Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente
“Prendimi, toccami” urla giuliva una vecchietta dietro una porta chiusa al compagno di acrobazie erotiche, un produttore teatrale di scarse qualità che sopravvive a Broadway, facendosi finanziare dalle amanti anziane spettacoli obbrobriosi e frodando il fisco. E “The producers” diretto da Susan Stroman, regista teatrale per la prima volta dietro una macchina da presa, è la storia di un imbroglio in grande stile di cui tutti finiscono con l’essere vittima compreso chi lo ha architettato: il pubblico destinatario di “La primavera di Hitler”, una delirante commedia di uno strambo allevatore di uccelli assurdamente filonazista, attori regista e scrittore impegnati senza saperlo a mettere in scena un sicuro insuccesso, le sue attempate finanziatrici e infine lo stesso artefice della truffa, Bialystock, a sua volta beffato dagli spettatori e dalla critica che trovano invece irresistibilmente buffo il musical, mandando a monte i suoi piani e facendolo finire in galera. Visto che di messinscena si tratta, si può anche pensare alla pellicola come a una dichiarazione di poetica, riproposta dal suo autore a distanza di anni, convinto della sua perenne attualità: nel 1968 il geniale Mel Brooks esordì come regista e sceneggiatore in “Per favore non toccate le vecchiette”, ottenne grande notorietà e nel 2001 lo trasformò in un fortunatissimo musical e ora ha trasposto di nuovo sul grande schermo lo show, affidandone a mani sicure la realizzazione. Variazioni sullo stesso tema dunque, ma la spirito e la vis comica sono rimasti intatti, nonostante l’ inevitabile patina old style. In realtà “The producers” pare una dimostrazione pratica dell’inutilità del talento ribadendo l’assoluta casualità del favore accordato dalle platee alla creazione artistica: niente assolutamente di nuovo però ed è la stessa filosofia, per fare un esempio, dei film più recenti di Woody Allen da “Hollywood ending” a “Macht Point”. Tuttavia Mel Brooks nello sviscerare i meccanismi della comicità conduce il gioco in modo molto più sottile: da Aristofane in poi la risata liberatoria nasce dall’evocare sulla scena nudi e puri i feticci o gli spauracchi, privati e pubblici, foggiati dall’immaginario collettivo. E la provocazione, adeguata ai tempi, funziona: il macho in divisa, il ballerino in pantaloni aderenti, il travestito, la bionda svedese esageratamente provocante e disponibile sessualmente, il virile seduttore di donne mature, sono inequivocabilmente simboli erotici eterosessuali ed omosessuali e “la gaia commedia nazista”, spettacolo nella finzione-contenitore similare, strappa inaspettatamente gli applausi in quanto, in barba al politicamente corretto, in essa uomini e donne si riconoscono. La forza della parodia messa in atto consiste appunto nella riduzione macchiettistica di tutti i personaggi a prototipi ideali: l’impresario teatrale cinico, il gruppo gay, l’impiegato sognatore prigioniero della routine, la coppia di amici inseparabili, le allegre ottantenni a spasso con il deambulatorio, la segretaria sexy. La fusione fa scoccare la scintilla: la gente ride di se stessa, ma non se ne accorge e calorosamente approva la presa in giro in forma di caricatura. Ed ecco l’altro idolo infranto da “The producers”: la serietà dell’arte. Se ne può dire molto, ma stando a Mel Brook di un grande imbroglio si tratta, dove tutti mentono, autori e pubblico, ed è l’estetica della risata.
“Wallace & Gromit: la maledizione del coniglio mannaro” è risultata la pellicola vincitrice dell’Oscar 2006 come migliore lungometraggio animato. Le scelte dell’Accademy sono naturalmente opinabili e come tali oggetto di discussioni e contestazioni superflue. Tuttavia, tenuto conto dei grandi competitori sconfitti, “La sposa cadavere” di Tim Burton e “Il castello errante di Howl” di Hayao Myasaki, sarebbe interessante conoscere i criteri in base ai quali si è assegnata la statuetta d’oro. Il “primo horror vegetariano del mondo”, frutto della fatica della Aardman animation di Bristol, verrebbe da pensare, è stato preferito per lo spirito indiscutibilmente ludico che lo anima: i capolavori del Maestro giapponese e del geniale autore statunitense trasfondono nei cartoni o nella cosiddetta “stop motion” critica sociale ed una originale visione delle realtà, componenti dissonanti, per la raffinata rielaborazione di modelli cinematografici, letterari e filosofici, rispetto all’infantilismo ingenuo peculiare del genere animato delle origini. Se si guarda al rigoroso rispetto delle convenzione e delle regole del cartoon non destinato ad un pubblico adulto, sicuramente “Wallace & Gromit: la maledizione del coniglio mannaro” merita il suo trionfo: il certosino lavoro di cesello sulla plastilina( in realtà di tratta di Aard-mix , una pasta modellabile adatta particolarmente alla manipolazione inventata dai laboratori della Aardman) ricrea l’effetto di una stanza dei giochi per bambini ideale, un microcosmo ipercolorato e buffonesco, fatto di pupazzetti, casette con giardino, automobiline, ortaggi gigante e cani dagli occhi a biglia, dove un babau, qui nelle vesti di un coniglio mannaro, più ridicolo che spaventevole, fa irruzione e getta scompiglio, ma per ridere e nessuno si spaventa. Lo spazio ricreativo rifiuta le modalità dello spettacolo per grandi: dunque non una narrazione fluida e distesa, alla maniera degli “impuri” Myasaki e Burton, e neppure rimandi celati nelle pieghe dell’intreccio, ma sketch e prevaricazione sul disegno d’insieme di dettagli visivamente mirabili o bizzarramente spassosi, dato che il riciclo dei materiali vari fornisce solo il pretesto per parentesi fini a se stesse, come nella ripresa della celebre scena madre di King Kong. Il pastiche prevale sulla fiaba-racconto, il gusto della citazione scoperta sull’autonomia della storia, la parodia divertita sulla serietà del messaggio: il formaggio diventa la chiave di lettura per i grandi classici delle letteratura inglese negli scaffali della biblioteca, l’anima oscura dentro di noi, il nostro doppio malvagio Mister Hayde, è ghiotta di gorgonzola, Wallace, scienziato maldestro, e il suo pragmatico cane Gromit sono una stramba versione della coppia, tipicamente inglese, complementare, risolutrice di enigmi e salvatrice della comunità chiusa nei guai, alla Sherlock Holmes e Watson, la passione ecologista per prodotti biologici e natura motiva la creazione di verdure simpaticamente deformi e di uno strampalato aspirapolvere salva conigli, lo scontro risolutivo si combatte sulla giostra infilando monetine, e ,per concludere, le impronte digitali sulla plastilina degli stessi animatori facilmente riconoscibili sono l’adolescenziale imprimatur d’autore, il sigillo firma su un’opera scherzosamente gigionesca. Volendo, il discorso potrebbe essere preso sul serio quando il coniglio-mannaro fa scaturire nel piccolo villaggio l’apocalittica sensazione della fine del mondo e dell’ira divina per i peccati umani…ma quali? Confondere i mostri con le loro caricature.
“ Syriana” diretto da Stephen Gaghan, già sceneggiatore del pluripremiato “Traffic”, pare quasi un canovaccio buttato giù a caso per un film di fantapolitica e invece l’aderenza all’anarchia dei tempi ne determina la struttura policentrica e poliprospettica e lo rende particolarmente inquietante per lo spettatore: l’assenza di una qualunque gerarchia e di un qualunque centro domina minacciosa un mondo, dove tutto ciò che avviene sfugge al controllo della volontà umana, giacché persino i potenti della terra, i burattinai invisibili che determinano la politica estera ed interna degli Stati o ne guidano, fra accordi sottobanco e fusioni aberranti, i colossi dell’economia, sono parte di un ciclopico ingranaggio perennemente sull’orlo dell’autodistruzione. Scomparsi dalla faccia della terra i giganti, sono rimasti i nani: non vi sono più Nazioni egemoni o laeder spirituali, idealismo e cinismo si neutralizzano a vicenda, Ben Laden, Bush e despoti o ministri illuminati si confondono in una messinscena caotica, dove pubblico e comparse affollano il palco, ciascuno con i propri personali ed inconcialibili moventi, ciascuno con la propria personale carica di esplosivo in tasca. L’umanità sta combattendo una guerra ad armi pari contro se stessa: Occidente ed Oriente sono ovunque, anzi da nessuna parte, ed è precisamente la pretestuosa inconsistenza dello “scontro di civiltà” che “Syriana” mette in luce, con il desultorio muoversi da un luogo all’altro, con il respingere sullo sfondo alternamente personaggi ed ambienti, con l’emarginare inaspettatamente protagonisti e singoli drammi.
Il lungometraggio, ispirandosi al libro “La disfatta della Cia” dell’ex-agente Robert Baer, evoca il battagliero cinema statunitense degli anni ‘70( “I tre giorni del condor” per citare un titolo famoso), ma da allora le cose si sono complicate: la corruzione continua a tenerci al caldo e in salute, come dice uno dei tanti figuranti, citando il premio Nobel Friedman, ma Gaghan, per non scadere nell’anacronismo, ha privilegiato lo sguardo d’insieme, il puzzle globale inconcluso, angosciosa restituzione della realtà deforme ed ingarbugliata offertaci quotidianamente da giornali e televisione. Allora nell’allarmante dipanarsi di una situazione senza via d’uscita la denuncia moraleggiante si perde, inadeguata, nel vuoto: il petrolio è la droga di un’umanità resa irresponsabile e cieca dall’ossessione di procurarsi la “roba”di cui necessità per condurre la sua esistenza ammalata. La sconfitta del senso morale ovunque è il precario equilibrio del pianeta: di fatto le diverse storie raccontate da “Syriana” sono paradigmatiche della morte dell’etica. Le regole non scritte hanno prevalso su legge e diritto, il libero arbitrio o la disperazione impone ai coraggiosi la ribellione, ma il gesto eroico richiama inevitabilmente violenza e stragi. Il sintomo più evidente è la tormentosa corrosione dei nuclei familiari e il venir meno della sacralità dei vincoli di sangue: i padri dimenticano i figli uccisi per sbaglio, i figli corrotti offendono nel profondo dell’anima i padri abbandonandoli sui gradini di casa con la bottiglia in mano, i fratelli tradiscono e plaudono all’assassinio dei fratelli. Sarà il tempo delle iene, prevedeva ne “Il Gattopardo” il vecchio principe di Salina, ma forse è andata ancor peggio: le iene divorano se stesse nell’arena del circo e noi ne siamo ombre sgomente..
“La terra”, l’ottava fatica di Rubini, presenta due conclusioni, una convenzionale ed accomodante, l’altra, quella vera, più inquietante ed aperta: nella prima il colpevole del delitto viene trovato, l’intricata vicenda ha la sua soluzione nella classica tavolata pacificatrice, nella seconda, a ridosso dei titoli di coda, il protagonista, nel viaggio di ritorno in treno, forse svela alla compagna ignara la verità, ma le gallerie oscurano lo scompartimento, lo sferragliare disturba l’ascolto, si vedono le labbra di lui muoversi, raccontare, spiegare, ma le parole non si distinguono. Una luce ad intermittenza, sospesa tra realtà ed allucinazione, sfuma i contorni e rende inintelligibili persone e atmosfere: la sordida storia dei quattro fratelli in lite per l’eredità paterna, sospettati dell’assassinio di un bieco usuraio, è davvero avvenuta, o semplicemente l’intellettuale ha riferito all’amica il romanzo che tiene in mano, magari scritto da lui, magari autobiografico, una sorta di grottesca riscrittura in chiave contemporanea de “I fratelli Karamazov”, sapientemente amalgamati con altri modelli letterari e cinematografici, Verga, Visconti, Chabrol, Kurosava, Leone? E infine, si tratta del dramma particolare di una famiglia anomala o di una metafora lucida e spietata dell’Italia di oggi e di sempre? Il fatto è che qui Sergio Rubini, al contrario di molti suoi colleghi fortunatissimi al botteghino, in virtù dell’onestà doverosa per un autore serio( nonostante tutto, la specie non è in via di estinzione), rinuncia alle semplificazioni ipocrite e accattivanti, rivela sottintendendo, si nasconde nelle convenzioni del genere giallo, fa della stratificazione ambigua stile: non tutto funziona alla perfezione nello sforzo di uscire dai luoghi comuni relativamente all’immagine dei vizi e della virtù nazionali o nello sviluppo dell’intreccio, tuttavia basterebbe il labor limae nell’utilizzo delle fonti a portare “La terra” anni luce lontano rispetto a quanto offre in questi giorni il cinema italiano in sala. Precisamente il dialogo a distanza con i classici della letteratura e dello schermo consente alla pellicola di evitare i clichè più grossolani in un ritratto d’ambiente, ambiziosamente rappresentativo di un’ umanità legata indissolubilmente alle sue radici, connotata, esclusivamente dal punto di vista antropologico, da idealismo generoso e combattuto, libidine e sete di possesso, propensione alle elaborazioni concettuali elevate e al compromesso con il pragmatismo più cinico: scarnificate le personalità di Luigi, il professore di filosofia trapiantato a Milano, di Mario, impegnato nel volontariato, di Michele, indebitato e in politica per tornaconto, di Aldo, sensuale e impulsivo, rimandano a un universalità di comportamenti e modi di essere sullo sfondo di un Sud allegorico e senza tempo, scarnificato, labirintico e arroventato. L’appartenenza a una terra e a un popolo si solidifica nel sangue, fa riemergere ativici vizi, quali, trattandosi dell’Italia, trasformismo e familismo: il lieto fine, con la capitolazione di nobili aspirazioni e filosofiche ricerche di senso davanti al “particulare” della pace in casa propria, ironizza, con un punta di delusa amarezza, sulle italiche angustie. La “Chiesa di Roma” è una bellissima galleria di immagini sacre racchiuse in una scatola con un foro per l’occhio: la coscienza non è che un gioco da bambini…