valore è il libro nero.

Il cuore del film sono le seguenti scene:

i genitori di Rachel vengono assassinati

Rachel conosce b in treno e ammira la sua collezione di francobolli.

Rachel si tinge il pelo pubico

Rachel canta “Lola lola” per i tedeschi.

La massa imbratta di escrementi Rachel e porta in trionfo la sua amica, che è passata rapidamente dai tedeschi agli inglesi.

Rachel conosce la verità

Rachel e seduti sulla sponda di un lago

In un Kibbutz dei soldati israeliani impugnano il mitra.

 

 

RACCOMANDATO: a chi cerca l’adrenalina e il pelo pubico tinto.

 

VOTO: 6

 

SCHEDA:  Zwartboek. Produzione: Germania, GB, Olanda 2006. Regia: Paul Verhoeven. Cast: Carice von Houten, Thom Hofmann, Halina Rejin, Sebastian Kock. Musiche: Anne Dudley. Distribuzione: DNC. Genere: Melò storico. Durata: 2h e 15’.

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 08:56 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e storia
lunedì, 16 aprile 2007

EDMOND: IL CAPPELLINO DI MAMMA

Edmond

“Edmond”, la commedia grottesca di Stuart Gordon, conserva inevitabilmente sullo schermo le impronte di un lungo e singhiozzante monologo ideato per il palcoscenico teatrale dal noto drammaturgo statunitense David Mamet: le comparse anonime e lo sfondo costituito dalla notte, dalla città tentacolare e dalla cella di una prigione rimbalzano violentemente nei gesti e nelle parole del protagonista. La tragedia, vissuta schematicamente nella sua esemplarità dal grigio impiegato di mezza età represso, un malmostosamente permeabile William H. Macy, è il disorientamento nel delineare i contorni dell’identità individuale in rapporto agli altri e all’interno di un contesto, nel quale, come fossimo ospiti forestieri, siamo casualmente accolti per sempre o per poche ore: se si toglie al borghese medio lo scudo protettivo delle abitudini lavorative e familiari e lo si fa precipitare nella giungla metropolitana a condividere la strada con prostitute e teppisti cosa ne viene fuori? L’esperimento al cinema non è certo nuovo, ma la pellicola lo sottopone ancora a verifica e il risultato è allarmante: se la causa del disordine psichico è solitamente attribuita al caos sociale, sì che  basterebbe cancellare le iniquità dai marciapiedi per eliminare il male dal mondo, in “Edmond” la razionalità e la logica della sociologia e della politica sono rimedi  inapplicabili, considerata la conturbante spiegazione all’”homo homini lupus” sottintesa. L’emarginazione sessuale e razziale nasce da un desiderio represso: a dimostrazione infatti che “ogni paura nasconde in realtà un desiderio” una sorta di furiosa libidine di dominare e di essere dominati guida infatti il protagonista, invadendone gradualmente ogni piega della personalità, fino al delitto involontario di una giovane donna ed a una sodomizzazione subita e nello stesse tempo voluta. A questo punto si può genericamente parlare di omosessualità e persino di amore, ma la scoperta va ben oltre: dietro l’uomo in giacca e cravatta si nasconde l’animale e l’unica filosofia rintracciabile nel destino è quella nudamente emblematica delle figure dei tarocchi. La coscienza è un angoscioso e misterioso residuo, segnalato da un logorrea delirante e senza sponde: se l’esistenza ha un qualche senso, sono le parole ad aprire un varco, a consentire l’accesso al dubbio e il dubbio già di per sé è soluzione alternativa alla bestialità vuota. Forse gli animali vengono da un altrove dove sono esseri superiori e siamo noi gli animali e magari da qualche parte esiste un paradiso, si dicono Edmond e il suo amante di colore prima di addormentarsi abbracciati nella branda del carcere ove sono rinchiusi. Sforzo allora del lungometraggio è interrogarsi coraggiosamente sul confine labile fra follia e lucidità, fra aggressività e tenerezza, fra animalità e spiritualità: il ricordo del capellino indossato da una madre ritrovato per caso in testa a un estranea seduta nella metropolitana porta al cuore, ma passa per l’abisso. 

DOPO LA MORALE ECCO LO SCHELETRO:

 

COSI’ COMINCIA: Edmond, un mediocre impiegato di mezza età, stanco delle moglie e della routine piccolo borghese, decide di esplorare la  vita notturna newyorkese, ma i tarocchi letti da un’indovina  gli predicono sciagure…

 

TITOLO: Il nome del protagonista del film costituisce anche il titolo: la prospettiva allucinata del protagonista sta infatti al centro della pellicola. Perché David Mamet, dalla cui pièce, il film è tratto ha scelto un nome non comunissimo? Probabilmente, per la sua forza evocativa: nomen omen, dicevano i latini. Quell’”Edmond” vagamente aulico e fuori dagli schemi consueti contrasta con la normalità del personaggio ed evoca la sua vocazione segreta alla trasgressione, destinata ad uscire allo scoperto in una notte.

 

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: La vicenda di Edmond è ambientata nella New-York contemporanea: quella che il film mostra non è però la città diurna degli affari di Wall Street, e neppure l’elegante Manhattan  di Woody Allen,  e neppure l’esplosivo calderone multirazziale di Spike Lee( azzardando un confronto possiamo pensare allo Scorsese di “Fuori orario”, dove la metropoli è terra di confine fra vita e morte) bensì quella malfamata e notturna dei locali equivoci e delle strade malsicure percorsi da teppisti di colore, ove il comune denominatore di un’umanità di dannati è rappresentato dai dollari, dal sesso ossessivo e dalla violenza.   Lo spettatore si trova immerso in una metropoli oscura, piena di colori e suoni frastornanti, animata da creature evanescenti simili a fantasmi deliranti, dall’indovina alla massaggiatrice bellissima: è così che la percepisce il protagonista, in fuga dalla routine, che in essa si sperde, non riuscendo neppure a capire con lucidità se quello che sta cercando è solamente un rapporto con una donna a buon mercato o di sentirsi vivo per la prima volta, dando sfogo agli istinti aggressivi. Si tratta allora di uno spazio surreale e allucinato( al proposito bisogna ricordare che Gordon ha diretto “Re-animator” cult gore degli anni ’80) che diventa rassicurante solo quando si restringe nel luogo circoscritto e chiuso della cella della prigione, dove Edmond ha a che fare con una sola persona, e dove il tempo caotico si ferma, consentendo la cessazione dell’incubo. Il ritmo frenetico caratterizza il racconto della notte rivelatrice di Edmond: il soggiorno in carcere invece comprende una maggiore estensione temporale, e quindi interviene un’ellissi, fra l’arrivo di Edmond e la sua raggiunta acquiescenza.

 

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PROSPETTIVA: Il sistema dei personaggi è funzionale alla dimostrazione della constatazione che ogni paura nasconde un desiderio: cosi da un lato vi è il protagonista, interpretato da un attore molto amato dal cinema impegnato statunitense, William H. Macy, e dall’altro personaggi che simboleggiano o quanto meno evocano le sue angosce e i suoi desideri repressi. Il clima allucinato della città influenza comunque  l’interazione fra le persone: tutti sono aggressivi, tutti hanno paura, tutti fraintendono. Da questo punto di vista possiamo ricordare “Crash”,  dove però la prospettiva non è come qui soggettiva.

 

OGGETTI VALORE E CUORE: Gli oggetti valore sono:

Le figure dei tarocchi, simbolo di un destino irrevocabile.

Il coltello

La cravatta gialla che a un certo punto viene tolta, a segnare l’inabissamento di Edmond

Il capellino che indossava la madre di Edmond sulla testa di una donna di colore nella metropolitana.

Le scene madri sono:

Edmond sorprende un uomo e una donna amoreggiare nell’ascensore del suo ufficio: inavvertibilmente scatta in lui qualcosa, un campanello d’allarme che gli fa desiderare l’evasione.

-Edmond affronta la moglie

-Edmond va da un’indovina che con le figure dei tarocchi gli preannuncia il futuro.

Edmond vaga nella notte, dotandosi di un coltello

Edmond uccide un teppista di colore che ha tentato di derubarlo

Edmond uccide la giovane cameriera che lo ha accolto nel letto

Edmond entra in carcere, dove trova con la pace obbligata una forma di saggezza. Edmond si addormenta abbracciato all’amante.

 

RACCAMANDATO: a chi ama andare per locali notturni, a chi ama gli sproloqui intelligenti nel buio della notte.

 

VOTO: 7

 

SCHEDA:  Edmond, Usa 2006. Regia: Stuart Gordon. Genere: commedia grottesca Interpreti: William H. Macy, Julia Stiles, Joe Mantenga. Sceneggiatura: David Mamet. Fotografia:Denis Maloney. Musica: Bobby Johnston. Produzione: 120db, Catfish, Code ent, Dog Pond, Hetch Co., Muse, Neverland, Pretty Dangerous, Red Hen, Tartan, Werner. Distribuzione: Fandango. Durata: 1h e 22’

 

postato da: spilluzzicando alle ore 10:08 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e psicologia
giovedì, 12 aprile 2007

LE VITE DEGLI ALTRI: LENTI BIFOCALI

Le_vite_degli_altri

In “La vita degli altri” dell’esordiente tedesco von Donnersmark, ambientato nella Germania comunista del 1984, un celebre drammaturgo, letto in Occidente e rispettato dal regime, scarta i regali ricevuti per il compleanno e fra essi trova quello profeticamente ambiguo  di un amico regista, emarginato perché dissidente: si tratta di uno spartito, una sonata per pianoforte, che ha per titolo “Agli uomini buoni”. Ed è  sull’esistenza della bontà che il regista ha scommesso, rovistando per quattro anni gli archivi della Stasi, la polizia segreta della DDR: il lungometraggio agghiaccia con la nudità rigorosa della ricostruzione documentata, in quanto torture psichiche, atmosfere e personaggi sono perfettamente credibili, e nello stesso tempo  emoziona perché crede nella possibilità che i miracoli umani possano contribuire non a cambiare il corso degli eventi, quanto piuttosto a illuminarlo. E’ come se alla fine della pellicola l’autore fornisse allo spettatore delle lenti bifocali con cui ripensare il dramma: se  si guarda  lontano la Storia, essa non consente speranze e, per quanto i muri crollino di tanto in tanto, sempre Socrate sarà costretto a bere la cicuta all’interno di una prigione, tuttavia, se si guarda  molto vicino, nell’intimità e nel silenzio dei retroscena lo spettacolo assume toni e colori diversi. “Le vite degli altri” ci parla allora di eroismo misconosciuto e da disseppellire studiando carte dimenticate: lo fa anche  “Lettere da Iwo Jima”  di Clint Eastwood, ma lì la fenomenologia della guerra esclude quasi del tutto il libero arbitrio individuale, qui è invece il nodo scorsoio della scelta scomoda a costituire il discriminante fra coraggio e vigliaccheria, fra opportunismo e dignità umana, fra sensibilità ed indifferenza. La disamina della distopia totalitaria scava in profondità, perché porta alla luce dietro il sostrato ideologico e la aberrazioni comportamentali i meccanismi indotti dagli impulsi naturali: sadica volontà di dominio e di autoaffermazione sentimentale ed erotica contro istinto di sopravvivenza ed orgoglio intellettuale e in campo neutro, osservatore imparziale, la bontà gratuita di un numero di codice anonimo, il monsieur Travet della Stasi. Riduttivo parlare di una conversione, se mutamento o giudizio di condanna c’è esso passa o è passato solo attraverso gli occhi impassibili del grigio funzionario: la solidarietà e l’aiuto offerto agli artisti umiliati vittime dei soprusi scaturisce impercettibile dalla ricerca di un punto di vista diverso, di un orizzonte più puro, la nuvola bianca e alta fiorita nel cielo di un azzurro settembre, di cui parla la poesia di Brecht, letta dal capitano in un momento di pausa, quella che prima di diventare vento, si intravede nello sguardo stanco e vero della grande interprete seduta al bar, nell’innocenza ingenua di un bambino con il pallone in mano, nell’ironia di un barzelletta raccontata in sala mensa e in un “grazie” trovato per caso a distanza di anni.  

 

DOPO LA FAVOLA ECCO LO SCHELETRO

COMINCIA COSI: A Berlino est nel 1984, il capitano Wiesler( Urlich Mùhe), un integerrimo funzionario della Stasi, la polizia segreta che nella DDR controlla di nascosto la vita di tutti, riceve l’incarico di sorvegliare Dreyman( Sebastian Koch, il nazista “buono” in “Black Book”), un noto drammaturgo letto in Occidente e rispettato dal partito. Scopo della missione è in realtà  trovare ad ogni costo elementi per arrestare l’artista e lasciare così campo libero al potente Ministro della Cultura, innamorato dell’amante di lui, la bellissima attrice Christa Maria( Martina Gedeck)…

 

 

Il TITOLO:. Il regista esordiente Von Donnersmark ha consultato  gli archivi della polizia segreta, li ha studiati per quattro anni e il suo lavoro è  un documento storico, intitolato significativamente “Le vite degli altri”: nel film la vita può essere solo quella degli altri, poiché nessuno è libero di averne una propria, ma si è spiati o si spia, si è traditi o si tradisce, si ama forzatamente e l’unico amore consentito non è che un atto di costrizione. Così il titolo definisce il clima di un regime totalitario, basato sull’esproprio delle esistenze individuali. Tuttavia l’osservazione del prossimo può anche far scaturire la ribellione interiore, la graduale implosione che porta in un primo momento al gesto di isolato dissenso poi al crollo del muro della prigione collettiva.

 

 

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: Una delle cose migliori della pellicola è la ricostruzione dell’atmosfera del  regime comunista della DDR qualche anno prima del crollo del Muro di Berlino.

 Gli esterni vengono caratterizzati da un angosciante vuoto: i marciapiedi della città non hanno passanti, le strade sono frequentate da pochissime auto chiare, e in mezzo al deserto uno sparuto gruppo di ragazzini gioca a pallone.  Simbolo inquietante di un potere autocratico e irraggiungibile  è la comparsa della limousine nera con vetri sfumati del Ministro della cultura.  In un paesaggio grigio ed uniforme risalta l’algido edificio a forma di piramide dove abita il capitano Wiesler. Persino la natura, gli alberi e i parchi, paiono aver smarrito colori e vitalità in un mondo privo di qualsiasi luce.

Gli interni sono tristi, soffocanti e impersonali, connotati da una castigatezza innaturale. Hanno particolare rilievo  gli uffici della Stasi, dove la cinepresa inquadra più volte la sedia dove gli inquisiti siedono, stringendo nervosamente le mani: il dettaglio, coerentemente con l’atmosfera di tutto il lungometraggio, rimanda a una tortura psicologica e non fisica e per questo più verosimile. Altrettanto importante è l’appartamento privato del drammaturgo, del quale la cantina, da dove la Stasi lo spia, costituisce la negazione: lo spazio dell’intimità e dell’amore viene invaso dai microfoni e la tenerezza fra amanti appassionati si trasforma nei neri caratteri del rapporto scritto dai tasti della macchina da scrivere sul foglio bianco.

 Neppure al regista dissenziente ed emarginato viene concessa la possibilità di avere un angolo personale: egli vive una condizione di abbandono in un appartamento condiviso, dove un cane abbaia e i coinquilini litigano di continuo e la porta della misera stanzetta fa da fragile barriera.

Altrettanto spoglia e priva di vita è la casa, dove il capitano consuma squallidi pasti e amplessi cronometrati con una prostituta.

 Il tempo del racconto coincide con quello della storia raccontata: il dramma procede incalzante, con ritmi da noir.  L’epilogo invece con accorta strategia fa perno su momenti isolati, lontani dal cuore degli eventi narrati e  divisi fra loro solo da elissi(omissioni): il crollo del Muro sullo sfondo, il drammaturgo viene a conoscere la verità, il capitano entra nella libreria.

 

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PUNTO DI VISTA: Il sistema del personaggi è riconducibile allo schema del film: da un lato gli spiati e dall’altro le spie.

 Cuore del film è la misteriosa e apparentemente grigia personalità del capitano: egli è nell’aspetto, nell’abbigliamento e nei gesti, l’ intenerimmo funzionario  della Stasi, abituato allo sottomissione, a cui viene demandato il compito di osservare e riferire. Da cosa scaturisce la sua  ribellione? Nella pellicola, il personaggio è quasi sempre silenzioso, non parla, non rivela i suoi veri motivi, che probabilmente non saranno astrattamente ideologici, bensì etici, quali pietà, coscienza del dolore fatto e subito, repulsione nei confronti del cinismo e della bassezza morale dei superiori. Si tratta dunque di un personaggio complesso, che viene osservato nella sua solitudine  e il suo cambiamento, ammesso che sia tale, risulta quasi sorprendente per lo spettatore: il regista ha evitato in tal modo l’espediente a cui ricorre sovente la retorica cinematografica e letteraria, di descrivere con discorsi o atti eclatanti una “conversione” e un eroismo di rottura poco credibile.  Le circostanze lo costringono a essere testimone imparziale di migliaia di tragedie: quelle dei suicidi anonimi, che l’articolo di Dreyman, descrive, quella dello stesso Dreyman e della sua donna, Christa Maria. Il loro dramma di innamorati ed artisti è paradigmatico dell’abbrutimento di una società senza più orizzonti: il capitano legge una poesia di Brecht, dove il poeta amante in un giorno di settembre, all’ombra di un susino tiene fra le braccia il suo amore e guarda nel cielo a lungo una nuvola bianca e alta, ma quando la cerca la nuvola è già vento. I versi alludono alla vicenda raccontata dal lungometraggio, dove la tematica topica della fine della passione assume  particolare rilevanza dalla ricostruzione storica.

 Totalmente negativi sono invece gli alti papaveri del Partito comunista, che non hanno ideali, ma assumono qui il ruolo di sadici carnefici del prossimo, cui la fedeltà all’ideologia socialista serve da maschera. Tutto è comunque riconducibile agli impulsi naturali: il film non fa riferimento alcuno ad ideologie o alle condizione generali della DDR che restano sullo sfondo: dai tempi di Socrate in poi la libertà di pensiero degli intellettuali è considerata un pericolo per la lo status quo. Ma comunque il dramma proprio perché estremamente circoscritto risulta credibile.

 

 

OGGETTI VALORE E CUORE: Gli oggetti valore sono:

lo spartito regalato a Dreyman dall’amico regista, la sonata per pianoforte intitolata”Agli uomini buoni”-

la macchina da scrivere con inchiostro nero per i rapporti-

la macchina da scrivere con inchiostro rosso, in cui si parla dei suicidi della DDR

la sedia degli interrogatori

 

Il cuore del film è costituito dalle seguenti scene:

Il capitano spiega i meccanismi della tortura ai suoi allievi della Stasi-

Il capitano assiste in sala mensa a una scena rivelatrice del gioco sadico di un superiore nei confronti di un giovane funzionario che racconta una barzelletta

Il capitano incontra sull’ascensore un bambino con un pallone in mano-

Il capitano in un bar parla con Christa Maria e lei, alla fine del colloquio rivelatore, lo definisce “uomo buono”.

 

Christa Maria sale sulla limousine del Ministro della cultura e ricattata ne subisce gli amplessi.

Gli amplessi di Christa Maria di Dreyman vengono trascritti su un foglio bianco.

Dreyman si accorge del tradimento.

Dreyman, dopo la caduta del Muro, incontra l’ex Ministro della cultura che gli svela alcune verità. Il colloquio si conclude con la condanna morale dell’ex politico da parte del drammaturgo( “Uomini come lei hanno governato questo paese”)

Dreyman va a conoscere il capitano, ma non gli parla, lo guarda da lontano stando seduto su un taxi.

 

La conclusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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categorie: cinema, film, cinema e storia
giovedì, 05 aprile 2007

UN PONTE PER TERABITHIA: PEDAGOGIA DEL DOLORE

Un_ponte_per_terabithia

In “Un ponte per Terabithia” all’adolescente emarginato che la rimprovera di aver mentito nell’essersi inventata un’immersione subacquea  per raccontarla in un componimento scolastico la nuova amica risponde: “Inventare non è mentire”. Il dialogo d’avvio dell’avventura dei due ragazzi nel bosco oltre il torrente è in realtà un’affermazione programmatica e una risoluta presa di distanza dalle convenzioni del genere fantasy a cui la pellicola nel titolo farebbe pensare: la creatività artistica non coincide con il dire bugie e le bacchette magiche o le scope volanti dei fanciulli prodigio alla Harry Potter  non hanno contatti con la realtà e i regni magici dell’inverosimile in cui essi combattono in mirabolanti epopee contro diabolici e mostruosi demoni fanno parte di un territorio inesplorabile dagli adolescenti comuni alle prese con le difficoltà della vita quotidiana. Il male da sconfiggere non è lo stregone da stanare nella torre irraggiungibile nel cuore della foresta maledetta o il Signore malefico in grado di mimetizzarsi ovunque, ma i conti della spesa o una corda troppo fragile per non spezzarsi al primo strappo: povertà ed emarginazione, solitudine, lutto e sensi di colpa connotano  l’atmosfera di una delicata  storia di formazione, non moraleggiante al di là dello stretto indispensabile. La pedagogia del dolore fa perno sulla sofferta diversità di due giovani artisti in erba e per questo incompresi da una piccola comunità della provincia statunitense: lui ha grande talento di disegnatore, lei, più consapevole ed orgogliosa, figlia di una eccentrica coppia di scrittori, sa scrivere ed immaginare. La fusione dei talenti anima la foresta ai margini della città, nello stesso spazio periferico dove abitano con la famiglia: lei trova il nome di “Terabithia” saccheggiando “Le cronache di Marnia”( i produttori dell’omonimo film sono gli stessi del film di Csupo), crea situazioni e nemici, lui trasforma in forme umanizzate insetti e alberi. Il loro universo è così un quadro naturalistico a tinte lievi( il regista si avvale di immagini leggere in 3D), un libro appena socchiuso su una favola abbozzata e bruscamente troncata: qui viene toccata solo lateralmente la tradizionale tragedia dell’inconciliabilità fra verità e finzione, quando la prima annienta e la seconda è consolazione  o surrogato. Il potere destabilizzante, esistenziale e sociale, di chi ha fiducia nelle utopie edeniche e nell’anticonformismo lascia però in “Un ponte per Terabithia”  uno strato appena visibile di ruggine su cui la patina disneyana con il consueto ottimismo di prammatica si affretta a stendere un velo di vernice. La necessità di ricavare dalla triste vicenda un episodio comunque edificante, non ne spunta comunque i potenziali strali : il dramma  si traveste da fiaba e si rispoglia quando si arriva alla morale finale ovvero al sorriso ambiguo di quel ponte di legno, attraversando il quale per essere davvero adulti non bisogna mai diventarlo. 

 

DOPO LA FAVOLA ECCO LO SCHELETRO

COMINCIA COSI: Jess(Josh Hutcherson) e Lesile( Anna Sophia Robb) frequentano la stessa classe della scuola media ed entrambi sono emarginati dai compagni, lui perché povero, triste e sempre immerso nei suoi disegni e lei perché proviene da un'altra provincia, ha una famiglia eccentrica e non ha la televisione: sono anche vicini di casa e abitano ai margini di un bosco, che un giorno decidono di esplorare insieme…

 

Il TITOLO:. Il titolo si riferisce a un sequenza del film, nella quale si vede un ponte di legno, costruito dal ragazzo protagonista, che conduce a un regno fatato nel bosco. L’immagine è metaforica, alludendo alla porta immateriale, che ci consente di passare dalla realtà alla dimensione parallela della fantasia e della creatività artistica: Jess è infatti un disegnatore e Lesile, figlia di scrittori, scrive ed immagina; lo stesso nome del reame “Terabithia” ha un origine letteraria, in quanto si trova citato ne “Le cronache di Marnia”. Si tratta dunque non di una favola, bensì di una complessa storia di formazione rivolta soprattutto agli adolescenti in crisi: la pellicola è del resto tratta dal romanzo omonimo di Katherine Patterson del ’77, dedicato dall’autrice al giovanissimo figlio gravemente colpito dalla morte di un’amica. Il ponte  allora nel segnare il passaggio dall’adolescenza alla maturità  è anche il simbolo di una saggezza raggiungibile solamente se si conserva diventando adulti la capacità  di trasfigurare la vita, mitigandone gli inevitabili dolori: non appena esso viene costruito ad attraversarlo sono una bambina e un ragazzo ormai cresciuto tendendosi per mano.

 

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: Siamo in una cittadina di provincia degli States nell’epoca contemporanea come le allusioni a Internet ( miracolo non ci sono i telefonini!) e la violenza degli studenti farebbero pensare.

 Nel film si vedono la scuola, le aule e l’esterno, lo scuolabus,  le casa di Jess( povera e triste, dove papà e mamma sono sempre alle prese con conti da far quadrare a fine mese) e quella di Lesile( con le pareti dipinte di fresco per accogliere la luce del sole) e infine il bosco, un luogo intermedio fra il reale e l’immaginario, raggiungibile attraversando con un corda un torrente.    

 Occorre mettere in rilievo il fatto che le abitazione dei due adolescenti protagonisti siano ai margini della cittadina: come  a simboleggiare la loro condizione di emarginazione rispetto al resto della comunità, le cui caratteristiche emergono soprattutto nell’ambiente scolastico. Quest’ultimo però dietro le apparenze di indifferenza e brutalità cela anche molti aspetti positivi: gli insegnanti per esempio sono capaci di comprendere il talento e le sofferenze degli allievi. Vi sono poi nella mattinate fra i banchi momenti di allegria, che non sempre Jess riesce a condividere, quando la classe canta e suona assieme alla giovane insegnante di musica.

 Speculare al territorio del “normale” è la classica zona di frontiera periferica dove vive il paranormale, qui però privato di qualsiasi elemento inquietante e soprannaturale. A connotare il bosco è infatti un paesaggio reale: piante, una capanna, torrenti, una fune sospesa e niente altro. Tuttavia all’improvviso si popola di creature fantastiche che però solo in minima parte mutano l’apparenza innocente della foresta: il regista Csupo, che viene dall’animazione, qui al suo primo lungometraggio,  rifiutando effetti speciali invasivi, ha usato lievissimi immagini in 3D, per mettere in rilievo come “Tarabithia” abbia le sue origini nella capacità dei due ragazzi di trasformare quello che vedono con gli occhi della  immaginazione e con il loro talento, lui di disegnatore lei di narratrice.  

 

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PUNTO DI VISTA: I caratteri sono nel complesso ben delineati, per quanto la patina disneyana  comporti un’inevitabile semplificazione  e la tendenza a lasciare emergere i buoni sentimenti e a sanare i conflitti latenti. La volontà di costruire una storia alternativa al classico fantasy ha fatto aggio sulla personalità dei due adolescenti: il motivo del fanciullo maltratto nella realtà e campione del mondo magico alla Harry Potter qui acquisisce verosimiglianza dalla quasi totale assenza dell’elemento soprannaturale e fantastico. L’evoluzione del rapporto con Lesile  poi dà una dimensione tragica solitamente assente nel genere. Da notare poi anche l’assenza della figura del nemico: il re del male non si vede mai e se ne va, senza colpo ferire, dopo un battaglia più giocosa che epica; l’avversaria del mondo reale si rivela una protettrice benevola. Il male vero al contrario non si può sconfiggere: è il caso, una fune che si spezza incidentalmente……

Accanto ai due personaggi principali vi sono poi i personaggi di contorno: le famiglie, gli insegnanti e i compagni di scuola. Particolare rilievo ha la sorellina di Jesse, destinata a ereditare nel ruolo di principessa Terabithia.

 

OGGETTI VALORE E CUORE: Gli oggetti valore sono:

la corda

il ponte

il bosco

i disegni di Jess e i quadri del museo

Le scene cuore sono:

Leslie legge in classe il suo resoconto immaginario di un’immersione vs. Jess accusa Leslie di aver mentito, e lei risponde che inventare non è mentire.

Leslie e Jess entrano a Terabithia.

Jess aiuta Leslie e i suoi genitori a dipingere la parete di una stanza.

L’insegnante di musica porta Jess al museo, ma lui non invita Leslie.

Jess e la sorellina attraversano il ponte costruito da Jess.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 09:52 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, cinema e favola
lunedì, 02 aprile 2007

CENTOCHIODI: NON TI SCORDAR DI ME

Centochiodi

“Centochiodi”, il testamento spirituale di Olmi, inizia con una provocazione quasi inspiegabile: a chi verrebbe in mente in una società afflitta da grande indifferenza nei confronti della cultura di  sfregiare con tanta maniacale devozione libri antichi nella biblioteca di un istituto universitario religioso? Si tratta evidentemente di un folle, ed è con una citazione del filosofo esistenzialista Jaspers sulla follia quale unica ancora di salvezza per un mondo dominato dal profitto che il protagonista, uno ieratico Degan Daz, presenta se stesso: ma chi si nasconde dietro il volto spirituale del docente in fuga dalla gloria accademica? Un pazzo, un rivoluzionario mite, addirittura un’incarnazione di Gesù, come la somiglianza al Cristo dell’iconografia tradizionale farebbe pensare, o più semplicemente un intellettuale stanco in esilio in un altrove più genuino in cui ritrova se stesso? Non è importante dare una risposta precisa, giacché l’apologo del regista bergamasco  cerca solo di riflesso degli agganci precisi con la realtà: il suo è un universo stilizzato chiuso in se stesso eppure alla disperata  esplorazione di luoghi veri per fondarvi una propria Arcadia dominata da leggi autonome e abitata da creature simboliche ed evocative.. Come Virgilio nell’Italia del I sec. a. C. dilaniata dalle guerre civili,  Olmi trova un angolo appartato di paradiso naturale nella campagna mantovana,lungo gli argini del Po, e lì egli diventa  il cantore di un’umanità di sopravvissuti, destinata a essere espropriata e cancellata da una modernità invasiva e irrispettosa: “il fiume va lontano” dice un contadino analfabeta, ovvero scorre eterno attraverso il tempo, ispira versi,  dalle sue acque i pesci ridono in sogno ai pescatori, e in mezzo vi naviga un bastimento, dove si scorgono uomini e donne ballare alle note di un vecchio e malinconico motivo”Non ti scordare di me”. La poesia è imprescindibile da una geografia dell’anima e da una mitologia  e  Olmi ha attinto a piene mani a quella degli umili puri di cuori dei Vangeli, consapevole però che la verità degli artisti è stata nei secoli sopraffatta da quella imposta dalle armi: nella rigidità didascalica di “Centochiodi “ sono i libri a diventare strumento di morte, materiale per alcuni, ma  esistenziale e morale per tutti, in quanto vincolano dogmaticamente e definitivamente a una sapienza che invece, ciascuno di noi, religioso o ateo o agnostico,  dopo aver “inchiodato” dottrine e dogmi, deve cercarsi da solo, guardandosi attorno mentre cammina per strada. I fondamentalismi hanno caratterizzato la Storia, e probabilmente l’epoca attuale non costituisce un’eccezione: tuttavia nella pellicola si avverte la nostalgia di un eden perduto da parte di un autore che pare condividere con gli umili personaggi la condizione di abitante abusivo della contemporaneità.  La via che porta indietro è illuminata dalle torce, ma percorrerla non gli è più consentito. 

 

DOPO LA FAVOLA ECCO LO SCHELETRO

COMINCIA COSI: Un giovane docente di filosofia( Raz Degan) delle religioni dell’Università di Bologna, stanco di una vita solo “di carta”, trovandosi coinvolto nelle indagini su un misterioso  atto vandalico ai danni di una biblioteca, lascia la città e va a vivere in un rudere  in riva al Po e diventa amico della gente del posto…

Il TITOLO:. “Centochiodi” sembra il titolo di una favola, in cui si raccontano eventi lontani nel tempo e nello spazio per ricavarne una morale o una lezione di saggezza. I chiodi compaiono nelle prime sequenze, sono conficcati nei libri antichi di una veneranda Biblioteca consultata da studiosi e teologi: vista l’insensatezza e la gratuità del gesto non ci si domanda tanto chi lo ha compiuto, ma il perché? A chi possono interessare oggi i libri e che senso può avere fare scempio delle loro pagine? Evidente così da subito, nonostante l’ambientazioni ai giorni nostri e l’incipit da poliziesco, che  la storia è un apologo  con un messaggio forte da chiarire e da trasmettere. Inchiodare pagine di antichi testi vuol dire contestarne le pretese di verità definitivamente svelate e rivendicare la propria libertà di scegliere. Al centro della riflessione  vi è il modo di vivere l’insegnamento evangelico, ma anche l’asservimento cieco a qualunque ideologia, da quelle politica a quella materialistica e consumistica: l’immagine dei chiodi si associa infatti nell’iconografia tradizionale al Cristo crocifisso e sono il simbolo di una passione  perennemente attualizzabile, giacché Dio non ha mai parlato con i libri ma attraverso l’umiltà e la sofferenza della gente comune. 

 L’argomento è simile a quello del recente “In memoria di me” di Saverio Costanzo, ma lì si trattava di un percorso di formazione e ricerca individuale ed intellettuale. Qui il protagonista del film ha in sé una risposta e in certo qual modo lotta con il mondo per affermarla.

CRONOTOPO OVVERO DOVE E QUANDO: Gioca un ruolo essenziale il contrasto fra gli spazi: all’austera e ovattata università con la biblioteca si contrappone l’ambiente naturale e libero delle acque del Po. Siamo nella campagna mantovana, piatta e luminosa di giorno, lunare nell’oscurità; sono gli stessi luoghi ove il Virgilio delle “Bucoliche” creava la sua Arcadia poetica alternativa alla Roma del I sec. a. C. dilaniata dalle guerre civili.

. Olmi nel delineare l’ambientazione della  storia ha seguita la classica contrapposizione fra natura e civiltà/progresso: gli umili incolti che vivono sugli argini del fiume sono connotati da disponibilità e spontaneità, il resto dell’umanità  compare solamente attraverso le ingiunzione di esproprio del comune e gli ingegneri sulla barca occupati a studiare il posto del futuro porto. L’umanità povera di “Centochiodi” ricorda quella de “L’albero degli zoccoli”, nei quali rivive il mito dell’innocenza del “popolo” che ha ispirato in vario modo pagine anche della letteratura nazionale dal moderato Manzoni all’anticonformista Pasolini.

SISTEMA DEI PERSONAGGI E PUNTO DI VISTA: La pellicola fa perno sul ruolo misteriosamente salvifico del professore di teologia, simile nell’aspetto a Cristo: i suoi interventi hanno la funzione di didascalie rivelatrici, la sua mite ribellione e la  rottura con il mondo fanno indubbiamente pensare alla rivoluzione evangelica. Particolarmente felice e suggestiva la mancanza di una conclusione univoca: chiunque egli sia stato, egli non ha cambiato il mondo, ha lasciato sulla sua scia solo torce accese.

 Ai sinottici fanno pensare tutti gli altri personaggi del film, da Zelinda/Maddalena agli umili componenti l’insediamento abusivo seduti spesso attorno a un tavolo, diventati “apostoli” del professore a cui danno il nome di Gesù. La sensualità della fornaia Zelinda fa pensare alla nudità femminile di “Cantando dietro i paraventi”: la pace e la bellezza dell’eros si contrappone alle armi e ai dogmi.

 Vi sono poi gli studenti dell’università in cui il docente insegna, il fotografo che immortala la vita accademica e la giovane indiana che crede nella donna concepita in tutte le culture del mondo come tramite fra Dio e uomo. 

Il Preside dell’istituto, motociclista vestito in pelle, pare riassumere la ricerca di visibilità e il divismo degli intellettuali contemporanei che arrivano ad occupare posti di prestigio.

Dolente è invece lo sguardo che il regista riserva al vecchio Monsignore che si è rovinato gli occhi credendo ciecamente nella sapienza dei libri e rifiutando l’amore degli uomini. Mosso dalle sue certezze  però Olmi non ne approfondisce più di tanto i motivi del conflitto con il protagonista e la possibile drammaticità del personaggio risulta sfocata.

OGGETTI VALORE E CUORE: Gli oggetti valore sono:

i chiodi e i libri

il vecchio rudere nascosto sugli argini del fiume vs. l’appariscente BMW  cabriolet

il Po

Il cuore del film sono le seguenti scene:

l’inizio da film poliziesco con i libri aperti sul pavimento e inchiodati

Il professore getta le chiavi della  BMW nel fiume

Il vangelo raccontato dal professore agli umili personaggi conosciuti sul Po: la trasformazione dell’acqua in vino e il ritorno del figliol prodigo.

Passa un battello sul Po e una voce canta “Non ti scordare di me”

Zelinda rivela il suo desiderio di essere abbracciata

Le lacrime di Zelinda.

La strada vuota illuminata dalla fiaccole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: spilluzzicando alle ore 10:10 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema ed etica