Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
La verità giace da qualche parte e mimetizzandosi nei volti e nei gesti consueti mente: questo è il senso del titolo, “Where the truth lies”, tradotto in italiano con un banale”False verità”, dell’ultimo film del regista armeno-canadese Atom Egoyan, giacché lie in inglese significa sia giacere sia mentire. Forse l’uomo potrebbe vivere beatamente ignaro, se, come nelle tragedie greche, non ci fosse il destino a mandare in frantumi la fragilità delle apparenze e a scompigliare la loro linearità e decifrabilità: ne “Il dolce domani”, ispirato a un romanzo di Russel Banks è il terribile incidente mortale di un autobus carico di bambini, ne “Il viaggio di Felicia”, tratto da un racconto lungo di William Trevor, è l’incontro di una giovane con un maniaco omicida, qui è il cadavere di una cameriera trovato nella suite di due famosi entertainer statunitensi, che dopo il misterioso evento interrompono i loro rapporti di lavoro e di vita. Quale forza oscura anima gli eventi? Male e perversione sono connaturati all’animo umano o provengono da un enigmatico altrove che ne corrode la naturale innocenza? Dopo l’infelice incursione in territori estranei di “Ararat”, Egoyan, torna a cercare nelle fonti letterarie la materia con cui alimentare la sua visione del mondo: il cielo di carta nel teatrino di marionette si squarcia all’improvviso e lì vale la pena di far luce, giacché attraverso strappi e lacerazioni è possibile vedere l’esistenza per quello che è o potrebbe essere al di fuori di convenzioni e mascheramenti. In “False verità” il punto di partenza è la vicenda raccontata da un libro omonimo di Rupert Holmes, ma sicuramente non è il gossip su due celebri attori degli anni ‘50( si pensa a Jerry Lewis e Dean Martin) ad interessare il regista, quanto l’esemplarità della storia in termini di riflessione etica. L’operazione di potatura del superfluo nella trasposizione dalla pagina allo schermo avrebbe dovuto essere ancora più coraggiosa, ma qualche ridondanza espressiva non oscura l’attorcigliarsi del nodo scorsoio attorno al collo dei tre protagonisti: se i fasti del mondo reale, un universo di luci, di buoni sentimenti, di maratone televisive benefiche, di candide fanciulle con l’abitino di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, di celebrità e idealizzazioni individuali e collettive, sono uno specchio deformante e sfocato, in cui si scambiano solo monete false, dove giace/ mente la verità? Il giallo classico, il delitto della camera chiusa, ha la soluzione ironicamente topica, ma la trama autentica ha il suo allarmante epilogo in un’altra dimensione, quella invisibile e sommersa: un tormento inconfessato uccide giorno per giorno la coppia di buffi clown del tubo catodico, la bambina poliomielitica da loro salvata cresce e infrange i suoi idoli assieme all’immagine di se stessa, l’esistenza è una difficile e interminabile lotta per fingersi un bravo ragazzo senza nessuna possibilità di esserlo, e persino in paradiso i beati udranno le urla dei dannati dall’inferno. Dunque più che un thriller o una fedele ricostruzione d’epoca un racconto di formazione, nel quale una voce fuori campo riferisce la sua discensio ad inferos e ne riemerge con la scoperta che disseppellire i segreti porta sofferenza e dolore. La sola pace è quella dell’albero con i rami protesi verso il cielo, coltivato da una madre in ricordo della figlia perduta….il dolce domani della nostra innocenza.
Se si prescinde dai documenti di riconoscimento individuali indispensabili per gli adempimenti burocratici, il concetto di identità, come tutti quelli comprensivi di aspetti diversi e contrastanti di una stessa realtà, elude qualsiasi definizione troppo schematica: il modo di reagire ad eventi o a fenomeni storicamente determinanti è tratto fondamentale dell’appartenenza a una comunità nazionale nel suo continuo formarsi e rimodellarsi, sotto il profilo psicologico di massa e politico, di fronte alle evoluzioni o regressioni imposte dai tempi e la capacità di prenderne coscienza misura la reattività e la forza propositiva di una civiltà e di un Paese. Il senso più profondo dell’ultima fatica di Spike Lee, “Inside man” è di fatto imprescindibile dalla sua dichiarata americanità: gli esiti più interessanti del cinema statunitense recente, “Crash”, “Le tre sepolture”, “Transamerica”, “I segreti di Brockeback Mountain” e altri, testimoniano la volontà di restituire vitalità a modelli e stereotipi, rielaborandoli in una cultura rispettosa della tradizione ma aperta alla necessità di andare oltre traumi e sensi di colpa in direzione del futuro. A differenza del cinema italiano, che quasi sempre sceglie la famiglia come osservatorio privilegiato sul mondo, quello a stelle e strisce rivive il proprio passato nella prospettiva di un oggi già domani, ponendosi al centro di scenari ed orizzonti assai più vasti e complicati delle quattro mura domestiche. Ed il grado di consapevolezza del processo sociale ed etico di formazione di una America post-11 settembre caratterizza “Inside Man” che continua, con meno ambizioni, la strada intrapresa da “La 25.ma ora”, grandiosa sintesi dell’anima della metropoli capitale morale dell’Occidente. La situazione è quella classica del poliziesco, sottogenere rapina in banca, con i suoi personaggi tipo, il poliziotto e il capo bandito, specularmente simili nel loro eroismo disincantato alla Chandler, con gli scheletri nascosti in una casetta di sicurezza, il classico anello, simbolo del potere del male nella città corrotta. Niente di originale fin qui, tanto meno nello scoprire un legame fra alta finanza e violenza: lo si sa da tempo che “ Se scorre il sangue è il momento di comprare.”. Lo spirito della pellicola però sta sotto la superficie, uomo talpa dietro l’immagine, e se volessimo indicarla in una parola chiave essa sarebbe caos: i rapinatori mettono in funzione un altoparlante, attraverso cui una voce parla una lingua incomprensibile, e solo dopo lunghe ricerche, compare una ragazza che in cambio della cancellazione delle multe per divieto di sosta, svela che si tratta di uno dei tanti discorsi al popolo di Hoxha, il dittatore albanese, l’ultimo “rivoluzionario” europeo. Una efficace raffigurazione della confusione contemporanea, dove si fanno guerra assurdamente in un cosmopolitismo ingovernabile idiomi ed ideologie ridicolmente anacronistiche: la giungla urbana è resa esplosiva dall’egoismo delle fiere solitarie, ciascuna con il proprio territorio da ampliare e difendere, il bambino di colore tenta di uccidere il poliziotto razzista, l’avvocatessa chic azzanna sorridendo, giustiziere e malvagio si scambiano i ruoli, Bin Laden mette casa sul Central Park. E nel ritrovato Far West ai pistoleri coraggiosi non resterà che riscoprire il proprio cuore puro e restituire al demonio l’ anello.
“E vi fu un gran vento così forte da scuotere i monti e da polverizzare le pietre dinanzi al Signore, ma il Signore non era con il vento. E dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era con il terremoto. E dopo il terremoto un fuoco; ma il Signore non era con il fuoco; e dopo il fuoco un sussurro di un’aura leggera.”3° Re, 19, 13., il passo della Bibbia in cui si racconta dell’incontro di Elia nel deserto con Dio apre e chiude circolarmente “Il grande silenzio”, il documentario di Groning girato nella Chatreuse di Grenoble, il più antico convento certosino d’Europa. La voce di Dio è il sussurro di una brezza lieve, la si ode nella solitudine e nell’isolamento, quando tutto tace. Quella documentata dal lungometraggio del regista tedesco è sicuramente la più seducente fra le tante forme attraverso cui si manifesta la fede religiosa: “tu mi hai sedotto, e io mi sono lasciata sedurre” si legge più volte durante la visione e non sorprende più di tanto il gradimento di pubblico per un film muto dalla durata di quasi tre ore. La gratificazione è estetica ed etica insieme: a fare le veci di trama e personaggi è infatti la reiterazione di riti e cerimonie, “segni” di un dialogo, senza tempo e sempre uguale a se stesso, con la divinità. Incantano lo spettatore i canti gregoriani nella notte, i frati inginocchiati, assorti nella preghiera o nella meditazione, il cielo stellato, i giochi nella neve, la poesia dei sacri testi, e per di più l’esistenza dei monaci è idealmente speculare a quella tipica nelle società evolute, ove pace e armonia con la natura sono aspirazioni utopiche. Abbandonando i suoi simili, l’uomo riesce a edificare il paradiso terrestre, ove gli è consentito comunicare con il dio nascosto nel santuario del suo stesso cuore e nella purezza cristallina del cosmo: nell’eden resta il dolore, ma la comunione vanifica l’identità corporale, valorizzandola in una totalità, ove si cancellano in Dio distinzioni e differenze, ove passato e futuro confluiscono in un eterno presente. Cielo e terra convivono e si danno la mano nelle mura secolari della Chartreuse: a trascinare corpi affaticati e malati per scaloni e corridoi gelati, a fare lavori umili per la sopravvivenza materiale, sono ancora persone, mosse però dal desiderio ardente di diventare anime. I protagonisti sono volti inquadrati in ordine sparso e lasciano immaginare dietro uno sguardo storie e caratteri: intelligenza inquieta, entusiasmo, sofferenza, severità e integrità, gioia di vivere e spirito fanciullesco, residui ed echi senza più valore conservati nei lineamenti di asceta. L’entusiasmo di Groning per ciò che ha condiviso nei mesi passati in clausura è comprensibile, la vita contemplativa era già celebrata dalle filosofie classiche e si tratta di un’esperienza tanto più straordinaria oggi: tuttavia oggetti e situazioni, quadri e momenti, magistralmente evocati dalla valentia registica dell’autore ma abbandonati a se stessi, risultano privi di un punto di vista moralmente illuminante sull’’avventura spirituale. La scelta di essere documentarista osservatore ha tradito gli intenti del cineasta: la breve sosta al convento lascia ammirati, il coro alla luce delle torce commuove, ma credenti e non credenti si riportano a casa dubbi e interrogativi, se li hanno. In particolare si vorrebbe conoscere per quale strada si arrivi a considerare dono prezioso la cecità o per quali vie, se Dio è un’aura lieve, lambisce i deserti di qualcuno.
La filmografia di Moretti potrebbe avere lo stesso titolo delle celebri “Confessioni di un figlio del secolo” di de Musset: l’urgenza autobiografica è imprescindibile dalla necessità del confronto storico/generazionale e questo determina l’anomalia di pellicole che rifiutano sia l’intimismo sia l’impegno politico fini a se stessi. I film del regista romano si aprono piuttosto un varco nel territorio ristrettissimo, difficilmente tracciabile, ove l’individuale sconfina nel collettivo e il privato nel pubblico. Delle utopie sessantottine sopravvive l’aspirazione a un “angulus”, dove vivere una propria normalità conservando intatti autonomia di giudizio e anticonformismo; ed è da questo angolo orgogliosamente appartato che la telecamera di uno “splendido quarantenne/ cinquantenne” dice la sua sul mondo. A proposito de “Il caimano” però si è addirittura parlato di faziosità alla Michael Moore ma il confronto è fuorviante: l’approccio non è né quello razionale dello studioso obiettivo né quello indignato del pamphlettista, quanto quello sentimentale dell’osservatore personalmente coinvolto teso a scavare a fondo nelle reazioni psicologiche e comportamentali di quel ceto urbano progressista ed intellettuale, di cui egli stesso incarna idiosincrasie e virtù. Moretti del resto si è sempre scelto lo spettatore, chiedendogli la condivisione di una sensibilità, di un punto di vista e persino l’ appartenenza a un’area politica, una”sinistra” non partitica ed intesa come insieme di valori ed ideali: la cosa può non piacere, ma non deve scandalizzare se anche Orazio scriveva le sue satire per una cerchia ristretta di affini vicini e lontani nel tempo. Un regista insomma scostante e poco prolifico: dieci film in tutto, uno ogni tre anni, cioè ogni qual volta vi sia la volontà di fare il punto della situazione, il percorso di una vita, un romanzo di formazione tragicomicamente in fieri in un’ “Italietta” dove non si tocca mai il fondo del barile. E arriviamo così a “Il caimano” esplicazione in chiave filmica di una frase di Cordero, giornalista di “Repubblica”, riferita al Cavaliere. Il monarca di Arcore è una presenza sinistra ma resta sullo sfondo, caricatura grottescamente demoniaca più personaggio da fiction di serie B che persona reale: il suo aspetto più inquietante è la natura metamorfica, la capacità di trasfondersi nel DNA di un paese, provocandone l’agonia civile. E viene in mente il famoso “Dalema di’ qualcosa di sinistra”: il caimano prende possesso dell’anima di ciascuno di noi, quando intorno a lui tutto tace, quando l’unica risposta alle inadeguatezze dell’ortodossia ideologica è l’afasia o peggio ancora l’opportunismo di un establishment incolto e narcisista, che stronca e riabilita capricciosamente, che non lascia spazio alla creatività dei giovani talenti, dimentico dei padri nobili, quando la nave felliniana di “Amarcord” sul lungomare affollato di Rimini si tramuta nella goffa caravella di un Cristoforo Colombo televisivo trainata nella periferia romana deserta. L’apocalittica conclusione chiude la storia di un vincitore ed è la scena di un film non ancora reale. Ma è il dolore individuale o la passione a far luce sulle macerie nazionali ed è lì ai margini fra la “gente” invisibile la speranza di rinascita: la riscoperta di legami familiari più autentici, il bambino che cerca il suo pezzo di lego, la regista esordiente che trova il coraggio di dire “azione” alla sua troupe, chi dice qualcosa di sinistra senza essere neppure di sinistra