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lunedì, 26 giugno 2006

"VERSO IL SUD": L'IMPICCATO E IL BOIA

Verso_il_sud

Cantet nella sua ultima fatica non abbandona la strada intrapresa nei precedenti film A tempo pieno e Risorse umane: l’emersione delle varie forme di alienazione genera sempre il dramma individuale e sociale. In una sorta di saggio-inchiesta ad ampio raggio l’autore considerandone il valore esemplare mette sotto osservazione e privilegia comportamenti e stati d’animo diffusi : centro di interesse non è il giudizio moralistico e neppure l’algido documento bensì la lacerazione traumatica fra l’uomo animale sociale e la sua interiorità, coacervo  di insopprimibili bisogni affettivi ed etici. Verso il sud, ispirato a tre racconti di un giornalista haitiano Lafferrière, racconta di tre donne mature e benestanti del Primo mondo che fanno shopping di bei corpi di adolescenti neri su una spiaggia incantevole di Port au Prince durante la dittatura di Duvalier negli anni ’70 e dunque parla  di sessualità e prostituzione in un contesto di sudditanza economica e politica. Niente di sorprendente del resto neppure nel fatto che a rivestire il ruolo di oggetto del desiderio sia il corpo maschile. Colpisce piuttosto lo sguardo rispettoso ed acuto sulla bulimia sessuale/sentimentale e sui suoi molteplici sintomi: l’erotismo ossessivo è conseguenza della solitudine  dei rapporti nei luoghi di lavoro e di divertimento delle città evolute, la ricerca dell’appagamento dei sensi con l’estraneo non integrato compensa il vuoto che il convivere con il simile lascia. Il monologo confessione delle protagoniste attesta infatti fin troppo schematicamente  come esse siano il risultato diseguale caratterialmente di un medesimo sistema di vita: ricchezza e carriera danno l’emancipazione, ma libertà ed autonomia diventano un peso ingombrante se private di occasioni autentiche. Il mito del buon selvaggio e del paradiso tropicale rimanda così al volto illusorio dello stesso universo opprimente: il giardino di delizie e i suoi angeli bambini rappresentano l’oblio e l’evasione, l’unica possibile, dall’infelicità per chi si può permettere la lunga vacanza nell’oasi. Ma l’eden svela la sua natura feroce di inferno quando qualcuno spinto dalla disperazione tenta, violando le regole, di interrompere il festino in maschera: la fragile Brenda non dimentica il quindicenne e solare Legba con cui ha avuto il  primo orgasmo a quarantacinque anni sulla spiaggia e torna sull’isola per rivivere un romantico sogno. Ed è la premessa di una vicenda dall’epilogo inevitabilmente tragico: l’assassinio della giovane vittima, più simbolico che reale, è già avvenuto molto prima in riva al mare ad opera di una donna nevrotica e disorientata indotta dall’angoscia a vedere un’ancora di salvezza nella violenza ricattatoria perpretata nei confronti di un minorenne affamato. E da lì fino ad oggi un’interminabile catena di vendette, guerre e stragi terroristiche, di amore e odio fra poveri e ricchi del mondo, ove ciclicamente si ripresenta la  storia  dell’impiccato diventato boia. 

postato da: spilluzzicando alle ore 08:20 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e società
lunedì, 19 giugno 2006

"UN PO' PER CASO UN PO' PER DESIDERIO": UN PESCE NELL'ACQUA

Un_po_per_caso_un_po_per_desiderio_1

Difficile immaginare la pur disinvolta eroina di “Un po’ per caso un po’ per desiderio” alle prese con le leggi sul lavoro che hanno spinto i suoi coetanei a mettere a ferro e fuoco la Sorbona o in un giro d’esplorazione fra i casseur della banlieau parigina:  la Parigi delineata con tanta empatia dalla regista-sceneggiatrice Danièle Thomson( “Pranzo di Natale”e poco altro) è come la descriveva già Flaubert nelle fantasticherie di Emma Bovary e la si sognava qualche decennio fa, la città aristocratica dei bistrot raffinati, dei grandi boulevards,  del Ritz, dell’Olimpia, delle sartorie di lusso e di Cartier, il luogo d’elezione ove non si poteva fare a meno di esclamare “Parigi è sempre Parigi”.  Il mito forse non è sopravvissuto alla crisi politica, sociale e culturale di tutti gli stati europei, ma sullo schermo  continua a fare bella mostra di sé una Ville Lumière  irreale e ancora orgogliosamente fiera di un’ identità impermeabile: eloquente il confronto, per limitarci a opere recenti, con la New York, caoticamente vitale di “Inside Man” , con la Londra di “Match point” dove il male sotterraneo corrode le belle apparenze o con la Roma anonima e fredda megalopoli di “Anche libero va bene”. Viene il sospetto che il cinema francese, così apprezzato per l’ indiscutibile eleganza formale, voglia tenere gli occhi ben serrati di fronte all’avanzare del nuovo con molto più pervicacia persino del tanto bistratto cinema italiano. Comunque, se si riesce a prescindere dal palese anacronismo, se si preferiscono  cartoline a fotografie o a quadri, la commedia, scritta e diretta sapientemente, è godibile come una canzonetta leggera e, verosimilmente in buona fede, nasconde con grazia fra alcuni aforismi pregnanti la superficialità nell’edulcorare situazioni inconciliabili e drammi individuali. Jessica  nasce orfana e povera e, seguendo le impronte della nonna, un po’ per caso un po’ per desiderio si fa assumere in un bar della nota Avenue Montaigne, frequentato da Vip dello spettacolo e da intellettuali di successo e, grazie alla sua  spontaneità di bel ami senza malizia, conquista il .bel mondo. Basta sedersi a un tavolino, ordinare una bevanda dal nome esotico, e, in nome dell’arte e con la Tour Eiffel sullo sfondo,  svaniscono le differenze di condizione e di sorte,  fioriscono le confidenze fra portiere e cameriere incolte e dive e scrittori: gli umili sono  saggi ed allegri, ascoltano Becaud in cuffia, apprezzano Brancusi, Beethoven, ridono alle farse di Feydeau,  hanno la possibilità di farsi rispettare, di  emergere o, se non altro, di dormire finalmente  una notte al Ritz. Sono quindi soprattutto i baciati dalla fortuna ad avere ragione di lamentare i loro mali esistenziali e le frustrazioni professionali: il collezionista miliardario, arrivato al punto in cui “il tempo che passa diventa il tempo che resta” , ammalato di cancro, vende all’asta i suoi oggetti rari, l’attrice di soap opera, pagata 300.000 euro a puntata, si realizza nel ruolo di Simone de Beauvaire nel film impegnato di un venerato Maestro, il pianista, convinto che le religioni costituiscono una muro fra Dio e l’uomo e allo stesso modo i concerti siano una barriera fra la musica e chi l’ascolta,  esegue una suonata di Beethoven in maglietta. Ci sono poi rapporti di coppia difficili, storie che nascono sulle ceneri di altre o rinascono, ma nell’amabile ricamo corale della Thompson malvagità personali, cinismo mercantile elevato a sistema nel far commercio di beni spirituali, dolori e disaccordi insanabili stonerebbero con gli arredi preziosi. Del resto beato chi pensa che i pesci sbalzati fuori dal mare in tempesta  continuano a sentirsi nell’acqua.

postato da: spilluzzicando alle ore 15:53 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e favola
lunedì, 12 giugno 2006

"RADIO AMERICA": CI CHIAMEREMO ASFODELO

Radio_america

Le ombre dei defunti secondo i Greci vagavano sui prati di asfodeli, fiori raccolti in grappolo su un lungo fusto associati al culto delle divinità dell’oltretomba probabilmente per l’aspetto  spettrale quando erano mossi dal vento nella semioscurità; il nome asfodelo però è musica per le orecchie e Altman, nel suo ultimo capolavoro “Radio America”, lo dà agli angeli bianchi che hanno la funzione di accompagnare i vivi nell’aldilà. Per una porta che si chiude se ne apre un’altra, dice filosoficamente una delle protagoniste, ma non è così semplice: una civiltà in via di estinzione e la vita di ognuno cosa lasciano dietro di sé? Il cineasta arrivato all’età di 81 anni avverte l’urgenza di cercare una risposta, e lo fa da artista, come sempre, lasciando intuire che la forza dell’immaginazione e la libera inventiva sono l’unica forma di saggezza destinata a sopravvivere agli uomini e ai loro effimeri imperi: nessuno sfugge al destino, né gli individui né i popoli, ma si può morire o in un malinconico silenzio o restando vivi fino all’ultimo, cantando a squarciagola nell’attesa del “tra poco”, ridendo fino alle lacrime per battute sguaiate o  barzellette insulse. Dopo l’11 settembre più o meno inconsciamente chiediamo a scrittori e cineasti di parlarci della fine: molti, e sono i più, scelgono di farsi fiacchi cantori dell’abisso, invece, Altman, analogamente a un altro grande Maestro del cinema contemporaneo il cinquantenne Almodovar, tira fuori dal cappello a cilindro del geniale prestigiatore l’energia vitale esercitata dall’invisibile sul visibile. A distanza di trent’anni il regista riscrive la sua opera più significativa Nashiville recuperandone la plurivocità per rappresentare le mille anime di una sola Nazione ma nello stesso tempo guardando al suo intuibile crepuscolo ne evoca, con un sorriso orgoglioso e malinconico, la  fragilità in una prospettiva eterna e metafisica: là c’erano le contraddizioni esplosive di una Paese e il tempo nella sua linearità, qui la morte  è la zona di convergenza fra passato, presente e futuro,  fra terreno e spirituale, fra cultura alta e folclore,  fra lo sberleffo e la maschera tragica, fra un qua sfuggente e un là inconoscibile. Un vecchio chiude gli occhi per sempre mentre attende al buio l’amante, un’adolescente scrive poesie sul modo migliore per congedarsi dal mondo, una incantevole bionda ha un incidente ridendo mentre ascolta alla radio una sciocca storiella di pinguini in smoking e viene trasformata nell’angelo Asfodelo, eterea apparizione in soprabito chiaro per chi è destinato prima o poi ad uscire di scena, A prairie company una trasmissione radiofonica  diffusa in diretta alla presenza del pubblico in un teatro del Minnesota realizza per l’ultima volta il più effervescente degli spettacoli: la nenia funebre  diventa cosi uno squillante e gioioso inno alla vita e alla sua multiforme sacralità. Altman simula la conclusione di un programma di successo per fare di un glorioso commiato il corteo trionfale dell’esistenza, in cui il canto di un passerotto, Fitzgerald, i quadri di Hopper, il detective  duro e la femme fatale, le divagazioni improvvisate su un nastro isolante, le barzellette insipide, la versione sboccata della genesi di una coppia di patetici cowboy canterini, le canzoni popolari, la musica country, le freddure, ovvero  il carnevalesco e il sublime lasciano lo stesso rimpianto. Ed altri saranno chiamati a fare i conti con l’imprevedibile domani, noi  porteremo il nome di Asfodelo.   

postato da: spilluzzicando alle ore 09:56 | link | commenti (1)
categorie: cinema, film, cinema e storia
lunedì, 05 giugno 2006

"LE MELE DI ADAMO": LA RICETTA SEGRETA

Le_mele_di_adamo

In un opuscoletto greco, intitolato “Sulle arie, le acque, e i luoghi,” attribuito convenzionalmente ad Ippocrate, il padre della scienza medica, si spiega che le caratteristiche fisiche e morali dei popoli sono determinate dalle condizioni climatiche e fisiche del loro ambiente naturale. Il determinismo ambientale, elaborato dalla medicina e dalla storiografia antiche, è teoria resistente, se persino nelle vicende cupe della cinematografia danese più recente( ma non solo, basta pensare ai drammi del Maestro Bergman) pare farsi vivo: famiglie corrose da tare di vario genere ( “Festen”, “L’eredità” e la versione animata, comparsa da poco nelle nostre sale,” Terkel”), sommerse in atmosfere plumbee, uno stile di regia severo, rigorosamente alieno da concessioni allo spettacolare, persino un manifesto, significativamente denominato “Dogma ‘95”, nel quale si teorizza un cinema specchio neutro della vita, riproduzione austera degli aspetti più ripugnanti di essa. Gli autori danesi, a cominciare dal più noto, Lars Von Trier, pur disobbedendo ai diktat contenuti in quel programma ormai considerato obsoleto, continuano a esserne in vario modo figli: neppure le favole di Andersen del resto sono molto solari e allora è naturale pensare agli influssi del cielo grigio del Nord Europa. “Le mele di Adamo”, il film di Jensen, terza opera di una trilogia dedicata ai rifiuti della società, candidato ufficiale della Danimarca all’Oscar 2006, non tradisce il genio nazionale: personaggi grotteschi, ruderi nel corpo e obesi, corvi sui rami, frutti bacati e alberi bruciati dal fulmine, medici disgustosi, letti di ospedale e sangue, bambini spastici, cancro al cervello e follia, fanatismo e pugni, suicidi e fanciulli violentati dai padri. Praticamente un campionario di fatali nefandezze sullo sfondo di una canonica di campagna dove un pastore protestante accoglie e tenta di recuperare un gruppo di derelitti apparentemente senza speranza, convinto delle bontà assoluta di un mondo retto da un Dio giustiziere che invia il male agli uomini per metterli alla prova. Lo scontro con uno dei suoi ospiti, un naziskin certo dell’assenza di un qualsiasi fine benevolo nella sofferenza provocata e subita, innesca la crisi. La pellicola si ispira alle tribolazione del personaggio biblico di Giobbe sarcasticamente attualizzate nel lungo elenco di disgrazie del religioso e raffigurate simbolicamente nell’albero di mele del cortile devastato dagli uccelli e dai lampi: “Le mele di Adamo”  è una parabola etica il cui senso ultimo sta nella messa in ridicolo di ogni testo sacro e di ogni fanatismo di fronte all’imprevedibile e all’imponderabile che caratterizzano l’esistenza umana. L’anticonformismo agnostico del lungometraggio in fondo rispetta le convinzioni di tutti: gli accedenti provano le ragioni degli atei, i miracoli  quelle dei credenti e l’uomo, ugualmente disarmato, si difende facendosi scudo di dottrine e ideologie  falsamente risolutive. E ‘ parte della fragilità umana l’illusione che tutto sia riconducibile alla logica o alla fede. Al capezzale del vecchio responsabile del campo di concentramento, agonizzante e  tormentato dai rimorsi, il neo cultore di Hitler non trova nulla da dire ma intuisce che l’unica verità accessibile è la forza indispensabile ad ognuno per affrontare la morte e il dolore. Non c’è ricetta che sveli come a volte il sapore di una torta di mele sia indimenticabile.   

postato da: spilluzzicando alle ore 09:20 | link | commenti (3)
categorie: cinema, film, cinema ed etica