Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
Nelle città gli autobus hanno i finestrini grandi, per umiliare, facendone vedere dall’esterno i volti, gli emarginati costretti ad utilizzare il mezzo pubblico. La frase di un giovane teppista al compare coglie il vero nell’esprimere lo stato d’animo di chi percepisce sulla propria pelle la coabitazione forzata nei centri urbani innaturalmente dilatati. Lo spazio urbano ha i suoi effetti psico-somatici collaterali e tale patologia è il propulsore, attorno a cui, convergendo da punti distanziati, si aggrovigliano i microdrammi sintetizzati in Crash, il lungometraggio del maturo esordiente Haggis: superstrade, traffico caotico ed opprimente, sanità e servizi sociali inefficienti, razzismo e sperequazioni sociali, hanno come risultato diffuso la creazione di una tipologia di individuo, di razza e classe indifferenziate, con caratteristiche comportamentali e caratteriali comuni determinate da paura, diffidenza, senso di panico, odio e ignoranza dell’altro ed incapacità di pervenire nel rapporto con il prossimo alla conoscenza di sé stesso. Il virus ha particolare virulenza nel momento del contagio, ovvero quando gli ammalati collidono gli uni con gli altri e attraverso il contatto diffondono aggravandolo il male: l’animale metropolitano si fa largo schiacciato dalla folla, ne assorbe la forza rabbiosa, distruttiva, l’uomo in lui abita una fortezza in stato d’ assedio e lotta per sopravvivere nonostante tutto. Il lungometraggio si limita a rendere visibile il fenomeno scegliendone casi esemplari nella loro diversità: se però ricchi e poveri, bianchi e neri, guardie e ladri, cinici ed idealisti coltivano lo stesso morbo corrodente, significa che, al di là delle cause apparenti, le radici della malattia vanno cercate ancora più lontano: “ Tutti veniamo al mondo spaventati” scriveva Woolrich, l’anima nera della grande narrativa statunitense del ’900, e ambientava i suoi capolavori nelle metropoli anonime e angoscianti, percorrendo i gironi infernali delle quali affannosamente l’innocente cercava scampo da fantomatiche accuse, forse frutto d’allucinazione, e solo un attimo prima di salire sul patibolo incontrava l’angelo salvatore. Il cinema americano deve molto allo scrittore di noir e la pellicola di Haggis pare quasi essere una riscrittura in chiave contemporanea dei suoi romanzi: l’ossessione non è più individuale ma collettiva e gli incubi prendono solida corporalità dalle tensioni sociali esplosive. Dunque l’America oscura e sotterranea di Woolrich si materializza in una Los Angeles del terzo millennio, osservata dall’alto, con lo sguardo invasivamente poliprospettico di Altman, di Spike Lee, e di Anderson in Magnolia. Resta da capire perché, visto che le cose effettivamente sono come il film le mostra, non si sia ancora verificata la catastrofe: beh ci sono i miracoli, i varchi, il mantello trasparente, donato dai padri ai figli, che se si ricorda di averlo sulle spalle protegge dalla pallottole.
Secondo Morris, antropologo ed etologo, autore di La scimmia nuda, l’uomo di genio sarebbe spinto alla creazione dall’aver conservato in sé dalle ere preistoriche la dote del maschio dominante cacciatore e guerriero: l’amore per il rischio. L’ipotesi parrebbe spiegare bene perché ne I battiti del mio cuore il giovane protagonista senta il bisogno di diventare pianista e prendere “lezioni d’ascolto” da una ragazza cinese appena sbarcata a Parigi: esistenze come quella di Thomas( un sensualmente sanguigno Antoine Duris) sono un residuo insopprimibile nelle realtà urbane delle epoche primordiali caratterizzate dalla sopraffazione del forte sul debole. Egli gira di notte per fabbricati dismessi e locali e la sua attività consiste essenzialmente nello sgombrare a suon di spranghe, in compagnia di bravacci pari suoi, dall’umanità derelitta che li occupa clandestinamente gli immobili al centro degli interessi di affaristi e speculatori. Egli è “padrone” dell’ambiente di cui è parte se con questo termine intendiamo la forza della consapevolezza: la coscienza però non sconfina nell’elaborazione di un codice etico e nel conseguente rifiuto delle legge della giungla, bensì in una rabbiosa insofferenza derivata dall’avvertire in sé una dimensione inesprimibile altrimenti che con la musica. L’impossibile evoluzione da sgherro ad artista ha risvolti tragici, perché, il finale inquietante lo fa intuire, se c’è un’energia in esubero nel compromesso essa resterà angosciosamente inespressa. Il lurido e il sublime dunque si sfiorano, ma in che modo l’uno entra nell’orbita dell’altro? Teorie suggestive a parte, il talento resta un bel mistero: sentirsi scrittori o musicisti, significa esserlo per davvero? Basta nascere Mozart per diventarlo? Se a un boss di Cosa Nostra nascesse un Proust, questi scriverebbe poi la “Recherche”? Nel remake di Fingers, un noir di Toback del ’78, Audiard e Benacquista, sceneggiatori di Tutti i battiti del mio cuore, fanno della travagliata presenza demonica di suoni e note in Thomas il leit-motiv della pellicola: il ritratto della greve barbarie dei nostri tempi scaturisce plasticamente dal contrasto con l’emersione fisicamente percepibile di un universo immateriale appartato e lontano. Incompatibili sono gli idiomi usati nei due pianeti: la metropoli del sesso e del denaro facili, della cocaina a fiumi, del malaffare e dei night si esprime in frasi convenzionali o a gesti brutali o tace in un’afasia che occlude la memoria di una madre perduta e i sentimenti autentici quali l’amore per una donna da altri tradita e per un padre invecchiato, il pianoforte invece parla una lingua ostica e criptica come il cinese della maestra ma universale e oscuramente solidale con le increspature dell’anima. I legami familiari e sociali stimolano la creatività o la strozzano in culla, ma forse è così che qualcuno diventa Mozart: accarezzando i tasti con dite di sangue.
Il fenomeno di dirigenti di mezza età disoccupati illustrato da Costa Gavras in Cacciatore di teste non è sconosciuto: il cinema presidia le zone d’ombra di un modello economico predominante, a cominciare da un film del
United 93 il film dedicato dal regista inglese Greengrass a tutti coloro che sono morti l’11 settembre è una commemorazione: nella ricostruzione ipotetica di quanto accaduto ai passeggeri del volo di linea United 93 dirottato da una missione terrorista suicida per colpire
Shutter, l’opera di esordio di due giovani talenti del cinema tailandese, Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom, ha avuto grande successo di pubblico in patria e arriva nelle desolate sale italiane d’estate a far da riempitivo assieme a un drappello di film dello stesso genere. L’affinità però è solamente apparente e riguarda l’intreccio non particolarmente originale e neppure del tutto convincente nelle delucidazioni conclusive: la solita anima di adolescente ingiustamente oltraggiata non trova pace nell’al di là e si vendica di coloro che l’hanno offesa da viva, utilizzando i mezzi messi a disposizione di tutti dalla tecnologia contemporanea, telefonini, computer, foto camere e schermi. Pellicole come The ring o The eye, probabile fonte di ispirazione per la coppia d’autori, danno voce alle contraddizioni irrisolvibili delle società avanzate particolarmente eclatanti nei Paesi del sud est asiatico interessati più di recente da uno sviluppo innaturale e disordinato: da un lato i vertiginosi progressi della rivoluzione tecnologica subordinati in modo esclusivo alle vecchia legge del profitto e dall’altro credenze, superstizioni e paure riflesso di un’anima arcaica disorientata dallo smarrimento degli antichi legami e dalla perdita del cosiddetto conglomerato ereditario, ovvero l’insieme di valori ed ideali consolidati da una tradizione secolare, collante etico ormai inadeguato ovunque. In Shutter il male è costituito da rapporti interpersonali ridotti a una cinica e feroce solidarietà di branco, il bene, evocato dalla coscienza e dalla memoria che fa riaffiorare le immagini impresse dei delitti compiuti, ombre evanescenti fra i volti sorridenti e i gesti innocui di una subdola quotidianità, si incarna in un implacabile angelo giustiziere: l’esito fatale dello scontro è la definitiva capitolazione di intelligenza e sensibilità nell’uomo incapace di sopravvivere ai sensi di colpa. Il lungometraggio attualizza così tematiche universali quali la fragilità della giovinezza, l’evanescenza della bellezza e l’amore oltre la morte e la vicenda assume quasi i contorni di un dramma classico svolto tutto all’interno della psiche del fotografo protagonista, metaforizzata con studiata abilità di regia dall’obiettivo della sua Polaroid, dalle sfumature di luce e di colore, dal formarsi incerto di figure sull’acido, dal nervoso alternarsi di oscurità e chiarore, dallo shutter ovvero dall’otturatore che blocca il dispositivo fotografico. L’uso sofisticato e professionale dell’apparecchio alimenta la visione estraniante di un caotico ed indecifrabile universo, ove la realtà ha la consistenza di un fumo nebbioso, un passato di orrori ricostruito da una dilacerante indagine potrebbe essere un brutto sogno o la fantasia di un folle, le percezioni sconfinano nelle allucinazioni, fantasmi e incubi costringono in spazi angusti e clastrofobici gesti e sentimenti. Dalla strettoia non ci si salva che saltando nel vuoto e l’unica certezza è la cosa più spaventevole: il nascere senza nessuna possibilità di perdono.