Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Una cupola dorata nel riquadro di una finestra, il cielo chiaro, e un topo di fogna: nell’action movie di Scorsese non c’è altro, è tutta lì nella ripugnante bestiola, nella sacralità dell’imponente edificio e nell’orizzonte luminoso a portata di sguardo l’anima tormentata di The departed, ispirato all’hongkonghese Infernal Affair. Il lungometraggio racconta appunto di affari infernali o meglio dell’inattuabilità di un qualsiasi paradiso su questa terra: il ratto rosicchia quello che trova nella chiavica, libertà, purezza e felicità si possono solo immaginare guardando la lucentezza del mattino dai vetri. The departed mette in scena non individui ma un intrecciarsi di destini speculari e tragicamente coincidenti nella sconfitta sentimentale e nel subire le beffe della sorte: Costigan( un Di Caprio giunto a piena maturità espressiva) e Sullivan vengono da Southie, i quartieri malfamati di Boston, e la via obbligata per uscirne è diventare “talpe”, il primo al servizio della polizia, il secondo, personaggio più sfuggente, a quello del malaffare . Ma la voce del bene non ha vigore nella città degli uomini, chi in essa fa le veci della divinità, la Chiesa, è inquinata dalla pedofilia dei sacerdoti: se un Dio esiste è nella scintilla del libero arbitrio, nella ricerca di un’identità di essere umano e nella forza di difenderla, per quanto invano, negli abissi metropolitani. L’intelligenza del male ha dato forma al mondo, ed è lui a portare il peso della corona: all’inizio della pellicola Nicholson/Costello, affiora in controluce dalla penombra, quasi a evidenziare una funzione di demiurgo; egli dirà, citando Lennon, di saper trasformare un braccio mozzato in qualsiasi altra cosa e plasmare il prossimo. Ed è la saldezza stilistica ed etica nell’esprimere l’epopea tragica di un universo allucinante, in cui alla perversione gratuita trionfante si oppone ciò che sopravvive di umanità e coraggio, a fare di The departed un capolavoro, se con tale termine si intende un’opera capace di trasfondere nell’attualità e nella singolarità di una vicenda l’universalità: l’azione così è metafora e la metafora è azione e il dramma delle due reclute è quello eterno del conflitto fra volontà e necessità, fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe o dovrebbe essere; l’infiltrato è chiunque sia costretto a mimetizzarsi in un ambiente estraneo e il talento di Scorsese in tal modo dà voce alle tensioni da sempre latenti o palesi fra aspirazione dei singoli e costrizioni sociali, fra Antigone e Creonte, ovvero fra imperativo interiore e legge dello Stato o del tiranno criminale. Eppure se l’inferno è padrone delle esistenze, Dio nell’ultimo gesto concede un istante di paradiso: forse al di là del pentimento, perdona persino il satana Costello di avergli rubato il mondo.
Imbarazza confessarlo, ma ormai di fronte all’ennesimo cartone animato confezionato alla perfezione si prova la stessa vaga antipatia che per le persone da tutti benvolute. La gang del bosco, ispirato a un noto fumetto, ha tutte le carte le regola per non scontentare nessuno: bambini ed adulti, cinefili e profani, chi cerca la pura evasione e chi il messaggio politicamente corretto. Captatio benevolentiae dunque travestita da polemica anticonsumistica e antisociale. I meccanismi della commedia ormai collaudati strappano il sorriso, come no! Si cerca però la favola, ovvero si insinua la nostalgia della selva oscura al di là della siepe ove si naufragava nel mare dolce di una cattiveria tanto assoluta da diventare specchio ammaliante dell’anima.
Il brutto esprime più del bello: Omero per descrivere i suoi olimpici e statuari guerrieri spende assai poco del suo estro, ne impiega molto invece per far vivere nel verso lo storpio Tersite. La divinità incanta, il mostro seduce. La biografia della celebre fotografa newyorkese Diane Arbus viene definita immaginaria, perché nella mani dello stesso regista di Secretary, Steven Shainberg, diventa occasione d’oro per illustrare ancora una volta la fenomenologia del sadismo: al centro della pellicola sta non tanto l’esistenza della donna, morta suicida e celebre per aver immortalato homeless, nani, giganti e travestiti, quanto il suo ambiguo rapporto con un essere immaginario, l’anima gentile dallo sguardo tenero in un corpo tutto ricoperto di peli. L’erotismo si sublima nell’immaginazione colta, con riferimenti ad Alice nel paese delle meraviglie o all’immancabile La bella e la bestia nella versione di Cocteau. L’arte è eros rimosso, nessuno lo mette in dubbio, ma se lo si esplicita con tanto manierismo, si pensa a una parodia del gioco delle belle statuine: ” La fotografia è un segreto attorno a un segreto. Più ti parla meno lo capisci” è stata proprio
Ne La sconosciuta, il film con cui Giuseppe Tornatore torna in sala dopo cinque anni di silenzio, le sequenza più strazianti sono quelle dove una bambina viene legata, spintonata a terra e costretta a rialzarsi dalla sua giovane tata: pura malvagità o amore spinto all’estremo? In realtà la scena ricorda uno dei capolavori del verismo italiano, la novella Rosso Malpelo di Verga, in cui un povero e disprezzato garzone di miniera tormenta in vari modi, e picchia con sempre maggior accanimento un ragazzino gracile, chiamato significativamente Ranocchio, a cui è affezionato dicendogli” Bestia! Bestia sei! Se non ti senti l’animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello!”. In una società fatta ancora di schiavi e padroni, in cui è inevitabile far torto o patirlo, l’educazione non passa attraverso i libri e le belle parole, ma attraverso la strada e i suoi crudi metodi: l’unico modo per sopravvivere è difendersi con i pugni e persino prendere il coltello ed uccidere, se necessario, solamente una morale ipocrita e anacronistica impone di porgere l’altra guancia. Ne La sconosciuta la storia di formazione si sviluppa gradualmente secondo una triplice prospettiva: la giovane protagonista cerca nel presente le traccia di un passato di atrocità che la ossessiona, la sua intrusione in un ambiente borghese benestante ne fa implodere egoismi e fragilità, la sua sconfitta sarà dolorosamente formativa per la bambina affidatale sofferente e patologicamente inerme per via di una strana malattia. A una conclusione l’intreccio così arriva e l’enigma si risolve. Peccato però, perché in realtà non dovrebbe essere affatto sciolto il nodo: come sognare colori e luce e cestelli di fragole rosse in mezzo a tanti incubi, quale spazio resta all’amore in un universo spietato che si insinua subdolamente nell’animo corrompendolo? Il lungometraggio recuperando con maestria le atmosfere algide alla Chabrol lascia percepire sotto pelle l’inquietudine della metropoli operosa e claustrofobica, la simbolica Velarchi( Trieste) popolata dagli orefici e dalle loro abitazioni opprimenti, invasa dai diseredati assetati di una vita migliore. Una macchina da presa che obbliga a centellinare con lo sguardo i forellini invisibili a occhio nudo nel tappeto pulito è la prerogativa di un noir esistenziale riuscito: il vaso di fiori in bilico sulla finestra, la scala a chiocciola, l’allarme della cassa al supermercato, chiavi e casseforti, scaffali e porte serrate sono i segni di una realtà ostile ed impenetrabile. Poi parole e spiegazioni neutralizzano la forza perturbante di immagini e gesti e il rebus si stempera in dramma patetico, a tradimento.
The hoax, è la ricostruzione meticolosa di un imbroglio orchestrato ai danni di un editore, dove però i truffati sono più colpevoli dei truffatori: il falsario Irving, sua moglie e il socio complice in fondo avrebbero solo briciole e meriterebbero di averle vista la profusione di abilità artigianale messa in campo per orchestrare il loro piano. La vicenda degli anni 70’ ispirò già Orson Welles che ne trasse uno dei suoi capolavori F. for Fakes e conserva intatto il poter di dar corpo solido alle ombre: un’industria editoriale votata al cannibalismo e complice del voyeurismo di una massa dall’immaginario facilmente manipolabile, genialità e mediocrità, originalità ed imitazione, politica, soldi e stravaganza in sordidi legami. Orson Welles scolpì le ambiguità e Lasse Hallstrom documenta.
ll diavolo veste Preda, di David Frankel, regista della fortunatissima serie televisiva Sex and the city, è una delle tante versioni aggiornate della vecchia favola del brutto anatroccolo che alla fine della storia svela la sua vera natura di bellissimo cigno bianco. Qui la metamorfosi è duplice: la provinciale sciatta e moralista ( Anne Hathaway) e la donna in carriera cinica e snob( Meryl Streep), passando oltre le divergenze e i tentativi di cannibalismo della più forte sulla più debole, scoprono che scartando l’involucro del vestito spunta fuori la lieta sorpresa. E pensare che davanti alla collezione Chanel 2006 e ai capelli della Streep ci eravamo detti che ci avevano sempre mentito: l’abito fa il monaco eccome! Ann- Marie MacDonald, scrittrice canadese, ha scritto in un suo romanzo:” A dire il vero, la civiltà è un sottile strato di vernice: cos’altro abbiamo per distinguerci dalle bestie nei campi, a parte, naturalmente, un’anima immortale? Le buone maniere, e un abbigliamento appropriato.” I sensi di colpa allora sfigurano.
In N.( Io e Napoleone) di Paolo Virzi, liberamente ispirato a un romanzo storico di Ernesto Ferrero, la sconfitta di Waterloo è raccontata malinconicamente per lettera da una donna bellissima e ormai sfiorita e l’uomo fatal, nelle cui vicende il Manzoni di una celebre ode vedeva il segno di un imperscrutabile disegno divino, spira sbeffeggiando le intenzioni tirannicide di un giovanissimo intellettuale assetato di vendetta che arriva a Sant’Elena esattamente il giorno dopo il decesso. Di Napoleone personaggio storico nel lungometraggio si intravede appena un’ombra riflessa in una personalità in chiaroscuro, un individuo enigmatico e sfuggente, facile alle lacrime, presuntuosamente insulso nelle battute di spirito, nostalgico e meditativo, geniale nel captare lo stato d’animo di chi gli sta di fronte, affascinante e perfido con donne e nemici, bambino triste e vergognoso nei ricordi della balia, cinico massacratore di popoli, vanitoso e pieno di sé tanto da volere accanto, come Alessandro Magno, qualcuno che quotidianamente prenda nota delle sue riflessioni. L’incontro fra la Storia, a cui Napoleone/ Auteil dà volto e sguardo luciferini, con la provincia toscana dei quartieri popolari, cara alla filmografia di Virzì (La bella vita, Ovosodo) fa scoccare la scintilla: la mediocrità del microcosmo di Porferraio all’isola d’Elba si illumina all’arrivo del mitico Corso e autorità e gente comune sperano nell’occasione per realizzare sogni e ambizioni. Ma ancora una volta Virzì racconta e compiange la generosità e le velleità rivoluzionarie della giovinezza destinate a frantumarsi di fronte alle leggi inviolabili di un mondo adulto rimasto uguale a se stesso nei secoli: il condottotiero/laeder osannato dalla massa incosciente spiega al protagonista, l’adolescente Martino, aspirante assassino e giustiziere, come le folle di tutti i tempi creino gli idoli per compensare le proprie frustrazioni; l’amante quarantenne, una Monica Bellucci autenticamente chic nei panni della nobildonna sboccata in un dialetto marchigiano quasi creato ad arte, lo abbandona, giacché il potere vince senza troppa fatica l’amore, soprattutto quando differenze di età e di condizione sociale lo renderebbero irrealizzabile; l’ammirato maestro finisce davanti al plotone d’esecuzione spinto non da astratti fedi bensì dall’odio. Solo i privilegiati o i coraggiosi realizzano nel bene e nel male destini, gli altri vivono di chimere e rimpianti, in un’esistenza in famiglia pacificamente incolore, mettendo la sordina ai tormenti della passione: sorridiamo così alla goffaggine di Ceccherini e ai rimbrotti della sua buffa innamorata, che paiono omaggi un po’ fuori luogo alla toscanità di maniera di Pieraccioni e compagni, ma per fortuna l’uovo sodo continua ad andare su e giù.
Vi sono circostanze drammatiche di fronte alle quali tutti ci si sente in fondo al cuore solidali con il proprio paese e magari si diventa eroi nostro malgrado e World trade center di Oliver Stone fa rivivere alla spettatore l’11 settembre calandolo in questo stato d’animo: si vede in azione infatti il cuore schietto e sano dell’America, i pompieri, i soldati e la gente comune che, mentre l’intero Occidente assisteva sgomento dagli schermi televisivi all’evento traumatico, dava il meglio di sé nel prestare soccorso alle vittime di una catastrofe spaventosa ed incomprensibile. Bisogna riconoscere all’autore di Platoon e di Wall Street il consueto anticonformismo nell’aver offerto al suo Paese, o meglio, proprio alla parte di esso meno glamour, l’occasione di un riscatto: coraggio e solidarietà sono del resto le virtù dei semplici, gli eroi della pellicola, tutti gli altri e soprattutto gli alti papaveri della politica e dell’Amministrazione, sono assenti dalla scena, e con loro i tanti dubbi su ciò che realmente è accaduto quel giorno. Il peccato allora, come avviene quasi sempre nella filmografia di un regista, immaginifico nelle intenzioni, sta nello stile retorico e ridondante che usato a proposito di un evento che già di per sé parve apocalittico trasforma il lungometraggio, dopo un incipit turbinoso, in una sfibrante esibizione di buoni sentimenti e di mistici conforti. Si ha infine l’impressione che, se l’11 settembre non fosse mai avvenuto, World trade center sarebbe stato girato allo stesso identico modo e il film non merita un pensiero del genere
La Storia la si vive o la si racconta: il bell’ esordio di Porumboiu, regista rumeno meritoriamente premiato a Cannes con
Micheal Mann, autore del film che ha inaugurato il 59° festival di Locarno, produttore ed ideatore della serie televisiva omonima di successo negli anni ’80, esprime così la sua visione riguardo all’ oggetto dei suo recenti notturni metropolitani, il crimine e la legge: «Contestualizzare il Male è solo un modo per cercare di tenerlo lontano, di fare finta che non ci riguardi. Ma è un tentativo miope: se ci guardassimo dentro, ci scopriremmo invece tutti capaci di odiare e di uccidere. Anche senza un motivo” ed effettivamente in Miami Vice il fosso che divide bene e male si salta in un baleno: è l’anima tecnologica delle metalliche realtà urbane contemporanee a sprigionare lo spirito demonico corruttore, che di giorno si mimetizza nei grattacieli color latte in mezzo a un’umanità evanescente ed anonima, di notte, fra i bagliori delle mille luci accese e strade e palazzi deserti, implode negli sguardi e nei gesti febbrili delle sue creature. I guardiani presidiano ancora le porte della fortezza, ma le barriere sono state sfondate: non vi sono più innocenti da difendere e colpevoli da punire, la resa è inevitabile, solo un barlume di resistenza preserva l’oasi momentanea, il residuo di coscienza sensibile sopravvissuto intatto, l’attesa dell’ennesima alba di sangue addormentati e cullati da braccia amate. Se in Collateral il killer nichilista moriva nell’abbandono e l’epifania di un coyote sulla corsia dell’autostrada illuminava di un enigmatico significato l’esistenza della città, nel granuloso e meno esplicito Miami Vice il duello fra angeli e diavoli si riduce a una danza frenetica di menadi inferocite, con gli occhi persi spesso nel vuoto a interrogare un orizzonte scuro e silenzioso. L’action movie vive così di automatismi più che di azioni motivate dalla volontà, di sentenze perentorie e sporadiche più che di dialoghi: gli agenti Sconny( un troppo composto Collin Farell) e Rico( Jamie Foxx) non hanno la verve di un tempo, né, come avveniva allora, il sole accarezza le spiagge di Miami; le missioni assolvono ora una formalità e non un dovere sentito, in una terra di nessuno plasmata e dominata dai trafficanti di morte, dove non esiste possibilità di salvezza da una forza di gravità che trascina in basso le anime perse in cerca di riscatto prima sociale e poi sentimentale. Mann ha ripreso dai vecchi telefilm l’ambientazione chic, fuoriserie, splendide donne, motoscafi e ville con vista sul mare, immergendola però nei colori foschi e decisi l’ha reinterpretata per svelare il cuore nero di una società informatizzata e globale. Un uomo triste vede da una spiaggia una barca allontanarsi sull’Oceano portando con sé l’amante ed entrambi forse pensano: la giustizia non è altro ormai che il rimpianto di un miracolo.
“Di nascita sono di confessione ebraica, poi mi sono convertito al narcisismo” la battuta è superflua in un film di Woody Allen, ove i personaggi ormai non hanno altre alternative all’ essere il clone tragicomica di Woody Allen: l’estro d’autore trova sfogo pilotando l’intreccio nelle giravolte di un gioco labirintico alle soglie del regno dei morti, ed il burattinaio, presente o assente, tira i fili del gomitolo dietro al capriccio delle sue ossessioni, filmiche o non. In Scoop dunque solo conferme: il mago prestigiatore traghetta l’anima nostalgica dello spettatore dal mondo reale a quello fittizio di una metropoli dell’anima simbolicamente cosmopolita, luci scintillanti sui grattacieli a New York o ville avite sotto cieli dai colori tenui a Londra, ove parchi e laghetti fischiettano la vecchia cantilena: la vita è una favola raccontata da un buffone che non significa nulla.
Snakes on a Plane impaurisce o fa ridere, ma vale piuttosto la pena di ascoltarne la ricetta segreta nelle parole del suo ideatore Berenson, un produttore esecutivo della Dreamwork “Prendete due della paure più grandi della gente-la paura dei serpenti e la paura di volare-cucinatele insieme a
The Black Dalia di De Palma, il film d’apertura della 63.ma mostra di Venezia, è non tanto un thriller quanto piuttosto un inanellarsi di ossessioni sullo sfondo di una Los Angeles degli anni ‘40 ricostruita con creatività certosina da Ferzetti: per questo lo svolgimento dei fatti e i moventi dei personaggi non sono sempre chiari allo spettatore ignaro delle pagine di Ellroy, che hanno ispirato la pellicola; la voce fuori campo a cui è affidato il ruolo di protagonista/narratore insegue non la verità ma i propri fantasmi. Il cadavere di una starlet trovato in un campo orribilmente mutilato è in realtà uno specchio attraverso cui un universo sofferente e malato vede angosciosamente se stesso serbando il rimpianto per un’innocenza irrealizzabile: nei romanzi di Ellroy non esistono investigatori lucidi, numi tutelari del bene, solo uomini fragili ed impuri, naturalmente attratti dal male, che nei vicoli ciechi della città scoprono quanto rimane in loro di un’anima deturpata da colpe e rimorsi. L’assoluta fedeltà al mondo poetico dello scrittore è di fatto la chiave per penetrare lo spirito di un lungometraggio ostico, per il quale la critica ha espresso legittimamente pareri discordi. Se si tiene conto però della biografia di Ellroy The black Dalia diventa perfettamente intelligibile: l’assassinio di Elisabeth Shorts, detta la Dalia nera, avvenuto nel 1947 affascinò tormentosamente la mente del romanziere giacché gli ricordava quello della madre, altrettanto violento, altrettanto lacerante. L’immagine di una figura dolce e materna, pateticamente oltraggiata e abusata, costretta a subire umiliazioni e rifiuti, dà il ritmo, visione morbosamente straziante nella mente dei vivi, alla vicenda: l’educazione sentimentale del giovane “ghiaccio”(Harnett, calato puntigliosamente nella parte di poliziotto d’epoca) è una ricerca senza sbocchi di un volto e di un corpo perduti definitivamente da evocare in tante donne somiglianti a una madre sognata ed assente. Le ossessioni di Ellroy trovano poi un punto d’incontro con quelle di De Palma nei fotogrammi in bianco e nero ove la vittima viene fatta rivivere: non è casuale la citazione di Via con il vento, esplicito richiamo a un’idea di cinema dalle passioni schiette e dalle ambizioni genuine cancellata dall’industria Hollywoodiana moderna, riflesso di una società imputridita. E il brutale omicidio della stellina rappresenta un punto di svolta nel degrado: il marciume ha decomposto cuore e cervello, bellezza e ricchezza sono maschere cadenti dietro cui si annidano follia, alcolismo, necrofilia, perversioni sessuali e pornografia nauseante; il mattatoio ha deformato in ghigno raccapricciante il sorriso delle angeli cadutivi per caso e domani è stato davvero un altro giorno.
The lady in the water, l’ultima opera di Shyamalan, è un film contro la presunzione intellettuale post-moderna che tutte le storie siano già state raccontate: se si pensa che una piscina e una stanza siano solo una piscina e una stanza, allora sì la miniera si è esaurita, non c’è nulla più da inventare. Ma la realtà non è mai quella che si vede: esistono infinite porte, attraversando le quali si penetra un universo alieno, da cui può scaturire salvezza o dannazione. La chiave per penetrarlo è la nostra capacità di immaginare storie e di prendervi parte, raccontandole o ascoltandole. La crociata dei condomini del complesso residenziale “The cove” contro i mostri a difesa della dolce ninfa Story ha dunque il valore di una riflessione, con qualche deviazione verso lo scontato new-age, sulla necessità dell’uomo di varcare le frontiere del razionalmente conoscibile. Peccato però che proprio l’ansia affabulatoria ottunda fiaba e mistero.
“Il dialogo brillante senza respiro” riproposto con qualche ritocco da Kevine Smith a distanza di dodici anni non comunica più la felice esperienza aurale di Clercks, composizione lirica a più voci e nel contempo documento della vitalità del mondo giovanile nell’elaborare un linguaggio e una cultura originali sulle macerie delle memorie dei padri. Siamo invecchiati noi o maturando i commessi underground hanno perso smalto? Mah! Un fatto è comunque certo: nell’esubero contemporaneo di trash essere giovani è stato d’animo obsoleto, tanto più lo è recitarne la parte nel palcoscenico di un fast-food.