appunti di cinema

Peculiarità del blog è trovare un filo conduttore fra film e letteratura ed analizzare una pellicola alla stregua di un testo letterario. I film nell'archivio sono ordinati secondo il periodo di permanenza in sala O l'uscita in DVD. L'autore di questo blog è anche autore dei seguenti: http://spettatore.ilcannocchiale.it http://irrealeanacronistico.blog.lastampa.it.la differenza sta nella grafica, nei caratteri, nei colori. Posto anche commenti sul sito di film tv e invio recensioni a cine zone.( www.cine-zone.it) individuale. STELLETTE si riferiscono al giudizio complessiovo della critica: *terrificante **niente di che ***gradevole con spunti interessanti ****buono *****eccellente

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lunedì, 27 febbraio 2006

"TRNSAMERICA": DALLE PARTI DI WISTERIA LANE

Transamerica

L’ottima e coraggiosa Felicity Hufman porta con sé l’ombra delle “Casalinghe disperate”, in cui recita la parte di una ex-manager di successo diventata madre alla prese con una nidiata di figli pestiferi, in questo bel dramma familiare dell’esordiente Duncan Tacker: qui,nei panni di un transessuale, fa i conti con le difficoltà di un ruolo sofferto di genitore per caso più che per volontà. E in effetti siamo a qualche isolato di distanza dalle ambiguità di Wisteria Lane, il quartiere residenziale, ridente e tranquillo in apparenza, del famoso serial televisivo: è la stessa America politicamente inerte, rispettabile e benestante, devastata da drammi familiari sepolti nei giardini ben curati, malata di sessualità ossessiva, che, relegate ai margini le differenze più eclatanti, si rassegna ad l’assimilarle, giacché i tempi cambiano e il mondo, intrapresa una direzione, non torna più indietro: ci sono i cosiddetti neoconservatori, la difesa della famiglia e delle tradizioni,  ma la vita quotidiana ha l’astuzia di non farsi mettere le briglie dalle astrazioni della politica o dai moralismi teorici dei vari dogmi religiosi( le “patologie delle religione” direbbe il Ratzinger teologo) o ideologici. Al contrario l’umanità del terzo millennio ha bisogno urgente di un’etica flessibile, rispettosa dei cambiamenti epocali, e “Transamerica”, con l’evocare  argomenti scabrosi, interrompendosi al momento giusto e lasciando con tatto le porte chiuse dove bisogna lasciarle, dà risalto alle limitatezze culturali della società di fronte al suo stesso evolversi: allora un’umanità nuova, composta da individui metamorfici o marginali, come Stanley/Bree, costretta a cercarsi codici di comportamento e valori commisurati alle necessità di stare in equilibrio su un universo vacillante ed ostile, diventa la linfa vitale, una possibilità di progresso civile, per tutti. Ma prima  di indossare il nuovo abito occorre togliere quello vecchio e il film illustra questa dolorosa operazione di spogliazione sotto la forma del classico racconto di viaggio: la tragedia di Stanley/Bree, e di suo figlio, diciassettenne tossico, dedito alla prostituzione e aspirante divo a luci rosse, si riduce al fatto di essere il frutto, consapevole in un caso, inconsapevole nell’altro, di un’ educazione violenta e sbagliata; insieme devono tornare indietro, ripercorre passo per passo i traumi  del passato, per non perdersi in una disperazione senza scampo. La loro è una corsa a ostacoli ed essi incontrano cinismo, brutalità, patrigni perversi, madri invasive o padri vili, ma, in ultima analisi, uomini e donne disorientati quando l’imprevedibile fa irruzione  in casa e si siede nel salotto buono: non ci sono colpe, solo un macroscopico e diffuso difetto di sguardo, uno sbandamento  mascherato da nevrotico arroccamento sui reciproci egoismi. Il pessimismo delle premesse stempera felicemente l’ottimismo della conclusione: il cammino è tortuoso, ridi, piangi, lungo la via ti derubano, ma qualcuno ti dà affetto disinteressato e ti porge la mano. Per Bree e il ragazzo il traguardo è la conquista di una identità più autentica, per la quale uno è indispensabile all’altro. Certo genitori e figli non sono più quelli di un tempo! Gli uni sono padre e madre nella stessa persona,  gli altri fanno gli “stalloni del surf”, gli uni aprono la porta di casa, gli altri bussano nel bisogno, entrano e appoggiano i piedi sul tavolino, vengono rimproverati e accolti…ma essere padri e figli ha mai significato altro?

 


postato da: spilluzzicando alle ore 10:06 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e società
lunedì, 20 febbraio 2006

"LE TRE SEPOLTURE": NON OFFENDERE DIO!

Le_tre_sepolture

Deserti, sentieri tortuosi fra canyon e dirupi, serpenti a sonagli, maschi rudi di poche parole e donne silenziosamente o rabbiosamente asservite, mandrie e cavalli, sceriffi e pistoleri, leggi e fuorilegge, Dio e musica da ballo: sono le connotazioni di un paesaggio naturale e umano, immaginario e metaforico, quello del mitico west, capitolo fondamentale dell’enciclopedia tribale di una Nazione di pionieri conquistatori ed idealisti. La rivisitazione del genere western da parte di Tommy Lee Jones, attore e per la prima volta a 60anni in “Le tre sepolture” regista, è certo sentito tributo a una tradizione illustre, dal celebre “Sentieri selvaggi” di Ford a “Voglio la testa di Garcia” di Peckinpah, ma è, più di ogni altra cosa, un modo per mettere a nudo l’anima schietta dell’America, spogliandola dagli eleganti abiti civili metropolitani, costringendola a guardare allo specchio il suo volto più autentico e a fare i conti con i propri conflitti e sensi di colpa. Le plaghe desolate, la zona intermedia fra il Messico e il Texas, sono una cruda raffigurazione della storia non ancora conclusa di un Paese dotato soprattutto di eserciti ma anche delle sue aspirazioni umane e culturali e di ciò che potrebbe essere e in parte è nel cuore delle sue donne e dei suoi uomini più generosi e vitali. Il lungometraggio scarno e enigmaticamente profondo come un passo biblico ruota tutto attorno al cadavere di un povero mandriano messicano Melquides, ucciso per sbaglio da una guardia di frontiera: l’amico Pete ha promesso di seppellirlo a Jimenes, un paradiso sperduto fra le montagne, e per farlo prende in ostaggio il suo casuale assassino e insieme diseppeliscono il morto e viaggiano portandolo sul dorso del cavallo e utilizzando il liquido antigelo come conservante fino a che non scoprono il luogo cercato. La vicenda, testimoniano le cronache, è quasi reale, anzi è simile a molte altre, ma Jones, privilegiando la prospettiva etica e sfumandola nella suggestione del non detto, la assume a simbolo di un  percorso ideale di redenzione e riscatto: il confine è una linea da oltrepassare per conoscere e poi da attraversare una seconda volta, vivi o morti, per rimpatriare ovvero per recuperare e salvare se stessi dall’insignificanza e dall’oblio dell’anonimato, destino comune ai miserabili di questa terra. Ne “Le tre sepolture” di fatto il ruolo di primo attore lo ha la regione liminare, selvaggia e incolta, spirituale e fisica, in cui i personaggi, guardie e clandestini, moglie e mariti, si trovano a vivere, o irrimediabilmente prigionieri o decisi ad evadere o costretti a farlo dalle circostanze: i poveri emigranti in cerca di scampo dalla povertà e dal sottosviluppo, le donne, isolate e chiuse nelle roulotte e in blocchi/abitazione squallidamente geometrici, infelici, sempre in procinto di spiccare il volo nella fuga verso un’ipotetica libertà o verso le braccia di un amante, e i loro uomini, i difensori dei territori, disperatamente abulici, impotenti e persi in squallide avventure di sesso solitario, e infine il defunto Melquiades, morto per sé ma occasione di rinascita per gli altri. Un ritratto d’ambiente dunque, un punto di vista dolente su un angolo esemplare d’America, in cui si innesta con la forza di un barlume di ritrovata speranza la parabola religiosa sulla pietas umana a tutti dovuta e sulla necessità del perdono: non è importante sapere se Dio esiste, quanto cercare di non offenderlo.    

 


postato da: spilluzzicando alle ore 14:46 | link | commenti (2)
categorie: cinema, film, cinema e società, cinema ed etica
martedì, 14 febbraio 2006

"PERSONA NON GRATA": SOLO I CANI VANNO IN PARADISO

Persona_non_grata

Krzysztof Zanussi, uno degli esponenti più significativi della scuola polacca di cui facevano parte Waida e Kieslovski, ritiene che il cinema debba contribuire in modo determinante al dibattito morale: nobili intenzioni certo, ma anche il rischio implicito di trasformare ogni pellicola in una monotona dissertazione accademica sui massimi sistemi. E purtroppo  il suo ultimo lavoro, “Persona non grata”, venuto dopo anni di silenzio in Italia e l’imbarazzante, dal punto di vista cinematografico, agiografia di Karol Wojtyla, ben accolto a Venezia 2005 ed osannato per altro da buona parte della critica, ne è esempio lampante: si tratta infatti di una pellicola statica ed involuta, una sorta di teorema dai postulati risaputi ma astruso nella forma, cavillosamente enunciato e mai dimostrato. L’autore assolutizza il suo personale scontento sulle cose del mondo, dopo le speranze suscitate dal crollo del Muro di Berlino e dalla sconfitta del totalitarismo comunista, e lascia trasparire, in una conclusione vagamente patetica e schematicamente consolatoria, la sua professione di fede religiosa, in base alla quale è probabile che alle fine della Storia, nascoste in fondo al mare o in cielo, ci siano le sfere celesti del Paradiso per gli essere umani( e persino  interminabili territori di caccia per i cani), dove le anime volino, perdonate per i propri peccati e dimentiche di quelli degli altri. All’opposto l’inferno terreno è raffigurato dal disagio di chi nutrendosi della sacra aureola degli ideali è  costretto a vivere fra chi li ha traditi: il plot prende corpo unicamente dalla disperazione stizzosa del vecchio Wiktor, ambasciatore polacco a Montevideo, da poco vedovo, galantuomo reso diffidente dai continui cedimenti altrui alle lusinghe dell’affarismo capitalista e deluso dal vecchio amico, dalla moglie defunta, dagli ex-compagni di partito diventati ministri e dirigenti politici di rilievo. E qui in realtà il lungometraggio qualche asso della manica lo avrebbe avuto, in primo luogo l’idea di fondo: il demone maligno che inquina e corrode lo spirito e la mente degli individui e dei popoli, vanificando i presupposti del bene e dell’innocenza, dell’amicizia e dell’amore, è il sospetto. L’altro asso è sicuramente la recitazione efficacemente umorale di Zbigniew Zapaziewicz, uno degli astri della scena polacca, attore amato  da Waida e Kieslovki, nel ruolo di Wiktor, e quella tutta epidermica del regista russo Nikita Mikhalkov nella parte dell’amico Oleg, vice Ministro degli affari esteri sovietico. Allora forse “Persona non grata” avrebbe dovuto essere un film dominato dalle atmosfere, dalle sospensioni di senso, da misteri e verità ambigue, e invece lo è solo in parte, in quanto la verbosità inconcludente, le apparizioni di personaggi superflui, la rivelazione inopportuna di macchinosi moventi e di dietrologie scontate, finiscono con il rendere artificiosamente complicato e gravoso l’insieme distraendo lo spettatore dai punti nevralgici, ovvero dalla disamina della nevrosi di una vecchiaia offuscata dalla sfiducia e dai dubbi nel suo angoscioso dibattersi fra mostri  reali e mulini a vento. Tanto che alla fine l’unica certezza è che la vera contrapposizione non è malvagità-bontà, ma cani-uomini: il regno dei cieli tiene le porte sempre aperte per chi morde le caviglie del postino e non per chi non ha purezza  o non la sa conservare nel proprio cuore, nonostante tutto.

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 14:36 | link | commenti
categorie: cinema, cinema e politica
lunedì, 06 febbraio 2006

"MUNICH": MANI DA MACELLAIO

Munich

Io sono uno scrittore e quindi so, diceva Pasolini, rivendicando all’artista il ruolo di coscienza  degli eventi: le cronache informano, raccolgono e forniscono dati, il poeta, nelle veci di storiografo,  interpreta, scava in profondità, trova nessi fra avvenimenti lontani nel tempo. Da questo punto di vista, “Munich”, film per altri versi imperfetto, è tutto tranne che fantapolitica: imprecisioni e inverosimiglianze sono innumerevoli, come ad esempio il non fare menzione di Sharon o l’attribuire un ruolo fondamentale, per giunta poco chiaro, a un fantomatico patriarca francese, tuttavia la pellicola individua, forse semplificando ma lucidamente,  i sintomi delle attuali condizioni di affanno del mondo, fornisce la sua diagnosi e propone coraggiosamente una terapia, pur con una buona dose di scetticismo sulla effettiva possibilità di applicazione. La strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972 e l’assalto alle Torri gemelle dell’11 settembre costituiscono le manifestazione più eclatanti di un dramma collettivo, i complessi motivi del quale il lungometraggio sintetizza nell’irrisolta questione mediorientale: l’allarme è suonato e sono state proprio le reazioni innescate a catena a renderne impossibile la soluzione. La questione non è tanto politica quanto etica e sviscerarla, senza retorica, significa puntare un dito accusatore, non su qualcuna in particolare delle parti in causa, bensì su un clima, di cui tutti siamo responsabili: la civiltà deve scendere a compromessi con i suoi valori per rendere giustizia ai morti incolpevoli e venir meno ai suoi principi per difendersi dal terrorismo criminale? Non si sa se la cose siano andate effettivamente cosi, è un fatto però che il sinedrio guidato da Golda Meir dicendo di sì esprime uno stato d’animo diffuso. Per questo la risposta di Spielberg è un no senza se e senza ma: sangue innocente chiama sangue innocente, i responsabili puniti vengono sostituiti con altri  più feroci e una legge del taglione perenne è la strada intrapresa da un’umanità tornata alla barbarie, se il dialogo e i fondamenti del diritto vengono sopraffatti dall’ istinto di vendetta. Tornare sui propri passi è difficile, ma il riconoscimento dei propri torti è un inizio. Il gesto di contrizione spetta ai privilegiati, a coloro cioè che hanno nel loro retroterra secoli di elaborazione intellettuale: democrazia e civiltà hanno plasmato anime gentili, le lacerazioni della Storia mani da macellaio, ed è dovere morale per le une lavare le altre. La defezione di Avner, l’ex agente segreto assoldato dal governo israeliano per compiere la rappresaglia, ha cosi una scoperta funzione paradigmatica e catartica. La spy story, schematica nel delineare i caratteri dei personaggi e le loro reazioni emotive, è punteggiata da immagini palesemente simboliche: pavimenti imbrattati di sangue, inquadrature televisive  sul tripudio dei palestinesi e la disperazione degli ebrei, esplosioni e squarci, bambini, tavole imbandite, le “Mille e una notte”, famiglie riunite e spezzate, un bellissimo corpo di donna sfregiato, il Wordl trade center. La scelta del giovane safra di spezzare il pane con lo straniero ne fa però un esule: l’appartenenza cieca a un popolo è prigionia, da cui si evade solo con la forza della consapevolezza, e sul disperato oscuramento nell’orizzonte degli uni delle aspirazioni legittime degli altri “Munich” meritoriamente pone l’accento. I morti, per parafrasare Eschilo, continueranno a uccidere i vivi.

 

 


postato da: spilluzzicando alle ore 17:52 | link | commenti
categorie: cinema, film, cinema e politica, cinema ed etica