Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
“Golden door” per gli emigranti italiani agli inizi del ‘900 era Ellis Island, ricreata dal regista rivelazione di Respiro e dell’ultimo festival di Venezia Emanuele Crialese nell’”Hotel degli emigranti”a Buenos Aires: era la porta d’ingresso del paradiso, il regno di bengodi con carote e galline gigantesche che le fotografie di propaganda mostravano allo scopo di attirare forza lavoro per le industrie americane alla fine dello schiavismo, ma lì essi venivano sottoposti a visite mediche minuziose e a test attitudinali ridicoli e umilianti, nell’intento di saggiarne la salute fisica e mentale e di evitare in tal modo la contaminazione delle impurità di una razza estranea. Tutto questo lo riviviamo in Nuovomondo, un film realistico però in maniera atipica: la ricostruzione d’ambiente fedele richiama una riflessione profonda sul senso della Storia e sui processi psicologici collettivi che la determinano. I protagonisti della pellicola non hanno concretezza individuale, la loro origine si perde nella notte dei tempi ed essi simboleggiano una condizione perenne dell’umanità: norme e leggi cercano invano di regolamentare l’ingovernabile, le grandi civiltà sono sorte in seguito a fenomeni imponenti di emigrazione violenta, e l’uomo in fuga da guerre, invasioni o miseria si è sempre mosso alla ricerca di una terra promessa, alternando nomadismo e stabilità, disperazione e speranza, utopie e distopie, fiumi di latte e prigioni, slanci verso un futuro di progresso e ritorni a un passato di superstizioni e paure ancestrali. Così il viaggio della famiglia Mancuso dai monti della Madonia in Sicilia alle coste del continente americano parte dalla preistoria analfabeta ed approda alle nebbie di un oggi/ domani incerto. Il percorso metamorfico, secondo la definizione dello stesso autore, è segnato da figure archetipo e immagini mitiche: la croce sovrastante la montagna, le pietre in bocca per pregare e l’attesa di un segnale dalla divinità, la vestizione, la sapienza magica della vecchia madre, il sogno della pioggia di monete e del paese di Cuccagna, il distacco, il favoloso Oceano, le peripezie sul mare, la tempesta, l’incontro con la misteriosa donna-principessa da salvare, le prove d’iniziazione all’interno del castello-fortezza labirintico. Gli attori del racconto allegorico si muovono attoniti all’interno di una Torre di Babele claustrofobica, ove gli idiomi sono barriere invalicabili e i corpi si assiepano togliendosi spazio a vicenda: il dramma si ripete inconsapevole da millenni fra chi parte e chi arriva, ma la luce resta accesa per tutti e per nessuno. Allora il finale della favola resta inevitabilmente sospeso: il principe pezzente e la principessa liberata galleggiano nel fiume di latte con noi, eppure dove portino i fiume di latte non si è mai saputo.
Che sfida per un cineasta il romanzo bestseller di Suskind, l’infilmabile secondo la definizione di Kubrick: attraversare la parete infrangibile dello schermo con visioni olezzanti! Del resto il serial killer profumiere nasconde una vocazione di regista: l’odore è essenza impalpabile di essere umano da imbalsamarsi rendendola fotogramma. Ed è quello che il Profumo cinematografico doveva essere: “odore” allo stato puro. Ci ha provato audacemente, fidando nel budget, Tykwer( Lola corre); e quali sono i motivi di un tedio protratto per 140 minuti circa, fino al botto( sic!) finale? Le suggestioni caravaggesche e rembrandtiane, le vivisezioni alla CSI fanno sporco d’autore, però …non puzzano!
Little Miss Sunshine, lo strampalato road movie di Dayton e Farris, marito e moglie, è, volendo, un divertente e divertito manuale di sopravvivenza in una società plastificata che ha fatto della competitività l’unico schema di confronto fra individui: i bizzarri componenti la famiglia Hoover alla fine della strada arrivano alla conclusione che l’eccentricità è una forma di equilibro perfetto nel teatrino dell’assurdo contemporaneo. Altro che emarginazione! Comunque niente di davvero sorprendente dopo Sideways, il film cult di Payne, e di tanto cinema indipendente statunitense: si tratta della stessa umanità anarchica e vitale, accampata nei territori di frontiera, ebbra di buoni vini o di buone letture, versione ironica ed intellettuale del vincitore & vinto d’oggi quello che non s’arrende mai, per la fortuna dei palinsesti televisivi.
L’Elisabetta II di Stephen Frears ha ben poco in comune con il suo primo ministro, Tony Blair, e molto invece con un altro carismatico socialista dello schermo, l’ultimo vero re di Francia, il Mitterand de Le passeggiate al campo di Marte di Guédeguian: nel lungometraggio francese il ritratto degli ultimi mesi del Presidente malato convergeva nel malinconico congedo da una concezione nobile della gestione del potere, un colto machiavellismo al servizio di alti ideali, in The queen la rievocazione delle reazioni alla morte di Diana Spencer si incentra sulla capitolazione di uno stile di vita, improntato a tradizioni secolari, davanti allo scomposte tendenze esibizionistiche dell’epoca attuale. La sobria ricostruzione mette in luce però non solo la resa alla volgarità contemporanea di una monarchia formale ma anche l’insignificanza della democrazia e della politica considerata come pratica al servizio dei bisogni autentici dei popoli: un laeder laburista definendo una reginetta del jet-set internazionale “principessa del popolo” definisce beffardamente pure se stesso. La celestiale Helen Mirren, meritoriamente premiata con la Coppa Volpi, conferisce con la sua interpretazione un sofferto e sofisticato stoicismo alla sovrana che assume su di sé, fra l’incomprensione generale, tutto il peso di una battaglia persa in partenza contro la subdola tirannia mediatica planetaria: i reali non hanno più ragion d’essere, perché in un totalitarismo senz’anima si è solo sudditi. Con grande rispetto per vicende personali Frears fa del contrasto fra la spettacolarizzazione dei sentimenti e la volontà di difendere gli spazi del privato il vero cuore del conflitto fra Lady D. ed Elisabetta: la tensione si dissolve nella riconciliazione apparente suggerita da un popolare Tony Blair, incarnazione senza scarti del borghese medio, il quale subisce il carisma della corona e il fascino della donna e nel contempo impersona il normale buon senso del politico dei giorni nostri, asservito ai sondaggi e all’ opinione pubblica umorale. The queen guarda comunque lontano e oltre i protagonisti degli eventi raccontati ed è espressione del rimpianto per un universo di simboli e valori tristemente anacronistici: la regina prima di lasciare Balmoral e di ottemperare, senza sentirli, agli obblighi nei confronti del feticcio delle folla, va a rendere omaggio a un bellissimo cervo imperiale, ucciso durante la caccia da un banchiere della City e celebra, senza clamori, un rito funebre intimo, il suo, prima di accettare di sopravvivere salvaguardando la dignità di ciò che rappresenta; del resto, mentre, entrando in cucina fra cuochi e camerieri, chiede scusa per il disturbo, ha già reso chiaro il perché essere monarchici in Inghilterra è un'altra cosa.
Renzo Martinelli, autore uso a ricavare con ruvida diligenza drammi da fatti oscuri del passato italico, dalle foibe al Vajont e al caso Moro, ne Il mercante di pietre si internazionalizza, condividendo la convinzione di molti che l’ Occidente tutto sia sotto assedio ad opera dal fondamentalismo islamico e intendendo fornire un esempio tangibile della seduzione ambigua da esso esercitata su donne e uomini non musulmani potenzialmente trasformabili in strumenti di morte: la paura non è infondata considerate le contraddizione sempre meno latenti della nostra porzione di ecumene. Però il regista nello sceneggiarla opta per la via più ovvia e meno significativa, ovvero la love story sullo sfondo della suggestiva “valle del cammino delle fate” in Cappadocia, con appendici varie di stampo vagamente documentaristico e caricando le tinte, in omaggio alla gravità dell’argomento. Cronaca neanche tanto asciutta ed alla fin fine affari individuali, benché inquietanti, indolori. Allarma molto di più il docu-fiction orso d’argento al festival di Berlino The road to Guantanamo di Winterbottom e Whitecross: ciò che il racconto di eventi realmente accaduti mostra è solo un elemento del quadro ma non il meno irrilevante, poiché riguarda la ragion di stato e la cattiva coscienza delle democrazie evolute( ne La guerra del Peloponesso di Tucidide si legge come già Atene, la culla della civiltà, avesse riempito l’Egeo e il continente continguo di Guantanamo ben più devastanti di quella contemporanea). Certo il partito preso, si può sospettare, rimpicciolisce gli orizzonti, ma, comunque la si pensi, almeno risulta chiaro che nello scontrarsi di buoni e cattivi la confusione regna sotto il cielo e triste a chi tocca.
Quando, nella seconda puntata della saga corsara ispirata a un’attrazione di Disneyland, vedi Johnny Depp caracollare fra il cielo e la terra, facendo ciondolare anelli, braccialetti e perline( il modello è Keith Richards dei Rolling Stones), una maschera dipinta sul volto, ritrovi la creatura surreale e assessuata dei film di Tim Burton, Edward Mani di Forbice, Willi Wonka, il pupazzo de
La stella che non c’è, continuazione ideale di un romanzo di Ermanno Rea, La dismissione, è il film più ecumenico di Gianni Amelio: il progresso rapido e sconvolgente muta radicalmente il volto di città e Paesi, rende obsolete attività e competenze, mescola le razze e costringe alla convivenza usi e costumi diversi, determina nella feroce lotta per l’affermazione di sé vincitori e vinti; allora arrivare al socratico sentirsi cittadino del mondo prima ancora che italiano o cinese diventa l’unico mezzo per conservare integra la propria identità di esseri umani; la stella che non c’è è visibile ovunque sotto lo stesso cielo. E’ una strada percorribile con molta fatica, fra le lacrime, e mai da soli: le microutopie prospettate quasi sempre dalla filmografia di matrice neo realistica di Amelio non fanno facili sconti a chi vi si imbarca, le contraddizioni sono insuperabili, l’idillio si solidifica quotidianamente durante il viaggio ma resta fragile, non ha continuità rasserenante, la porta aperta su un futuro possibile potrà richiudersi un giorno all’improvviso. Tuttavia nel rapporto fra l’operaio specializzato Vincenzo Buonavolontà e la sua guida, la sfortunata ragazza madre Liu Hua, trovano un punto d’incontro due universi culturali e sociali, benché agli antipodi, assai simili nelle ferite non rimarginabili: l’uomo, l’ultimo ed inutile esemplare di una specie lavorativa in via d’estinzione caratterizzata da dedizione al mestiere ed onestà, rappresenta la coscienza della crisi di un centro, la Vecchia Europa, ormai periferia ininfluente nei destini del pianeta, la donna è ciò che una periferia in fermento sul punto di diventare centro lascia di drammaticamente irrisolto dietro di sé. Così il sentimento doloroso di una sconfitta misto a curiosità ed apertura mentale fa da filtro al reportage intimo e soggettivo: l’esplorazione epidermica muove dagli occhi, dalle orecchie, dal cuore e persino dal gusto, non studia e non analizza, bensì esaspera il dettaglio; per questo la Cina de La stella che non c’è conferma sì quella futuristica fatta di cantieri e grattacieli delle statistiche sulla crescita economica, ma ne illumina il nervo scoperto in particolare nel paradosso inquietante di un’infanzia sfruttata e abbandonata a se stessa, segregata in officine attive giorno e notte. Un continente popolato da orfani è malato ed è raccapricciante pensare che esso rappresenti il domani dell’umanità, eppure proprio lì l’italiano di mezz’età, moralista superato dai tempi, con il suo brutto carattere intransigente, recupera alla fine se stesso assumendosi volontariamente il ruolo di padre e riparando ciò che era stato spezzato. Ogni uomo è un’isola, servono però le barche per mettersi in salvo dai tifoni.
Blasfemia considerare l’ultimo film del venerando maestro portoghese De Oliveira un sequel del capolavoro di Bunuel Bella di giorno del 1967: le due opere sono l’una eco dell’altra, dialogo a distanza sull’inconoscibilità della personalità umana, una scatolina nera, minuscolo continente inesplorato. Severine e Henri Husson si rincontrano da vecchi senza volerlo, come se fosse l’ultima possibilità data dalla sorte ad entrambi ma l’esistenza umana è una serie fortuita di occasioni mancate di afferrarne il significato. La bellezza è un evento casuale, misteriosamente perverso ed inafferrabile, ossessione e fantasma evocato per anni: il sipario si riapre all’improvviso, una parentesi notturna a un tavolo di ristorante, un angolo di luce rarefatta sottratto furtivamente alla grigia metropoli diurna, poi tutto finisce, gioco del destino o immaginazione, da una porta si affaccia un gallo, nulla mai cambia. Si può sorridere o piangere, la sola forma di libero arbitrio.
L’odissea da clandestino di un giovane senegalese in Italia raccontata nel suo ultimo travagliato film da De Seta, venerando Maestro del cinema italiano inattivo dal ’93, è epica didascalica, ovvero quasi un recupero dell’antichissima arte sapienziale, che considerava la poesia lo strumento più efficace per diffondere ideali di vita ed insegnamenti: nell’epos di Esiodo e Virgilio gli umili, contadini e pastori idealizzati, emarginati dalla società civile e vittime dell’ingiustizia, avevano nella dignità della sopportazione e nel duro lavoro un riscatto esistenziale e facevano delle loro terre lo spazio privilegiato del canto liberatorio, divenendo simbolo di salute interiore. In Lettere dal Sahara infatti lo stile documentaristico, la recitazione spontanea da commedia dell’arte degli interpreti non è mera registrazione di un possibile accadere: se così fosse, la pellicola sarebbe un raccontino edificante su temi triti legati all’immigrazione, con l’immancabile presenza di agnelli e squali. Il lungometraggio parla in realtà della necessità per tutti di ritrovare le proprie radici dimenticate: il benessere è acquiescenza spirituale nel cinismo delle algide metropoli del mondo civilizzato, solo la lotta per la sopravvivenza consente la riscoperta della propria anima e il ritorno in patria, un Sud metaforico, caloroso e solidale. Nel pantano degli inferni del vecchio continente, Assam conserva integra la propria pietas ed è la preservazione di quest’Arcadia morale in individui perseguitati dalla Storia che la macchina da presa tallona, convinta della forza esemplare delle astrazioni illusorie.
In Superman returns di Singer, ennesimo aggiornamento cinematografico di una delle tante saghe di maschere fumettistiche, il kryptoniano in tuta aderente non ha caratteristiche dissimili dai fratelli Batman o Spiderman e altri, ormai intristiti dai nostri tempi bui e alle prese con crisi d’identità: la gravosa missione di difendere l’umanità dal male è condanna a una solitudine sentita come dovere imposto da un Fato misteriosamente teso al bene della terra e dei suoi abitanti in costante rischio di estinzione. Il mito dell’eroe salvatore è antichissimo e si è prestato nel corso dei secoli a molteplici chiavi di lettura, da quella politica a quella antropologica o sessuale o religiosa: la passione del malinconico campione di Singer vissuta con compostezza sorprendentemente monocorde da Brandon Routh rimanda scopertamente a quella di Cristo, ed è omaggio a un culto inossidabile. Tuttavia nella pellicola l’ansia per le sorti del mondo si stempera nel sofferto intimismo: domina la scena non l’eccezionalità dell’ apolide in costume, bensì la penosa rassegnazione di un nucleo familiare disgregato costituito da una vecchia madre adottiva, una donna amata quasi sposata ad un altro, e un figlio non riconosciuto. Il dolore scaturisce da una separazione irrevocabile: la condizione di esule non è esclusiva del superuomo, ma è condivisa dai suoi cari e per questo ancor più lacerante.” Vedo la tua vita attraverso i miei occhi e tu vedi la mia attraverso i tuoi” detto dal padre al figlio è romantica espressione di una vicinanza solamente ideale: il ruolo messianico e la morte dividono ciò che l’amore tiene unito. Allora ha molta più importanza domandarsi il senso dell’avventura che non raccontarla: i titoli di due articoli scritti da Lois Lane, Perché il mondo non ha bisogno di superman e Perché il mondo ha bisogno di superman fungono da incipit e da explicit alla vicenda, eppure l’apoteosi dell’eroe è sommessa, forse più sognata e illusoria che realmente avvenuta. Egli appartiene a un continente sommerso, simile a lui, grandioso e triste, che affiorando mette in pericolo il paese imperfetto degli esseri comuni; perché la vita continui, egli deve di nuovo immergerlo nel fondo dell’oceano. L’esistenza dell’alieno incarnatosi nell’atleta invincibile è inconciliabile con quella dell’uomo: per questo la sua essenza coincide con la lontananza o con la scomparsa. L’umanità ha bisogno disperato di dei, ma questi le sono incompatibili. Spiderman returns non difetta così dei topoi del genere d’appartenenza, ma i bellissimi voli notturni e le acrobazie spettacolari paiono resti di un universo arcaico, sperdutosi negli spazi siderali, da cui giunga la domanda senza tempo “Perché ci hai abbandonato?”.
Se dovessimo sintetizzare con un attributo il giudizio positivo su Than You for Smoking, il primo provocatorio lungometraggio di Jason Reitman, figlio d’arte, tratto da un libro di Bucley, sarebbe il caso di usarne uno che se adottato per un film di solito induce alla diffidenza: educativo. Illuminante infatti, qualora se ne abbia voglia, andarsi a rileggere, prima o dopo la visione, almeno qualche paragrafo significativo dell’opuscoletto del padre della retorica Gorgia,vissuto nel V secolo avanti Cristo, intitolato Encomio di Elena, ove è esplicitato con folgorante chiarezza ciò che la pellicola mostra impresso nei volti delle potenziali vittime dei “mercanti di morte”: quanti persuadono e persuasero infinite persone su infiniti argomenti, inventando un menzognero discorso! Se su ogni cosa ognuno avesse il ricordo del passato, la conoscenza del presente, la previsione del futuro, il discorso, pur essendo uguale, non ingannerebbe così. Ma se la mente umana può essere con tanta facilità manipolata ed indottrinata, un rimedio si troverebbe nell’educazione: quando un bravo insegnante di scienze con pacatezza e obiettività ti fa vedere con illustrazioni eloquenti i danni irreversibili della sigaretta al tuo organismo, difficile che tu abbia voglia di accenderti una Malboro, quando invece ti bombardano da ogni parte con l’assioma “il fumo è veleno” facile che tu, soprattutto nei momenti in cui ti senti uno spirito libero, abbia voglia di provarci. Non è questione da poco né circoscrivibile al fumo: le teste pensanti dell’economia e della politica si adoperano molto per produrre slogan, poco o nulla per formare cittadini consapevoli, in grado di compiere scelte responsabili per sé e per gli altri. Ed è precisamente questo il vulnus scandaloso su cui la barzelletta spinta di Reitman fa amaro sarcasmo.
Branagh, sicuro della propria confidenza con Skakespeare, ne sperimenta l’universalità, collocando i suoi sacri testi in ambienti ed epoche diverse. In As you like it vistoso scostamento rispetto alla commedia è l’ambientazione nel Giappone di fine XIX secolo, ove i mercanti europei avevano trasferito la loro cultura, assorbendo quella del paese ospite: l’operazione ha una sua fondatezza storica, tenuto conto di quanto la moda delle cosiddette “cineserie” abbia influenzato il gusto del Vecchio Continente. In effetti la trasformazione dell’Arcadia boschereccia, ove Rosalinda in fuga vive le sue avventure, in un Oriente kitsch si giustifica con il fatto che in entrambi i casi si tratta di realtà artefatte, improntate alla tradizione letteraria, stato di natura idealizzato contrappost e al mondo corrotto della civiltà cortigiana. Kimono, lottatori di Sumo e kung-fu hanno un certo impatto visivo, ma la contaminazione fra oriente e occidente, fra letteratura alta e folklore, si risolve in impersonale giustapposizione di motivi su pittoresco sfondo wuxupian, fra le cui decorazioni persino un esotico Skakespeare sbadiglia.
E’ davvero british che mentre Londra si trova nel bel mezzo di una potenziale polveriera, il cinema britannico ritrovi la vena umoristica della letteratura nazionale. Sono ben due infatti le pellicole made in England in uscita nelle nostre sale per questo inizio di stagione che riproducono sullo schermo briose commedie classiche del teatro inglese: Le seduttrici, del poco noto al pubblico italiano Barker, tratta da Il ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde, e As you like it, del celebre attore/regista shakesperiano Keneth Branagh, fedele traduzione in pellicola dell’omonima opera del Bardo. Interpretazioni o fotocopie in celluloide, materiale didattico utile magari agli studenti alle prese con gli esami? Per il lungometraggio di Barker non si tratta né dell’uno né dell’altro caso: il testo di Wilde è riprodotto quasi alla lettera, lo sceneggiatore taglia con acume, ma la regia senza scosse rende inavvertibili mordente e cattiverie, proprio là dove gli aforismi e i paradossi di Wilde erano graffi. Il fatto è che lo spostamento dai salotti della Londra vittoriana a una Amalfi rileccata anni ’30 fa della perfidia inimitabile del dandy uno spot da albergo esclusivo con vista mare per Vip fuori moda in vacanza. Buffo poi vedere la sensuale e conturbante Scarlett Johansson fare l’ingenua idealista: viene almeno il dubbio che qualcosa ci sia sfuggito.